Lettere dal braccio della morte

recensione a «Non smettete mai di sognare» di Fernando Eros Caro (*)

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«Sono arrivato nel braccio della morte, il 5 gennaio 1982. Non mi fu concesso un appello fino al 2000». Così scrive Fernando Eros Caro in una delle lettere che costituiscono l’asse portante del libro «Non smettete mai di sognare» (Pellicano editore: 150 pagine per 10 euri) con il sottotitolo «lettere dal braccio della morte in California»: raccoglie anche alcuni suoi disegni – è pittore autodidatta – e le missive che dal 2008 gli ha indirizzato l’italiana Grazia Guaschino, del Comitato Paul Rougeau contro la pena detta “capitale”.

Quell’appello concesso 16 anni fa per Caro fu solo una beffa: «il nuovo processo è ritardato di anno in anno» e lui resta lì. Si dice innocente ma non può tentare di provarlo. E’ un nativo americano e questo certo non lo aiuta: sono molti i “pellerossa” nelle carceri Usa che non hanno avuto una seria assistenza legale.

Così lo presenta il suo amico italiano, Marco Cinque. «Nascere nel 1949 in una povera famiglia contadina, nell’assolato sud californiano, con un mucchio di fratelli e sorelle ma con ben poco da mettere sotto i denti, non gli ha reso facile la vita. Fernando Eros Caro era il maggiore dei figli maschi perciò a lui spettavano le incombenze, le durezze e le restrizioni maggiori. Aztec da parte di padre e Yaqui da parte di madre, ha ereditato un aspetto maledettamente nativo, che lo ha reso un bersaglio perfetto per l’umana stupidità. Prima gli anni della scuola e dell’università, poi quelli passati nei marines sono stati una vera e propria via crucis: razzismo e discriminazione, aria velenosa che era costretto a respirare giorno dopo giorno. Di veleno Fernando ne ha inalato tanto, persino quello dei pesticidi, durante il suo lavoro di “bandierista” nelle coltivazioni agricole, dove segnalava agli aerei le zone da irrorare, assorbendo per lungo tempo una pioggia di tossine. Un matrimonio finito in frantumi è stato l’epilogo di un vortice di eventi che lo ha precipitato nel baratro senza scampo del braccio della morte di San Quentin, dov’è ancora rinchiuso».

La sua voce è in questo libro dove, nonostante tutto, continua a sognare e ci invita a farlo con lui.

(*) Questa mia breve recensione è uscita – al solito: parola più, parola meno – sul quotidiano «L’unione sarda». Chi passa spesso su codesto blog avrà visto spesso racconti e lettere di Fernando Eros Caro ma anche post su di lui. (db)

 

danieleB
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

3 commenti

  • Giuseppe Lodoli

    Bellissima recensione di un libro affascinante!!!

    • Daniele Barbieri

      grazie, il libro è talmente denso di notizie, emozioni, riflessioni e immagini che recensirlo è difficile. Ricordo che Nendy – cioè Fernando Eros Caro – ha deciso di donare «i proventi della vendita di questo libro» al Comitato Paul Rougeau «per aiutarlo a proseguire nella sua missione». Se desiderate avere ulteriori informazioni potete rivolgervi a prougeau@tiscali.it ma se volete scrivere direttamente a Fernando Eros Caro nel carcere di San Quentin potete farlo. E se per caso leggendo il libro o navigando in rete c’è chi si innamora dei quadri di Nendy e vuole acquistarli… lo dica pure al Comitato Paul Rougeau.

  • Già dal titolo “Non smettete mai di sognare” si può capire che questo volume non è accentrato sul caso giudiziario dell’autore delle missive, cioè lo yaqui Fernando Eros Caro, ma sulla sua umanità, un’umanità capace di resistere alla violenza, alla rabbia e alla negatività che ha dovuto sopportare in 34 lunghi anni di detenzione in un buco di cemento e acciaio.
    Al di là dell’innocenza o della colpevolezza, qui si vuole affermare il fatto che Fernando, dal chiuso di una cella della morte, sia capace di far interessare e interagire, da ormai tantissimi anni, intere classi di bambini e ragazzi al difficile e controverso argomento “pena di morte”, e magari questo è ben più produttivo per la causa che le tristi conferenze, spesso noiose, ripetitive e quasi sempre autoreferenziali che animano il magico mondo abolizionista. E se pensiamo al solo fatto che i proventi di questo volume, Fernando li ha voluti devolvere interamente agli amici del piccolo Comitato Paul Rougeau (che hanno curato il libro), come sostegno alle spese profuse nelle loro attività, possiamo capire la sua grandezza e generosità d’animo, a maggior ragione per il fatto che i prigionieri dei bracci della morte non hanno alcuna risorsa economica per rendere meno tragica e insopportabile la propria quotidianità di reclusi.
    Nella piccola foto che lo ritrae, sulla quarta di copertina, Fernando sorride. E’ dal 1992 che conosco Fernando e posso dire che nonostante tutto è ancora capace di sorridere. Non ha mai smesso di farlo.

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