Le tessere ideologiche del domin(i)o

Vincenzo Scalia sull’ultimo libro di Marco D’Eramo

Il dibattito sull’egemonia neoliberista si è sviluppato, in molti casi, attorno alla formula di pensiero unico, per riferirsi sia alla mancanza di alternative intellettuali e progettuali al capitalismo, sia alle conseguenze quasi dittatoriali di un dominio incontrastato. D’altra parte, i paesi che ancora si proclamano comunisti, a partire dalla stessa Cina, sono pienamente integrati all’interno dell’economia capitalista globale, e non ipotizzano minimamente lo studio o la proposta di modelli sociali o economici alternativi. Ma come e perché ha vinto il neoliberismo? Cosa sarebbe il pensiero unico?

Marco D’Eramo, nel suo ultimo lavoro, Dominio, edito da Feltrinelli, cerca di colmare queste lacune, compiendo un poderoso lavoro di ricostruzione della trama di potere dispiegata dal capitalismo post-fordista a partire dalla crisi del 1973, ma divenuta più evidente dal 1989 in poi. Innanzitutto, ci spiega D’Eramo, dobbiamo intenderci sulla natura dell’egemonia neoliberista. Non abbiamo a che fare con un potere, bensì con un dominio.

La differenza si rivela cruciale ai fini della comprensione delle dinamiche socio-economiche attuali. Il potere infatti, rappresenta una risorsa relazionale, diffusa all’interno del corpo sociale, che dà vita a forme diverse di negoziazione e permette di creare spazi di resistenza. Per esempio, le strutture familiari o religiose, le rappresentazioni culturali, permettono di creare spazi di reciprocità e solidarietà che spesso hanno arginato le conseguenze negative della modernizzazione capitalista. Il dominio invece si connota come una supremazia assoluta, che cancella ogni possibilità di mediazione e obbliga gli attori a lui soggetti di adeguarsi alle sue direttive. Nel caso del dominio neoliberista, un esempio lampante lo fornisce la Grecia. Lo stato ellenico è stato costretto a smantellare i servizi pubblici e a rifiutare i prestiti russi e cinesi, su imposizione della troika. Questo sarebbe da aspettarselo, pur nella sua tragicità. Quello che non ci si aspetta, invece, è che la troika abbia obbligato il governo greco ad uniformare la forma e il peso delle pagnotte, allo scopo di favorire l’acquisto di pane precotto fabbricato dai benefattori internazionali! Un esempio apparentemente marginale, ma che mostra come l’egemonia neoliberista faccia proprio l’obiettivo di livellare tutte le differenze, sia per allargare il mercato mondiale, sia per scoraggiare ogni difformità che potrebbe portare al formarsi di distinzioni più articolate.

Eppure il capitalismo aveva svolto una funzione progressiva, modernizzatrice, come affermato dallo stesso Marx. Come è possibile che i suoi presupposti fondativi si siano rovesciati in una tirannia globale? D’Eramo nota che si tratta di un approccio radicalmente differente dal liberalismo classico. In primo luogo, i liberali ottocenteschi, abbinavano la libertà di impresa e di commercio al consolidamento delle libertà politiche. Da Ricardo a Cavour, da Tocqueville a Hamilton, tutti i padri della tradizione liberale hanno tenuto ferma la barra sulle libertà civili. Il neoliberismo si è invece fondato sul divorzio dalla politica. Non a caso, il primo paese ad applicare le ricette dei Chicago Boys, fucina del pensiero neoliberale, è stato il Cile di Pinochet, che è poi stato imitato da tutti i satrapi latinoamericani. Ancora meno è casuale che le autocrazie orientali, vale a dire Cina, Vietnam, Laos, Corea del Nord, sotto la coltre della bandiera rossa mobilitino al lavoro masse sottopagate e represse. La libertà passa in secondo piano rispetto alle esigenze della produzione e della circolazione di merci e beni finanziari.

In secondo luogo, i Chicago Boys, a partire dal loro padre intellettuale Milton Friedman, hanno operato una vera e propria rivoluzione antropologica. Laddove il primo liberalismo collocava l’utilitarismo nella sfera produttiva e distributiva, lasciando ampio spazio alla morale e alla religione, il neoliberalismo estende il calcolo di costi e benefici a tutte le sfere dell’esistenza. Così l’amore di una madre per il figlio è ispirato dalla gratificazione individuale, così come la fede religiosa è legata al beneficio di una vita futura. Se ogni individuo è un essere razionale che agisce per un proprio tornaconto, allora è corretto dire che ognuno di noi è un’impresa, dotato di un proprio capitale umano, intellettuale e materiale, che deve investire sul mercato per massimizzare i benefici che può trarne. Da qui a trasformare le USL in ASL, ovvero in aziende, a chiamare i lavoratori “risorse umane”, il passo è breve. I lavoratori cessano di essere operai e sfruttati, per diventare dei professionisti che forniscono una prestazione che i datori di lavoro (non più padroni), pagano in proporzione al capitale umano e intellettuale che i primi mettono a disposizione. Il conflitto di classe, secondo questa trasformazione, non esiste più, in quanto siamo tutti gli imprenditori di noi stessi. Servizi essenziali come istruzione, sanità, difesa e incolumità personale, diventano beni da mettere sul mercato in nome della libertà dei consumatori, che lo stato coarterebbe.

La libertà di impresa e di consumo, ci spiega l’autore, è proprio l’argomento alla radice del neoliberismo. Tutto nasce, infatti, da un gruppo di imprenditori del Midwest, che negli anni 50, per opporsi alla crescente espansione della sfera pubblica da cui si sentivano penalizzati, in termini di regolamentazione delle norme ambientali, della sicurezza sul lavoro, dei prelievi fiscali, utilizzarono una scappatoia introdotta dall’amministrazione Roosevelt. FDR negli anni trenta aveva varato un provvedimento che garantiva forti detrazioni fiscali a tutti i cittadini ad alta capacità contributiva che destinavano parte dei loro introiti alla creazione di fondazioni benefiche. I miliardari del Midwest sfruttarono questa clausola per fondare centri studi che elaborassero strategie di uscita dal welfare state e mettessero l’iniziativa privata al centro della società. I campioni del pensiero liberale più in vista come Friederich Von Hayek, Karl Popper e Milton Friedman accettarono di tenere lezioni e conferenze, promuovere ricerche, editare pubblicazioni che cantassero le lodi dell’iniziativa privata e biasimassero lo stato che la penalizzava e la tartassava. Ancora oggi, attraverso questo escamotage, è possibile per i miliardari yankee sottrarre ingenti quantità di risorse all’erario, privando così i loro concittadini di disporre di un welfare state all’altezza del loro fabbisogno, per alimentare i think tank che promuovono una società fondata naturalmente sulle disuguaglianze.

Ci troviamo di fronte, dice D’Eramo, ad una battaglia delle idee, che ha portato il neoliberalismo a diventare il parametro di valutazione dei rapporti sociali, operando una vera e propria traslazione ideologica all’interno della società, cosicché i primi a considerare naturali le disuguaglianze, lo sfruttamento e l’oppressione sono proprio i gruppi sociali e gli individui che dovrebbero contrastarli. Si tratta di ideologia in senso althusseriano, ovvero di rapporto immediato con le proprie condizioni di esistenza, che preclude la possibilità di andare al di sotto della superficie. Oppure, per dirla con Bourdieu, di violenza simbolica, ovvero quella coartazione che non viene percepita come tale in quanto considerata manifestazione naturale dei rapporti umani. È proprio questa naturalità posticcia, sostiene l’autore, che dobbiamo rovesciare, sia demistificandone la portata, sia elaborando un paradigma nuovo. Solo che le idee si fondano sulle forze sociali che le promuovono, nonché sulla capacità di diffonderle. Insomma, facendo politica. Quello che non si sa più fare.

(*) ripreso da http://www.palermo-grad.com

In “bottega” cfr «Dominio» , Siamo ignari di essere sudditi e «Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi» (con il prologo del libro)

 

 

La Bottega del Barbieri

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