L’industria bellica, non Putin, è il nostro nemico…

… più pericoloso – dice Chris Hedges.

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Cosa è la Nato? – Francesco Masala

La Nato è la sintesi e il punto d’arrivo di secoli di storia.

A partire dal XV secolo la (in)civiltà europea ha deciso che tutto il mondo doveva assaggiare la civiltà europea, godere della civiltà europea, era necessario esportare la civiltà europea (e poi la democrazia, il mercato, il capitalismo) dicevano, la realtà è composta da genocidi, guerre, furti di risorse, di terre, di vite, di futuro.

Fateci caso, del club della Nato fanno parte paesi colonialisti, imperialisti, i serial killer della Storia.

Noi vediamo solo lacché, maggiordomi, malati di demenza o Alzheimer, chissà, persone basse che si mettono i tacchi, nelle foto ufficiali dei criminali di guerra, che continuano a fornire armi, per far morire i poveri ucraini, criminali di guerra che distribuiscono morte (degli altri) nel mondo.

 

 

Chi decide davvero, come ne Il Padrino (di Francis Ford Coppola), sta in altre stanze.

Sembrava che dopo la caduta del Muro di Berlino la Nato, come il Patto di Varsavia, sarebbe scomparsa, ma loro sono furbi, hanno visto il Padrino, sono loro che pagano la produzione di tutti i film.

Dal 1989 in quelle stanze hanno deciso che il mondo sarebbe stato globalizzato e neoliberista.

Salvo accorgersi, qualche anno fa, dopo 40 anni, che quel paese di schiavi per le imprese occidentali, la Cina, era diventato una potenza immensa, allora, dicono in quelle stanze segrete, la globalizzazione non va più bene.

Avete presente quando da bambini il proprietario del pallone, se stava perdendo, se ne andava, quell’incapace, portandosi via il pallone? La deglobalizzazione è una cosa del genere.

Quei cinesi, che sotto schiavitù, costruivano le ferrovie degli Usa, nell’Ottocento, e adesso costruiscono i telefoni cellulari per Apple, sono proprio inaffidabili (…Del resto, mia cara, di che si stupisce? anche l’operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente che può venir fuori: non c’è più morale, contessa…)

 

 

L’ideologia e la prassi della Nato, l’essenza della Nato, che è riepilogo del colonialismo, dell’imperialismo, del capitalismo neoliberista, si può sintetizzare in un solo concetto, sdoganato qualche anno fa da quella fine statista e ideologa che Victoria Devil Nuland. La mission della Nato ruota intorno a una parola: FOTTERE.

Finora gli europei, gli Usa (cioè la Nato) hanno fottuto tutto il mondo, ma alcune volte è andata male, Vietnam e Afghanistan ce lo ricordano, hanno vinto solo i criminali produttori di armi, anche quando funzionano male.

 

 

Dopo una preparazione di decenni la Nato ha deciso che era il momento di fottere la Russia, smembrarla, rubare tutto il possibile, dal petrolio (come fanno i ladri Usa da anni in Iraq e in Siria), al gas, alle terre rare, fra l’altro.

Sembra che nel fotti fotti generale l’Europa venga fottuta, ma fanno gli indifferenti.

E poi toccherà alla Cina, per difendere i sacri confini dell’Europa,

 

non sono bravi i criminali di guerra di basso livello con la geografia.

 

 

Ma le cose non sono andate come speravano, impossibile fottere la Russia.

Mi torna in mente un film, Gli ultimi 10 giorni di Hitler, del 1973, di Ennio De Concini, Hitler è nel bunker, i russi sono a pochi chilometri, lui si illude di vincere.

I russi sono a pochi chilometri dal bunker di Hitler, che manda a morire, per difendere i ponti di Berlino, migliaia di ragazzini, chi sopravviverà avrà una foto firmata da Adolf, sembra la controffensiva ordinata dell’attore Zelenky.

Sostituite Hitler con Zelensky, con Stoltenberg, con la Nato tutta, che continuano a ripetere Vincere e vinceremo, bugie senza realtà, cosa ci vuole per far capire ai criminali di guerra della Nato che hanno perso? Forse le bombe a grappolo nel cortile di casa loro, raccolte e calpestate da figli e nipoti?

 

Intanto si è capito il motivo dell’entrata di Svezia e Finlandia nella Nato. Una gola profonda ha rivelato che i norvegesi non volevano più confinare con la Russia, meglio altri due stati cuscinetto, in cambio la Nato, insieme all’UE e a Zelensky (eroico e coraggioso) saranno insigniti del premio Nobel per la Pace (che è attribuito a Oslo, non a Stoccolma), per aver dimostrato scientificamente che quando si mandano i soldati a morire quelli muoiono davvero (per evitare ogni dubbio o speculazione il sacrificio umano è così alto che nessuno mai potrà dimostrare il contrario).

Quando il Tempo deciderà, si scoprirà che, come nei bombardamenti Nato in Serbia, il bisogno di Clianton di distrarre l’attenzione dalle macchie di sperma sul vestito di Monica Lewinsky, così, nell’ostinazione nel mandare al massacro i soldati ucraini, avrà la sua importanza il fatto che si sposta in avanti il discorso sulla corruzione della famiglia Biden, l’inferno li accolga, come si divertiranno con Victoria Devil Nuland.

 

 

 

Sul vertice NATO di Vilnius – Alberto Bradanini

Il vertice Nato di Vilnius (11-12 luglio 2023) ha prodotto esiti insieme patetici e pericolosi.

Patetici perché ancora una volta incorniciati nella falsa retorica secondo cui la Nato-Usa sarebbe uno strumento di tutela della pace e della stabilità nel mondo (alcuni passaggi del Comunicato finale appaiono surreali, questo ad esempio: “Nato… to safeguard peace, freedom and prosperity”; “the fundamental purpose of NATO’s nucleare capability is to preserve peace, prevent coercion and deter aggression” e via dicendo). Un esito che avrebbe dovuto generare pudore in chi lo ha preparato (il delegato Usa) e sollevare lo sconcerto in chi lo ha sottoscritto (gli alleati-vassalli).
Salta agli occhi invero che il significato storico di tale organizzazione bellica è quello di sostenere la patologia imperiale americana, perpetuandone se possibile il dominio unipolare sul pianeta e ora, cogliendo al volo la tragedia ucraina, spremere più che in passato ricchezze e benessere da un’Europa incapace di emettere anche solo un vagito di dissenso.
Rimane dunque ancora veritiero quanto affermato negli anni ‘50 dal suo primo Segretario Generale (Lord Hastings Lionel Ismay): lo scopo precipuo della Nato è quello di “keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down” (oggi bisogna sostituire l’Unione Sovietica con la Russia e la Germania con l’Europa).
I risultati del Vertice in questione sono poi pericolosi perché con un lessico verboso e illeggibile (ben 11.256 parole infarcite di ideologia, pregiudizi e menzogne) il Comunicato Finale stila un elenco di nazioni nemiche, che, pur lontane dal teatro atlantico, metterebbero a repentaglio, insieme a Russia e Bielorussia, non solo le prospettive di una pace stabile, ma persino la tenuta democratica dei singoli Paesi del Regno del Bene: parliamo di Cina, Corea del Nord e Iran, guarda caso tutte indisponibili a piegarsi al dominio unipolare della sola nazione indispensabile al mondo (nella patologia espressiva di W. Clinton, 1999).
All’interno di questa narrazione non c’è spazio per ricordare le 800 basi militari statunitensi sparse ovunque, con lo scopo di imporre la cupidigia dell’impero e di spremere i popoli politicamente deboli, ma ricchi di risorse.
Se poi – come dichiarato il 12 luglio scorso dal ministro degli esteri russo Lavrov – la fornitura di caccia F-16 all’Ucraina venisse “considerata da Mosca una minaccia nucleare ai sensi della dottrina strategica russa, poiché questi velivoli sono idonei al trasporto di ordigni atomici”, con tutte le conseguenze del caso, allora è lecito chiedersi quanto i signori della guerra in Occidente siano in grado di comprendere la gravità e i rischi della situazione attuale, quanto il mondo si trovi sull’orlo dell’abisso. Verrebbe da chiedersi: vi è ancora qualcuno tra costoro che abbia un po’ di coscienza?
Se davvero la pace fosse stata al centro delle discussioni di Vilnius, avremmo ora una proposta di compromesso su cui lavorare, non una postura che coincide col mero ritiro russo dai territori ucraini, vale a dire un’inaccettabile sconfitta della Russia, che è poi la parte che sta prevalendo sul campo. Alcuni direbbero che un esito siffatto non sarebbe conforme a giustizia. Gli storici giudicheranno. La storia, maestra di vita, oltre che la logica, ci dice invece che le guerre finiscono con un compromesso, altrimenti continuano fino alla sconfitta di uno dei due. E, come rilevano un’infinità di analisti, per la Russia, che è una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleare, la sconfitta non può essere contemplata. La Nato, però, vuole che la guerra continui, con il sangue ucraino certo, a ulteriore dimostrazione di irresponsabilità politica e cinismo umano degli auto-proclamatisi padroni del mondo.
Nel medesimo Comunicato Finale si afferma che la Russia avrebbe iniziato l’avventura ucraina senza essere stata provocata (unprovoked). Forse alcune delle 12.000 parole del documento avrebbero potuto ricordare le riflessioni di G. Kennan (anni ’50) e di tanti politici e intellettuali (tra cui H. Kissinger, J. Baker, N. Chomsky, J. Suchs, J. Mearsheimer, H. Schlanger, l’attuale Kennedy, S. Romano, Mc Governo, J. Baud, S. Ritter, fino al direttore della Cia, W. Burns, quando era ambasciatore a Mosca, e via dicendo), i quali avevano previsto una reazione di Mosca qualora la Nato si fosse avvicinata troppo all’Ucraina. Basterebbe anche pensare alle parole di A. Merkel, la quale fin dal 2008 ammoniva sul rischio che l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica “avrebbe scatenato una guerra con Mosca”. Nello stesso periodo, insieme a Sarkozy e all’ex presidente ucraino Poroshenko, rivelava come gli accordi di Minsk (che se fossero stati rispettati avrebbero evitato la guerra e mantenuto il Donbass sotto sovranità ucraina) avessero nei fatti il solo scopo di guadagnare tempo per consentire a Kiev di armarsi contro la Russia.
A Vilnius, nel frattempo, il presidente ucraino Zelensky – in rigorosa e seduttiva maglietta da trincea – viene promosso guerriero-statista dal cinismo euro-atlantico insensibile alla sofferenza di un popolo divenuto strumento della strategia di dissanguamento e distruzione della Federazione Russa, in attesa di procedere al medesimo trattamento con la Cina.
Quanto a quest’ultima, i governi europei (la UE, basta leggere i documenti d’intesa sottoscritti, è ormai incistata nella dottrina e nelle strategie atlantiche) potrebbero chiedersi cosa hanno a che fare Cina e Corea del Nord con le sorti della Nato (North Atlantic Treaty Organization), mentre le loro tanto sbandierate democrazie (sempre più ridotte a un gioco vuoto di formule e sempre più al servizio di ricchi e potenti signori) vengono tenute all’oscuro della nuova dimensione strategica di un’Organizzazione nata nel quadrante atlantico e che, sotto la pressione del mai tramontato complesso militare-industriale, estende ora il suo campo d’azione al mondo intero, senza nemmeno consultare Parlamenti e elettori dei Paesi membri.
Insomma, nubi pericolose si addensano all’orizzonte se i popoli del pianeta – che diversamente dai loro governi vogliono tutti la pace – non faranno sentire alta e sonora la loro voce di saggezza e pacificazione.

da qui

 

 

Hanno mentito sull’Afghanistan. Hanno mentito sull’Iraq. E stanno mentendo sull’Ucraina – Chris Hedges

  • Il manuale che gli sfruttatori della guerra usano per attirarci in un fiasco militare dopo l’altro, che include Vietnam, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e ora Ucraina, non cambia. La libertà e la democrazia sono minacciate. Il male deve essere sconfitto. I diritti umani devono essere protetti. È in gioco il destino dell’Europa e della NATO, nonché di un “ordine internazionale basato sulle regole”. La vittoria è assicurata.

Anche i risultati sono gli stessi. Le giustificazioni e le narrazioni vengono smascherate come bugie. Le previsioni ottimistiche sono false. Coloro per conto dei quali si suppone che stiamo combattendo sono tanto venali quanto quelli contro cui stiamo combattendo.

L’invasione russa dell’Ucraina è stata un crimine di guerra, anche se provocato dall’espansione della NATO e dal sostegno degli Stati Uniti al colpo di Stato “Maidan” del 2014, che ha spodestato il presidente ucraino democraticamente eletto Viktor Yanukovych.

Yanukovych voleva l’integrazione economica con l’Unione Europea, ma non a spese dei legami economici e politici con la Russia. La guerra si risolverà solo attraverso negoziati che consentano all’etnia russa in Ucraina di avere autonomia e la protezione di Mosca, nonché la neutralità ucraina, il che significa che il Paese non può entrare nella NATO. Più questi negoziati verranno ritardati, più gli ucraini soffriranno e moriranno. Le loro città e infrastrutture continueranno a essere ridotte in macerie.

Ma questa guerra per procura in Ucraina è progettata per servire gli interessi degli Stati Uniti. Arricchisce i produttori di armi, indebolisce l’esercito russo e isola la Russia dall’Europa. Ciò che accade all’Ucraina è irrilevante.

“In primo luogo, equipaggiare i nostri amici in prima linea per difendersi è un modo molto più economico – sia in termini di dollari che di vite statunitensi – per ridurre la capacità della Russia di minacciare gli Stati Uniti”, ha ammesso il leader repubblicano del Senato Mitch McConnell.

“In secondo luogo, l’efficace difesa del territorio ucraino ci insegna come migliorare le difese dei partner minacciati dalla Cina. Non sorprende che alti funzionari di Taiwan siano così favorevoli agli sforzi per aiutare l’Ucraina a sconfiggere la Russia. In terzo luogo, la maggior parte del denaro stanziato per l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina non va in realtà all’Ucraina. Viene investito nella produzione della difesa statunitense. Finanzia nuove armi e munizioni per le forze armate statunitensi per sostituire il materiale più vecchio che abbiamo fornito all’Ucraina. Voglio essere chiaro: questa assistenza significa più posti di lavoro per i lavoratori USA e nuove armi per i militari degli Stati Uniti”.

Una volta che la verità su queste guerre infinite si insinua nella coscienza pubblica, i media, che promuovono servilmente questi conflitti, riducono drasticamente la copertura. Le disfatte militari, come in Iraq e in Afghanistan, continuano a passare inosservate. Quando gli Stati Uniti si arrendono alla sconfitta, i più ricordano a malapena che queste guerre sono state combattute.

I protettori della guerra che orchestrano questi fiaschi militari migrano da un’amministrazione all’altra. Tra un incarico e l’altro si rifugiano in think tank – Project for the New American Century, American Enterprise Institute, Foreign Policy Initiative, Institute for the Study of War, Atlantic Council e Brookings Institution – finanziati dalle multinazionali e dall’industria bellica. Una volta che la guerra in Ucraina giungerà alla sua inevitabile conclusione, questi dottor Stranamore cercheranno di scatenare una guerra con la Cina. La Marina e le forze armate statunitensi stanno già minacciando e accerchiando la Cina. Che Dio ci aiuti se non li fermiamo.

Questi papponi della guerra ci ingannano in un conflitto dopo l’altro con narrazioni lusinghiere che ci dipingono come i salvatori del mondo. Non hanno nemmeno bisogno di essere innovativi. La retorica è tratta dal vecchio manuale. Noi ingoiamo ingenuamente l’esca e abbracciamo la bandiera – questa volta blu e gialla – per diventare agenti inconsapevoli della nostra auto-immolazione.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, il governo ha speso tra il 45 e il 90% del bilancio federale per le operazioni militari passate, presenti e future. Si tratta della più grande attività sostenuta dal governo degli Stati Uniti. Non ha più importanza – almeno per i protettori della guerra – se queste guerre siano razionali o prudenti. L’industria bellica si diffonde nelle viscere dell’impero USA per scavarlo dall’interno. Gli Stati Uniti sono vituperati all’estero, affogano nel debito, hanno una classe operaia impoverita e sono gravati da infrastrutture decadenti e da servizi sociali scadenti.

Le forze armate russe – a causa del morale basso, della cattiva condotta generale, delle armi obsolete, delle diserzioni, della mancanza di munizioni che presumibilmente costringeva i soldati a combattere con le pale e della grave carenza di rifornimenti – non avrebbero dovuto crollare mesi fa? Putin non doveva essere cacciato dal potere? Le sanzioni non avrebbero dovuto far precipitare il rublo in una spirale di morte? La separazione del sistema bancario russo da SWIFT, il sistema internazionale di trasferimento di denaro, non avrebbe dovuto paralizzare l’economia russa? Come mai i tassi di inflazione in Europa e negli Stati Uniti sono più alti che in Russia nonostante questi attacchi all’economia russa?

I quasi 150 miliardi di dollari in sofisticato materiale militare, assistenza finanziaria e umanitaria promessi da Stati Uniti, Unione Europea e altri 11 Paesi non avrebbero dovuto ribaltare le sorti della guerra? Come mai forse un terzo dei carri armati forniti da Germania e Stati Uniti sono stati rapidamente trasformati da mine, artiglieria, armi anticarro, attacchi aerei e missili russi in pezzi di metallo carbonizzati all’inizio della decantata controffensiva? Quest’ultima controffensiva ucraina, originariamente nota come “offensiva di primavera”, non avrebbe dovuto sfondare le linee del fronte pesantemente fortificate della Russia e riconquistare enormi porzioni di territorio? Come possiamo spiegare le decine di migliaia di vittime militari ucraine e la coscrizione forzata da parte dell’esercito ucraino? Persino i nostri generali in congedo e gli ex funzionari di CIA, FBI, NSA e Sicurezza Nazionale, che fanno da analisti in reti come CNN e MSNBC, non possono dire che l’offensiva sia di successo.

E che ne è di quella democrazia ucraina che proteggiamo combattendo? Perché il Parlamento ucraino ha revocato l’uso ufficiale delle lingue minoritarie, compreso il russo, tre giorni dopo il colpo di Stato del 2014? Come razionalizzare gli otto anni di guerra contro l’etnia russa nella regione del Donbass prima dell’invasione russa del febbraio 2022? Come spieghiamo l’uccisione di oltre 14.200 persone e il milione e mezzo di sfollati prima dell’invasione russa dello scorso anno?

Come difendere la decisione del Presidente Volodymyr Zelensky di mettere al bando undici partiti di opposizione, tra cui Piattaforma dell’Opposizione per la Vita, che aveva il 10% dei seggi nel Consiglio Supremo, il parlamento unicamerale ucraino, insieme a Partito Shariy, Nashi, Blocco dell’Opposizione, Opposizione di Sinistra, Unione delle Forze di Sinistra, Stato, Partito Socialista Progressista dell’Ucraina, Partito Socialista dell’Ucraina, Partito Socialista e Blocco Volodymyr Saldo? Come possiamo accettare la messa al bando di questi partiti di opposizione – molti dei quali sono di sinistra – mentre Zelensky permette ai fascisti dei partiti Svoboda e Settore Destro, così come al Battaglione ‘banderista’ Azov e ad altre milizie estremiste, di prosperare?

Come la mettiamo con le purghe anti-russe e gli arresti di presunte “quinte colonne” che si stanno diffondendo in Ucraina, dato che il 30% degli abitanti del Paese è di lingua russa? Come reagire ai gruppi neonazisti sostenuti dal governo di Zelensky che molestano e attaccano la comunità LGBT, la popolazione Rom, le proteste antifasciste e minacciano i consiglieri comunali, i media, gli artisti e gli studenti stranieri? Come possiamo tollerare la decisione degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali di bloccare i negoziati con la Russia per porre fine alla guerra, nonostante Kiev e Mosca erano apparentemente sul punto di negoziare un trattato di pace?

Nel 1989, durante la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ho fatto un reportage dall’Europa orientale e centrale.  La NATO, secondo noi, era diventata obsoleta. Il presidente Mikhail Gorbaciov propose accordi economici e di sicurezza con Washington e l’Europa. Il Segretario di Stato James Baker dell’amministrazione di Ronald Reagan, insieme al Ministro degli Esteri della Germania Ovest Hans-Dietrich Genscher, assicurò a Gorbaciov che la NATO non sarebbe stata estesa oltre i confini di una Germania unificata. Pensavamo ingenuamente che la fine della Guerra Fredda significasse che la Russia, l’Europa e gli Stati Uniti non avrebbero più dovuto destinare ingenti risorse ai loro eserciti.

Il cosiddetto “dividendo della pace”, tuttavia, era una chimera.

Se la Russia non volesse essere il nemico, sarebbe costretta a diventarlo. Gli sfruttatori della guerra hanno reclutato le ex repubbliche sovietiche nella NATO dipingendo la Russia come una minaccia. I Paesi che hanno aderito alla NATO, che ora comprendono Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord, hanno riconfigurato le loro forze armate, spesso grazie a decine di milioni di prestiti occidentali, per renderle compatibili con l’hardware militare della NATO. I produttori di armi hanno così realizzato profitti miliardari.

In Europa orientale e centrale, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, era universalmente chiaro che l’espansione della NATO non era necessaria e rappresentava una pericolosa provocazione. Non aveva alcun senso geopolitico. Ma aveva un senso commerciale. La guerra è un affare.

In un cablogramma diplomatico classificato – ottenuto e reso pubblico da WikiLeaks – datato 1° febbraio 2008, scritto da Mosca e indirizzato ai Capi di Stato Maggiore, alla Cooperativa NATO-Unione Europea, al Consiglio di Sicurezza Nazionale, al Collettivo Politico Russia-Mosca, al Segretario alla Difesa e al Segretario di Stato, c’era un’intesa inequivocabile sul fatto che l’espansione della NATO rischiava un conflitto con la Russia, in particolare sull’Ucraina.

“La Russia non solo percepisce l’accerchiamento [da parte della NATO] e gli sforzi per minare l’influenza della Russia nella regione, ma teme anche conseguenze imprevedibili e incontrollate che potrebbero compromettere seriamente gli interessi della sicurezza russa”, si legge nel cablogramma. “Gli esperti ci dicono che la Russia è particolarmente preoccupata che le forti divisioni in Ucraina sull’adesione alla NATO, con gran parte della comunità etnica russa contraria all’adesione, possano portare a una grande spaccatura, con violenze o, nel peggiore dei casi, alla guerra civile. In questa eventualità, la Russia dovrebbe decidere se intervenire o meno; una decisione che non vuole affrontare. . . .”.

“Dmitri Trenin, vicedirettore del Carnegie Moscow Center, ha espresso la preoccupazione che l’Ucraina sia, a lungo termine, il fattore potenzialmente più destabilizzante nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia, dato il livello di emozioni e nevralgie scatenate dalla sua ricerca di adesione alla NATO…”, si legge nel cablogramma.  Poiché l’adesione è rimasta divisiva nella politica interna ucraina, ha creato un’apertura per l’intervento russo”. Trenin ha espresso il timore che elementi dell’establishment russo fossero incoraggiati a intromettersi, stimolando gli Stati Uniti a incoraggiare apertamente forze politiche opposte e lasciando gli Stati Uniti e la Russia in una classica posizione di confronto”.

L’invasione russa dell’Ucraina non sarebbe avvenuta se l’alleanza occidentale avesse rispettato la promessa di non espandere la NATO oltre i confini della Germania e se l’Ucraina fosse rimasta neutrale. I protettori della guerra conoscevano le potenziali conseguenze dell’espansione della NATO. La guerra, tuttavia, è la loro unica vocazione, anche se porta a un olocausto nucleare con la Russia o la Cina.

L’industria bellica, non Putin, è il nostro nemico più pericoloso.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui

 

 

chi ha già vinto la guerra in Ucraina secondo Biden? – bortocal

Biden chiama Zelens’kyj Zelensky, come se fosse un americano, e in fondo non ha tutti i torti; la stampa italiana lo segue; in Germania trascrivono il suo nome come Selenskyj.

dopo di che Biden dice che l’ucraino ha già vinto la guerra.

dev’essere per questo che ha deciso di fornirgli adesso anche le bombe a grappolo, vietate nella maggior parte del mondo, ma non dagli USA, dalla Russia né dall’Ucraina, quindi che se le godano fra loro; ma devasteranno per decenni il territorio dove saranno usate, provocando morti innocenti per la parte che rimarrà non esplosa: cosa di cui al governo ucraino, evidentemente, non importa nulla.

e anche gli F16, capaci di trasportare bombe atomiche, saranno consegnati dagli americani a questa Ucraina che ha già vinto la guerra, secondo Biden: cosa che invece avvicina sempre di più la possibilità di una guerra nucleare, dato che evidentemente lo scenario viene giudicato plausibile.

. . .

in realtà, a un mese dal suo inizio, la controffensiva ucraina continua a non avere grandi risultati.

il quadro realistico lo traccia, ad esempio, lo Spiegel online, periodico tedesco democratico e quindi duramente anti-russo:

Attaccare è più complesso che difendere: ecco perché l’offensiva di Kiev vacilla. La lotta è dura, l’esercito ucraino guadagna poco terreno dopo più di un mese di controffensiva. Uno sguardo ai punti di forza russi e alle debolezze ucraine nella tecnologia delle armi mostra esattamente perché è così.

invece la FAZ, il quotidiano di Frankfurt, legato alla élite economica e finanziaria tedesca:

Zelenskyj smorza le aspettative sull’offensiva in corso. Si dovrebbe essere grati anche per le piccole vittorie al fronte, dice – e quindi abbassa le speranze di un rapido sfondamento delle truppe ucraine. Nel frattempo, prosegue nel paese lo scontro religioso.

quanto a questo: L’abate del monastero rupestre di Kiev, famoso in tutto il mondo, che in precedenza era agli arresti domiciliari, è stato ora preso in custodia da un tribunale della capitale ucraina. Il metropolita della Chiesa ortodossa ucraina è accusato di aver giustificato la guerra di aggressione della Russia e l’incitamento all’odio nazionale.

sarebbe miracoloso se fosse capace di fare altrettanto la nostra stampa di regime, così fanaticamente favorevole all’Ucraina, forse perché sta di fatto conducendo da otto anni una lotta neo-coloniale per sottomettere la minoranza russa, come se si trattasse di palestinesi sotto occupazione israeliana.

. . .

ma allora come è possibile che Biden parli di vittoria già ottenuta?

(rischi di rimbambimento, a parte: rischi per noi, intendo).

chi si meraviglia non ha notato il significato di un dettaglio: Biden ha detto che ha già vinto la guerra Vladimir Zelensky, usando il nome di battesimo di Putin.

Zelens’kyj si chiama Volodymyr, in ucraino, e non Vladimir, in russo, anche se poi viene di fatto da una famiglia ebrea russofona.

in ogni caso, dicendo che la guerra l’ha già vinta questo fantomatico e inesistente Vladimir Zelensky, Biden si è assicurato di avere ragione comunque, anche se la guerra alla fine dovesse vincerla Putin.

infatti potrà sempre dire di averlo già detto, se si guarda al nome di battesimo.

. . .

in realtà questa guerra la sta perdendo l’umanità tutta intera.

perfino Kissinger, il centenario, dice che l’unico modo di deciderla è di fare un referendum nelle zone contese, facendo scegliere a chi ci abita.

ma non credo che il referendum andrebbe bene, dal punto di vista dell’Ucraina.

la Cina invece sembra pensare, col suo piano di pace, ad una soluzione diversa, che non metta in discussione le frontiere.

(teme che la scelta democratica potrebbe rivelarsi un precedente pericoloso per lei, se anche i tibetani o gli abitanti dello XInjiang, o addirittura quelli di Taiwan potessero decidere il loro destino).

io che sono cresciuto per buona parte dei miei primi anni in Sued Tirol, detto Alto Adige dopo la forzata annessione all’Italia alla fine della prima guerra mondiale, potrei pensare che la soluzione migliore sia quel modello:

larghissima autonomia, riconoscimento della lingua locale, legislazione particolare con rispetto delle tradizioni locali, sistema scolastico misto, con una garanzia internazionale, data dall’ancoramento ad un trattato tra i due stati.

. . .

ma che stupido sono: quella soluzione c’era già, era stata siglata negli accordi di Minsk,

i paesi che garantivano internazionalmente quell’accordo sono Germania e Francia,

ed è proprio contro questo accordo che l’Ucraina ha lavorato con i 14mila morti di otto anni di guerra civile, fino a spingere la Russia alla scelta demenziale di entrare in guerra.

ed ora nella guerra il governo ucraino sguazza, immerso in un bagno di soldi, che finiscono in mille rivoli di corruzione; ieri ad esempio si è lamentato di avere ricevuto soltanto 3,5 miliardi di euro per la ricostruzione, invece dei 12,5 che aveva richiesto.

questi vogliono farci credere che ricostruiscono, mentre la guerra continua: finiscano la guerra, prima, e poi si parlerà di ricostruzione.

ma il bello è che trovano anche chi glieli dà, e siamo noi.

in questo modo è chiaro che si augurano che la guerra non finisca più, perché questo fiume di finanziamenti continui ad arricchire un gruppo dirigente politico che ha tradito gli interessi veri del suo popolo.

da qui

 

Ucraina: resistenza? No, “regime change”. Il totem Zelensky si sbriciola in tv – Barbara Spinelli

Per il momento non è dato sapere quale sarà la strategia statunitense, dopo la breve ma traumatica insurrezione di Prigožin. Se prevarrà un atteggiamento più guardingo, mosso dal timore che il crollo del potere centrale a Mosca generi un caos ingovernabile, mettendo a repentaglio il controllo di oltre 6000 testate nucleari russe (oggi dispiegate anche in Bielorussia, in risposta all’insistente domanda polacca di ospitare atomiche Nato sul modello italiano della “condivisione nucleare”).

Oppure se prevarrà la bellicosa soddisfazione che regna nel governo ucraino, convinto che sia proprio questo il momento ideale per non solo battere, ma abbattere Putin.

È il “dilemma israeliano” in cui Biden è intrappolato. In effetti il rapporto Usa-Ucraina somiglia sempre più alla dipendenza reciproca che lega Stati Uniti e Stato d’Israele, e che ha permesso a quest’ultimo di sviluppare un regime di supremazia etnica che soggioga i palestinesi, equivalente all’apartheid.

Kiev vuole a ogni costo una guerra di regime change, e per questo chiede a Washington missili a lungo raggio (tra cui gli Atacms, atti a colpire terre russe, oltre ai caccia F-16). Nell’amministrazione Usa c’è chi comincia a temere, dopo le gesta di Prigožin, gli effetti catastrofici di un bellicoso cambio di regime applicato, per la prima volta, a un’imponente potenza atomica.

Tanto più impressionante, in questo quadro, la puntata di Otto e Mezzo che il 29 giugno ha affrontato proprio questi temi. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: una vera intervista finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Vespa.

Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo; l’ultimo restato anacronisticamente in piedi, secondo il ministro, “dopo il crollo degli imperi austro-ungarico e ottomano”…

continua qui

 

 

Un anatema per il femminismo – Clare Daly

La guerra e il militarismo sono un anatema per il femminismo. Sono opposti, non possono essere riconciliati. Chiunque cerchi di riconciliarli, chiunque cerchi di abusare del linguaggio dell’uguaglianza di genere per giustificare la guerra e la violenza – quelle persone non stanno portando avanti la causa del femminismo, che è la causa dell’uguaglianza, della resistenza a tutte le forme di violenza, sfruttamento e discriminazione, la causa della cura per l’altro e per il pianeta che ci sostiene. Chiunque sostenga un “militarismo femminista” sta abusando del femminismo, sta sfruttando spietatamente gli anni di lavoro e impegno femminista, i decenni di attivismo femminista che hanno conquistato in qualche misura i diritti delle donne; stanno cinicamente spremendo il sudore, il sangue e le lacrime delle centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo che ne hanno fatto il lavoro della loro vita per sostenere un mondo migliore, più giusto e più sostenibile basato sui principi femministi; e stanno sfruttando la buona volontà generata da tutto ciò per i loro fini egoistici e avidi.

Dobbiamo dichiararlo ad alta voce. Dobbiamo essere chiarissime nella nostra posizione secondo cui il militarismo girl-washing è un atto di cinismo che toglie il respiro e che non sopporteremo. A quelle donne, quale che sia il loro numero, donne in ‘completo pantaloni beige alimentati al plutonio’, come disse una volta il mio grande amico, il defunto poeta Kevin Higgins – che si lasciano usare come lobbiste per la violenza – non si può permettere che si accenni o si sottintenda che esse parlano a nome di qualcosa di diverso dal complesso militare-industriale che le ha comprate e pagate, metaforicamente o in altro modo.

Uguaglianza, giustizia e pace sono i principi che stanno alla base della lotta delle donne per la libertà, come afferma in modo così eloquente la Dichiarazione. Non c’è spazio al suo interno per il militarismo – non c’è spazio al suo interno per l’uso della forza e della violenza per raggiungere i propri obiettivi, qualunque essi siano. Ai guerrafondai della NATO e degli stati nazione potrebbe piacere parlare di “attuazione dei principi femministi”, ma dobbiamo essere assolutamente incisive e ferme sul fatto che si tratta di un’assoluta e totale assurdità. Femminismo e militarismo non si mescolano, non esiste militarismo femminista. Puoi incollare un paio di pinne a un cane e chiamarlo pesce, ma è pur sempre un cane, anche se ha un aspetto piuttosto stupido. Allo stesso modo puoi incollare affermazioni sulla parità di genere e sul progressismo di genere alle strutture militariste, ma alla fine restano comunque istituzioni e strutture la cui intera esistenza è antitetica ai principi femministi. Ciò non impedisce a quelle istituzioni e strutture di provarci, però ovunque guardiamo possiamo vederle mentre cercano di incollare le pinne a un cane e di convincerci tutti a chiamarlo Splashy.

Ormai da anni, la NATO si è impegnata in una strategia di comunicazione altamente strategica e attenta per cercare di posizionarsi come difensore cosmopolita della giustizia di genere e dei diritti umani. L’obiettivo, ovviamente, è quello di legittimare le sue azioni e la sua esistenza, e di aprire un nuovo mercato di sostegno al suo progetto. Riconoscendo di avere un problema di immagine, dal momento che era giustamente percepita come l’esecutore del militarismo muscoloso patriarcale occidentale in un momento in cui la messa in discussione della “mascolinità tossica” era sempre più popolare e mainstream, e consapevole del fatto che l’antimilitarismo femminista stava guadagnando terreno con i giovani e i progressisti, in seguito alle famigerate e disastrose invasioni statunitensi dell’Afghanistan e dell’Iraq, la NATO sembra aver preso una decisione molto calcolata di commercializzarsi in modo diverso, e il linguaggio dell’uguaglianza di genere era proprio ciò di cui aveva bisogno.

Ci sono voluti otto anni perché la NATO capisse il potenziale potere commerciale della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma quando lo ha fatto, l’ha sfruttata con entusiasmo. Nel 2008 dichiaravano allegramente che la politica 1325 su Donne, Pace e Sicurezza doveva da quel momento in poi essere “parte integrante dell’identità di organizzazione della NATO, del modo in cui essa pianifica e conduce le sue attività quotidiane e organizza le sue strutture civili e militari”. Dovrebbe inoltre essere pienamente integrata in “tutti gli aspetti delle operazioni a guida NATO”. Nel 2010, il quartier generale della NATO ospitava una mostra multimediale sull’attuazione della risoluzione 1325 da parte della NATO. In essa, giovani donne in divisa militare coccolavano bambini sorridenti. Ha iniziato a ospitare eventi per la Giornata internazionale della donna. Sempre nel 2010, la NATO si è unita alle celebrazioni del decimo anniversario dell’approvazione della Risoluzione. Per celebrare l’occasione, il Segretario generale Anders Fogh Rasmussen ha tenuto un discorso alla Commissione europea su “Più potere alle donne su pace e sicurezza”. Ha parlato tristemente della “vittimizzazione in corso delle donne in situazioni di conflitto e dell’emarginazione delle donne in materia di costruzione della pace” come aventi un profondo impatto sulla sicurezza globale e come una delle “questioni chiave della sicurezza del nostro tempo”. Ovviamente, non ha suggerito lo scioglimento della NATO come soluzione – invece intendeva che quegli altri barbari, non nella NATO, fossero responsabili di questi orribili crimini contro la giustizia, mentre la NATO stava facendo tutti gli sforzi per aprire la strada verso un mondo migliore…

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Vertice NATO di Vilnius, un teatro dell’assurdo – Scott Ritter

I leader dei 31 Stati membri della NATO sono riuniti a Vilnius, capitale della Lituania, per il 33° vertice dell’Alleanza, un evento che è diventato il simbolo del sempre più difficile compito dell’organizzazione militare di trasformare la volontà politica in realtà tangibile.

Dal Vertice del Galles del 2014, quando la NATO ha fatto della Russia una priorità assoluta all’indomani dell’annessione russa della Crimea, e dal Vertice di Varsavia del 2016, quando la NATO ha deciso di dispiegare “gruppi tattici” sul suolo di quattro membri della NATO (Lettonia, Estonia, Lituania e Polonia) in risposta alla percepita “aggressione” russa nella regione, la Russia ha dominato l’agenda della NATO e, per estensione, la sua identità.

Il vertice di Vilnius promette di non essere diverso in questo senso.

Uno dei problemi principali che la leadership della NATO deve affrontare è che il vertice di Vilnius opera all’ombra del vertice di Madrid dello scorso anno, convocato a fine giugno all’indomani dell’inizio delle operazioni militari della Russia contro l’Ucraina.

Il vertice di Madrid si è svolto sulla scia del deliberato sabotaggio da parte di Boris Johnson di un accordo di pace russo-ucraino che avrebbe dovuto essere firmato il 1° aprile 2023 a Istanbul e della decisione degli Stati Uniti, nel maggio 2023, di estendere all’Ucraina un’assistenza militare superiore a 45 miliardi di dollari nell’ambito di un nuovo accordo di “lend lease”.

In breve, la NATO ha rinunciato a una risoluzione pacifica del conflitto tra Russia e Ucraina, scegliendo invece di condurre una guerra per procura – con la manovalanza ucraina che si sposa con le attrezzature della NATO – finalizzata a ottenere quella che l’ambasciatore statunitense presso la NATO Julianne Smith, nel maggio 2022, ha definito la “sconfitta strategica” della Russia in Ucraina.

Il vertice di Madrid ha generato una dichiarazione ufficiale della NATO in cui si afferma che “la Russia deve immediatamente fermare questa guerra e ritirarsi dall’Ucraina”, aggiungendo che “la Bielorussia deve porre fine alla sua complicità in questa guerra”.

Per quanto riguarda l’Ucraina, la dichiarazione di Madrid è stata altrettanto ferma. “Siamo pienamente solidali con il governo e il popolo ucraino nell’eroica difesa del Paese”, si leggeva.

“Ribadiamo il nostro incrollabile sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti e nelle sue acque territoriali.  Sosteniamo pienamente il diritto intrinseco dell’Ucraina all’autodifesa e alla scelta dei propri accordi di sicurezza.  Accogliamo con favore gli sforzi di tutti gli alleati impegnati a fornire sostegno all’Ucraina.  Li assisteremo adeguatamente, riconoscendo la loro situazione specifica”.

La sconfitta strategica della Russia

La NATO, a quanto pare, era estremamente fiduciosa nella sua capacità di raggiungere il risultato che tanto desiderava: la sconfitta strategica della Russia.

Che differenza fa un anno.

L’assistenza della NATO all’Ucraina ha portato a una controffensiva di successo che ha costretto la Russia a ritirarsi dal territorio intorno alla città di Kharkov e ad abbandonare porzioni dell’Oblast di Kherson, sulla riva destra del fiume Dnieper. Una volta consolidate le difese russe e bloccato l’attacco ucraino, la NATO e la Russia hanno iniziato a prepararsi per la fase successiva del conflitto.

La NATO ha iniziato uno sforzo di mesi per equipaggiare e addestrare nove brigate dell’esercito ucraino secondo gli standard NATO, fornendo loro carri armati, veicoli corazzati e artiglieria NATO e addestrandoli alla guerra combinata in stile NATO.

Da parte sua, la Russia ha condotto una parziale mobilitazione sia a livello di uomini (richiamando circa 300.000 riservisti e reclutando altri 150-200.000 volontari) sia della sua industria della difesa (aumentando drasticamente la produzione di carri armati, missili e munizioni d’artiglieria). Inoltre, la Russia ha preparato posizioni difensive rafforzate in conformità con una dottrina militare aggiornata per tenere conto delle lezioni del primo anno dell’Operazione militare speciale in Ucraina.

La NATO aveva riposto grandi speranze nella capacità dell’esercito ucraino di condurre una controffensiva contro la Russia che avrebbe ottenuto risultati apprezzabili sia in termini di territorio riconquistato che di perdite inflitte all’esercito russo. I risultati, tuttavia, sono stati finora disastrosi: decine di migliaia di vittime ucraine e migliaia di veicoli distrutti, senza riuscire a sfondare nemmeno la prima linea delle difese russe.

Una delle sfide che la NATO dovrà affrontare a Vilnius è la questione di come riprendersi da questa battuta d’arresto. Molti Paesi della NATO stanno iniziando a manifestare “stanchezza da Ucraina” nel vedere i loro arsenali spogliati e le loro casse svuotate in quella che, da ogni punto di vista, sembra essere una causa persa.

La portata e l’entità della sconfitta militare ucraina sono tali che l’attenzione di molti membri della NATO sembra essersi spostata dall’obiettivo irrealistico di sconfiggere strategicamente la Russia a quello più realistico di ottenere una cessazione del conflitto che preservi l’Ucraina come Stato nazionale.

Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky parteciperà al vertice NATO. Tuttavia, le sue richieste di adesione alla NATO non saranno soddisfatte – lo stesso Presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è espresso sulla questione, affermando che ciò non sarà possibile finché l’Ucraina è in guerra con la Russia.

Gesti salva-faccia

La NATO farà dei gesti per salvare la faccia, come la creazione di un Consiglio NATO-Ucraina e il discorso di eventuali garanzie di sicurezza post-conflitto. Ma la realtà è che la presenza di Zelensky farà più male che bene all’Ucraina, poiché non farà altro che accentuare il disaccordo interno alla NATO sulla questione dell’adesione dell’Ucraina ed evidenziare l’impotenza della NATO quando si tratta di fare qualcosa che possa modificare significativamente l’attuale traiettoria sul campo di battaglia, che si sta dirigendo verso una sconfitta strategica sia per l’Ucraina che per la NATO.

La visione del vertice di Madrid è che la NATO capitalizzi la sua vittoria strategica contro la Russia per espandere ulteriormente i suoi ranghi in Europa (sono state invitate sia la Finlandia che la Svezia) e per spingere la sua influenza nell’Oceano Pacifico. Sebbene i partner della NATO nel Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud) siano stati invitati a Vilnius, le speranze che la loro presenza coincida con l’annuncio dell’apertura di un ufficio di collegamento della NATO in Giappone sono state disattese dalla Francia, che si oppone al coinvolgimento nel Pacifico di un’alleanza apparentemente focalizzata sulla sicurezza del Nord Atlantico.

Mentre la Finlandia ha aderito alla NATO, la Svezia no, e la sua adesione sta diventando sempre più problematica vista l’opposizione della Turchia. Il recente annuncio del Presidente turco Recep Erdogan, secondo cui la Turchia accetterà l’adesione svedese alla NATO quando l’Unione Europea ammetterà la Turchia, sembra essere una pillola avvelenata che stronca definitivamente le speranze di adesione della Svezia, dal momento che l’Unione Europea non è propensa ad ammettere la Turchia.

Il vertice di Vilnius sarà probabilmente definito da queste questioni e dall’incapacità dell’alleanza di raggiungere un consenso significativo sul modo migliore di affrontarle.

È lecito aspettarsi una pletora di giri retorici e di prese di posizione da parte dei membri della NATO, ma il fatto è che la vera missione del vertice di Vilnius è quella di trovare il modo migliore per ottenere un atterraggio morbido rispetto alle finalità e agli obiettivi non raggiunti stabiliti l’anno scorso a Madrid.

La normalizzazione del fallimento potrebbe descrivere meglio il meglio che la NATO può ottenere a Vilnius.

L’incapacità nel cercare di fermare l’accumulo di disfatte che rappresentano l’attuale politica della NATO nei confronti dell’Ucraina si tradurrà in un ulteriore collasso della situazione militare in Ucraina e della situazione politica in Europa che, nel loro insieme, avvicinano la NATO al momento della sua definitiva scomparsa.

Questa prospettiva non fa ben sperare coloro che hanno il compito di dare un’immagine il più possibile positiva della realtà. Ma la NATO ha smesso da tempo di confrontarsi con un mondo basato sui fatti, per trasformarsi in un teatro dell’assurdo in cui gli attori si illudono di credere alla storia che stanno raccontando, mentre il pubblico li guarda con sgomento.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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Chi guadagna dal macello in cui la junta golpista manda gli ucraini – Fabrizio Poggi

…come cinicamente (ma del tutto naturalmente) ha dichiarato al Financial Times il Ministro della guerra golpista, Aleksej Reznikov, «la guerra in Ucraina rappresenta il primo caso in cui armi NATO vengono utilizzate in larga scala contro l’esercito russo. Ciò offre ai militari occidentali informazioni inestimabili sulle caratteristiche dei loro armamenti… Per l’industria mondiale degli armamenti non si sarebbe potuto trovare un miglior poligono di prova».

Ovviamente, il teatro ucraino serve anche a mettere alla prova tattiche e strategie NATO contro la Russia: per di più, almeno finora, versando solo sangue ucraino, cosa che poco sembra preoccupare i nazigolpisti di Kiev, forse fiduciosi di poter comunque, alla fine, salvare pelle e bottino, alla maniera del famoso ultimo elicottero su un qualunque tetto d’ambasciata yankee.

Con ogni evidenza, non a questo scopo il golpista-capo ha presentato alla Rada un progetto di legge sull’attribuzione alla lingua inglese di un valore pari quasi a seconda lingua di stato, da utilizzarsi nei rapporti interetnici ucraini. Saranno tenuti a conoscerla i funzionari statali civili e militari, amministratori locali, magistrati; per l’accesso a un master, si dovrà prima sostenere l’esame di inglese. Questo, in un paese in cui nemmeno tutti gli ucraini padroneggiano l’ucraino ufficiale e utilizzano una sorta di russo con varie particolarità locali. Poco importa: l’inglese sarà la lingua della nuova “nobiltà” golpista; il popolo comune potrà anche non conoscere l’inglese, così come nella Russia ottocentesca gli aristocratici si distinguevano dal popolino, parlando francese.

La cosa curiosa, scrive Andrej Dobrov su RenTV, è che la questione della lingua inglese è soprattutto una eredità non yankee, ma dell’impero britannico, che aveva «educato le proprie colonie all’amore per l’inglese: in Belize, Gambia, Zambia, Kiribati, l’inglese è lingua ufficiale; oppure India, Bangladesh, Botswana, Camerun, Pakistan, ecc., in cui lingua ufficiale è quella locale, ma l’inglese è seconda lingua di Stato. Tutti ex paesi coloniali; e ora l’Ucraina ambisce» a istituzionalizzare il proprio stato di colonia, ma a stelle e strisce.

La proposta, unita a quella dell’anticipazione dal 7 gennaio (ortodosso) al 25 dicembre (cattolico) delle festività natalizie – il 6 luglio, funzionari del Ministero della “cultura”, insieme a numerosi poliziotti e sostenitori della scismatica “Chiesa ortodossa ucraina”, hanno accerchiato la Lavra Kievo-Pecerskaja, uno dei principali luoghi dell’ortodossia canonica, e l’hanno transennata, impedendone l’accesso ai fedeli – o quelle sulle date di alcune solennità civili e, soprattutto, ai recenti e sempre più frequenti contatti con il governo reazionario polacco, non contribuisce a tacitare le voci sui disegni – proficui per le brame imperiali di Varsavia e quasi obbligati per Kiev – di sopravvivenza del regime golpista a spese si svendite territoriali ucraine sui famigerati “Kresy Wschodnie” di pilsudskiana memoria. Si aggrappano a ogni pagliuzza e svendono il vendibile, pur di dimostrare il proprio cinismo, ormai da tempo evidente anche ai più strenui lottatori per «la civiltà contro l’inciviltà», solo che optino sinceramente per una soluzione negoziata del conflitto e non per «l’unica soluzione possibile: la vittoria di Kiev»; una “unica soluzione” che fa appunto gli interessi non del popolo ucraino, ma dei suoi macellai e delle “iene d’Europa” circostanti.

Per il momento, più prosaicamente, secondo il noto “spirito pratico” americano e a causa dei debiti accumulati dalla junta, Kiev si orienta alla svendita delle maggiori aziende statali ucraine al capitale USA. Secondo la cinese CCTV News, solo negli ultimi tre mesi la Morgan Stanley ha ottenuto un rendimento degli investimenti del 47%, con l’acquisizione di obbligazioni e azioni ucraine. Ancor prima del 24 febbraio 2022, Joe Biden aveva autorizzato la fornitura di armi all’Ucraina; trattandosi però di un “contratto d’affitto”, logicamente il “locatario” si attende che Zelenskij restituisca o le armi o i soldi. La CCTV sostiene che, in base ai termini sottoscritti, Zelenskij si sarebbe impegnato a trasferire varie risorse chiave ucraine – imprese statali, infrastrutture, reti elettriche, beni agrari e industriali – alla “BlackRock”, la quale non avrebbe versato alcuna indennità, impegnandosi però a saldare i debiti di Kiev.

In base a fonti tedesche, solo nell’ultimo anno, il volume di aiuti USA-UE all’Ucraina si aggirerebbe sui 170 miliardi di euro: che lo dicano, ai propri popoli, ai disoccupati, ai pensionati, agli operai in cassa integrazione senza stipendio – lo dicano, quelli che urlano per «l’unica soluzione possibile».

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scrive Michael Hudson:

Quando hanno ottenuto  il dottorato di ricerca, ci sono davvero solo due lavori per gli economisti, uno è guidare un taxi e l’altro è insegnare. Ma per insegnare devi essere assunto in base a quanti articoli  scrivi per le riviste più prestigiose. E quasi tutti gli articoli delle riviste sono controllati dai dipartimenti di economia di college come l’Università di Chicago o Berkeley, finanziati dalle banche e dalle grandi fondazioni. E quindi se non pubblichi su questi giornali, dicendo ciò che dicono i neoliberisti, i monetaristi, gli economisti spazzatura, allora non verrai assunto. Il controllo imposto sul discorso economico è forte quasi quanto il controllo dei media e dunque delle cronache della guerra in Ucraina, impostate come se l’Ucraina stesse vincendo e non perdendo.”

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La strategia delle bombe a grappolo sarà un disastro per l’Ucraina e la NATO – Martin Jay

La notizia che la NATO, o meglio gli Stati Uniti, hanno deciso di scaricare le loro vecchie scorte di bombe a grappolo non dovrebbe essere una sorpresa per chi segue la guerra in Ucraina. Fin dal primo giorno, le élite occidentali sono state confuse su ciò che stanno facendo, su quali siano i loro obiettivi e su quale debba essere l’obiettivo finale. La NATO ha spostato gli obiettivi così tante volte, in termini di regole non scritte, che sta diventando difficile vedere un quadro chiaro. Persino lo stesso Stoltenberg sembra agitato durante una conferenza stampa, quando gli vengono spiegati i dettagli degli ultimi piani.

Le bombe a grappolo saranno utilizzate contro le forze russe, in particolare per fermare i carri armati. Il motivo per cui è stata presa questa decisione è chiaro: l’Occidente ha bisogno di guadagnare tempo affinché i Paesi dell’UE, in particolare, possano ricostituire le loro scorte militari, che si stanno pericolosamente esaurendo. L’Occidente ha bisogno di almeno sei mesi prima di poter pensare di preparare l’Ucraina a una nuova “offensiva” e quindi riversare tonnellate di questo esplosivo particolarmente crudele all’esercito ucraino è sembrato un buon cerotto per quella che in realtà è una ferita aperta.

Ma si tratta delle stesse bombe a grappolo che la maggior parte dei membri della NATO ha firmato un trattato per vietare? Sono le stesse bombe che l’Occidente ha usato per fare la morale quando ha accusato la Russia di averle usate contro le forze ucraine? L’ipocrisia, o meglio la disperazione, è sbalorditiva, ma sottolinea un punto che continua a fare capolino. Più tempo passa senza che la linea fortificata venga modificata, più la Russia vince e più l’Occidente perde. I capi della NATO e forse Biden lo sanno e quindi l’iniziativa delle bombe a grappolo per me personalmente, come giornalista che ha visto cosa fanno nelle zone di guerra, è una strategia misurata di una parte che sa di perdere e vuole rallentare la velocità della propria fine sul campo di battaglia.

Quello che non si dice delle bombe a grappolo è la loro notevole capacità di uccidere civili – di solito bambini – piuttosto che cambiare il corso degli eventi su un campo di battaglia. E ciò che la maggior parte dei giornalisti occidentali non menziona nei loro articoli è che gli Stati Uniti usano queste bombe sporche fin dalla guerra del Vietnam, quando, alla fine degli anni Sessanta, furono sganciate in Laos 270 milioni di queste minuscole “submunizioni” che ancora oggi uccidono i bambini che le trovano nei campi e ci giocano.

Ma non è un gioco per i soldati che, da parte ucraina, si aspettano di sentirsi meglio ora che gli obici, gli HIMARS, i Javelin, per non parlare dei Bradley, hanno smesso di essere riforniti. Ora dovrebbero essere sollevati dall’imminente arrivo delle bombe a grappolo, che dubito fortemente saranno utilizzate per attaccare le forze russe sul lato russo della linea fortificata. No, è molto più probabile che vengano utilizzate a scopo difensivo quando i russi decideranno di penetrare la linea e di entrare nel versante ucraino per attaccare città come Odessa. Le bombe a grappolo saranno usate contro i carri armati russi e utilizzate in quantità così abbondanti che migliaia di questi piccoli esplosivi saranno lasciati nelle aree rurali, nascosti sotto il suolo, per essere scoperti dai bambini nei decenni a venire. Sul campo di battaglia, le immagini dei civili che vengono fatti saltare in aria da queste bombe e dei soldati saranno distribuite in modo onnipresente, senza dubbio dall’unità di propaganda di Kiev – la stessa unità che aiuta i giornalisti britannici con le loro storie salaci sulle bombe russe “viste” sui lati della centrale nucleare di Zaporizizhya, per fare un esempio.

La NATO è in crisi a molti livelli. Non solo non crede di poter sconfiggere i russi, ma ha anche un problema finanziario a cui il suo Segretario Generale ha recentemente accennato in una conferenza stampa. Spera che un maggior numero di membri spenda di più per la difesa o almeno raggiunga la soglia del 2% del PIL, ma è come se Stoltenberg sapesse che con le economie dell’UE al collasso – la banca centrale tedesca è talmente al verde da dover chiedere un salvataggio alla BCE – è difficile immaginare che i livelli di aiuti militari torneranno ad essere come prima. L’iniziativa delle bombe a grappolo è così disperata e patetica su così tanti livelli che Zelensky deve vedere dove si trova il futuro. Lo scenario migliore per lui è che il conflitto si arresti per un periodo di tempo indefinito, in quello che gli analisti chiamano “congelamento”, anche se sembra improbabile da parte russa. Ma anche con un congelamento, la credibilità della NATO si sgretola man mano che sempre più cittadini occidentali si svegliano alla realtà che la NATO stessa non possiede armamenti. Sono i suoi Stati membri a possederli e a fornirli quando possono. Ma ora questa linea di rifornimento si sta rapidamente esaurendo e ciò a cui stiamo assistendo ora a Vilnius con l’offerta di un consiglio NATO per l’Ucraina è solo fumo negli occhi. Solo altre tattiche dilatorie mentre Joe Biden si gratta la testa ed elabora la sua prossima mossa, che probabilmente coinvolgerà contractor privati che combattono per l’Occidente e che il Presidente degli Stati Uniti dovrà solo sperare che la Russia non tratti come soldati della NATO. Si dice che negli Stati Uniti si stiano contattando piloti dell’aeronautica in pensione per chiedere loro di pilotare gli F16 in Ucraina. Se Zelensky sta per rivoltarsi contro l’Occidente e lanciare ultimatum, questo è ciò che probabilmente chiederà. Ancora una volta, si sposta l’obiettivo. L’unica strategia in Ucraina che abbia una qualche consistenza.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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Alla British Foundation, il capo della CIA rivela la strategia del regime change degli USA in Russia – Jeremy Kuzmarov

Mentre la controffensiva ucraina continua a balbettare , il 1° luglio il direttore della CIA William J. Burns ha tenuto un discorso alla British Ditchley Foundation, rivelando la strategia statunitense di regime change in Russia.

Il discorso, intitolato “Un mondo trasformato e il mondo dell’intelligenza”, è disponibile qui .

La Ditchley Foundation , una forza dell’intelligence britannica, è stata fondata nel 1958, nell’Oxfordshire per promuovere i rapporti di lavoro anglo-americani e ha collegamenti con la monarchia britannica.

Burns ha affermato nel discorso che “la disaffezione per la guerra [in Ucraina] continuerà a rosicchiare la leadership russa sotto la dieta costante della propaganda di stato e della repressione praticata. Quella disaffezione crea un’opportunità irripetibile per noi della CIA, un servizio di intelligence umana al centro. Non lo sprecheremo…”

Questi commenti chiariscono che la CIA sta attivamente cercando di capitalizzare la disaffezione per la guerra ucraina in Russia per reclutare nuove risorse dell’Agenzia tra l’opposizione anti-Putin e intensificare i suoi sforzi per il cambio di governo.

Nel marzo 2022, il presidente Biden ha ammesso in un discorso a Varsavia che gli Stati Uniti stavano cercando, attraverso la loro guerra per procura contro la Russia, di rovesciare il governo di Putin.

Nel 2021, il National Endowment for Democracy (NED), una propaggine della CIA che ha contribuito a mobilitare i gruppi di opposizione per realizzare rivoluzioni colorate progettate per insediare leader filo-occidentali/filo-NATO nei paesi dell’Europa orientale, ha fornito quasi 12 milioni di dollari in sovvenzioni all’anti -Forze di Putin in Russia e per sostenere la propaganda anti-Putin, rispetto ai 10,67 milioni di dollari del 2020.

In passato, il NED ha finanziato un’organizzazione che impiega Alexei Navalny, una figura dell’opposizione che sostiene i movimenti separatisti regionali che indebolirebbero la Russia; la Russian-Chechen Friendship Society, il cui direttore è stato condannato nel 2008 per istigazione all’odio etnico o razziale; e un leader tartaro di Crimea, Mustafa Dzhemilev, che la Russia ha accusato di aver contribuito a coordinare un blocco energetico e alimentare della Crimea dopo aver votato per ricongiungersi alla Russia nel marzo 2014 a seguito di un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti in Ucraina.

Un procuratore russo ha definito il corpo legislativo dei tartari di Crimea, di cui Dzhemilev faceva parte,  “burattini nelle mani di grandi burattinai occidentali che hanno usato il popolo tartaro di Crimea come pedine nel loro gioco”.

Il gioco attuale della CIA, come ha chiarito Burns nel suo discorso, è usare l’Ucraina come delega e strumento per tentare di destabilizzare e indebolire il governo di Putin.

Ciò deve essere ottenuto portandolo la Russia in un pantano – come con i sovietici in Afghanistan negli anni ’80 – e aumentando le sanzioni che potrebbero paralizzare l’economia russa. La disaffezione deve essere ulteriormente seminata denigrando ripetutamente Putin e glorificando i suoi avversari.

Putin è stato preso di mira perché ha cercato di rivitalizzare il potere russo dopo il crollo dell’Unione Sovietica e ha iniziato a riaffermare il controllo russo sulla sua economia dopo un periodo di saccheggi e penetrazione economica straniera sotto Boris Eltsin (1991-2000).

Eltsin aveva stretto una forte relazione con il presidente Bill Clinton negli anni ’90, in un momento in cui stava trasformando la Russia in fondamentalmente una neo-colonia dell’Occidente.

Le élite statunitensi hanno visto un’incredibile opportunità dopo il crollo dell’Unione Sovietica per dominare la regione eurasiatica, che Zbigniew Brzezinski ha descritto nel suo influente libro, The Grand Chessboard , come la chiave del dominio globale.

Quando Putin ha iniziato a contrastare questi piani e ha adottato misure per rafforzare l’esercito e l’economia della Russia, è diventato il nemico pubblico numero 1.

Burns nel suo discorso ha evidenziato il suo intenso interesse per l’ammutinamento di Prighozin/Wagner, che le prove suggeriscono sia stato fomentato indirettamente, o forse direttamente, dai servizi segreti ucraini o dall’MI6 britannico, che lavorano entrambi in stretta collaborazione con la CIA.

Burns è stato eccessivamente ottimista nella sua valutazione del successo della strategia statunitense in generale.

Nonostante la disaffezione di cui parlava, la CIA è ben consapevole che la popolarità di Putin è aumentata dall’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina.

La maggior parte dei russi crede che gli Stati Uniti e l’Ucraina abbiano provocato la guerra e che la Russia abbia dovuto badare ai propri interessi di sicurezza e difendere l’assediata popolazione di lingua russa dell’Ucraina orientale che era stata soggetta a bombardamenti e invasioni dopo il colpo di stato di Maidan del 2014.

Quella che Burns vede come un’opportunità irripetibile per reclutare risorse dell’Agenzia e far avanzare il cambio di regime è davvero chimerica in quanto tale.

È parte integrante di una fantasia abbracciata dalle élite anglo-americane che non possono vedere che i tempi sono cambiati e che l’era dell’egemonia anglo-americana è finita.

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Il Canada e la costruzione dell’Ucraina come avamposto “anti-Russia” – Intervista all’analista politico Yves Engler

(intervista di Jafar Salimov)

In molti comprendono che il conflitto in Ucraina non è solo uno scontro tra due paesi e che non è iniziato nel febbraio 2022. Ma sono poche le persone a conoscere uno degli attori principali, che silenziosamente, impercettibilmente, ma in maniera influente ha creato per decenni, le condizioni per la guerra. Lo scrittore, pubblicista e analista politico canadese Yves Engler parla del ruolo del Canada nel progetto “l’Ucraina è l’anti-Russia”.

– Yves, il Canada è in disparte nel gruppo delle “superpotenze” e la sua influenza sulla politica mondiale non è particolarmente evidente. Il Canada sembra concentrato su questioni interne e non viene visto interferire negli affari di altri Stati.

Nell’articolo “Democracy: A History of Canada-Supported Coups”, Owen Schalk e io dimostriamo che Ottawa sostenne attivamente o passivamente le dimissioni di più di 20 governi eletti. In alcuni casi, il Canada ha svolto un ruolo di primo piano nei colpi di Stato. È invisibile alla comunità internazionale? Ebbene, questo potrebbe rivelare la professionalità dei servizi segreti canadesi, che sanno come svolgere segretamente il proprio lavoro e controllare il campo dell’informazione. Anche nel rovesciamento del governo Yanukovich in Ucraina c’è stato un significativo coinvolgimento canadese.


– Vuoi dire che il Canada ha iniziato a sostenere le forze antidemocratiche e antirusse ucraine anche prima del Maidan?

– Molto prima. Ma, se stiamo parlando del Maidan, diamo un’occhiata ai fatti. Il Canada ha inviato i suoi osservatori alle elezioni presidenziali ucraine, vinte da Viktor Yanukovich. E gli osservatori hanno confermato che è stata una contesa leale e una vittoria leale. Yanukovich è diventato il presidente legittimo del suo paese. Tuttavia, quando le forze di estrema destra hanno avviato un golpe, il Canada è stato attivamente coinvolto in questo processo, sostenendo il rovesciamento di Yanukovich. Ottawa e il Congresso ucraino canadese hanno investito risorse significative negli elementi anti-Russi, nazionalisti e di estrema destra della società civile ucraina sin dalla Rivoluzione arancione del 2004. E durante il Maidan, l’ambasciata canadese ha preso sotto la sua ala i suoi vecchi partner, fornendo loro non solo finanziamenti, ma anche trasporti e persino il territorio dell’ambasciata per creare un trampolino di lancio per militanti volti a rovesciare Yanukovich. Inoltre, la rappresentante locale dell’ambasciata canadese, Inna Tsarkova, era un membro di spicco dell’Automaidan, un gruppo antigovernativo. Pertanto, il Canada ha partecipato attivamente al cambio di regime. In effetti, la rivoluzione stessa è stata ispirata e organizzata dal Canada. È stato l’ambasciatore canadese a coordinare le attività dei diplomatici stranieri che hanno finanziato e promosso la rivoluzione arancione del 2004. L’obiettivo era portare al potere il candidato presidenziale filo-NATO Viktor Yushchenko. Il principale gruppo organizzativo della rivoluzione arancione, “It’s Time!” (“Pora!”), ha ricevuto 30.000 dollari dall’ambasciata canadese, la prima donazione alla sua causa. Dopo un discorso estremamente partigiano del presunto osservatore elettorale neutrale, il deputato liberale di Toronto Boris Vzhesniewski, una folla di sostenitori della rivoluzione arancione ha cantato “KA-NA-DA” e Maple Leaf (foglia d’acero canadese) è apparsa nelle proteste nei giorni successivi. Ma l’interferenza canadese negli affari interni dell’Ucraina è iniziata molto prima. Permettetemi di ricordarvi che il Canada è stato il primo paese occidentale, dopo la vicina Polonia, a riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina. Il Canada è stato il primo paese occidentale a offrire credito all’Ucraina dopo la sua indipendenza. La valuta utilizzata dall’Ucraina dopo aver ottenuto l’indipendenza è stata stampata in Canada. Ma questi eventi parlano solo di simpatia, di collaborazione e non di intervento. Ma devi sapere che all’inizio degli anni ’90, i consiglieri canadesi, molti dei quali provenivano dalla comunità ucraina, furono nominati per incarichi nei ministeri e nei dipartimenti ucraini.

 

– Si può in qualche modo spiegare una posizione così ferma del Canada all’interno dell’Ucraina subito dopo aver ottenuto l’indipendenza?

In effetti, l’idea di trasformare l’Ucraina in anti-Russa, un avamposto per la lotta contro la Russia, è nata ai tempi dell’Unione Sovietica. Il Canada è stato l’ideatore di questa idea e il principale esecutore del progetto. Nel 1967, a New York, i sostenitori del nazionalista ucraino Melnik, che collaborò con i nazisti, crearono il Congresso mondiale degli ucraini. Era diretto dal cittadino canadese Vasily Kushnir, che si prendeva cura dei nazisti internati dalla divisione SS “Galizia”. In effetti, sono stati i canadesi a dominare il Congresso mondiale ucraino. È facile capire dalla storia della creazione di questa organizzazione che i suoi obiettivi erano combattere l’Unione Sovietica. Era solo una continuazione della lotta iniziata prima. Ma fu allora che ebbe inizio la trasformazione dell’Ucraina in “anti-Russa”. E da allora, il lavoro sovversivo è stato svolto costantemente, con insistenza, con cura. Sono state stabilite connessioni, gli attivisti sono stati formati e addestrati. Più debole diventava l’Unione Sovietica, avvicinandosi al suo crollo, più attivamente il Canada costituiva una risorsa anti-Russa in Ucraina. Pertanto, al momento dell’indipendenza dell’Ucraina, il Canada aveva la maggiore influenza a Kiev.

– Quindi, la fine della seconda guerra mondiale può essere considerata il punto di partenza dell’espansione canadese in Ucraina e della lotta anti-Russa?

Per quel che riguarda la creazione di strumenti di influenza in Ucraina – sì, ma la lotta anti-Russa è iniziata prima. Spero che ti ricordi che dopo la rivoluzione Russa, il Canada ha inviato in Russia un corpo di spedizione di 6.000 persone. La guerra contro i bolscevichi fu giustificata come un modo per aprire il fronte orientale della prima guerra mondiale, perché i bolscevichi firmarono un trattato di pace con la Germania.Tuttavia, le truppe canadesi rimasero dopo la fine della guerra e la presenza militare non fece che aumentarla. 2.700 soldati canadesi arrivarono a Vladivostok il 5 gennaio 1919, due mesi dopo la fine della guerra. Il primo ministro canadese Borden scrisse: “Saremo in pericolo se non continuiamo la spedizione in Siberia. Abbiamo raggiunto alcuni accordi con il governo britannico su cui hanno fatto affidamento… L’attuale posizione e il prestigio del Canada saranno particolarmente danneggiati da un ritiro deliberato”. Si trattava dell’opportunità di ottenere la loro parte di trofei di guerra, indennità e, se possibile, persino terra. Tuttavia, il piano fallì e successivamente il Canada agì secondo la logica della vendetta. Il Canada (e gli Stati Uniti) si opposero all’accordo sulle garanzie dei confini prebellici della Russia, che la Gran Bretagna firmò con Mosca. Ottawa riconobbe il governo bolscevico nel 1924, ma i rapporti furono già stati interrotti nel 1927. E poi il Canada lavorò per isolare la Russia.

 

– È possibile datare l’inizio delle azioni anti-russe del Canada al 1917?

No, la politica del Canada nei confronti dell’Ucraina e della Russia è radicata nella secolare lotta nel Grande Gioco per l’Asia centrale e l’Europa orientale. Durante la guerra di Crimea del 1853-56, la maggior parte della guarnigione britannica in Canada andò in Crimea e anche molti canadesi si offrirono volontari per le unità britanniche che combattevano contro la Russia. Questo è diventato il punto di partenza.

 

Quasi due secoli di lotta costante… Ci deve essere una ragione per questo.

Se fornisco solo una ragione, ti inganno. Ogni azione aveva le sue ragioni e motivi. Ma la sequenza dei passaggi formava l’effetto QWERTY, l’effetto di un carreggiata da cui è difficile uscire. La tradizione anti-russa che ha avuto origine nell’establishment canadese continua di persona in persona, di generazione in generazione. Ad esempio, il criminale nazista Mikhailo Khomyak si è nascosto dalla persecuzione in Canada. Sua figlia, Galina Khomyak-Freeland, ha aiutato a redigere la prima costituzione dell’Ucraina, e sua nipote, l’attuale vice primo ministro del Canada, Christy Freeland, fa pressioni affinché il conflitto ucraino continui e aiuta a pompare armi nel conflitto.

 

– Quanto è coinvolto il Canada nel conflitto?

Nel 2019, l’ex presidente dell’Ucraina Poroshenko ha definito l’ex ministro della Difesa del Canada Jason Kenney “il padrino del moderno esercito ucraino”, e non mentiva. Dopo la cacciata di Yanukovich, i sondaggi statunitensi hanno mostrato che la stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea voleva far parte della Russia. Il sondaggio ha anche mostrato che le persone nel Donbass di lingua russa volevano più indipendenza da Kiev o unirsi alla Russia. Ma Ottawa è profondamente contraria alla volontà della gente di queste regioni. Pertanto, fin dall’inizio dello scontro nel Donbass nel 2014, il Canada è stato attivamente coinvolto nelle ostilità. Durante lo scontro nel Donbass, le truppe canadesi hanno addestrato 33.000 soldati ucraini. Anche se poche persone lo ammettono, il Canada è in realtà in guerra con la Russia. Il Canada condivide l’intelligence militare, addestra le truppe ucraine e fornisce grandi quantità di armi, mentre le forze speciali canadesi e il personale ex militare operano in Ucraina. In alcuni casi, soldati ucraini addestrati in Canada, equipaggiati con armi canadesi e che utilizzano l’intelligence militare canadese stanno combattendo al fianco di ex soldati canadesi.Il Globe and Mail ha scritto di un ex soldato canadese con un fucile da cecchino di fabbricazione canadese che afferma di aver ucciso 15 russi a Bakhmut in due giorni.


– I canadesi non sono imbarazzati dal sostegno di un paese in cui è forte la posizione dell’estrema destra, fino ai veri e propri neofascisti?

Nella logica del progetto “L’Ucraina è l’anti-Russia”, la cooperazione con i nazisti si inserisce armoniosamente, nel modo più naturale. Il colonnello Brian Irwin, addetto militare del Canada a Kiev, ha incontrato gli ufficiali del battaglione Azov, che indossano il simbolo nazista Wolfsangel nel 2018, e ha mostrato rapporti amichevoli con loro. Durante il suo viaggio in Ucraina nel 2016, il primo ministro Justin Trudeau ha posato per una foto con il presidente del parlamento ucraino Andriy Parubiy, un leader di estrema destra che ha fondato un partito di stampo nazista. Infine, vorrei ricordare che nel 2015 le Nazioni Unite hanno proposto di adottare una risoluzione “Combattere la glorificazione del nazismo, del neonazismo e di altre pratiche che contribuiscono a incitare forme moderne di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza correlata”. Solo il Canada, gli Stati Uniti, Palau e l’Ucraina si sono opposti al progetto.

 


– Qualcosa può fermare il Canada nella sua secolare lotta contro la Russia?

Teoricamente sì. Ciò potrebbe essere favorito dall’informazione dei cittadini di tutti i paesi del mondo e dall’attività dei movimenti popolari contro la guerra. Ma in pratica, non vedo abbastanza forza per interrompere una tendenza così lunga.

da qui

 

Consenso militare – Enrico Euli

Quel che un tempo si chiamava “complesso militare-industriale” e che ora possiamo chiamare semplicemente “economia di guerra” emerge con tutta la sua potenza nella politica odierna. E si rende visibile non più soltanto secondo modalità di infiltrazione o condizionamento occulto, ma si presenta ormai alla luce del sole, senza più infingimenti da centro-sinistra, quale fondamento strutturale delle decisioni e delle visioni politiche ed economiche dello Stato.

La scelta, ancora una volta, del generale Francesco Paolo Figliuolo quale commissario per la ricostruzione post alluvione in Emilia Romagna dà un ulteriore segnale che, unito alla scelta di affidare i centri per l’immigrazione alla Croce Rossa, fa capire cosa è divenuta la cosiddetta Protezione civile (militare) e che cosa si appresta a diventare in vista dei prossimi cataclismi (che siano pestilenze, catastrofi climatiche o guerre).

La situazione in Francia apre a scenari in cui lo stato d’emergenza è nei fatti, manca solo che venga dichiarato (e militarizzato).

D’altra parte, l’incontro del Consiglio europeo di qualche giorno fa è stato introdotto da un intervento di Jens Stoltenberg, capo della Nato.

Quel che si rivela è che il tentativo di democratizzare gli eserciti, di rendere compatibile una società civile con le esigenze della Difesa, di preservare degli spazi di libertà dentro un modello securitario, è miseramente fallito. La guerra sta ancora una volta divorando qualunque residua prospettiva democratica. Gli organismi politici appaiono ormai quasi totalmente in mano ai poteri militar-industriali. E la nostra vita civile si appresta a trasformarsi in una società protetta dalle forze armate e indirizzata a un’economia di guerra.

Il conflitto armato in Ucraina si è trasformato nel secondo cavallo di Troia – il primo è stato evidentemente la pandemia – per giungere a questo.

Nessuna reazione.

A meno che non si consideri tale la zuppetta-missione del cardinale Matteo Zuppi: la pace è ormai divenuta un tema religioso, al massimo culturale o giuridico, non più politico. Così come peraltro è accaduto ai temi della giustizia sociale (trasformata in “solidarietà”), dell’uguaglianza (tradotta in “pari opportunità”), della libertà (stravolta nei “diritti”).

da qui

 

Vertice NATO a Vilnius: riunione di guerrafondai sul luogo di un crimine storico

Nel seguente articolo pubblicato su World Socialist Web Site, che presentiamo in ampia sintesi, vengono esposti fatti storici spesso ignorati o minimizzati, che riguardano la città di Vilnius, in Lituania (che ospita l’attuale vertice NATO), e il coinvolgimento dei nazionalisti lituani nella persecuzione e nell’omicidio degli ebrei durante l’Olocausto. L’autore evidenzia l’ipocrisia di alcuni leader politici, tra cui Joe Biden, Olaf Scholz e Emmanuel Macron, che si riuniranno a Vilnius per discutere dell’adesione dell’Ucraina alla NATO, senza menzionare il passato oscuro della città. Vilnius, una volta conosciuta come la “Gerusalemme d’Europa”, fu teatro di alcuni dei più grandi e barbari massacri nella distruzione dell’ebraismo europeo guidata dai nazisti. L’articolo mette in luce la partecipazione attiva di una parte significativa della popolazione lituana nella caccia, nella tortura e nell’uccisione degli ebrei, evidenziando la connessione storica tra l’antisemitismo e l’anticomunismo nella borghesia lituana. Gli autori sottolineano anche la riabilitazione dei collaborazionisti nazisti e dei loro complici nell’Europa dell’est, incluso il riconoscimento di figure come Jonas Noreika quali eroi nazionali. L’ampia sintesi rivela come la falsificazione della storia e la copertura dei crimini del passato siano diventate elementi cruciali dell’agenda geopolitica della NATO.

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Oggi, i leader della NATO si riuniranno a Vilnius, in Lituania, a poche centinaia di chilometri dal campo di battaglia della guerra in Ucraina, che ha già causato la morte di centinaia di migliaia di persone.

Non mancheranno le denunce sulla brutalità russa. Senza dubbio, il governo lituano, in particolare, sarà ringraziato per i suoi sforzi nel guidare la guerra della NATO o, come i servi obbedienti dei media la chiamano, la lotta per difendere la “democrazia”.

Joe Biden, che ha appena approvato la consegna di bombe a grappolo all’Ucraina, una delle armi più brutali e criminali della guerra moderna, denuncerà la disumanità di Vladimir Putin. Olaf Scholz, il cui governo è impegnato nel più grande riarmo dalla guerra di Hitler e sta per schierare 4.000 soldati tedeschi in Lituania, tornerà sul luogo di alcuni dei peggiori crimini dell’imperialismo tedesco, sparando propaganda bellica ben preparata.

Ciò di cui non si parlerà è la storia della città in cui si stanno incontrando: Vilnius, una volta conosciuta come la “Gerusalemme d’Europa”, è stata il luogo di alcuni dei più grandi e barbari massacri nella storia della distruzione dell’ebraismo europeo guidata dai nazisti. Con il 95% della sua popolazione ebraica prebellica di circa 210.000 persone assassinata, la Lituania ha registrato un tasso di mortalità più elevato rispetto a quasi ogni altro paese europeo. I nazionalisti lituani furono tra i principali responsabili di questo crimine storico.

Come i loro omologhi ucraini, la borghesia lituana ha sempre combinato una tradizione di amaro anticomunismo con un vile antisemitismo. Dopo l’occupazione sovietica della Lituania nel 1940, nazionalisti di estrema destra e generali fuggirono in Germania, dove fondarono, in collaborazione diretta con il regime nazista, il Fronte Attivista Lituano (LAF).

Quasi contemporaneamente ai pogrom lanciati dai nazisti e dall’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) nell’Ucraina occidentale, il LAF e gli occupanti tedeschi iniziarono un’orgia di massacri di massa in Lituania. In meno di tre anni, una comunità di 800 anni, che aveva svolto un ruolo centrale nello sviluppo della cultura ebraica e mondiale, fu quasi completamente annientata.

Dei circa 210.000 ebrei che vivevano in Lituania prima dell’invasione nazista del 22 giugno 1941, 195.000 erano stati assassinati alla fine della guerra nel 1945. La maggioranza schiacciante era morta entro la fine del 1941.

Il tratto più orribile dell’Olocausto in Lituania fu la partecipazione aperta e spudorata di ampie sezioni della popolazione nella caccia, tortura e uccisione degli ebrei. La storica Masha Greenbaum ha fornito un’accorata descrizione della furia omicida che si è abbattuta sul paese nei giorni precedenti e successivi all’invasione nazista.

L’ingresso dei nazisti in Lituania, che era stata annessa dall’Unione Sovietica nel 1940, fu accolto con entusiasmo dalle forze nazionaliste, anticomuniste e violentemente antisemite. Tra le sue figure di spicco c’era l’ambasciatore lituano a Berlino, il colonnello Kazys Skirpa, noto per essere un ardente ammiratore di Adolf Hitler. Prima dell’invasione tedesca, Skirpa dirigeva una vasta rete di fascisti lituani. Greenbaum scrive ne “Gli ebrei della Lituania: una storia di una comunità notevole 1316-1945″: “Queste cellule di fascisti lituani, simpatizzanti nazisti e nazionalisti lituani erano importanti componenti del LAF, Lietuvos Aktyvistu Frontas (Fronte Attivista Lituano), il gruppo nazionalista più grande e meglio organizzato. Ma c’erano molte altre fazioni, come il Lupo di Ferro, l’Esercito della Libertà Lituano, i Falchi e il Fronte di Restaurazione Lituano. Essi si infiltravano nelle università, nella pubblica amministrazione, nelle professioni, persino nelle scuole superiori. Secondo fonti lituane, il numero di membri di questi gruppi clandestini e delle unità antisovietiche raggiunse le 100.000 persone”.

Tre giorni prima dell’invasione, Skirpa – in costante contatto con la Gestapo nazista (polizia segreta) e la Wehrmacht (esercito) – emise il volantino n. 37 da distribuire in tutta la Lituania. Era un’appello palese alla distruzione totale dell’ebraismo lituano. Diceva: “È finalmente arrivato il momento cruciale del giudizio per gli ebrei. La Lituania deve essere liberata non solo dalla schiavitù bolscevica asiatica, ma anche dal giogo ebraico di lunga data.

A nome del popolo lituano, dichiariamo solennemente che il diritto antico di asilo concesso agli ebrei in Lituania da Vytautas il Grande è abolito per sempre e senza riserve.

Gli ebrei colpevoli di persecuzione dei lituani saranno processati. Coloro che riescono a fuggire saranno trovati. È dovere di tutti gli onesti lituani prendere misure di propria iniziativa per fermare tali ebrei e, se necessario, punirli. Il nuovo Stato lituano sarà ricostruito solo dai lituani. Tutti gli ebrei sono esclusi dalla Lituania per sempre…. Facciamo sapere agli ebrei la sentenza irrevocabile che grava su di loro; nessun ebreo avrà diritti di cittadinanza. Gli errori del passato e gli eccessi perpetrati dagli ebrei saranno corretti e verrà gettata una base solida per un futuro felice e per il lavoro creativo della nostra nazione ariana. Prepariamoci alla liberazione della Lituania e alla purificazione della nazione”.

Questo sfogo scatenò una furia di violenza omicida. È difficile leggere il resoconto di Greenbaum sui mostruosi crimini perpetrati dagli ebrei in Lituania, fomentati dagli antisemiti e dagli anticomunisti nazionalisti. Greenbaum scrive: “Il 25 giugno, i nazisti lituani che si definivano combattenti per la libertà iniziarono una furiosa razzia di tre giorni contro gli ebrei nelle città e nei villaggi più piccoli, durante la quale perirono le intere popolazioni di oltre 150 comunità ebraiche. Alcuni ebrei vennero cacciati dalle loro case e bruciati vivi, dopo essere stati brutalmente picchiati e radunati nelle sinagoghe, nelle scuole e in altri luoghi pubblici che venivano poi dati alle fiamme. In altri casi, intere famiglie ebraiche venivano portate nei boschi o sui letti dei fiumi vicini, dove erano state preparate fosse o trincee, e poi venivano sparate. In diverse località, come Reiniai e Geruliai nella zona di Telsiai, Meretz (Merkine), Plungian (Plunge), Sakiai (Shaki) e Kelm (Kelme), gli ebrei venivano costretti a scavare le proprie tombe. Praticamente tutti gli ebrei di Ukmerge vennero radunati nella sinagoga e bruciati vivi. A Seirijai, gli ebrei venivano trascinati nudi per le strade e poi uccisi brutalmente alla presenza di una folla che li acclamava. A Panevezys, gli ebrei, tra cui diverse giovani donne che erano state violentate, venivano gettati nella calce ardente.

Solo a Kovno, i nazionalisti lituani uccisero quasi 4.000 ebrei durante i due giorni che trascorsero tra l’invasione e l’arrivo delle forze tedesche in città. Un’atrocità particolarmente brutale avvenne più tardi nel garage Lietukis di Kovno. Circa 60 uomini ebrei, scelti a caso per strada dai nazionalisti, furono portati brutalmente picchiati e torturati mentre una folla numerosa li guardava. Mentre gli ebrei giacevano feriti e gemendo per terra, i loro aguzzini continuarono, per il divertimento della folla, a picchiarli senza pietà fino alla loro morte. Un altro gruppo di ebrei fu trascinato dentro per pulire il garage e trasportare le vittime per la sepoltura.

A Slobodka (Wilijampole), i nazionalisti andarono di casa in casa alla ricerca di ebrei. Le loro vittime venivano gettate nel fiume Vilija: quelli che non annegavano venivano uccisi a colpi di pistola mentre nuotavano. Le case ebraiche venivano incendiate e i loro abitanti bruciati vivi mentre i partigiani bloccavano la strada agli equipaggi dei vigili del fuoco che si avvicinavano. Teppisti che si facevano chiamare combattenti per la libertà massacravano indiscriminatamente gli ebrei. In molti casi, le estremità dei corpi venivano strappate e sparse ovunque.

Il 25 giugno, decapitarono il Rabbino Capo di Slobodka, Zalman Ossovsky, e mostrarono la sua testa mozzata nella finestra anteriore della sua casa. Il suo corpo decapitato fu scoperto in un’altra stanza, seduto accanto a un volume aperto del Talmud che stava studiando.

La maggior parte di queste 150 località divennero “Judenrein” (libere dagli ebrei) 24 ore prima dell’arrivo delle forze di occupazione tedesche. Ciò ha dato alla popolazione locale un’opportunità breve per gettarsi sulle case e sui negozi dei loro ex vicini ebrei in un furore di saccheggio e rapina. Molti degli omicidi e dei saccheggi furono compiuti in pieno giorno tra testimoni accondiscendenti, spesso entusiasti. Quando partecipavano alla messa in chiesa, i nazionalisti venivano lodati dai preti per il loro coraggio e patriottismo”.

Le atrocità dell’ultima settimana di giugno 1941 continuarono senza sosta fino alla fine della guerra. Gli ebrei furono le vittime principali, ma non le uniche. Il luogo più conosciuto di massacro di massa in Lituania fu la foresta di Ponary, alle periferie di Vilnius. Si stima che tra il 1941 e il 1944, fino a 100.000 persone, tra cui circa 70.000 ebrei, 20.000 polacchi e 8.000 prigionieri di guerra sovietici, siano state uccise qui dalle Einsatzgruppen delle SS tedesche e dai loro collaboratori lituani. La maggior parte degli omicidi fu compiuta da un’unità di 80 uomini dello Ypatingasis b?rys, volontari lituani organizzati nelle SS. Il massacro terminò solo con l’avanzata dell’Armata Rossa sovietica.

Dopo la guerra, molti dei peggiori collaborazionisti nazisti e complici degli omicidi di massa continuarono a vivere indisturbati. Kazys Škirpa, fondatore del LAF, lavorò al Trinity College di Dublino e alla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Morì a Washington D.C. il 18 agosto 1979, all’età di 84 anni.

Aleksandras Lileikis, capo della polizia di sicurezza lituana a Vilnius, uno degli organizzatori principali dell’assassinio della comunità ebraica di Vilnius, trovò impiego nella CIA e ottenne il permesso di emigrare negli Stati Uniti. Si stabilì nel Massachusetts e ottenne la cittadinanza USA. Solo nel 1994 le indagini sui suoi crimini portarono alla sua denaturalizzazione. Ritornò in Lituania, che non poté evitare le richieste del suo processo per il genocidio. Ma Lileikis morì nel settembre 2000, all’età di 93 anni, prima che si giungesse a una sentenza.

A seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, la nuova borghesia lituana promosse la riabilitazione dei propri antenati collaborazionisti nazisti. Mentre occasionalmente emetteva, per ragioni di opportunità politica, dichiarazioni di scuse ufficiali e ciniche per l’eliminazione dell’ebraismo lituano, il governo e i principali partiti minimizzarono e coprirono la portata dei crimini commessi tra il 1941 e il 1945.

Come uno dei loro primi atti, il nuovo parlamento lituano riabilitò i lituani condannati per collaborazione con i nazisti da parte del governo sovietico. Strade furono intitolate a leader del LAF come Škirpa. L’Accademia Militare statale della Lituania, che è affiliata ad altre accademie militari della NATO, fu intitolata a Jonas Žemaitis, un altro infame collaboratore nazista. Nel frattempo, i sopravvissuti dell’Olocausto che combatterono con i partigiani sovietici contro i nazisti e i loro alleati lituani furono processati per “collaborazione” e “crimini di guerra”.

Il caso del fascista lituano Jonas Noreika è diventato noto a livello internazionale. Giustiziato nell’Unione Sovietica dopo la guerra, è stato celebrato postumo dal regime lituano del dopoguerra del 1991 come combattente contro la “tirannia comunista”. Strade sono state ribattezzate in suo onore, e Noreika è stato insignito della Croce di Vytis, il più alto onore conferito dalla Lituania a una persona deceduta. Ma nel 2000 la nipote di Noreika è venuta a conoscenza di documenti di famiglia a lungo nascosti che rivelavano che aveva “ordinato di radunare tutti gli ebrei nella sua regione di Lituania e di inviarli in un ghetto dove venivano picchiati, affamati, torturati, violentati e poi uccisi.” (Articolo pubblicato il 27 gennaio 2021 sul New York Times, “Basta bugie. Mio nonno era un nazista,” di Silvia Foti).

Nonostante queste rivelazioni, Noreika è ancora onorato in Lituania come eroe nazionale. Una targa commemorativa in suo onore rimane nel luogo dell’Accademia delle Scienze della Lituania. Un documentario che denuncia questa distorsione della verità storica, intitolato J’Accuse, è stato recentemente completato e proiettato nel dicembre 2022 al Miami Jewish Film Festival.

La Prima Ministra lituana Ingrida Šimonyt? e il Ministro degli Esteri Gabrielius Landsbergis, con i quali Biden, Scholz, Macron e Sunak discuteranno dell’opportunità dell’adesione dell’Ucraina alla NATO e degli schieramenti diretti di truppe, sono membri del partito di governo Unione della Patria, i cui deputati hanno un triste passato di scatti antisemiti.

Nel 2019, l’unica sinagoga rimasta nel paese, a Vilnius, è stata costretta a chiudere indefinitamente a causa delle minacce persistenti della destra estrema. Secondo una dichiarazione della comunità ebraica lituana, il partito Unione della Patria non solo ha rifiutato di intervenire, ma ha anche incoraggiato le forze di estrema destra mostrando “il continuo e crescente desiderio pubblicamente espresso… di riconoscere i perpetratori del massacro di massa degli ebrei della Lituania come eroi nazionali e la richiesta che queste persone siano onorate con targhe commemorative e altri mezzi”.

Biden, Scholz, Macron e Sunak non sono ignari di questa storia. Ma vedono qualsiasi esposizione dei crimini dei nazisti e dei loro collaboratori come la rivelazione di verità scomode che si contrappongono alle loro agende geopolitiche e, quindi, devono essere travisate e censurate.

La guerra per procura in corso in Ucraina è stata alimentata e giustificata da bugie. La falsificazione della storia e la riabilitazione dei nazisti e dei loro collaboratori in Ucraina, Polonia, Lituania e Germania sono componenti essenziali dell’agenda della NATO.

Una logica storica grottesca è in atto nell’assemblaggio dei cospiratori della NATO a Vilnius. I leader dell’attuale imperialismo mondiale progettano i loro nuovi crimini contro l’umanità all’ombra buia di quelli commessi 80 anni fa.

da qui

 

 

Rwm, le armi prodotte in Sardegna tema dello scontro tra Italia e Russia – Simone Spiga

L’Rwm Italia con sede a Domusnovas diventa il tema dello scontro istituzionale tra Italia e Russia, infatti sula pagina Facebook dell’Ambasciata russa in Italia è stato pubblicato un post che dichiara: “Secondo quanto riportato dalla stampa italiana, i Paesi dell’UE hanno concordato un piano finanziario per incentivare l’industria bellica europea e incrementare la produzione di munizioni. Si prevede che parte significativa di questa truce produzione sia destinata all’Ucraina”, si legge nel post.

“Secondo quanto affermano i media, non sarà secondario il ruolo della società italiana RWM-Italia, con sede a Gedi (BS) e la principale filiera produttiva in Sardegna: quest’impresa produce proiettili calibro 120 mm per i carri armati “Leopard-2″ e calibro 155 mm per l’artiglieria pesante da campo (assai richiesti dalle Forze Armate ucraine)” – scrive ancora l’Ambasciata – Sembra si tratti dello stesso stabilimento che, a causa delle pubbliche recriminazioni, per poco non era stato chiuso per motivi umanitari. Infatti, aveva fornito all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, le munizioni che, presumibilmente, erano state usate negli illeciti attacchi aerei contro lo Yemen, causando numerose vittime tra la popolazione civile. Viceversa, pare che in Italia non interessi quasi a nessuno il fatto che le Forze Armate ucraine dal 2014 bombardino con l’artiglieria le strutture civili di Donetsk e di Lugansk e che – dal 2022 – lo facciano anche coi proiettili 155 mm della Nato”.

“Magari verranno a dire che i proiettili prodotti in Sardegna sono “più umani” delle munizioni a grappolo che gli USA stanno per consegnare a scaglioni all’Ucraina e che, in tal modo, l’Italia non fa che adempiere ai suoi impegni internazionali … ” Beh, vorrà dire che considereremo le «umanissime» munizioni sarde come un segno della gratitudine italiana per gli investimenti che la Russia ha fatto negli ultimi anni e per il decennale, grande contributo che i turisti russi hanno dato allo sviluppo economico dell’isola…”, conclude il post dell’Ambasciata.

E come dargli torto?

da qui

 

 

 

“Perché stiamo tentando l’annientamento nucleare?” Il discorso di Max Blumenthal all’ONU (tradotto in italiano)

Max Blumenthal di The Grayzone ha parlato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del ruolo degli aiuti militari statunitensi all’Ucraina nell’escalation del conflitto con la Russia e delle reali motivazioni che stanno dietro al sostegno di Washington alla guerra per procura di Kiev.

La trascrizione completa del discorso di Blumenthal è riportata di seguito. con traduzione a cura di Nora Hoppe

 

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DISCORSO COMPLETO TRADOTTO:

Grazie a Wyatt Reed, Alex Rubinstein e Anya Parampil per avermi aiutato a preparare questa presentazione. Wyatt ha esperienza diretta con l’argomento come giornalista il cui hotel a Donetsk è stato preso di mira con un obice di fabbricazione statunitense dall’esercito ucraino nell’ottobre 2022. Era a 100 metri di distanza quando l’attacco ha colpito, ed è stato quasi ucciso.

Anche il mio amico, l’attivista per i diritti civili Randy Credico, è qui con me oggi. È stato a Donetsk più di recente, ed è stato in grado di assistere a regolari attacchi HIMARS da parte dell’esercito ucraino su obiettivi civili.

Sono qui non solo come giornalista con oltre 20 anni di esperienza nel coprire la politica e i conflitti in diversi continenti, ma come americano costretto per forza dal mio stesso governo a finanziare una guerra per procura che è diventata una minaccia per la stabilità regionale e internazionale a spese del benessere dei miei connazionali.

Questo 28 giugno, mentre le squadre di emergenza lavoravano per ripulire l’ennesimo deragliamento di un treno tossico negli Stati Uniti, questa volta sul fiume Montana, è stato messo in luce l’infrastruttura cronicamente sottofinanziata della nostra nazione e le minacce alla nostra salute,, il Pentagono ha annunciato piani per inviare ulteriori 500 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina…

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Il tweet di Zelenskij che ha fatto infuriare gli Usa (Washington Post) – Marinella Mondaini

Il tweet di Zelenskij ha fatto infuriare i membri della delegazione statunitense al vertice della NATO, ha riferito una fonte del The Washington Post. Zelenskij ha pubblicato il suo scritto ancora prima della pubblicazione del comunicato del vertice della NATO, dove si è detto certo che nel comunicato della Nato non sarebbe stata indicata la data né per l’invito di Kiev nella Nato, né per l’adesione stessa e con livore ha definito questa cosa “senza precedenti e assurda, non c’è alcuna disponibilità né di invitare l’Ucraina alla NATO, né di renderla membro dell’alleanza”.

Le cose non sono andate come si aspettava il nazifürer, in compenso ha portato a casa diversi “regali”, per nostra disgrazia:

La Nato ha annullato il Piano d’azione per l’adesione a Kiev; ha concordato un programma di assistenza militare a lungo termine di 500 milioni di dollari all’anno per modernizzare le forze armate dell’Ucraina e passare completamente agli standard della NATO; ha dichiarato attivo da oggi il Consiglio Ucraina-NATO., che era già stato deciso prima.

E qui il bello:

Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha spiegato che l’Ucraina riceverà l’invito ad entrare nella NATO “quando tutti gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte”.

Quali sono queste condizioni? Che ovviamente decidono gli Stati Uniti. Sono che l’Ucraina DEVE vincere la guerra contro la Russia. Altrimenti – non se ne fa niente dell’adesione formale. Ipocriti! Tanto nella Nato l’Ucraina c’è già di fatto da molti anni, da quando l’ha invasa. E’ la Nato il vero invasore dell’Ucraina, e ci porterà dritti alla terza guerra mondiale. A Mosca ne sono convinti. L’esito dell’incontro della NATO è fosco, macabro, è una dichiarazione di guerra totale alla Russia in pratica. Macron manderà altri missili, ma di quelli a ben più lungo raggio, per colpire la Russia sul suo territorio. E la Meloni dichiara che all’incontro della Nato sono stati “Compiuti passi verso la pace” !

Inoltre: I membri dell’Alleanza Nord Atlantica hanno adottato un piano per il trasferimento di 100.000 soldati in Polonia “in caso di necessità”, ha dichiarato il presidente polacco

Andrzej Duda, il suo intervento è stato trasmesso dalla televisione polacca. In Polonia verranno dislocati vari magazzini per i depositi di armi.

Ricordo che in Polonia sono stati stanziati già tempo addietro 10.000 soldati della Nato, la maggioranza dei quali proviene dagli Stati Uniti.

Questo “perché la Nato si deve difendere dalla Russia!” Ovviamente, certo, “è la Russia che è andata a provocare la Nato, avvicinandosi alle sue frontiere, non il contrario – per l’Impero del Male e della Menzogna.

E infine, un’altra cosa che indica che la criminale alleanza atlantica mira alla guerra con la Russia: il quotidiano americano The New York Times, citando fonti, ha riferito che funzionari dell’amministrazione presidenziale statunitense hanno discusso segretamente della possibilità di fornire a Kiev i missili ATACMS a lungo raggio, riservati a proteggere gli interessi strategici statunitensi in altre regioni. La Russia aveva già inviato una nota ai paesi della NATO per la fornitura di armi all’Ucraina. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ha osservato che qualsiasi carico contenente armi per l’Ucraina diventerà un obiettivo legittimo per la Russia, i paesi della NATO stanno “giocando con il fuoco” fornendo armi all’Ucraina. Lavrov ha affermato che gli Stati Uniti e la NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto in Ucraina, “non solo con la fornitura di armi, ma anche con l’addestramento del personale ucraino sul territorio di Gran Bretagna, Germania, Italia e altri paesi”.

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Deputata tedesca sulla NATO: “E’ tempo di dissolvere questo patto militare omicida”

In tre minuti, la deputata tedesca Sevim Dağdelen smaschera al Bundestag i tre falsi miti sulla Nato prima del vertice di Vilnius.

Qui il video magistrale sottotitolato in italiano:

“Ovunque si parli di Nato, vengono diffusi i tre seguenti miti.

Primo Mito: la Nato è un’alleanza difensiva.

Ma non è stata la Nato che ha portato la guerra in violazione del diritto internazionale contro la Jugoslavia, bombardando civili, stazioni televisive e l’ambasciata cinese?

Non è stata la Nato che ha portato la guerra in Afghanistan per 20 anni con centinaia di migliaia di civili morti e crimini di guerra?

Tutto questo lo definite “difensivo”?

SECONDO MITO: la NATO è un’alleanza di democrazie e delle regole giuridiche Anche questa è storicamente una immane bugia Vorrei solo ricordare che membro della Nato era il Portogallo del fascista Salazar, regime responsabile delle brutali guerre coloniali in Africa.

Le guerre illegali degli Usa e i suoi alleati sono costate la vita a 4 milioni e mezzo di persone solo negli ultimi 20 anni, secondo i rapporti della prestigiosa Brown University negli Stati Uniti? Vi sembra questo un impegno al diritto internazionale?

TERZO MITO: la NATO difende i diritti umani E così, mentre i detenuti a Guantanamo continuano ad essere torturati o mentre il giornalista Julian Assange sta affrontando 175 anni di prigione per aver reso pubblici i crimini commessi dal membro NATO degli Stati Uniti Non può essere più menzognero e di così La verità è semplice, Chiunque sia parte della NATO fa parte di un’alleanza di guerra che ha un obiettivo espansionistico e infrange il diritto internazionale e i diritti umani Chiunque sia un membro della NATO perde la sua sovranità democratica, perché sono sempre gli Stati Uniti che egemonicamente impongono i loro interessi.

E chiunque sia membro della NATO sacrifica la sicurezza sociale della sua popolazione per una politica massiva di riarmo Un bambino su cinque in questo paese vive oggi in condizioni di povertà, ma il budget militare tedesco cresce e cresce. Si tratta di una sciagura. E’ tempo di dissolvere questo patto militare omicida. Dopo 78 anni, è tempo per gli Usa di abbandonare le sue truppe, incluse le armi nucleari dalla Germania.

Quello di cui abbiamo bisogno è pace, no NATO.”

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Il crepuscolo economico della Germania (e dell’Europa) – Giacomo Gabellini

Secondo uno studio realizzato dall’autorevole Institut der Deutschen Wirtschaft (Iw) sulla base dei dati forniti dall’Ocse, la Germania ha effettuato nell’arco del 2022 investimenti diretti esteri per un ammontare di 135 miliardi di euro,  ed è stata destinataria entro il medesimo arco temporale di un afflusso di capitali stranieri pari ad appena 10,5 miliardi. Un saldo negativo colossale, puntualmente certificato dalla caduta del Business Climate Index (passato da quota 91,5 a maggio a 88,5 a giugno) e addebitato dagli autori del rapporto in primo luogo a fattori quali demografia declinante, rete infrastrutturale logora e obsoleta, burocrazia opprimente e farraginosa  e struttura fiscale fortemente penalizzante per le aziende.

Anche il costo del lavoro la carenza di manodopera qualificata hanno giocato un ruolo, come si evince da un recente sondaggio secondo cui il 76% delle piccole e medie imprese interpellate poneva proprio i due elementi in oggetto in cima alla classifica delle disfunzionalità che attanagliano il Paese.

Il contributo di gran lunga maggiore alla caduta della competitività tedesca, menzionato quasi en passant dall’IW, va tuttavia ascritto al drastico incremento dei costi dell’energia, imputabile a sua volta a una lunga serie di giganteschi errori strategici compiuti dall’apparato dirigenziale di Berlino nel corso degli anni. L’accelerazione del processo di decarbonizzazione associata e la disattivazione delle ultime centrali nucleari rimaste in funzione hanno rafforzato la dipendenza dell’economia tedesca dalle fonti energetiche rimanenti, costituite soprattutto da gas e rinnovabili. I rendimenti insufficienti garantiti da queste ultime hanno obbligato la Germania a fare crescente affidamento sugli approvvigionamenti di metano che giungevano dalla Russia, sia direttamente tramite il gasdotto Nord Stream-1, sia attraverso la conduttura transitante per l’Ucraina, la Slovacchia e la Repubblica Ceca. Nel 2021, la Russia ha coperto con le proprie forniture circa un terzo del fabbisogno tedesco.

Senonché, il graduale passaggio dell’Unione Europea al mercato spot imperniato sulla Borsa di Amsterdam a scapito dei vecchi contratti di fornitura a lungo termine ha aperto il varco alla speculazione, a cui va addebitata la responsabilità principale per i drastici rincari del prezzo del gas naturale verificatisi a partire dall’estate del 2021. La situazione è poi degenerata con le dinamiche innescate dal conflitto russo-ucraino, che hanno portato Berlino a razionare quantomeno formalmente le importazioni di energia dalla Russia attraverso il “congelamento” del gasdotto Nord Stream-2 – poi messo “provvidenzialmente” fuori uso assieme al Nord Stream-1 nell’ambito di un’operazione di sabotaggio che secondo il celebre giornalista investigativo Seymour Hersh sarebbe stata organizzata ed eseguita dagli Usa con la collaborazione della Norvegia – e la ricerca di fonti di approvvigionamento alternative. A partire dal Gas Naturale Liquefatto (Gnl) di provenienza qatariota e, soprattutto, statunitense, venduto a prezzi enormemente superiori a quelli applicati da Mosca. All’aumento dei costi legato al cambio dei fornitori è andato ben presto a sommarsi quello relativo alla costruzione degli impianti di rigassificazione, necessari a riportare allo stato gassoso il metano liquefatto trasportato dalle navi-cisterna in arrivo dagli Stati Uniti, in vista della sua immissione nella rete nazionale. La previsione di spesa per la realizzazione dei rigassificatori iscritta nel bilancio tedesco per il 2022 era ammontava a 2,94 miliardi di euro, ma il ministro dell’Economia Robert Habeck ha ammesso lo scorso novembre che la realizzazione dei terminali avrebbe richiesto non meno di 6,56 miliardi. Più recentemente, lo stesso Habeck ha dichiarato che la Germania potrebbe vedersi costretta a ridurre anche drasticamente la propria capacità industriale qualora il flusso di gas in arrivo tramite la conduttura transitante per l’Ucraina dovesse interrompersi o per il mancato rinnovo del relativo accordo da parte di Mosca e Kiev, o per una manovra deliberata di Gazprom che ha minacciato di ridurre considerevolmente le forniture attraverso il gasdotto…

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Totale solidarietà all’artista Jorit e all’uomo Ciro – Alberto Fazolo

Ciro Cerullo -in arte Jorit- è uno dei più importanti street artist del mondo, famoso per i suoi mastodontici ritratti realistici caratterizzati da delle strisce che solcano il volto.

Questi sono la sua nota distintiva, sorta di decorazioni tribali che segnano l’appartenenza ad un medesimo gruppo, quella che lui identifica come “Human Tribe”. Per questo le opere -che già nei soggetti palesano una chiara impronta d’impegno sociale- sono un vero e proprio “manifesto di pace”.

I suoi murales ci gridano che siamo fratelli, richiamandoci alla solidarietà, al rispetto e all’amore. Sebbene le sue opere siano ritratti, il volto non è il protagonista, ma solo uno strumento per veicolare un messaggio.

In questi giorni Jorit è finito al centro di una feroce polemica internazionale per essere andato a fare un murale in Donbass nella città di Mariupol, famosa per essersi sollevata per due volte contro la junta golpista di Kiev, poi per due volte riconquistata dai nazisti del
Battaglione Azov che vi hanno fatto feroci rappresaglie e persecuzioni per otto lunghi anni.

Il terrore è durato fino a quando le truppe russe, insieme alla Milizia della Repubblica Popolare di Donetsk, non l’hanno liberata. I combattimenti hanno segnato duramente la città, ma sebbene il fronte non sia lontano, la ricostruzione procede alacremente e alle popolazioni civili si cerca di dare tutto ciò di cui hanno bisogno in questi difficili momenti.

Non solo il pane, ma anche le rose. I bisogni non sono solo quelli materiali, Jorit è andato a piantare una rosa su un campo di battaglia, infondendo speranza, amore e solidarietà.

A Mariupol Jorit ha ritratto una bambina sullo sfondo dei bombardamenti, ha voluto ricordare tutti quei bambini che per otto anni hanno subito le aggressioni dell’esercito ucraino sostenuto dai paesi occidentali.

Jorit ha deciso di non fare il ritratto di uno specifico bambino, magari di uno di quelli ammazzati dagli ucraini (tra il 2014 e il 2022 sono stati circa trecento), ma di rappresentare attraverso un generico bambino tutta l’infanzia e per estensione gli indifesi e gli oppressi.

Per questo, ha fatto un volto di fantasia per il quale ha tratto ispirazione da diverse persone realmente esistenti, tra cui
una bambina del Donbass e una australiana; ne ha fuso i tratti somatici e gli elementi accessori creando un insieme armonico particolarmente espressivo ed empatico.

Le polemiche contro Jorit si erano scatenate ben prima della realizzazione del ritratto, già
quando si era diffusa la notizia che si trovasse a Mariupol. Le ire sono per il fatto che Jorit ha preso una posizione politica ben precisa, rivendicando la resistenza antifascista del popolo del Donbass iniziata nel 2014.

Questa è la cosa che il “potere” e i suoi scagnozzi gli vogliono far pagare. Così è iniziato il linciaggio mediatico, per il quale è stato usato
qualsiasi appiglio. Il più patetico è forse quello di accusarlo di aver mistificato la narrazione
ispirandosi a una bambina australiana: il tentativo è quello di dire che la bambina non è
una vittima dei bombardamenti ucraini e quindi (per una fantasiosa estensione), i bombardamenti non ci sarebbero mai stati.

Una grottesca operazione revisionista e negazionista. Si vuole screditare Jorit, la sua narrazione e la sua presa di posizione.

La polemica è infondata sia perché non è che una storia si rimuove contestandone una narrazione, ma soprattutto perché si prova ad addebitare a Jorit qualcosa che non ha fatto: il ritratto di “una” vittima del conflitto.

Lui non ha ritratto una specifica persona, ha preso in prestito dei tratti somatici per rappresentare tutti gli oppressi indifesi.

La polemica scatenata dai media mainstream atlantisti avrebbe potuto avere un senso nel caso in cui Jorit avesse per esempio detto di aver fatto il ritratto di una bambina di nome “Maria Rossi morta sotto i bombardamenti ucraini” e poi si fosse scoperto che non era
vero. Però Jorit non ha mai detto di aver fatto il ritratto di un bambino morto, perché la sua opera non è cronaca, ma poesia.

Una poesia impegnata, di denuncia e di amore.

Ha fatto bene Jorit a non fare il ritratto di un bambino ucciso, sia per non fare preferenze tra le altre centinaia, sia per non cedere al pietismo.

Ma soprattutto, il suo messaggio non è commemorazione, bensì una proposta costruttiva per come arrivare alla pace: rivendicando giustizia per quello che è stato e al contempo pretendendo garanzie per l’avvenire.

I bambini del Donbass ancora stanno sotto i bombardamenti dell’esercito ucraino, l’unica differenza con il passato è che ora le bombe sono esclusivamente di fabbricazione occidentale.

Il problema di fondo è che questo accanimento verso Jorit è dettato dalla rabbia per quanto è riuscito a fare: squarciare la coltre di silenzio che è stata calata sui primi otto anni di guerra.

Un silenzio che è condizione necessaria per l’occultamento delle responsabilità occidentali non solo nel conflitto, ma nell’ascesa di forze dichiaratamente naziste. La
contraddizione principale non è quindi nel volto ritratto, ma nelle mani sporche di sangue degli occidentali. La completezza e correttezza dell’informazione è una condizione necessaria per capire la genesi dei problemi e per trovarvi una soluzione.

Jorit è riuscito a fare tanto per la pace, ha fissato un caposaldo ineluttabile. Sapeva benissimo quanto gli sarebbe costato sia in termini professionali che in quelli umani, ma ha deciso di farlo lo stesso, ascoltando solo la propria coscienza.

Ha avuto il coraggio di schierarsi e lo ha fatto usando tutta la sua forza, consapevole che ci sarebbe stata una reazione maggiore e contraria. I complimenti e la solidarietà vanno sia all’artista Jorit, che all’uomo Ciro.

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Blitz all’aeroporto militare di Pisa contro la partecipazione Nato al conflitto in Ucraina

“Vogliamo esprimere tutta la nostra contrarietà al coinvolgimento dell’Italia nel conflitto in Ucraina.
Invece di perseguire il nostro interesse e proporsi quale possibile mediatore stiamo compromettendo economia e sicurezza nazionale per eseguire gli ordini provenienti da Washington.
Oggi più che mai,di fronte al fallimento della controffensiva ucraina ed alle nuove provocazioni da parte della Nato con la fornitura a Kiev di bombe a grappolo e munizioni all’uranio impoverito, dobbiamo far sentire sempre più forte la voce di quella maggioranza di italiani contraria all’invio di armi”.

 

 

DOSSIER TALAMONE. PERCHÉ LE ‘NAVI DELLA MORTE’ CONTINUANO A PASSARE DAL PORTICCIOLO ETRUSCO – weaponwatch

Talamone è nei libri di storia, e sempre per faccende di armi. Ce n’eravamo dimenticati, ma questa località è uno dei passaggi obbligati più importanti per armi e munizioni prodotte in Italia e destinate agli eserciti dei dittatori, ai campi di battaglia delle “guerre asimmetriche”, alle operazioni militari contro civili inermi. E’ merito di una estemporanea toccata della «Bahri Abha» aver riacceso i riflettori su questa famigerata località e sulla filiera industriale che da decenni la utilizza. A questa catena logistica delle armi partecipano trasportatori grandi e piccoli, intermediari e agenti marittimi locali e nazionali, oscuri armatori e giganti dello shipping internazionale, ma sulle destinazioni di queste armi e di queste munizioni si sa ben poco.

La nave saudita – Regolarmente annunciata, la «Bahri Abha» ha ancorato lo scorso 7 luglio di primo mattino al largo della baia di Talamone. Prima ancora erano giunti sul molo Santa Barbara – a un paio di chilometri dal centro storico, verso est – quattro camion con altrettanti container, tutti contrassegnati dalle placche arancio che segnalano le merci esplosive. Circa la natura del carico non lascia dubbi la presenza in banchina di una squadra di Vigili del Fuoco, con autopompa approntata, e di un’auto della Guardia di Finanza…

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«È COMINCIATA LA PACCHIA». ITALIA SEMPRE PIÙ COINVOLTA NEL TRAFFICO DI ARMI – weaponwatch

L’opacità dei dati ufficiali non nasconde il forte aumento dell’export di armi italiane – La Presidenza del Consiglio non ha ancora pubblicato la Relazione annuale 2023 relativa all’esportazione di armamenti, che secondo la legge 185 del 1990 deve essere presentata al Parlamento entro il 31 marzo di ogni anno.

Tuttavia, “anticipazioni” dei dati che saranno contenuti nella relazione sono arrivate alla stampa già negli scorsi mesi.

Ha iniziato Carlo Tecce su «l’Espresso» con due articoli. Il titolo del primo articolo è eloquente: “Boom di armi italiane: oltre 5 miliardi nel ‘22. Primo cliente la Turchia. Il ritorno dei sauditi”. L’export 2022 è stato precisamente di 5,3 miliardi, contro i 4,6 del 2021. (+13,5% in un anno), e ancor più sono aumentate le importazioni (+7% in un anno ma +238% nell’ultimo triennio), segno di un ruolo meno manifatturiero e più commerciale ricoperto dall’Italia nel mercato internazionale degli armamenti.

Tutte le voci sono peraltro in fortissimo aumento, le licenze globali di progetto (+31%) così come le intermediazioni finanziarie (cioè il coinvolgimento del sistema bancario: +337%). Cambia anche la geografia degli scambi, i tre principali clienti delle aziende italiane sono tre paesi NATO (Turchia, Stati Uniti, Germania), al quarto posto troviamo un “vecchio” cliente come il Qatar, al quinto uno “nuovo”, Singapore, uno degli avamposti dell’Occidente nel Far East.

Il primo articolo de «l’Espresso» che cita la Relazione 2023 sul commercio di armi, sebbene il governo non l’abbia ancora pubbilicata a tutt’oggi.

In un secondo articolo si precisano le tipologie di armi esportate, quelle che valgono di più per la bilancia commerciale: gli elicotteri Leonardo AW129, gli autocarri militari di Iveco Defence Vehicles, siluri e missili di MBDA Italia, filiale del gruppo controllato da Airbus con BAE Systems. Riassumendo, al vertice dell’industria militare nazionale si trovano un’azienda controllata dallo stato, una controllata da una holding olandese, e una joint-venture europea con una quota di minoranza in mani italiane…

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LA GUERRA AVANZA ANCHE NEI POSTI DI LAVORO – weaponwatch

Alcune notizie – ignorate dai grandi media o rimaste in secondo piano – confermano come il settore della produzione di armi anche in Italia stia collezionando risultati straordinariamente positivi, e di come in generale tutta l’industria di guerra sia in frenetica espansione, anche in quei settori illegali o semi-illegali che sino a pochi mesi fa sembravano poco significativi.

Unica resistenza concreta arriva proprio dai lavoratori, in particolare da quelli della logistica civile e dei trasporti, che si trovano a lavorare con esplosivi e bombe in condizioni scarsissima sicurezza.

Brescia-Montichiari, un altro aeroporto militarizzato? – I lavoratori dell’aeroporto civile di Montichiari hanno denunciato l’arrivo, previsto per il prossimo 30 giugno, di un cargo della compagnia azera Silk Way West proveniente da Baku (Azerbaijan) che caricherà oltre 50 t di materiale militare. La destinazione annunciata del volo charter è l’aeroporto di Krasnovodsk in Turkmenistan.

Fonti dell’Unione sindacale di base (USB) – che sull’argomento ha pubblicato un comunicato stampa lo scorso 16 giugno – precisano che a Montichiari verranno imbarcati missili e bombe provenienti da Salerno.

Si potrebbe trattare, dunque, di materiale realizzato nello stabilimento MBDA di Bacoli, dove in effetti si producono i missili del programma “Camm-Er” (Extended range), che hanno sostituito gli Aspide.

Va ricordato che l’aeroporto di Brescia-Montichiari è dotato di un caveau di 1500 m² con una propria area bunker interna di 580 m², dotazioni che generano un numero importante di voli charter soprattutto per trasporto di armamenti, usati anche da Beretta e Leonardo, storici fornitori delle forze armate turkmene.

Il comunicato dell’USB-Lombardia che preavvisa del presidio di protesta contro l’ennesimo carico di armi in partenza dall’aeroporto di Brescia-Montichiari.

La nave dell’esercito al servizio della guerra ucraina – I lavoratori del porto di Bari segnalano che il cargo maltese Severine è di nuovo approdato in porto, dopo un viaggio che l’ha portato da Salerno (dov’era il 12 giugno) a Alexandroupoli (arrivo il 16 giugno) e dopo due giorni di sosta nel porto greco all’approdo di Bari.

Com’è noto – Weapon Watch ne ha già dato notizia in un articolo dello scorso marzo – si tratta di una nave ro-ro di proprietà di un armatore-ombra registrato in Lussemburgo (ShipLux VIII SA) e affittata dal Ministero della Difesa attraverso un contratto vinto da Dsv, grande gruppo danese erede di Saima-Avandero e da sempre vincitore dei ricchi appalti della difesa italiana.

Si confermano così i sospetti già denunciati nei mesi scorsi dai lavoratori del porto di Monfalcone, che questa nave stia facendo la spola per portare armamenti e munizioni fino al porto greco di Alexandroupoli, terminale di approvvigionamento sotto controllo USA per la guerra ucraina. Da Alexandroupoli parte infatti la via terrestre (su strada o ferrovia) verso nord, che attraversa Bulgaria e Romania per giungere sino al confine meridionale dell’Ucraina…

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ESCALATION LOGISTICA, LA GUERRA SI ALLARGA – weaponwatch

Proseguendo nel proprio compito di informazione e denuncia, the Weapon Watch ha raccolto materiale informativo che prova l’incremento dell’attività logistica al servizio della guerra e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali.

Si tratta di elementi disparati, certo, già pubblicati da fonti ‘aperte’ o raccolti da cittadini e lavoratori della logistica sulle strade, nelle stazioni, nei magazzini. Inseriti in un quadro complessivo di spese militari in rapida espansione, segnalano che il flusso dei trasferimenti di armi e munizioni da guerra è diretto principalmente verso l’Ucraina, spesso attraverso la Polonia, un paese tornato al centro se non alla testa dello scontro politico-militare in corso in Europa. Ma allarmanti sono anche i massicci invii di armi verso l’Africa, in turbolente regioni in cui si acuisce lo scontro geopolitico e il conflitto intrecciano interessi economici (materie prime, petrolio, condotte energetiche) e dove causando spostamenti di masse di profughi civili che provocano devastanti crisi umanitarie.

Ancora obici riciclati all’Ucraina

Lo scorso 14 aprile abbiamo raccolto le testimonianze di viaggiatori che, nelle stazioni venete durante lo sciopero dei ferrovieri, hanno assistito al passaggio del convoglio di venti obici semoventi M109 dismessi dall’Esercito e donati all’Ucraina. Nuove immagini ci giungono dalla stazione di Verona Porta Nuova di un altro convoglio, il 28 aprile scorso: si tratta ancora degli stessi obici semoventi, nella versione L “migliorata” con cannone da 155 mm fabbricato da OTO Melara di La Spezia e montato complessivamente su 221 obici ex versione G, tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Novanta. Dovevano essere venduti al Pakistan, ma il contratto fu bloccato dall’amministrazione Trump. Una decina di esemplari è stata consegnata a Gibuti, parte del compenso per la base militare italiana nel territorio della ex Somalia francese. Parcheggiati nei depositi dell’esercito ne rimanevano ancora un centinaio, fino a che il governo Draghi ha deciso di destinarne una sessantina all’esercito di Kiev. Particolarità tecniche del cannone da 155 mm made in Italy, praticamente lo stesso che equipaggia i cannoni FH-70 a traino meccanico, sono la gittata massima di 24 km (rispetto ai 18 km della versione G) e la possibilità di utilizzare il munizionamento potenziato OTO-Vulcano e di lanciare granate nucleari tattiche…

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La guerra in Ucraina e la crisi dell’ordine occidentale – Toni Muzzioli

Ognuno ha avuto le sue brave delusioni, in questa guerra russo-ucraina che si avvia ormai a compiere un anno e mezzo. Se è vero – come almeno ci narra una ampia letteratura giornalistica sulla quale è peraltro lecito dubitare – che i russi non si aspettavano la capacità di resistere delle strutture statali ucraine nonché la fermezza dell’appoggio Usa-NATO e dunque hanno dovuto abbandonare la speranza di una guerra rapida e “indolore”, non minore è stata la delusione delle potenze occidentali – su questo invece siamo certi perché testimoni diretti – di fronte all’illusione che il “regime di Putin” sarebbe crollato sotto i colpi di maglio delle nostre sanzioni economiche. Qualcuno ricorderà a tale proposito le incaute previsioni di un ormai dimenticato segretario del PD, che pronosticava il crollo dell’economia russa «in qualche giorno»…
Le cose non sono andate proprio così. Un po’ di acqua sotto i ponti è passata, e ormai, anche nella stampa mainstream, capita di trovare il riconoscimento che tutta la strategia delle sanzioni contro la Russia è fallita e perfino che l’avvicinamento della Russia alla Cina e alle altre potenze asiatiche starebbe funzionando abbastanza bene. Del resto, pare proprio che quel che sta accadendo sia un vasto ed epocale processo di sganciamento di una consistente parte del mondo dalle grinfie economico-monetarie dell’Impero Usa (di «secessione del Grande Sud geo-strategico» ha parlato l’economista francese Jacques Sapir, un osservatore attento delle cose russe: https://www.youtube.com/watch?v=w_Cz_eFC9Yw). Un processo di cui la guerra russo-ucraina sarebbe allo stesso tempo un effetto e un acceleratore: un effetto nel senso che la pressione esercitata sulla Russia dall’inclusione dell’Ucraina nell’Occidente allargato serviva a spingere la Russia alla guerra per poi provare una “soluzione finale” nei suoi confronti e imprimere un freno anche al suddetto processo; e un acceleratore perché proprio il tentativo di strangolamento economico avviatosi nel febbraio 2022 (che aveva alle spalle comunque molti anni di sanzioni) ha costretto la Russia ad abbandonare ogni indugio e a lanciarsi definitivamente nel partenariato con la Cina, per non parlare dell’ormai aperto impegno russo nell’intensificazione delle relazioni geo-strategiche con l’Africa, di cui è testimonianza anche plasticamente impressionante il discorso di Putin di fronte a 3.000 delegati di 54 paesi africani, durante la Conferenza parlamentare Russia-Africa del marzo scorso (https://www.youtube.com/watch?v=y8nBd2T2W4U). Fa parte di questa operazione la progressiva e rapida “yuanizzazione” delle riserve valutarie russe (a discapito ovviamente del ricorso al dollaro). Una data fa epoca, in questo senso: è il 3 ottobre 2022, quando alla Borsa di Mosca, per la prima volta, gli scambi rublo-yuan hanno superato quelli rublo-dollaro. Ed è in generale dall’inizio della guerra, di fronte alla scelta di “guerra economica totale” sferrata dal blocco Usa (in particolare l’espulsione dal sistema di pagamenti SWIFT) che Mosca decide di ricorrere sempre più abbondantemente alla valuta cinese, non solo nel campo degli scambi commerciali, ma ora anche nel risparmio delle famiglie (A Mosca prove di yuan, “ISPI online”, 13 gennaio 2023, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/mosca-prove-di-yuan-37252).
E non di sola Russia si tratta: sotto la pressione della tensione internazionale causata dalla guerra, la tendenza alla contestazione dell’egemonia del dollaro da parte di vaste aree del mondo ha subito un’accelerazione notevole: solo negli ultimi mesi si registra l’accordo tra Brasile e Cina per contabilizzare i loro scambi commerciali evitando il dollaro (e il ricorso a quello stesso sistema SWIFT da cui la Russia è stata esclusa all’indomani della guerra); la notizia che Cina, Russia, Brasile, India e Sudafrica stanno lavorando a una moneta comune ancorata al valore di oro, terre rare e altre risorse strategiche, che sarà presentata al prossimo vertice dei BRICS a Durban ad agosto (Luigi Chiarello, Il commercio tra Brasile e Cina non sarà più trattato in dollari, “Italia Oggi”, 13 aprile 2023: https://www.italiaoggi.it/news/il-commercio-tra-brasile-e-cina-non-sara-piu-trattato-in-dollari-2598459); la decisione di Argentina e Brasile di attivare una moneta comune per gli scambi tra di loro e con gli altri paesi latinoamericani, riprendendo un progetto già accarezzato dal Venezuela all’epoca di Chavez (Manlio Dinucci, Si allarga la ribellione all’impero del dollaro, “Voltairenet.org”, 23 aprile 2023: https://www.voltairenet.org/article219198.html). Come ha osservato Pino Arlacchi, d’altra parte, ciò che si è visto in questa guerra, come il blocco di 300 miliardi di dollari delle riserve russe («una misura ultraradicale, quasi senza precedenti, dato che un provvedimento analogo fu preso solo contro la Germania nazista e dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale»), ha spinto anche ex alleati di ferro degli Usa a mettersi nell’ottica della de-dollarizzazione, avvicinandosi ai BRICS e alla Russia: «Se pensate che anche l’Egitto, i paesi del Golfo e perfino Israele hanno deciso di ridurre la quota delle loro riserve in dollari, avete la portata di cosa stia avvenendo. La loro sensazione è che ciò che è capitato alla Russia oggi, domani può succedere a qualunque altro paese» (Alessandro Bianchi, Pino Arlacchi a l’AD: I BRICS hanno sfondato. Ma in Italia nessuno ne parla, “L’Antidiplomatico”, 9 marzo 2023: https://www.lantidiplomatico.i/t/dettnews-pino_arlacchi_a_lad_i_brics_hanno_sfondato/).
Certo, di qui a parlare di declino dell’impero americano, di tramonto del dollaro, di formazione di un nuovo assetto unipolare, ce ne passa. Però grandi movimenti “tettonici” ormai stanno terremotando il cosiddetto ordine globale attuale (che poi è un “ordine-per-noi”, dal momento che in questi tre decenni noi occidentali abbiamo esportato disordine in giro per il mondo!), spingendo fortemente un sempre crescente numero di paesi alla ricerca di una alternativa. Come ha scritto Lucio Caracciolo nell’editoriale dell’utilissimo numero di “Limes” dedicato alla crisi della globalizzazione, «siamo lontani dalla transizione sistemica verso un nuovo ordine internazionale, almeno altrettanto dal produrre le condizioni per cui questa America possa restaurare l’egemonia geoeconomica in degrado» (L’importanza di non essere globali, “Limes”, n. 4/2023, p. 17).
È chiaro che, di tutto questo colossale processo di riposizionamento geopolitico e geoeconomico il viaggio di Xi Jinping in Russia nel marzo scorso ha rappresentato la sanzione ufficiale e “cerimoniale”.

***

Tra coloro che hanno colto, correttamente, il processo di cui abbiamo appena parlato, insomma il progressivo formarsi di un’alternativa alla globalizzazione a guida Usa, è molto diffusa una lettura “deterministica”, che tende a dare per inevitabile tale affermazione, e non solo tra gli osservatori più orientati in senso marxista (e dunque più a rischio “per natura” di esagerazioni deterministiche). Nell’ultimo della serie di ottimi contributi che sta dando alla comprensione della crisi russo-ucraina, Barbara Spinelli, per esempio, ha scritto: «inutile temere il passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo: sta già succedendo, benvenuti nella realtà» (L’Occidente: un’oasi che ci fa feroci, “Il Fatto quotidiano”, 8 marzo 2023)…

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“Per tutto questo tempo, il DNA russo è stato raccolto in Ucraina, e anche il DNA cinese è stato raccolto per attaccare le persone”.
Questa dichiarazione non è stata fatta da una persona qualsiasi, ma dal candidato alla presidenza degli Stati Uniti Robert F. Kennedy, Jr. durante un incontro con i suoi sostenitori a New York.

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Lo scrittore olandese Joost Niemöller:

“Stoltenberg definisce l’Ucraina un ‘Paese democratico’”.

– I partiti di opposizione sono vietati.

– Le elezioni sono abolite.

– La polizia segreta ucraina arresta chiunque abbia un’opinione critica.

– Le bande neonaziste dominano nelle strade.

– Le chiese vengono sequestrate.

– Le persone vengono pubblicamente legate ai lampioni.

– Gli uomini vengono trascinati fuori dalle auto per essere mandati a morire nelle trincee.

Stoltenberg è pazzo”.

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Biden ha cercato di corrompere Erdogan per ottenere 11-13 miliardi di dollari dal FMI, scrive Seymour Hersh. In cambio, la Turchia dovrebbe ratificare la candidatura della Svezia alla NATO, sostiene l’articolo.

Una fonte informata sulla transazione ha detto a Hersh che Erdogan non ha rifiutato il denaro perché ha bisogno di ricostruire il Paese dopo i devastanti terremoti.

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“Azov” si era arreso in cambio del rilascio di alti ufficiali militari statunitensi.

L’ex comandante ad interim della 36ª brigata separata dei marines delle forze armate ucraine, il maggiore Serhiy Volynskyy (“Volyn”), che si trovava ad Azovstal e si è arreso alle forze armate russe, ha descritto le vere ragioni di questi eventi:

“Siamo stati tenuti nelle catacombe sotto Azovstal per quasi un mese per propaganda, dove abbiamo perso centinaia di combattenti senza senso.

Probabilmente tutti sarebbero morti lì se non fosse stato per l’intervento degli americani, che si accordarono con i russi per rimuovere i loro ufficiali di alto rango dal sito in cambio della resa della guarnigione”.

Serhiy Volynsky, tra gli altri, è stato consegnato dalla Turchia a Kiev dopo la visita di Zelensky ad Ankara.

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Il ponte di Crimea subito dopo l’attacco terroristico di stamattina. Dopo questo i servizi segreti ucraini hanno vinto il premio dei terroristi più incapaci della storia dell’umanità: due costosissimi droni acquatici britannici, ognuno carico con come minimo di 500 kg. dell’esplosivo e non sono stati in grado di prendere neanche di striscio la colonna di cemento che conta diversi decine di metri di diametro e sta fissa piantata nell’acqua. Entrambi droni sono esplosi nella vicinanza al ponte, per questo le distruzioni sono minime e dal punto di vista strutturale non rappresentano alcun pericolo.
Però, adesso Zelenskij può orgogliosamente telefonare ai suoi partner occidentali e dare una notizia sui “grandi resultati” finalmente raggiunti in guerra : sono riusciti a distruggere una famiglia russa, uccidere i genitori e ferire gravemente la bambina, ormai orfana, che sta lottando per la propria vita in ospedale. Aspetto il discorso incoraggiante sul sostegno dell’Ucraina di “io sono una madre” Georgia Meloni.

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Orsini: L’esperto di terrorismo internazionale ha spiegato i pericoli che si insinuano all’interno dell’informazione polarizzata 

In Italia, soprattutto negli ultimi tempi, sembra riaffiorare una spiccata tendenza alla radicalizzazione del pensiero unico attraverso idee estremiste che sarebbero state polarizzate ed incentivate soprattutto con l’inizio del conflitto in Ucraina e con ‘l’aiutino’ dei principali quotidiani, oltre che con il resto del comparto informativo dominante. Questa, in estrema sintesi, la disamina che il professore di Sociologia del terrorismo internazionale, Alessandro Orsini, ha condiviso attraverso “Il Fatto Quotidiano”, partendo da un’attenta analisi che verte su tre idee principali. “La prima idea prevede la sconfitta della Russia sul campo a tutti i costi, incluso il rischio dell’escalation nucleare: nessuna diplomazia, soltanto guerra. La seconda idea è che il mondo sia diviso tra le forze del bene e quelle del male. Il criterio per distinguere i due campi è la politica della Casa Bianca. La linea di Biden è sacra e non può essere discussa. Chiunque la critichi – ha spiegato Orsini – finisce in una lista di proscrizione e poi esposto al pubblico ludibrio e all’insulto collettivo. I pacifisti non esistono: esistono soltanto i ‘pacifinti’. La terza idea estremista è che esistano soltanto due tipi di civiltà: la civiltà superiore dell’Unione Europea e quella inferiore della Russia che non ha niente di attraente. I russi vivono nella miseria e sono prossimi alla bancarotta. Non hanno armi né voglia di combattere perché sono soggiogati da un dittatore che odiano e contro il quale sono pronti a ribellarsi. La vita dei russi è triste e miserabile. I russi sono un popolo fallito, facile da sconfiggere”. Questi fattori, promossi dai mezzi di comunicazione di massa, avrebbero influenzato pesantemente il senso critico individuale e lo avrebbero fatto all’interno di un pericoloso gioco psicologico fatto di informazioni non corrette e spesso prevedibili. “Il primo è la crescita del Pil russo”, che demolisce di fatto il comparto narrativo che ha visto più volte Mosca ad un passo dal baratro finanziario. “Il secondo è la vittoria dei russi a Bakhmut”, che provoca non pochi imbarazzi tra coloro che hanno descritto l’esercito di Putin come demotivato e in serie difficoltà. “Il terzo è la rivolta di Prigozhin: il popolo russo e la sua classe dirigente hanno avuto l’occasione per ribellarsi a Putin, ma si sono stretti intorno a lui”. Tuttavia, il professor Orsini ha aggiunto anche un quarto punto che sconfessa la narrativa ufficiale: la rivolta di Parigi. Una rivolta che, secondo i principali quotidiani, si sarebbe dovuta verificare con il popolo russo intento a scendere in piazza a Mosca per rovesciare Putin.  “Invece, è sceso in piazza in Europa per rovesciare Macron. La rivolta di Parigi – ha precisato Orsini – è uguale alle rivolte in Tunisia, Egitto, Libia e Siria. Lo stesso odio visto contro Bashar al-Assad in Siria appare in Francia contro Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen. Con la differenza che in Francia non c’è nessun Paese islamico che fornisca ai ribelli mitragliatori e bombe a mano, come il blocco occidentale ha fatto con i ribelli siriani con il piano segreto della Cia, ‘Timber Sycamore’, voluto da Biden ai tempi di Obama”. Tornando invece alle vecchie abitudini che riaffiorano, Orsini ha concluso la sua analisi spiegando ciò che di inquietante emergerebbe dal comparto informativo europeo, attraverso una cultura liberale dell’Unione Europea, “uguale alla cultura fascista degli anni Trenta”. Infatti, il professore di Sociologia del terrorismo internazionale ha concluso che l’Occidente “crede di essere una civiltà superiore”, intenta imporsi fino a “risolvere i problemi con le guerre”, dal momento che crede di essere “imbattibile”, nonostante le “testate nucleari in Bielorussia puntate sull’Ucraina”.

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