Lineamenti di filosofia del linguaggio alieno nella fantascienza

Breve introduzione (a uso dei perplessi) di Fabrizio Melodia, notissimo e stimato astrofilosofo; seguito da una «nota infame» del bottegaio db

Toren van Babel, Bruegel (circa 1565)

       Qui in “ bottega” 7 giorni fa ho parlato di linguaggi alieni presenti nella saga di «Guerre Stellari», in seguito all’uscita del nuovo capitolo su grande schermo: ovvero a un polo le possibili lingue artificiali che una specie aliena potrebbe utilizzare per comunicare con noi, all’altro polo il loro linguaggio naturale assolutamente incomprensibile per l’orecchio e la logica terrestre… e in mezzo varie altre opzioni di lingue-ponte.

Nelle fantascienze molti autori si sono cimentati a immaginare tali lingue, alcuni arrivando anche a crearne di concretamente parlabili e scrivibili.

Fra i primi a tentare fu il “papà” di Narnia, Clive Staples Lewis, nel romanzo «Lontano dal pianeta silenzioso»: forte della sua esperienza di filologo e intimo amico di Tolkien, creatore dei linguaggi Arda della Terra di Mezzo (l’elfico e non solo, di cui parlerò in un post specifico) arrivò a determinare con sufficiente precisione il tipo di linguaggio parlato dai Marziani.

Non c’è da stupirsene: Lewis era un creazionista, ovvero un seguace della teoria secondo cui tutto è opera divina, quindi non riteneva assolutamente fantascientifico ritenere che su Marte si parlasse un dialetto indoeuropeo.

Anche l’ottimo Philip K. Dick cedette alla tentazione creazionista o forse Terra-centrica: nel romanzo «Noi, Marziani» arriva a ritenere che gli abitanti di Marte fossero imparentati strettamente con gli aborigeni australiani e che fra di loro si parlasse un inglese cosiddetto “pidgin” ovvero un idioma derivante dalla mescolanza di lingue di popolazioni differenti, venute a contatto a seguito di migrazioni, colonizzazioni, relazioni commerciali. Esistono molte varietà di pidgin, molto diverse fra di loro, parlate in varie parti del mondo, soprattutto in Paesi ex-coloniali. Esempio tipico è, per l’appunto, il “pidgin english” parlato ancora in molti Paesi che hanno avuto un lungo periodo di colonizzazione inglese mescolanndo la lingua ufficiale imposta (l’inglese) con quelle indigene pre-esistenti.

Douglas Adams risolve con un umoristico colpo di spugna il problema della comunicazione con il suo traduttore universale ironicamente denominato «Pesce di Babele». Eccone un assaggio: «Il Babelfish è piccolo, giallo, ricorda una sanguisuga ed è forse la cosa più strana dell’universo. Si ciba dell’energia delle onde cerebrali, assorbendo frequenze inconsce ed espellendo una matrice di frequenze consce verso i centri cerebrali del linguaggio. La conseguenza pratica è che se ve ne ficcate uno nell’orecchio, comprenderete istantaneamente qualunque cosa, in qualunque lingua», così scrive nella imperdibile «Guida galattica per autostoppisti».

Stanislaw Lem dimostra senza ombra di dubbio la “possibile impossibilità” di comunicazione fra noi e una razza aliena troppo diversa, nel suo celebre «Solaris», il pianeta senziente.

Nel 1980, una lingua aliena fu creata da Sylvia Sotomayor che la chiamò Kelen, dal nome della razza aliena che la usa quotidianamente nel mondo immaginario da lei immaginato. La sua caratteristica fondamentale è la violazione di una delle chiavi linguistiche universali, cioè il fatto che tutte le lingue umane possiedano verbi. Nel Kēlen le relazioni tra i gruppi nominali contenuti nella frase sono espressi da quattro “relazionali”. Nonostante questa vistosa peculiarità, il Kēlen risulta in definitiva una lingua espressiva e intelligibile; testi scritti in Kēlen sono stati infatti tradotti sia dai suoi creatori che da molte altre persone.

L’impossibilità data dall’alterità “totale” del pianeta Solaris potrebbe costituire un ostacolo insormontabile ben più ostico delle enormi distanze da percorrere per incontrare altri mondi e nuove forme di vita e civiltà: eppure, le illusioni generate dal pianeta, forse hanno maggiore logica del nostro linguaggio parlato, forse non è altro che un modo di esprimersi per immagini inerenti al nostro “Io profondo”. In sostanza, l’inconscio è universale, tenendo conto che esso è strutturato come un linguaggio: «L’uomo possiede la capacità di costruire linguaggi, con i quali ogni senso può esprimersi, senza sospettare come e che cosa ogni parola significhi. – Cosí come si parla senza sapere come i singoli suoni siano emessi. Il linguaggio comune è una parte dell’organismo umano, né è meno complicato di questo. È umanamente impossibile desumerne immediatamente la logica del linguaggio. Il linguaggio traveste i pensieri. E precisamente cosí che dalla forma esteriore dell’abito non si può concludere alla forma dei pensiero rivestito; perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi che quello di far riconoscere la forma del corpo. Le tacite intese per la comprensione del linguaggio comune sono enormemente complicate»: così scrisse Ludwig Wittgenstein nel suo «Tractatus logico-philosophicus» (alla proposizione 4.002).

UNA NOTA INFAME

Devo purtroppo annunciare allo stimato astrofiloso Fabrizio Melodia che – in base al recente «Jobbe Galactic Patatr-act» – sarà licenziato dalla “bottega” perché questo suo post pur ottimo (come sempre) è gravemente incompleto. Infatti manca ogni accenno ad almeno quattro “nodi” fondamentali per sgrovigliare il nostro tema. Il primo è «I linguaggi di Pao» di Jack Vance. Il secondo sono le riflessioni di Ursula Le Guin in vari racconti e in almeno due romanzi (devo dire quali?). Il terzo è un fondamentale racconto di Robert Sheckley – ma volendo potremmo corredarlo con un altro suo – che non a caso intrigò perfino l’allora geniale (oggi meno) Umberto Eco. Quarto nodo vari testi di Samuel Delany. Siccome ho paura che licenziando Melodia così in diretta e senza neppure il classico preavviso degli “8 giorni” … 1) comunque non troverò un sostituto alla sua altezza e 2) i miliardi di suoi e sue fans mi linceranno APRO CON LUI UNA TRATTATIVA. Se questa sua «breve introduzione» (troppo breve) verrà presto integrata da una successiva e più ampia trattazione posso assicurare all’astrofilosofo una immediata riassunzione in “bottega”. Alle stesse condizioni precedenti che, per chi non lo sapesse, riassumo così: nessuna paga, insulti, orari infami (schiavismo insomma) ma la possibilità di cantare a volontà «Old Man River» e «We Shall Overcome». Con voi tutte/i/* – umani, umanoidi e del tutto alien* – ci si rivede il prossimo Marte-dì. (db)

 

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

3 commenti

  • Opto per una riassunzione immediata o ti scateno contro i Segugi di Tindalos… giusto per farti capire quanto grande è la mia magnanimità, ti scriverò un breve compendio di lingua klingoniana, ad uso dei vulcaniani.
    ahahhhahahahahaha
    va bene, dai, giusto perchè sei tu, ti scrivo un articolo integrativo.
    Ma che sia la prima e ultima volta… o faccio sciopero intergalattico, scatenandoti pure contro le orde del Dominion e i temibili Jem Hadar, rimasti intossicati dal grana padano romulano, spacciato per emiliano…

  • Cari Fabrizio e D aniele
    Un mio amico alieno mi ha chiesto di trasmettervi il seguente messaggio che, secondolui, riporterà la pace tra di voi:

    b)òç!ìì V^\7Gò
    F+§ Ud: àà”! Jo’&, P][
    <£e_ù:qQ

    • Daniele Barbieri

      grazie
      io sono d’accordo solo sui punti 7, 19 e 104
      (se ho capito… eh-eh)
      ma Fabrizio risponderà “a dovere”
      db

Rispondi a Daniele Barbieri Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *