Levante – 1: nascita e sviluppo dei nazionalismi

Levante

Progetto di Monica Macchi e Susanna Sinigaglia

1.

Nascita e sviluppo dei nazionalismi

di Susanna Sinigaglia

Grenadina – la resa di Granada

Con questa pubblicazione, e certamente con la prossima, ci sembra importante puntare a ricostruire i passaggi storici, e i meccanismi economici e culturali, attraverso cui si è generato, nutrito e diffuso anche nell’area di Levante, quel fenomeno dagli esiti infausti chiamato nazionalismo che ha infettato tutta l’età moderna, e ancora allunga i suoi malefici tentacoli sulla contemporaneità. In particolare, cercheremo di tracciare le similitudini e le differenze fra due tipi di nazionalismi che si svilupparono in parallelo all’ombra del colonialismo e delle sue ricadute ideologico-culturali-politiche: quello arabo e quello ebraico con le loro articolazioni. Il presente testo, dopo brevi cenni alla formazione del nazionalismo arabo, dirigerà lo sguardo su alcune specificità di quello ebraico.

Ricordavamo nella presentazione del nostro progetto [1] che, dopo la fine dell’esperienza al-Andalus/Sefarad con la Reconquista condotta da Isabella di Castiglia – detta la Cattolica – e la successiva espulsione di ebrei e arabi dai territori da lei riconquistati insieme al marito Ferdinando d’Aragona [2], la cultura di Levante proseguì comunque la propria parabola negli altri paesi mediterranei e oltre.

L’evoluzione dei parametri interrelazionali del “sistema mondo”: da un assetto precapitalistico al modello capitalistico

Riprendiamo il filo del discorso iniziato nel precedente articolo seguendo lo svolgimento del libro di Ammiel Alcalay [3]. Avvalendosi del lavoro di Janet Abu-Lughod [4] lo studioso ci mostra come il sistema mondo, nel XIII secolo per esempio, fosse organizzato secondo una serie di “centri” di potere che, attraverso relazioni sia conflittuali sia solidali, si andarono integrando sempre più fino alla prima metà del XIV secolo. Poiché il sistema non era gerarchico – nessuna singola potenza egemone dettava i termini dei modi di produzione e del commercio–, di nessuna entità geografica si poteva dire che si collocasse al centro. Centri, semiperiferie e periferie (e indubbiamente anche qualche categoria intermedia) si trovavano sparse ovunque intorno al globo. Il sistema del mondo ”moderno” che cominciò a emergere nel XVI secolo e in quelli successivi, andò gradualmente a organizzarsi gerarchicamente secondo i differenti modi di produzione (capitalista, semifeudale, precapitalista), che pressappoco coincidevano con una specifica distribuzione geografica: il centro capitalista egemone si collocava nel nordovest d’Europa, la semiperiferia semifeudale agraria si concentrava geograficamente in Europa orientale e meridionale, e la periferia precapitalista si trovava ovunque oltre queste zone.

anthropocene artwork

Inoltre, la continuità della cultura di Levante inizierà a frantumarsi in seguito alle mire mercantili espansionistiche europee, a partire dalla fine del XVII secolo, e all’ideologia nazionalistica ottocentesca che s’infiltrò fra le popolazioni sulla scia della penetrazione dei paesi colonialisti. Dunque, dal colonialismo europeo nacquero due tipi ibridi di nazionalismo: quello che si diffuse nei paesi d’area ottomana, prima e dopo la caduta dell’impero, e quello sviluppato in Europa da alcuni intellettuali ebrei a cavallo più o meno dello stesso periodo.

Origini ed espansione dei nazionalismi

Il risveglio dei nazionalismi mise in crisi il modello di società ottomana e quindi il concetto e la pratica di un Levante pluriconfessionale, plurilinguistico e multietnico; circa il 25% dell’impero infatti professava una fede diversa da quella musulmana. C’erano comunità greco-ortodosse, cattoliche romane, cattoliche armene, gregoriane armene, ebraiche, protestanti, cristiano-maronite, cristiano-nestoriane, uniate siriane, monofisite, samaritane… e non avevano in comune neppure la lingua (oltre al turco, gli idiomi più diffusi erano il curdo, l’armeno, il greco, l’arabo e i diversi dialetti balcanici, caucasici e mesopotamici).

L’Impero ottomano nel 1683, al suo apogeo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È doveroso tuttavia osservare come un pensiero nazionale (ma non nazionalistico) fosse presente sia fra gli arabi che fra gli ebrei e si potrebbe collegare alle origini delle due popolazioni. Riguardo agli arabi, le loro radici risalivano a ben oltre la nascita dell’islam e nel ‘700 un anelito verso l’indipendenza si risvegliò sotto la dominazione ottomana, per quanto tollerante fosse e forse proprio per questo. Scrive in proposito Marco Demichelis in Storia dei popoli arabi: “Nel corso del XVIII secolo l’insofferenza araba verso Istanbul iniziò a manifestarsi in maniera chiara soprattutto nel Mashreq… la Siria, la Palestina e l’Egitto del Settecento erano già particolarmente propense a tentare di estromettere gli ottomani dal controllo [5]”.

E, sottolinea Demichelis, questo aspetto è solitamente poco approfondito dagli stessi specialisti di storia del Vicino Oriente [6].

Per quanto riguarda gli ebrei, dopo la caduta del Regno di Giuda cominciarono a coltivare un sentimento nazionale di nazione-comunità dispersa ma in qualche modo coesa, che attraversò tutta la loro vicenda malgrado le liti e le rivalità. Le scritture erano un potente collante e costituivano la spina dorsale della nazione ebraica [7].

Nazionalismo ebraico e sionismo

A questo sentimento si riallacciarono, per esempio, in tempi relativamente recenti il Bund [8] e il nazionalismo di Bernard Lazare, personaggio poco noto ma che ebbe il merito di essere l’unico ebreo francese a battersi in difesa di Dreyfus prima ancora di Émile Zola, che poi affiancò incondizionatamente [9]. Lazare (come del resto il Bund) sosteneva che agli ebrei fosse necessario emanciparsi dalla paura dell’antisemitismo e degli antisemiti e conquistare con la lotta la libertà e l’orgoglio della propria storia e cultura. Secondo Shlomo Sand [10] in Polonia, Ucraina, Lituania, Russia e Romania si era sviluppata una cultura di lingua yiddish secolare e moderna come non esisteva in nessun’altra comunità ebraica del mondo. In questa cultura, di matrice laica più che religiosa, sbocciarono i primi germogli di una concezione protonazionalista e nazionalista e fiorirono giovani intellettuali che, vedendosi emarginati, divennero in gran parte socialisti rivoluzionari e riformatori democratici, mentre solo un ristretto gruppo di loro si volse al sionismo.

Bund Russia Polonia_01

Purtroppo sappiamo come è andata la storia e oggi il sionismo sembra arrivato allo stadio più coerente con le sue peggiori premesse.

Il nazionalismo sionista e le comunità ebraiche di Levante

Nel Levante, fra gli ebrei, il nazionalismo di stampo sionista fu introdotto in particolare dalle scuole dell’Alleanza israelitica che, secondo Norman Stillman [11], dava agli allievi non solo un’istruzione ma anche una nuova immagine di sé, sia creando in loro nuove aspettative, sia dandogli la possibilità di avere legami con l’estero e successi economici che provocarono profondi risentimenti nella maggioranza degli arabi musulmani. Questi sarebbero stati elementi non secondari del disfacimento delle comunità arabo-ebraiche nel XX secolo insieme all’insorgere di nazionalismo e sionismo, e Stillman in qualche modo evidenzia quale fosse il retroterra della fine di tali comunità. Tuttavia, osserva Alcalay, la loro composizione era eterogenea: molte avevano profonde radici nella cultura araba, una cultura millenaria che ne aveva profondamente cementato i costumi, e continuavano a restarle fedeli; altre si destreggiavano per conciliare diverse culture e altre ancora erano più orientate verso l’Occidente, soprattutto fra le classi più agiate.

Afferma ancora Alcalay:

Malgrado la gravità di questa intrusione [del colonialismo, ndc], la densa e intricata interconnessione del mondo di Levante – la sua unità e testura concettuale e materiale, anche se non necessariamente politica – rimase sorprendentemente intatta, soprattutto per gli ebrei, fino a XX secolo inoltrato… [12]

Istantanee del periodo testimoniano variegate trame di vita vissuta in paesi diversi: una platea stipata di attenti genitori ad Aleppo nel 1936; ragazze in posa per una foto con ampi pantaloni di seta e giacca prima di una performance di danza all’Alliance di Damasco nel 1939 o che si uniscono ad altri studenti per le strade per protestare contro l’”imperialismo” nello stesso anno; gruppi di scout che reggono cartelli che celebrano il primo giorno d’indipendenza d’Israele a Tripoli; esposizioni alla Settimana del libro ebraico a Tunisi nel 1956… damigelle d’onore davanti agli sposi durante un matrimonio elegante nella sinagoga Magen Abraham a Beirut negli anni ’60.

La sinagoga restaurata.

I rotoli della legge mostrati dentro abitacoli d’argento durante la festa ebraica di Simchat Torah a Djerba, isola della Tunisia (foto di © Hulton-Deutsch Collection/CORBIS/Corbis via Getty Images).

Ma sotto la superficie di queste immagini rassicuranti venivano esercitate sulle e nelle comunità ebraiche tremende pressioni da forze spesso diametralmente opposte. L’ideologia del movimento sionista, con il suo eurocentrismo e profondo disprezzo verso gli arabi, non semplificava certo le cose. Oltre a cercare di appropriarsi della storia ebraica in un sol colpo, essenzializzando l’intera esperienza ebraica per riportarla all’unico obiettivo di ricreare la “patria” dove ricondurre tutti gli ebrei, le forze prevalenti nel movimento spesso si alleavano con quegli elementi reazionari che preferivano concedere il proprio sostegno a un remoto stato ebraico piuttosto che aprire le porte agli ebrei europei perseguitati e oppressi.

Le ripercussioni pratiche della spinta sionista a materializzare le pretese storiche attraverso l’insediamento in Palestina di nuove realtà fisiche, economiche e culturali, produssero un effetto domino in tutto il mondo arabo. Naturalmente, venne percepito più intensamente all’interno delle comunità ebraiche. Da una parte, erano generalmente ignorate dall’establishment sionista; dall’altra al loro interno, alcuni o si identificavano col sionismo considerandolo una rinascita della cultura e della nazione ebraica oppure si sentivano spinti in qualche modo a essere alleati del movimento. Perciò, molti si ritrovarono accusati di coltivare una doppia lealtà [13].

Per quanto riguarda gli ebrei palestinesi autoctoni, Alcalay ricorda, citando le parole di Elie Eliachar [14] sulla loro condizione, come ai tempi dell’Impero ottomano, i leader del movimento sionista avessero l’abitudine di consultare la controparte sefardita che abitava in Palestina. Dopo l’occupazione britannica questa pratica cessò, soprattutto con la crescita della base anglosassone ed esteuropea dei partiti sionisti. Evidentemente, dato che l’autorità era passata dalla Turchia alla Gran Bretagna, anche l’autorità della leadership sefardita fu soppiantata dalle comunità ebraiche anglosassoni e di Est e Ovest Europa. Dall’occupazione britannica in poi, i sefarditi furono messi all’angolo e ignorati, come se non fossero mai esistiti [15].

Il crollo dell’Impero ottomano e le nuove potenze egemoni nell’area mediorientale

Introduciamo a questo punto la presentazione di tre momenti chiave che, in tutto questo contesto complesso e in ebollizione, imprimono alle circostanze svolte decisive per gli sviluppi futuri. Infatti, alla fine della Prima guerra mondiale, una nuova visione reinterpreta il Levante e tutto il Medioriente con tre potenze emergenti che iniziano a spartirsi aree di influenza: l’Inghilterra (che controllava già sin dal 1882 l’Egitto, nominalmente uno stato vassallo dell’Impero ottomano), la Russia (che reclamava il diritto di proteggere le popolazioni di religione ortodossa) e la Francia (che rivendicava il diritto di difendere i cattolici tra cui i maroniti nelle province della Siria). Avevano perfettamente capito che la Prima guerra mondiale avrebbe portato alla dissoluzione definitiva dell’Impero ottomano e alla possibilità di spartirselo; si mossero così tramite tre accordi segreti il cui risultato è stato definito a political mess that divided up a large part of the Muslim world (un ginepraio politico che avrebbe diviso gran parte del mondo musulmano)[16]: la “Corrispondenza Husayn-McMahon” avvenuta nel biennio 1915-1916 [17], l’“Accordo Sykes-Picot” [18] del 16 maggio 1916 e la “Dichiarazione Balfour” del 2 novembre 1917 che prometteva l’istituzione di un “focolare ebraico” (national home) nella Palestina araba e assegnava al movimento sionista la rappresentanza ufficiale nella costruzione di una patria nazionale ebraica.

La Dichiarazione Balfour nelle tre diverse interpretazioni del mondo ebraico europeo

Corrispondenza Husayn-McMahon

 

Accordo Sykes-Picot

 

 

Sulla Dichiarazione Balfour, che tanto peso ha avuto nella legittimazione dello Stato d’Israele, vale la pena di soffermarsi anche per comprendere le peculiarità del nazionalismo sionista. È interessante notare che la suddetta Dichiarazione non prometteva solo una “national home” agli ebrei ma affermava anche che la costituzione di questo focolare ebraico non avrebbe dovuto pregiudicare in nessun modo i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche residenti in Palestina né i diritti e lo statuto politico degli ebrei residenti in altri paesi (“… nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities of Palestine, or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country).

Della Dichiarazione Balfour, in ambito ebraico, vennero date tre principali interpretazioni da eminenti personaggi tutti residenti nello stesso periodo in Inghilterra: quella di Chaim Weizmann, Nahum Sokolow, e Yechiel Tschlenow, esponenti dell’Organizzazione mondiale sionista con sede a Londra (che, nel lungo periodo, sarà la vincente); quella di Asher Ginzberg (più noto con lo pseudonimo di Ahad Ha’am, in ebraico “uno del popolo”), da lui scritta nel giugno 1920; e infine quella di Edwin Montagu, segretario di Stato in India, l’unico membro ebreo del Consiglio dei ministri del governo di Lloyd Georg [19]. La lettura di Weizmann-Sokolow-Tschlenow, contenuta nel “Manifesto sionista” pubblicato il 21 dicembre 1917 e di cui erano i firmatari, prendeva in considerazione solo la primissima parte della Dichiarazione, che prometteva l’istituzione di un “focolare ebraico” in Palestina, e ignorava tutto il resto.

Il testo interpretativo di Ahad Ha’am era intitolato “After the Balfour Declaration”. Ahad Ha’am era considerato il padre del sionismo “culturale” poiché vedeva nel sionismo la possibilità di un rinnovo profondo dell’ebraismo, una preoccupazione che mancava completamente nella visione di Herzl e di quella che faceva riferimento all’Organizzazione mondiale sionista; benché amico e mentore di Weizmann, aveva una lettura molto diversa della Dichiarazione. Secondo lui infatti, il documento riconosceva la rivendicazione di due popoli – quello “arabo” e quello “ebraico” – al diritto di una propria patria in Palestina. Tale riconoscimento si spingeva anche oltre la Dichiarazione Balfour che si riferiva solo “ai diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina” ma non attribuiva alle suddette comunità i diritti politici né le identificava in termini nazionali (il termine “comunità non ebraiche” non indica il nome di un popolo). Nell’interpretazione di Ahad Ha’am, la Palestina era “un territorio comune per due popoli differenti”, quello ebraico e quello arabo. La sua quindi era una visione binazionale che avrebbe anche dovuto aprire una prospettiva a un assetto istituzionale binazionale del territorio palestinese. Questa lettura tuttavia ignorava l’ultima parte della Dichiarazione, in cui si accennava alla tutela dei diritti acquisiti dalle popolazioni ebraiche residenti nei vari stati del mondo.

E così arriviamo alla terza interpretazione, quella che Edwin Montagu espresse in un memorandum scritto addirittura prima della pubblicazione ufficiale del documento di lord Balfour. S’intitolava provocatoriamente “The Anti-Semitism of the Present Government”, dove per “antisemitismo” Montagu intendeva “prosionismo”. La sola idea di un focolare nazionale ebraico – sotto qualsiasi forma – era un’aberrazione per Montagu.

Da una parte, la sua opposizione era concettuale: un focolare nazionale ebraico presupponeva l’esistenza di una nazione ebraica, premessa che Montagu considerava falsa. Nel suo memorandum enunciava alcuni principi, il primo dei quali era: “Io affermo che non esiste una nazione ebraica.” Se non esiste nessuna nazione, allora non può essere creato nemmeno un focolare nazionale.

Dall’altra parte, la sua opposizione era empirica: se il governo britannico avesse sostenuto l’obiettivo sionista di un focolare nazionale ebraico in Palestina, le conseguenze sarebbero state pericolose. È su questo punto che insisteva Montagu: sulla pericolosità di una falsa premessa, e non tanto sulla falsità della premessa di per sé. Da qui aveva avuto origine il titolo del suo memorandum, che spiegava all’inizio: “Il titolo del mio memorandum non vuole avere in nessun modo un senso ostile, né accusare i miei colleghi di avere sentimenti antisemiti… e nemmeno sostenere che il governo sia deliberatamente antisemita; vorrei solo sottolineare che, a mio parere, la linea politica scelta dal governo di sua maestà diventerebbe antisemita nei risultati e terreno fertile per gli antisemiti in ogni paese del mondo”. Il suo timore primario riguardava le possibili discriminazioni che avrebbero potuto subire gli ebrei che avrebbero rischiato di essere considerati di nuovo stranieri (era infatti successo spesso agli ebrei europei in un non troppo lontano passato) in ogni paese che non fosse la Palestina.

Peculiarità del sionismo come movimento nazionalista: antichi retaggi

Queste citazioni mostrano non solo come il mondo ebraico fosse diviso sull’interpretazione della Dichiarazione Balfour, ma anche come la versione vincente, ossia quella di Chaim Weizmann e dell’Organizzazione mondiale sionista, contenesse in sé una delle cause della tragedia ebraica del ‘900 e di quella palestinese odierna. Infatti indicando nell‘esodo in Palestina la soluzione all’esistenza dell’antisemitismo, da un lato provocò l’indebolimento del fronte ebraico davanti al nazifascismo, e dall’altro ripropose una modalità di relazione delle comunità ebraiche con le istituzioni europee ma in un contesto storico-geografico completamente diverso. Le comunità ebraiche europee erano infatti spesso state costrette a ricorrere alla protezione del potente di turno in cambio della quale dovevano eseguire lavori odiosi come la riscossione delle tasse o il prestito a usura.

Ora il nazionalismo sionista si caratterizza e si distingue da quello delle altre popolazioni perché, invece di volersi scrollare di dosso il giogo dei potenti, ne cerca continuamente la protezione [20]. E a eccezione di formazioni di stampo terroristico come l’Irgun che si contrapposero apertamente alla presenza britannica in Palestina solo perché la individuavano come un ulteriore ostacolo che si frapponeva fra loro e la conquista dell’intero territorio palestinese, la politica di ricerca della protezione del potente di turno è proseguita in modo evidente ed eclatante fino a oggi. Solo che a Israele viene chiesto di svolgere lavori ben più sporchi della riscossione delle tasse o dell’usura.

Inoltre, il nazionalismo ebraico attuale si spinge fino a strumentalizzare in modo sfrontato e senza scrupoli la questione dell’antisemitismo manipolandone e stravolgendone la storia delle radici e il significato: sarebbe quindi antisemita chiunque osi contrapporsi anche con validi e legittimi argomenti alle politiche israeliane persino quando violano più palesemente le leggi del diritto internazionale. E l’accelerazione registrata negli ultimi anni del carattere “ebraico” dello Stato sembra rispolverare l’antico motto – cuius regio, eius religio – tanto infausto per le sorti delle popolazioni europee non cristiane [21].

Questa divagazione sul sionismo e le sue ricadute in termini di conseguenze storiche e politiche è stata una tappa obbligatoria anche per capire la natura del nazionalismo arabo fino alle sue tragiche espressioni odierne. Infatti, come si deduce dai brani riportati sopra, con l’arrivo e il rafforzamento dei sionisti il nazionalismo arabo assunse una coloritura intollerante e antisemita che fu fra le cause dell’esodo degli ebrei arabi dai loro paesi d’origine; un esodo che ha avuto e ha ancora forti ripercussioni sulle politiche israeliane e la condizione dei palestinesi. Più in generale, è iniziato allora l’acceleramento del processo che, in varie tappe, ha travolto e stravolto il mondo arabo-islamico fino ai nostri giorni.

 

Esodo di palestinesi nel ’48.

 

Esodo di ebrei dai paesi arabi.

Per eventuali contatti scrivere a levante.progetto@gmail.com

NOTE

[1] Levante. Presentazione di un progetto uscito in “bottega” il 4 giugno 2020. Vedi al link http://www.labottegadelbarbieri.org/levante-presentazione-di-un-progetto/.

[2] S’inaugura così ante litteram la pratica del cuius regio, eius religio che si diffonderà in tutta Europa con la riforma protestante e che adotteranno sia i sovrani di questa confessione sia quelli cattolici: è l’idea che sta alla base dell’impianto stato-nazione, in completa antitesi con la filosofia di Levante.

[3] After Jews and Arabs. Remaking Levantine Culture. University of Minnesota Press, Minneapolis- Londra 1993, Introduction, p. 21. Titolo provvisorio in italiano, “Sulle tracce di ebrei e arabi. Ricostruire la cultura del Levante”, in via di traduzione.

[4] Alcalay, Introduzione, Ibid., p. 8.

[5] Marco Demichelis, Storia dei popoli arabi. Ananke, Torino 2013, p. 127.

[6] Ibid., pp. 128-129.

[7]  In seguito alla dispersione delle leadership (e non del popolo, come afferma la vulgata corrente) i rabbini decretarono che gli ebrei non dovessero “ritornare” in Terra d’Israele se non con l’avvento del
Messia perché “la nostra nazione, quella dei figli d’Israele, è una nazione solo in virtù della sua Torà “dove per Torà s’intendono anche tutte le scritture (compreso il Talmud, che raccoglie i commentari alla Torà dei rabbini fino al V secolo e.v.). La citazione è tratta da Saadia Gaon, The Book of Beliefs and Opinions. Sa’adia ben Yosef Gaon (882/892-942) fu il primo rabbino a fare ampio uso della lingua araba ed è considerato il fondatore della cultura arabo-giudaica. Chiare delimitazioni imposte ai fedeli in merito al dovere di restare in esilio si trovano nel Talmud babilonese, Ketubbot 111, menzionate da Shlomo Sand in L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, Milano 2010, pp. 81-82.

[8]  Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia, di orientamento socialista, fondata il 7 ottobre 1897 a poco più di un mese di distanza dalla fondazione del sionismo, di cui fu acerrimo antagonista.

[9] Bernard Lazare, in Il letame di Giobbe, denuncia l’imborghesimento degli ebrei europei e in particolare francesi, che accusa di essere pronti a schierarsi con l’esercito, a lapidare il povero Dreyfus per il timore di essere accomunati a lui e accusati di tradimento. All’inizio Lazare credette nel sionismo e partecipò al II Congresso sionista, ma poi si scostò dalle idee di Herzl. Herzl voleva che gli ebrei fuggissero dai loro paesi e costituissero una loro patria, che sarebbe stata favorita proprio dagli antisemiti (ci ricorda qualcosa?).

[10] Sand, L’invenzione…, cit., p. 140.

[11] Alcalay, After Jews and Arabs, cap. 1, pp. 44-45.

[12]  Ibid., p. 35.

[13]  Ibid., pp. 46-47

[14] Ibid., p. 39. Eliahu Eliachar – fondatore della World Sephardi Foundation e presidente dell’Israel Council for Peace with the Palestinians – fu un leader di spicco della comunità sefardita in Palestina- Israele che dedicò gran parte della sua vita a incoraggiare, e promuovere, la comprensione fra ebrei e arabi. Uomo d’affari e scrittore, membro delle due prime Knesset e vicesindaco di Gerusalemme, era convinto che la comunità sefardita avrebbe potuto fungere da ponte fra israeliani di origine europea e palestinesi.

[15]  Eliahu Eliachar, Lihyot ‘im Palestinim (Bisogna vivere con i palestinesi). Pubblicato in ebraico dal Consiglio delle comunità sefardite, Gerusalemme 1973, pp. 23-24 (traduzione dall’ebraico in inglese di A. Alcalay).

[16]  Albert Habib Hourani, A History of The Arab People, Cambridge (MA) 1997. Tr. it., A. Hourani, Storia dei Popoli Arabi. Arnoldo Mondadori, Milano 1992.

[17]  Uno scambio di lettere fra il leader hascemita al-Husayn ibn ‘Ali, sceriffo della Mecca e del territorio dell’Hijaz, e Sir Henry McMahon alto commissario britannico al Cairo, in cui si prometteva – quando il Regno unito fosse riuscito a sconfiggere l’Impero ottomano, grazie al concorso di una rivolta araba guidata dallo sceriffo – di assegnare agli arabi la Siria centrale – con le città di Damasco, Hama, Homs e Aleppo –, il nord dell’Iraq e l’Arabia.

[18]  Accordi segreti fra Gran Bretagna e Francia per spartirsi gli ex territori ottomani, che tradivano perciò le aspirazioni arabe alla riunificazione e all’indipendenza.

[19]  Questa parte sulle tre interpretazioni della Dichiarazione Balfour è tratta dal saggio di Brian Klug, Zionism, Binationalism, Anti-Semitism: Three Contemporary Jewish Readings of the Balfour Declaration, in “Journal of Levantine Studies”, vol. 8, n. 1, estate 2018, pp. 85-100.

[20] Vedi Derek Jonathan Penslar, Declarations of (In)Dependence: Tensions within Zionist Statecraft, 1896–1948, inJournal of Levantine Studies, vol. 8, n. 1, estate 2018, pp. 13-34.

[21]  “La Knesset del 18 luglio 2018 ha approvato la legge che, per la prima volta nella storia di Israele, definisce ufficialmente lo stato come ‘la casa nazionale del popolo ebraico’… La legislazione approvata è diventata una delle Basic Laws, leggi fondamentali, che, come una costituzione, guidano il sistema legale di Israele”. Anna Maria Bagaini in Ispi, 28 luglio 2018.

Susanna Sinigaglia
Non mi piace molto parlare in prima persona; dire “io sono”, “io faccio” questo e quello ecc. ma per accontentare gli amici-compagni della Bottega, mi piego.
Quindi , sono nata ad Ancona e amo il mare ma sto a Milano da tutta una vita e non so se abiterei da qualsiasi altra parte. M’impegno su vari fronti (la questione Israele-Palestina con tutte le sue ricadute, ma anche per la difesa dell’ambiente); lavoro da anni a un progetto di scrittura e a uno artistico con successi alterni. È la passione per la ricerca che ha nutrito i miei progetti.

4 commenti

  • Mi complimento, è un analisi molto ricca e ho solo un rilievo: il Sionismo non è solo analizzabile in termini di realpolitik, perché fu anche un movimento ideale che mosse molti ebrei verso la realizzazione di una società utopica in Palestina; a questo riguardo è molto significativo il film di Amos Gitai Berlin-Gerusalem, che illustra i tentativi e i problemi insorti con gli autoctoni arabi nella costruzione di una comunità socialista. L’esperienza tragica che ne risulta fa ben capire come quel tentativo se andava fatto avrebbe dovuto avere la prospettiva dello stato binazionale di Ahad Ha’am o perlomeno quella di Buber che proponeva la costituzione di uno stato ebraico che non nascesse in accordo con l’imperialismo occidentale. In un primo momento lo stato di Israele voleva caratterizzarsi come socialista e non a caso il primo stato che lo riconobbe fu l’Unione Sovietica, ma poi il socialismo israeliano, come dimostra un bel libro di Zev Sternhell, si trasformò in socialismo nazionale o più semplicemente in nazionalismo

  • susanna sinigaglia

    grazie andrea, ma temo che le cose siano più complicate di così. ho dato di nuovo una scorsa a “Lo stato ebraico” di herzl e, accidenti, non ho trovato un solo riferimento alle popolazioni autoctone di palestina. herzl auspica che sua maestà il sultano conceda agli ebrei la palestina in cambio della “risistemazione” delle finanze della turchia. inoltre “in favore dell’europa costruiremmo là una parte del vallo per difenderci dall’asia, costituendo così un avamposto della cultura contro la barbarie”. ora questo filone di pensiero, prettamente coloniale, ha caratterizzato la parte vincente di leadership sionista da weizmann a ben gurion fino a golda meir ecc. c’è stato certo il tentativo dei kibbutz che all’inizio sembrava vincente e tuttavia i kibbutz sono sorti sulle terre sottratte ai palestinesi. come poteva reggersi un socialismo che si fondava su una sottrazione di terre e un genocidio? purtroppo temo che malgrado ci fossero persone illuminate che sognavano di realizzare un paese giusto ecc., le basi ideologiche del sionismo siano quelle che poi si sono affermate nel corso degli anni.

  • Renata sarfati

    Trovo molto interessante il progetto di ripercorrere tutta la storia del sionismo perchè effettivamente se ne sa ben poco. Condivido in gran parte la tua/vostra analisi, tuttavia vi trovo alcuni punti deboli.

    1)”Il disprezzo del sionismo verso gli arabi da parte degli ebrei levantini.” Questo è certamente vero per il periodo dopo la costituzione dello stato d’Israele, ma prima la gran parte degli ebrei viveva come e tra gli arabi ed erano piuttosto una minoranza assoggettata e oggetto spesso di disprezzo, anche se con episodi di stima di riconoscimento e di questo andrebbe tenuto conto se si considera il grande esodo degli ebrei dai paesi arabi. E’ comunque in corso un dibattito storico sulla condizione degli ebrei nei territori arabi.

    2) È vero che Herzl ne “Lo stato ebraico” non considera nè vede i palestinesi, ma Lui era un uomo totalmente assimilato, che non sapeva nulla di ebraismo, e sull’onda dell’indignazione dell’affare Dreyfus ha pensato con ingenuità e di “risolvere il problema dell’antisemitismo” con un’utopia . Certamente un’ingenuità colpevole ..

    3) “L’esodo in Palestina provocò l’indebolimento del fronte ebraico di fronte al nazifascismo.” questo non penso si possa affermare. Sarebbe troppo lungo argomentarlo qui. ne riparleremo.

  • Renata sarfati

    Segnalo un errore involontario nella citazione del testo di Susanna nel punto 1) che trascrivo qui correttamente: “L’ideologia del movimento sionista con il suo eurocentrismo e il profondo disprezzo verso gli arabi”.
    Grazie, mi scuso ancora.
    Renata Sarfati

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