L’ultimo giorno di lavoro

di Rosario Battiato (*)   

calcio

C’era rimasta veramente poca città in giro. E in mezzo a questi pensieri di un vecchio ormai a fine lavoro c’era anche della verità. Quella che colava dagli enormi spazi vuoti delle strade strette e affusolate, un tempo ricettacolo di storie e bestemmie di automobilisti inferociti. Non poteva dire che fosse meglio adesso, mentre la sua auto vivacchiava tra una striscia di basolato vulcanico e l’altra, senza trovare ostacoli sul suo cammino. Incredibile l’aver costruito un’intera città sulla lava fredda. Una vera sfida.

Arrivò allo studio in orario. Il tizio all’ingresso era magro e scavato. Da diversi anni, ormai, assisteva a questo processo degenerativo che ormai sembrava aver raggiunto il suo apice. O il suo pedice, pensò e sorrise. «Ciao uomo tisu» gli disse adattando il Tall man di Don Coscarelli al dialetto ormai moribondo di quelle parti. L’altro non rispose, ma si limitò a ridacchiare. Pareva che non avesse mai avuto niente da dire. Come tutti loro, del resto.

L’edifico centrale, un enorme magazzino ormai completamente nudo e sezionato in centinaia di minuscoli antri da lavoro, era palesemente in dismissione, una specie di evacuazione caotica e in grande stile. L’avrebbero abbattuto fra un mesetto per non farci assolutamente nulla. Solo radere al suolo. Bisogna liberare spazi, riempire le visioni della gente che ormai passava in casa buona parte dell’esistenza.

Il corridoio era intossicato da corpi umani che s’affannavano. A dire la verità non c’era nemmeno molta roba da recuperare. Qualche dispositivo appena, ma forse era il senso della fine a imporre codici comportamentali uguali nelle varie epoche. Gli uffici non avevano più scartoffie, però c’era sempre l’idea di doversi portare a casa un fardello di ricordi. “È sempre così alla fine” pensò Arturo mentre svoltava a passo veloce – non gli andava di incontrare qualcuno da salutare – la solita curva del corridoio. Lui non era un nostalgico, e poi del resto non c’era niente di tragico, o di straordinario, in quello che stava succedendo.

L’innovazione è sempre troppo concreta e graduale, non è che stia lì ad aspettarti”. Si sedette con cautela. Il suo collega arrivò poco dopo. Avevano lavorato assieme negli ultimi cinque anni. Era uno della nuova generazione, un ex calciatore neanche troppo bravo e grande parlatore. Giocoforza sarebbe stato costretto ad adattarsi a quello che alcuni suoi coetanei avevano già fatto da tempo. Ormai tutti si dovevano adattare alla personalizzazione dell’esistenza ludica. «Sono felice – disse, accogliendolo freddamente come se aver perso il lavoro fosse colpa di Arturo – finalmente me andrò da questa città. Ma dico come si fa a vivere in una città così ruvida, tutta quella pietra spigolosa? Sembra un’enorme pietra sepolcrale». Già. Il passato finisce sempre per essere schiacciato a fondo. Fino a morte certa.

Arturo smise di ascoltarlo. E cominciò a raccontare ai «cari amici telespettatori» l’ultima partita del Campionato Umano di Serie A. In pochi l’avrebbero ascoltato. Nelle case di quella città intera, così come nel resto del mondo, si sarebbero svolti milioni di campionati di calcio nello stesso momento e milioni di personalissimi «cari amici telespettatori».

(*) ripreso da https://tantarobabuona.wordpress.com/2015/04/30/lultimo-giorno-di-lavoro/

 

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