Mark Adin – Contro la dittatura del plot

Non riesco più a passare in pace un fine settimana che qualcuno mi invita alla presentazione di un romanzo. Questa, che è diventata ormai consuetudine, conferma che al mondo siamo davvero in tanti a scrivere. Nulla di male, mi piace pensare che sia la risposta al bisogno di: essere persona, non ammollarsi nella melassa dell’omologazione, esistere, persino tentare di essere ciò che non si è. Ma c’è una cosa che chiederei disperatamente a nuovi e vecchi scrittori: non siate conformisti, fateci sognare.
E’vero che l’industria del libro fa di quest’ultimo una merce con un tempo di obsolescenza sempre più breve, ragione per cui entrare in una libreria mette a disagio per la girandola di nuovi titoli sullo scaffale, una numerosità che provoca vertigine. Chi li leggerà mai?
Non so, io non mi sono mai capacitato nemmeno di quanti leggano Bruno Vespa, figuriamoci… Eppure gli amici librai mi dicono che ne vendono a vagonate, maledetto Lui e la sua protrusione di escrescenze.
Eppure mi aggiro per gli scaffali con grande disposizione d’animo, in purezza, alla ricerca del libro che mi tocchi, mi inchiodi alla storia, mi appassioni fatalmente. E non lo trovo. A meno che non peschi dagli anni sessanta all’indietro, oppure nei classici; con rare eccezioni. Mai come oggi sono in difficoltà.
Da quando esistono corsi di scrittura, creativa o meno, manuali che aiutano a sistematizzare, agenzie letterarie, editors della porta accanto, affidandosi ai quali chiunque può passare dallo scrivere per il proprio cassetto allo scrivere per il genere umano, sono assediato dal mondo aggressivo degli scrittori. Eppure non trovo più niente da leggere. Porcaccio mondo, appunto.
E mi passa la voglia di scrivere. Perché al solo pensiero di essere anch’io fra coloro che infliggono un titolo maligno, a tradimento, agli amici lettori, preferisco scioperare.
Ma tutto sommato non è questa la maggiore afflizione. Il mondo, anche se un po’ mi dispiace, può fare a meno di me.
Ieri mi è arrivato l’ultimo, in ordine di tempo, degli inviti persecutori di cui sopra: “Ti aspettiamo! tra poche ore, Giancarlo S., autore alla sua prima opera, presenta: ***
un romanzo in cui si sviluppa un’imprevedibile storia criminale di droga, spionaggio, terrorismo, mafia, servizi segreti deviati, sensualità ed altre complicate situazioni. Continui colpi di scena, sullo sfondo della fine degli Anni Settanta, tratteggiano non solo un thriller, con inevitabili azioni rocambolesche, ma anche una radiografia dell’Italia negli “anni di piombo”

O.K. Dunque: “droga,spionaggio,terrorismo,mafia,servizi segreti deviati, sensualità ed altre complicate situazioni”. E ‘sti cazzi, con rispetto parlando.
Senza alcuna acrimonia per il simpatico scrittore, meriti tutto il rispetto oppure no, questo ficcare senza imbarazzo temi su temi, stipandoli come passeggeri in un metrò affollato, non è rivelatore di un equivoco?
Mi viene da pensare che l’equivoco risieda nel ritenere che la buona storia sia da costruire a tavolino, fatta di gabbie che si dicono generi – il noir va’ via come il pane – di elementi che governiamo in modo maldestro, pretestuosi, lontani dall’essenzialità se non dalla semplicità, mi viene da pensare che la cosa importante sia il plot. A discapito dell’emozione.
Si badi bene: la storia fattuale, anche se oggettivata, può avere il suo bel perché. La prosa asciutta dei grandi reporter ne costituisce un esempio. Nonostante sia essenziale ci regala emozione, che è ciò che vogliamo trovare nella scrittura.
Altrimenti diventa esercizio, e indipendentemente dalla sua riuscita “tecnica”, inesorabilmente ci annoia.
Temo che oggi siamo arrivati a privilegiare il plot a discapito della verità, categoria sublime.
Mi riferisco a questi romanzoni studiati, progettati a tavolino, un occhio al marketing se non alla marchetta, con trame ormai impossibili per via della loro superbia fatta di inestricabilità, di complicazione, di tortuosità, dico meglio: di avvitamenti narrativi che ci dovrebbe avvincere.
E invece no, arriva la fatica, la troppa attenzione che non ci permette l’abbandono ci costringe quasi a tenere un taccuino di appunti, ad annotare collegamenti, disperatamente, in un vano trekking estenuante per arrivare non si sa dove, senza piacere, senza emozione, senza passione.
Assoggettati e oppressi dalla dittatura del plot.

Mark Adin

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