Mamma li pazzi. L’attenzione di «Libero»…

… alle sofferenze dei richiedenti asilo

di Giuseppe Faso (*)

 

GiuseppeFaso-copertinaLibero

Su «Libero» del 20 aprile, Mario Giordano lancia un pesante allarme, con un titolo al centro della prima pagina, «Centinaia di Kabobo nelle nostre strade» appena sotto un altro titolo fortemente connotato: «Il papa insiste: gli immigrati sono un dono», e vignetta prevedibile, con occhiacci feroci che spuntano dal pacco-regalo.

All’interno i due articoli continuano, a pag. 10: “Il papa ci regala un incubo: ‘Gli immigrati sono un dono”; e a p. 11 “L’ultimo danno degli sbarchi: centinaia di Kabobo per strada”. Non sfugga il contesto: le due pagine godono del titolo unitario: «Allarme invasione», mentre nelle due successive nefandezze varie si fregiano di una titolazione parallela: “Lotta al terrorismo” e “Mamma li turchi”.

Spiace, di fronte a così articolata strategia, doversi limitare alla pag. 11. Un terzo della pagina è occupato da una foto di Adam Kabobo, che a picconate uccise a Milano tre persone e fu condannato a 20 anni di carcere. Per i lettori di «Libero» si tratta di un’icona, e il nome dell’omicida uno spauracchio ripetuto ossessivamente, sottoponendoli al rischio di “forme acute d’ansia”, forse non dissimili da quelle indicate da questi stessi giornalisti, se riscontrate in giovani africani, come strada maestra all’omicidio.

Riprende quasi alla lettera l’articolo il cugino «Il giornale», sotto il titolo: “Ora il Niguarda lancia l’allarme: problemi mentali fra i migranti”.

Da non perdere soprattutto le decine di commenti, che non si distinguono per impeccabilità dello stile ed equilibrio argomentativo: sembra prevalere il rimando a un articolo dello stesso quotidiano, di pochi giorni prima, “Francesco lo scafista di Dio”. Ed è indicativo che il pezzo di Giordano sia ripreso dal forum di Stormfront, oscurato in Italia per i suoi gravi contenuti nazistoidi e ben visibile altrove.

Ma torniamo all’originale; per modo di dire, perché la banalità dell’esordio di Giordano è ragguardevole: «Uno spettro che si aggira per l’Italia: il clandestino pazzo, l’aspirante Kabobo, l’immigrato con turbe psichiche che nessuno può controllare, etc». Il resto ve lo potete scrivere da soli, specie se siete affetti da ansia patologica per l’ “allarme invasione”. Vi sarà facile derubricare le sofferenze psichiche a “disturbi della mente”, immaginare i fantasmi che, dopo una prima visita, poi spariscono nel nulla, etc. Ma qualcosa vale la pena di annotare.

La prima: le fonti di Giordano sono due, la notizia accertabile una. Ci sono 250 ospiti nel reparto dell’ospedale Niguarda di Milano, l’anno scorso erano pochi di meno; si accolgono le lamentele e le preoccupazioni di un medico, e ci si ricama sopra. Un grafico ben colorato riporta questi numeri, che non significano molto; ma gli ansiosi potranno dire di avere visto un grafico sul giornale preferito, fa sempre un certo effetto “scientifico”. L’altra fonte, indicata senza rimandi come «un recente studio della Società italiana di psichiatria», pare ridursi a un altro allarme lanciato ben due anni fa dal rotocalco-cugino (trattasi di famiglia allargata) Panorama: articolo nel quale, accanto a svolazzi poetici sui problemi psichici dei richiedenti asilo, che ricordavano in maniera impressionante molte persone che si aggirano per l’Italia senza arrivare da fuori né scappare da guerre («anime malate senza più radici, che sfuggono alle cure e arrivano tardi all’attenzione dei medici»), l’unico dato fornito dagli psichiatri è il numero dei «cittadini extracomunitari» (e tra questi quindi svizzeri, statunitensi e giapponesi) presenti negli ospedali psichiatrici giudiziari: quasi il 17%. In questi casi, non è raro che ai medici vengano attribuiti, come in questo articolo di «Panorama», stereotipi diffusi (i sudamericani sono più aperti e i cinesi più chiusi e dediti a sistemi di autocura): certo sarebbe meglio avere dati più accurati, ma questo genere di definizioni a quanto pare sono cibo gradito per i lettori di «Panorama», «Libero» e «Il Giornale». Di analisi e informazioni in verità ce ne sarebbero, e accessibili, (ma forse poco appetibili per certe operazioni mediatiche): per un solo esempio, vedi qui.

Soggiunge Giordano che «un recente studio della Società italiana di psichiatria sostiene che uno su tre dei richiedenti asilo soffre di disturbi alla mente». Si tratta di un numero e di un linguaggio su cui non troviamo né riscontri né plausibilità. Ridurre a “disturbi della mente” le reazioni post-traumatiche dei rifugiati è – di suo – un’operazione difficilmente attribuibile a documenti di psichiatri.

Per quanto riguarda i numeri, i membri della Società di Psichiatria, nella citata intervista su «Panorama» di due anni fa, si limitavano a dire che uno su sei dei ricoverati è “extracomunitario”; «non a caso», aggiunge Giordano a questo unico numero su cui troviamo documentazione. Non a caso, certo, ma in seguito a un complesso di circostanze che sarebbe bene non ridurre a schemi di disarmante rigidità. Gli immigrati in Italia sono circa l’8%, e la percentuale di chi finisce negli istituti correzionali (carcere, OPG etc.) come potrebbe capire ogni persona di buon senso, non rispecchia la percentuale degli autori di reati o soggetti con malattie mentali, ma anche le attività delle agenzie che in vari modi hanno concorso a quel risultato (dalle agenzie che segnalano alle forze dell’ordine, ai tribunali, etc.). Oltre tutto, la cifra viene fornita da ricercatori preoccupati perché il ritardo con cui vengono individuate alcune sofferenze può portare a forme di patologia più acuta, e quindi a percentuali più alte di criminalizzazione, ma questo non sembra essere stato colto da Giordano. Quanto al numero dei “disturbi della mente” rilevati, il direttore di «Libero» parla di «uno su tre» dei richiedenti asilo, «Il Giornale» di “uno su tre” degli immigrati. In mancanza di riscontri attendibili, ci si può aspettare che altri giornalisti capaci di tali scrupoli documentari alla prossima campagna rituale citino questi numeri come certi e provati.

E’ comprensibile che gli addetti al settore, a Niguarda e a livello nazionale, chiedano contributi per screening e analisi più ravvicinate e precoci della realtà cui sono interessati; ma, appunto, per sapere di più sui nuovi arrivati e sul prevedibile carico di sofferenze per guerre e torture che si portano dentro. Molte indicazioni di buon senso, e che perciò sono formulate con linguaggi lontani anni-luce da quello di Giordano, si trovano in un documento della Rete italiana Psichiatria della migrazione, istituita dalla Società di Psichiatria così strumentalmente citata da «Panorama», «Libero» e «Giornale», e leggibile qui. Anche in questo caso, quanto si capisce va in direzione opposta a quella praticata da Giordano, perché vi si insiste non sulle pre-condizioni degli eventuali disagi psichici, ma sulla problematicità dei “percorsi assistenziali” offerti e quindi sulla necessità di un intervento più efficace. Basta leggere, e si vengono a sapere dettagli che invitano a un quadro più credibile dei disagi psichici di chi viene da fuori, come il seguente: «oggi, i migranti che diventano pazienti sono sempre più spesso donne Est Europee, con una buona conoscenza della nostra lingua e abitudini di vita piuttosto simili a quelle degli italiani, con cui condividono anche il tetto domestico». Ricercatori di provata professionalità per spiegare queste situazioni dicono cose assai diverse rispetto a quelle con cui Giordano e chi lo riprende lanciano allarmi. Per esempio, è rilevante rendersi conto che «gli studi condotti sino ad oggi, soprattutto in ambiente nord europeo e anglosassone, rilevano come i più importanti fattori causali siano collocati nella fase post-migratoria e, in particolare, risiedano nelle difficoltà di integrazione nella società ospite» (Tallarico e altri, nel documento della SPI citato su). E’ la «fase di esclusione sociale» (alimentata da vari fattori, tra cui gli allarmi invasione di Giordano) «che può determinare la riacutizzazione della sintomatologia post traumatica» e favorire l’emergenza di «nuovi sintomi psicologici gravemente invalidanti e inquadrabili nei disturbi di adattamento» (Report di Cittalia citato più su, p. 33).

Periodici allarmismi sul tema delle sofferenze psichiche, trattato con l’accetta, sono funzionali a polemiche strumentali, come quella di queste settimane di Giordano; il direttore di «Libero» ha adoperato una serie di segnalazioni per lo più già note su gravi casi di “accoglienza” per assemblare un libello che non approfondisce problematiche ma tende a confermare tesi precostituite, che certo non aiutano a ridurre le sofferenze delle persone male accolte. Per quanto riguarda le sofferenze psichiche di chi fugge da guerre e torture, sarebbe bene non solo giungere a dati quantitativi più plausibili, ma anche a una qualità dell’analisi, che sola può offrire possibilità di intervento efficace. Ce lo ricorda , con realismo e responsabilità, da Milano don Vinicio Colmegna il 21 aprile, in un intervento su cui sarà bene riflettere e lavorare. E’ necessario un lavoro, anche di osservazione clinica, sulle violenze subite da buona parte dei richiedenti asilo; e ciò richiede competenze e progettualità che in molti casi sono assenti. Ma sia chiaro che i primi a soffrirne sono i richiedenti asilo.

Sarà meglio ricordare che «i richiedenti asilo e i rifugiati devono essere situati all’interno di una prospettiva di accoglienza e di valutazione sensibile a quanto ci ha insegnato la più avveduta clinica del trauma: quella che consente di riunire in un comune discorso le vicende traumatiche sperimentate all’interno di conflitti armati o di violenze diffuse, quelle conseguenti alle minacce di morte e alle aggressioni che hanno scandito l’esodo e la fuga, quelle infine che definiscono il nuovo orizzonte di incertezze nel paese d’arrivo» come scrive l’etnopsichiatra Beneduce. Per questo è urgente che molta più attenzione venga rivolta ai percorsi concreti dell’accoglienza – sia da parte della società ospitate in generale, sia, in particolare e in questo periodo, da molti, improvvisatisi come gestori che, in diversi Centri istituiti con la logica dell’emergenza, di frequente senza le dovute competenze, alimentano in mille modi tante sofferenze quotidiane, contribuendo alla marginalizzazione ed esclusione sociale dei richiedenti asilo e costituendo, essi sì, un elevato rischio per la loro salute fisica e psichica. Il rischio è che si lasci a Giordano, su queste incompetenze esposte spesso al malaffare, il copyright della denuncia mediatica, condita da considerazioni funzionali alla squilla ossessiva dell’allarme invasione.

(*) ripreso da /www.cronachediordinariorazzismo.org

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • domenico stimolo

    Niente di nuovo sul “fronte occidentale”. Basta rileggersi le notizie e le “argomentazioni” che giravano in Italia, Germania e in altri “ameni” luoghi negli anni dominati dai becchini vestiti di nero della “razza eletta”, nei riguardi delle “etnie” considerate subumane: ebrei, negri, rom, slavi, omosessuali, evangelisti, e “diversi” in genere. Poi si sa come andò a finire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.