Maledetti vi amerò *

una lettera d’addio, di Francesco Masala

 

È la prima volta che scrivo una lettera alle mie studentesse e ai miei studenti, per gli studenti di oggi una lettera di questi tempi, per gli studenti del passato è una lettera dal futuro.

Ci sono tanti punti da toccare, inizio da uno molto antipatico, che molti di voi conoscono bene, il copiare.

 

Copiare ai tempi della riproducibilità tecnica

Chi copia mi ha sempre fatto arrabbiare, adesso mi fa solo pena e malinconia.

Copiare oggi è da sfigati perché, con internet, è facilissimo trovare la fonte. Essere scoperti è sicuro, solo qualche volta la si può fare franca, e solo per pigrizia del docente.

È come quando un anziano o un’anziana rispondono a un annuncio di un’agenzia matrimoniale, allegando una foto (di 30 anni prima), oppure un uomo brutto o una donna brutta allegano una foto di un’altra persona più giovane e più bella.

Come facciano a sperare di non essere scoperti è un mistero.

Oltre alla figura di merda poi pagheranno per la loro azione, senza dubbio.

E così succede a quei poveri studenti infelici che ancora ci provano.

“Puoi imbrogliare una persona tutte le volte, puoi anche imbrogliare tutti almeno una volta, ma non puoi imbrogliare tutti tutte le volte”, canta Bob Dylan.

Da quando hanno inventato la fotocopiatrice il lavoro del copista non esiste più, chissà se si è diffusa la notizia.

Vi ho spiegato che esiste una strada, la citazione, tra virgolette, che non è una copiatura, ma le assomiglia (segnalando la provenienza del testo fra virgolette e il numero della pagina citata), all’interno di un ragionamento più ampio, dove c’è il vostro commento/contributo.

Alcuni, con esempi e persuasione, hanno capito come funziona, altri, troppi, legati alla tradizione del copiare senza fare prigionieri, copiano come prima, spruzzando qualche virgoletta a caso, ogni tanto.

Il dramma di oggi è alcuni e alcune, in numero crescente, che copiano frasi intere, con parole che neanche conoscono, credendo che non stiano copiando. Sembra incredibile, ma succede davvero, a questo livello è ormai una malattia; dice Alberto Moravia: “Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede”.

 

Recupero

Vi siete accorti che da anni la scuola è diventata la scuola del recupero, si fa molto meno (voi non lo sapete) di quanto si facesse una po’ d’anni fa, e si recupera, recupera, recupera, recupera. Ormai è chiaro, se uno studente non studia la colpa è del professore, così come quando si tira un rigore e il pallone va fuori la colpa è del pallone.

Per chi è distratto, o non lo sa, provo a dare un’idea di cosa è il recupero, non sempre, oggi, a scuola. Faccio un esempio, ipotizziamo una materia da 100 o 200 ore di lezione nell’anno scolastico 3 o 6 ore la settimana, per capirci. Il corso di recupero è un palliativo della lezione “normale”, di solito durante le ore di lezione “normali”, a volte un ragazzo perde un’ora di lezione per andare a fare il recupero oppure con un corso ad hoc di 10 o 15 ore soltanto, o perché costerebbe troppo all’Amministrazione, o perché il recuperando non ha molto tempo da perdere. La finzione (tutto è teatro, tutto è illusione) è quella di dire, da parte del docente che tiene il corso (non sempre, ma spesso) che il recuperando ha recuperato. E capita che il docente curricolare, non spesso, ma sempre più, indebolito davanti all’idea di fare non una, ma due o tre o più verifiche di recupero, a volte solo per un argomento specifico, rilascia il bollino “approvato”, anche se non è vero; non è giusto, lo sappiamo tutti, ma la stanchezza della ripetizione del recupero provoca una certa stanchezza (d’altronde, si sa, anche i professori sono poveri diavoli, mica automi).

L’ossessione del recupero del recupero del recupero del recupero del recupero produce effetti perversi, come dice il proverbio, “mai studiare oggi quello che si può recuperare domani”, lo conoscete bene, questo neoproverbio.

Se poi in poche ore si recupera tutto il non fatto in molte ore, il cerchio si chiude, il miracolo si è compiuto.

Il recupero, per come è inteso la maggior parte delle volte, sta a metà fra il copiare e il doping, produce effetti, perversi, nel brevissimo termine, poi evapora.

 

Le crocette

Da un po’ di anni, la scuola italiana, composta di credenti del vangelo anglosassone, usa sempre più dei test “a crocette”, utili nei cimiteri, forse, molto meno fra i viventi. Anche le prove Invalsi, che avete avuto la sventura di conoscere, e i test universitari affidano i destini a una croce.

Il “dramma” della valutazione delle risposte esplode nelle domande vero/falso

Gli studenti sanno in anticipo che alle domande alle quali si può rispondere V, F, o non rispondere, viene attribuito un punteggio nullo per le domande senza risposta, mentre le risposte giuste e quelle sbagliate si compensano.

Qualcuno afferma che sei domande giuste su dodici corrisponde praticamente alla sufficienza, che illusione.

Per la teoria delle probabilità, con una moneta, si potrebbe arrivare allo stesso risultato, ma da sei risposte giuste e sei sbagliate non si può evincere che la moneta conosca metà dei contenuti della disciplina.

Se uno studente risponde a metà delle domande correttamente e alla parte restante non correttamente moneta e studente pari sono, non sanno nulla.

Con le crocette tutti i “secondo me”, “forse”, “alcune volte ma non sempre”, ecc. evaporano, si è ridotti a computer, acceso/spento, sì/no, tutto il lavoro di argomentare, ragionare, ipotizzare, che distingue l’essere umano da una monetina, diventa inutile, ciascuno di noi diventa inutile.

 

Online

Non che prima non si dicesse, ma negli ultimi due anni, quelli della dad, la parola che si dice sempre più spesso è: poverina/o.

Io al posto vostro sarei molto arrabbiato, come lo sono io con i colleghi che usano questa parola.

Non fatevi trattare da poverini, abbiate l’orgoglio, la forza, la volontà, la responsabilità di prendere l’iniziativa, di fare quello che sapete (spero che ancora non siate già irrimediabilmente geneticamente modificati) essere giusto.

La responsabilità è la cosa più difficile, ma anche quella più importante.

 

Elemosina

Regalare i voti, anche se uno non lo sa, è solo dare l’elemosina, e se alla vostra età vivete di elemosina, il futuro sarà segnato.

Non accontentatevi della mediocrità, dei regali immeritati che vi fanno, della riduzione di quello che pretendono da voi, da chi vi dice che siete diversamente “qualcosa”, che a volte è un modo per dire che siete meno di come potreste essere, ma tanto tutto è lo stesso.

Non lasciate che gli altri decidano per voi.

 

Venire incontro

Questo spesso ve lo sento dire, ma è una cosa che avete sentito, ed è comodo dirla. Io sempre cerco di non venirvi incontro, nella neolingua di oggi significa che se 2+2 fa quattro ci mettiamo d’accordo che 5 è lo stesso, di un libro se ne legge solo metà, di un film si vede solo il primo tempo.

Una volta una collega mi ha detto che ero troppo intelligente per gli alunni, forse, secondo alcuni, ci vogliono professori che si abbassino al livello degli studenti (e striscino insieme), alcuni teorizzano che bisogna adattarsi all’utenza (scusate la parola oscena), la mia opinione è che a tutti gli alunni devi insegnare a salire i gradini, certe volte a volare.

 

Il merito

A volte vi dico che ognuno nella vita (quasi sempre) avrà quello che si merita. E poi aggiungo che questa frase per alcuni sarà una promessa, per altri una minaccia. Qualcuno mi chiede il significato, lo scoprirà vivendo, rispondo, e capirà.

 

Un saluto finale

con le parole di Bertolt Brecht

 

Lode dell’imparare

Impara quel che è più semplice!

Per quelli il cui tempo è venuto

Non è mai troppo tardi!

Impara l’abc; non basta, ma

lmparalo! E non ti venga a noia!

Comincia! devi sapere tutto, tu!

Tu devi prendere il potere.

Impara, uomo all’ospizio!

Impara, uomo in prigione!

Impara, donna in cucina!

Impara, sessantenne!

Tu devi prendere il potere.

Frequenta la scuola, senzatetto!

Acquista il sapere, tu che hai freddo!

Affamato, afferra il libro: è un’arma.

Tu devi prendere il potere.

Non avere paura di chiedere, compagno!

Non lasciarti influenzare,

Verifica tu stesso!

Quel che non sai tu stesso,

Non lo saprai.

Controlla il conto,

Sei tu che lo devi pagare.

Punta il dito su ogni voce,

Chiedi: e questo, perché?

Tu devi prendere il potere.

 

Il mio giovane figlio mi chiede:

Dovrei studiare matematica ?

Perché, dovrei chiedere io.

Che due pezzi di pane sono più di uno,

Lo noterai comunque.

Il mio giovane figlio mi chiede

Dovrei studiare inglese ?

Per quale motivo, dovrei chiedere io.

Questo regno tramonta.

E tu solo strofinati la pancia

Con la mano piatta

E gemi e già ti si capirà.

Il mio giovane figlio mi chiede:

Dovrei studiare storia?

Perché dovrei chiedere io.

Impara a tenere

La tua testa ben ferma sulla terra

Allora forse resterai.

Sì, studia matematica, gli dico,

Studia inglese, sì, studia storia.

 

come diceva Giulietto Chiesa, vi auguro un buon viaggio intorno al Sole

il vostro professore

 

* è il titolo di un (bel) film

 

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

7 commenti

  • Come non essere d’accordo?

  • Molto bella!

  • Michele Licheri

    Bravissimo FRANZI’…..molto bello ciò che hai scritto…. è un lungo pensiero che…da tuo diretto collega condivido….la penso esattamente come te!!! Sei un GRANDE….sono felicissimo per averti incontrato…e, grazie al lavoro che ho condiviso con te, ho avuto la possibilità di capire la bella persona che sei. Ti auguro di proseguire al meglio il cammino della tua vita, con nuovi orizzonti e nuovi traguardi! Buona strada Amico mio…..

  • Francesco Masala

    a proposito dei telefoni cellulari a scuola, ripropongo quanto avevo scritto, nel 2013 ( https://www.labottegadelbarbieri.org/armi-di-distrazione-di-massa-nell-scuola)

    Armi di distrazione di massa nella scuola

    Negli anni ho constatato che la durata dell’attenzione in classe è sempre più quella del tempo di un sms o di un tweet o solo del “mi piace” o “non mi piace”.
    Nei film western in certi paesetti o in certi saloon non si poteva entrare con la pistola, si lasciava allo sceriffo e si ritirava alla partenza.
    Perché non dotare tutte le scuole di armadietti personali dove lasciare, studenti, docenti e non docenti, le armi (di distrazione di massa: telefonini e qualsiasi altro apparecchio elettronico) all’ingresso e ritirarle all’uscita?
    All’inizio sembrerà strano, visto che tenere un telefonino (ormai computer a tutti gli effetti) in borsa, spento, sembra più doloroso di un’amputazione senza anestesia.
    Ben vengano gli studenti multi-tasking, ma solo per quelle attività previste volta per volta dal docente.
    D’altronde gli alunni che fanno cucina nei corsi di ristorazione usano i coltelli, ma solo nella sala cucina.
    La versione di latino copiata dal telefonino, mentre si manda un sms, guardando la pagina facebook, sarà un grande passo per gli spacciatori di nuove tecnologie, ma piccoli passi per l’umanità studentesca.
    Aristotele e Platone, anche Einstein, anche il ministro Carrozza, a scuola non usavano telefonini, non mandavano sms durante le ore di lezione, non tweetavano, né aggiornavano la pagina facebook, ma studiavano uguale, e non male, visti i risultati, senza la retorica delle nuove tecnologie.
    Pare che adesso i libri a scuola saranno solo in formato elettronico, non ho capito se per motivi ecologici o per migliorare i bilanci degli spacciatori di nuove tecnologie o perché il mondo va così.
    Anche nel Medioevo il mondo andava in un certo modo, sono i monasteri, fuori dal mondo, che hanno trasmesso la cultura.
    Che la scuola si adatti al mondo è uno dei dogmi del pensiero unico che ha invaso anche le migliori menti della nostra generazione, ahinoi!

  • Chissà quanti ragazzi hanno colto l’essenza di questa bellissima lettera…
    Condivido con te questo lavoro e per questo condivido tutto quello che hai scritto…
    Ci vogliono maestri che sappiano sottrarsi da quella quantità di lavoro burocratico e inutile che si è sovrapposto al lavoro del docente e che nel tempo ha tolto entusiasmo, energia e credibilità ai professori. Ci vuole empatia e amore per la cultura…
    Ci vogliono persone come te…
    ma tu ora giustamente lasci.
    Spero solo, per la scuola, che nel tempo tu sia stato contagioso!!!
    Auguri di tanta buona vita…

  • Gian Marco Ibba

    Quello che dici ha senz’altro senso ed è difficile, preso ogni paragrafo isolatamente, sostenere che tu stia sbagliando, soprattutto nel sottolineare l’abbassamento progressivo del livello di preparazione complessivo della nostra scuola pubblica, dovuto in parte all’abbassamento degli standard.
    Eppure, mi sento di dire che questo tuo commiato/bilancio/pamphlet definitivo pur condivisibile nelle singole parti trattate manca di cogliere alcuni aspetti centrali del lavoro dell’insegnante che (sempre a mio modesto avviso), anche alcuni bravissimi insegnanti trascurano.

    Questo lavoro è il più difficile del mondo, non ho dubbi al riguardo, perché come nessun altro è avaro di gratificazioni, che sono il combustibile necessario a stimolare la produttività. Quelle a breve termine sono rarissime, di gratificazioni, e spesso non dipendono da noi. Quelle che dipendono da noi arrivano con anni di ritardo nel migliore dei casi, a volte decenni, ovvero quando il seme che abbiamo piantato arriva faticosamente a germogliare.
    Ed ecco che ora arriva, immancabile, la metafora agricola (anche se tecnicamente quella che sto per fare è una similitudine).
    Il lavoro dell’insegnante per molti versi è paragonabile a quello di un agricoltore: riceviamo ogni anno in affitto dei pezzi di terra dallo stato, che ce li affida a patto che li lavoriamo e ne tiriamo fuori qualcosa (perlomeno questo dovrebbe essere l’accordo iniziale). Il problema è che questi pezzi di terra non sono selezionati, ma tirati a sorte: non operiamo nel settore privato, ma nel pubblico.
    Ad alcuni, dunque, toccano in sorte per pura fortuna lotti di terra grassa, ricca di sostanze nutritive, fertile e ubertosa. In questi casi non c’è quasi bisogno di arare né di annaffiare: qualunque seme vi buttiamo sopra, attecchirà senz’altro (la materia prima è eccellente, e c’è chi vi ha già lavorato egregiamente per noi).
    Poi ci sono i terreni più ostici, sassosi, duri, in cui bisogna arare a fondo per spaccare le zolle rinsecchite, sotto le quali magari giacciono da tempo immemore rifiuti tossici, o sono infestati da erbacce spinose che vanno rimosse. Prima di seminare, occorre preparare con cura questi terreni, predisporli ad accogliere l’acqua e la semina, magari aggiungendo della terra buona e del fertilizzante (meglio se naturale), oppure ogni nostro sforzo andrà fatalmente vanificato.

    Certo, alla fine dell’anno potremmo semplicemente dare la colpa alla terra, che era inadatta alla coltura, e convincerci che non siamo noi i responsabili del cattivo raccolto che seguirà. Il fatto però è che, così facendo, ci dimentichiamo dell’accordo pattuito in precedenza con il proprietario: dovevamo farlo fruttare, quel terreno che ci è stato dato in affitto, in qualche modo.
    E dunque non dovremmo rassegnarci al fatto che il grano duro Senatore Cappelli non vi è cresciuto. Magari quel terreno non era fatto per coltivarci il grano, ma poteva essere adattissimo a produrre vino e olio. O magari semplicemente patate o insalata. Magari per poterci coltivare solo una piccola porzione, una volta liberata almeno in parte dai detriti che la soffocavano, e che ne limitavano la fertilità.
    In generale, tutto dovremmo fare tranne che piangerci addosso e scaricare tutta la colpa del fallimento sulla materia prima riottosa alla nostra arte, rassegnandoci anche al fatto che, prima di vedere dei risultati concreti, quel terreno riottoso potrebbe farci aspettare anche più di un anno agricolo, e magari necessiterà di due anni di lavoro indefesso prima di perdere la sua selvatichezza.

    Ma quanto può essere ulteriormente ingrato il mestiere del contadino? A volte accade che, anche impiegando le migliori e più avanzate tecniche agrarie, un terreno non risponda al trattamento. Perché magari salta fuori un insetto parassita che non avevi previsto, o interviene una grandinata fuori stagione, o un incendio, oppure, semplicemente, quel terreno di fruttare proprio non vuole saperne. E allora che deve fare quel poveraccio di affittuario? Semplice, dovrà avere pazienza, non colpevolizzarsi di nulla (se ha fatto quanto era in suo potere), e trovare la forza di perseverare.

    Perché alla fine è questo il modo in cui, in coscienza, dovrebbe intendere il proprio lavoro il nostro eroico insegnante contadino: come il tentativo di addomesticare un terreno affinché produca qualcosa di buono e utile per la comunità, facendo tutto il possibile perché questo avvenga, con grande pazienza e umiltà, fiducioso nella bontà assoluta di questo sforzo, in senso civile e morale, accogliendo nel profondo di se stesso la necessità del proprio ruolo indispensabile, al di là di ogni gratificazione immediata. Non dubitando mai dell’indispensabilità del suo ruolo, del suo valore insostituibile. Non dubitando mai di essere ormai l’ultimo argine contro la barbarie, l’unico portatore di civiltà in questo mondo sempre più selvaggio, e reazionario. Non dubitando mai di essere un eroe.

  • Grazie Francesco, la scuola che lasciamo non è quella che abbiamo conosciuto negli anni ‘80 quando abbiamo iniziato. Hai fatto il tuo buon lavoro, hai lasciato un segno. Sarà sicuramente visibile nei tuoi alunni che in tutti questi anni hai conosciuto.
    A presto

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