Media e violenza contro le donne

Riprendo (dal sito “Lunavola”) questo intervento di Maria G. Di Rienzo.

Sotto la dicitura “violenza di genere” sono rubricate, a livello internazionale,azioni e pratiche che risultano in un danno fisico, sessuale, psicologico o economico alla persona che ne viene investita e tale persona ne viene investita a causa del suo genere. Il genere, come sapete, è il ruolo socialmente definito che si assegna ad uomini e donne sulla base del loro sesso. Noi nasciamo femmine o maschi, e poi ciò che c’è attorno a noi ci dice cosa dobbiamo fare o non dobbiamo fare come femmine o maschi, cosa ci si aspetta da noi, perché godiamo o no di tal diritto e così via. E’ ovvio che tutto questo non ha a che fare direttamente con il sesso, nel senso che le leggi che regolano il passaggio d’eredità o la custodia dei figli o il diritto alla propria integrità fisica e psichica non sono iscritte in nessun codice genetico: la socializzazione di genere in tutto il mondo, con rare e non estese eccezioni, ha principalmente a che fare con il controllo delle risorse, del territorio e della cultura, e quindi la mistica della femminilità o della mascolinità intese come insieme di caratteristiche trascendenti ed immutabili, fissate da dio o dalla natura all’atto della creazione, è solo funzionale al mantenimento di un assetto di potere. Si tratta di un assetto assai sbilanciato per cui mi sentirei di definirlo meglio come “dominio”.

La violenza di genere comprende: violenza domestica, stupro, pratiche dannose cosiddette “tradizionali” (mutilazioni genitali, delitti d’onore, matrimoni precoci, eccetera); il “femminicidio” (e cioè la soppressione di persone per la sola ed esclusiva ragione che sono persone di sesso femminile); la molestia sessuale (che include le aggressioni a sfondo sessuale verbali, fisiche e psicologiche ); il traffico di donne e bambine nell’industria del sesso; le violenze relative a scenari di conflitto o post-conflitto: e cioè violenze sessuali, rapimenti, gravidanze forzate e riduzione in schiavitù; la negazione di risorse o diritti, ad esempio il negare istruzione o accesso alla cura o misure per il controllo della fertilità e per la protezione dalle malattie a trasmissione sessuale: non so se avete notato, ma di Aids si parla molto meno, o non se ne parla affatto, da quando la maggioranza delle persone sieropositive sono donne del cosiddetto “terzo mondo”.

Le cifre che la violenza di genere produce sono allucinanti, ve ne cito solo alcune: i tre quarti dei poveri del pianeta sono donne, i tre quarti dei rifugiati ambientali e di guerra sono donne, i due terzi degli analfabeti sono donne: più di mezzo miliardo di persone, con l’aggiunta di 62 milioni di bambine in età scolare che a scuola non ci vanno; ogni minuto e mezzo una donna muore partorendo: perché non ha accesso alle condizioni minime di igiene e sicurezza, perchè è denutrita, perché è stata infibulata ed il suo travaglio è durato tra il doppio ed il triplo del normale, perché è stata data in moglie ad 11 anni e sta partorendo a 12, perché è alla sua ennesima gravidanza, l’ultima, quella di troppo, giacché le è stato negato l’accesso al controllo della fertilità; in tutto il mondo una donna fra i 15 ed i 44 anni ha più probabilità di essere uccisa da un partner che dalla guerra o dall’Aids.

In Europa una donna su cinque sperimenta violenza domestica nell’arco della sua vita; i genitori single sono per più dell’80% donne ed un terzo di queste madri vive in povertà, come vive in povertà il 63% delle donne europee che si sono sottratte alla violenza domestica. Le donne europee sono la maggioranza delle persone laureate (59%) ma guadagnano sempre meno, a parità di impiego e orario, degli uomini europei. Si stima che il PIL si alzerebbe del 30% ovunque in Europa se le discriminazioni di genere nell’impiego fossero eliminate. Per fare un esempio, l’essere generosi nel finanziare la cura dei bambini paga: l’investimento pubblico nel settore di cura in Germania ha bilanciato le entrate governative grazie alle madri tornate al lavoro. La Svezia, che è al top delle politiche amiche delle donne nel nostro continente, vanta il 70% di donne lavoratrici.

In Italia, un misero 46% di donne lavora (solo Malta fa peggio di noi) contro l’abbondante 58% della media europea. Nel caso le implicazioni non fossero chiare: la quota svedese di debito pubblico cadrà sotto il 37% alla fine di quest’anno, mentre le future generazioni italiane dovranno portarsi sulle spalle il costo di un aumento del debito del 115%. Nonostante il basso tasso di occupazione abbiamo anche noi un primato: siamo le più molestate sul lavoro d’Europa: l’ultima stima Istat parla di 10 milioni e 485 mila donne italiane che hanno subito molestie fisiche, molestie verbali, pedinamenti, atti di esibizionismo, telefonate oscene, o ricatti sessuali nei loro luoghi di lavoro.

In Italia si denunciano di media quattro stupri al giorno, ma si può tranquillamente ritenere che la cifra sia superiore, dato che solo il 7,3% delle violenze sessuali di ogni tipo viene effettivamente denunciato. In Italia circa 100 donne l’anno muoiono uccise da una persona che, ad uno stadio o l’altro della loro vita, aveva detto di amarle; e su dieci donne italiane che tentano il suicidio, otto hanno alle spalle abusi sessuali. Rifugi e centri antiviolenza italiani soffrono intanto del disinteresse quasi totale delle istituzioni, nonostante il nostro paese sia stato richiamato al proposito dal Parlamento Europeo.

Mi fermo qui, perché un’introduzione dev’essere il più breve possibile, eppure avete visto che anche sintetizzando la lista delle forme della violenza di genere è lunga e pesante. Le ferite individuali sono terribili, ma i costi sociali non sono da meno: la violenza tiene fuori le donne dagli spazi pubblici, dal lavoro, dalla politica; impoverisce o distrugge famiglie e comunità di persone; perpetua povertà, malattia, mortalità infantile e materna.

Che ruolo giocano i media in tutto questo? I media sono strumenti che influenzano in modo importante la socializzazione nelle vite delle persone. Le immagini stereotipate o negative delle donne, ed i modi in cui la violenza di genere viene riportata, come un crimine minore, una semplice violazione del buon gusto e/o come provocata da chi la subisce, contribuiscono all’accettazione ed alla normalizzazione della violenza stessa.

Ad un’occhiata solo un po’ meno che superficiale si osservano tutta una serie di pregiudizi e di banalizzazioni nel modo di porgere le notizie al pubblico. Ci sono gli stereotipi palesi: − notizie nelle quali le donne sono presentate in ruoli stereotipati come vittime o oggetti sessuali; − notizie che usano un linguaggio o immagini visive che denigrano le donne; − notizie che banalizzano le conquiste delle donne; − notizie che glorificano o giustificano la violenza maschile; − notizie che mettono in ridicolo gli uomini in ruoli “non tradizionali”; − notizie nelle quali gli uomini sono presentati in ruoli stereotipati come grandi imprenditori o leader.

Ma c’è anche un notevole numero di stereotipi più subdoli: − notizie che rinforzano le nozioni delle donne nei ruoli domestici e gli uomini in quelli pubblici; − notizie nelle quali le donne sono presentate in relazione a rapporti interpersonali che non hanno nessuna importanza per la narrazione (per esempio una donna politica, o che ha un ruolo pubblico, indicata come la moglie di qualcuno); − notizie che contengono valutazioni sui ruoli delle donne e degli uomini (ad esempio, una donna di successo che è “comunque una buona moglie”, o una campionessa sportiva che è pure “una buona mamma”); − notizie che veicolano “credenze” funzionali alla gerarchizzazione, come ad esempio che le donne sono emotivamente fragili (la notizia può essere: le donne accedono sempre di più al mercato delle professioni ma… non trovano marito, bevono troppo, fanno uso di antidepressivi, il loro orologio biologico impazzisce eccetera). Diffusissime anche le “occasioni mancate”, in cui il genere nelle notizie è semplicemente nascosto, con la conseguenza che sulla questione viene data una sola prospettiva: molte notizie si riferiscono alla “gente”, ma con il presupposto che la gente sia di sesso maschile.

Non so chi creda ancora, almeno nel nostro paese, al mito del giornalismo (sia esso cartaceo, televisivo o informatico) “neutrale” e “obiettivo”. E’ bene essere chiari su questo punto: i media a grande diffusione controllati, parzialmente o totalmente, da gruppi economici, politici, finanziari hanno leso gravemente quella che era non solo una professione rispettabile e importante, ma uno strumento di controllo democratico, di trasmissione di conoscenza, di costruzione di consapevolezza civile. Il problema non riguarda solo l’Italia, però da noi la sindrome sembra particolarmente diffusa.

Com’è ovvio i servizi giornalistici o televisivi sono prodotti da persone, e nessuno può umanamente aspettarsi che queste persone non abbiano preferenze, idee, giudizi e anche pregiudizi, certo è che quel che fanno ora è veicolare preferenze, idee, giudizi eccetera che non sono neppure loro, ma sono quelli dei loro padroni (dire datori di lavoro avrebbe comportato un certo grado di dignità nella relazione, grado che oggi non c’è). Solo per fare un esempio l’odierna programmazione delle televisioni italiane contribuisce in modo notevole a creare un terreno fertile per la violenza di genere. Come sapete, qualsiasi mezzo si usi per rappresentare o descrivere qualcosa, detto mezzo interagisce con la rappresentazione stessa, e cioè modifica il senso di ciò che vogliamo mostrare. Dal punto di vista della ripresa, per esempio, tu puoi mostrare lo stesso evento da angolature diverse e suscitare responsi persino opposti dalla medesima scena. Anni fa la BBC fece un esperimento in questo senso, filmando una scena di strada da angoli differenti e trasmettendoli in sequenza, ponendo poi come finale la visuale più ampia possibile. Per farvela breve, a seconda di quello che mostravano tu credevi che l’uomo protagonista del filmato fosse vittima di un incidente fortuito, oppure vittima di un’aggressione a scopo di rapina, o che non gli fosse capitato proprio niente. Solo quando vedevi la scena finale capivi che stava per essere colpito da un vaso caduto da una finestra soprastante e che il ragazzo che gli piombava addosso aveva notato la caduta, e buttandolo per terra lo aveva salvato.

Quel che voglio sottolineare, con questo esempio, è che la rappresentazione nei media delle donne e della violenza loro diretta non è casuale, è una scelta. Ed è una scelta spesso trasversale ai posizionamenti ed alle ideologie. Potrei fornirvi i dati di diverse ricerche sul rapporto donne/mezzi di comunicazione, da “Women and Media in Europe” (studio europeo a cui l’Italia ha partecipato tramite il Censis ed altre organizzazioni) che è del 2006, al progetto di monitoraggio “Glocal Media” (a cui l’Italia ha partecipato tramite l’Osservatorio Media Research di Pavia) che è dell’anno scorso. Ma al di là dei dati percentuali, che sono facilmente intuibili – più uomini che donne, più giovani che anziane, e così via – è interessante leggere i sommari finali. Vi cito un brano da quello del progetto di monitoraggio Glocal Media, che si intitola “Le funzioni ricoperte da donne ed uomini nelle notizie”: “Le donne trovano più spazio nei notiziari come rappresentanti dell’opinione popolare – ruolo in cui si registra il massimo bilanciamento di genere – e poi come testimoni oculari di eventi che fanno notizia, come per esempio incidenti, rapine, scomparse e così via: due ruoli che le rendono visibili ma che nel complesso registrano una scarsa presenza. Le funzioni più ricorrenti, come quella dei protagonisti, e anche le più autorevoli, come quella dell’esperto o commentatore sono prevalentemente appannaggio maschile: nell’83,9% dei casi i protagonisti delle notizie sono uomini e nell’85,1% dei casi le voci esperte sono maschili.

Le donne raramente sono centrali nelle notizie registrate, indicando una scarsa capacità di fare notizia, sia a livello individuale, sia a livello di gruppo sociale. Un risultato confermato anche dalle aree tematiche che coinvolgono maggiormente le donne. (…) Le donne vengono presentate come madri di-, figlie di- e così via più del doppio degli uomini. Le donne sono presentate quasi tre volte più degli uomini come vittime, e più del doppio degli uomini come sopravvissute, confermando così una maggior tendenza a fare notizia qualora colpite da crimini, violenze o incidenti di varia natura.

Vi è poi lo sbilanciamento nelle fonti o la rappresentazione asimmetrica di ambiti in cui le donne dovrebbero presenziare tanto quanto gli uomini. Ci sono infatti “frammenti” di realtà che possono essere rappresentati dai notiziari con un certo margine di libertà: per esempio le immagini che corredano un servizio sulla sanità, oppure sull’inflazione. Spesso si tratta di immagini che mostrano l’interno di ospedali o di ambulatori, nel primo caso, oppure di mercati, supermercati, negozi, persone dedite agli acquisti, nel secondo caso. Ora, se è lecito attendersi che queste immagini mostrino sia donne sia uomini, essendo la popolazione composta all’incirca dal 50% di entrambi, in realtà spesso non è così. (…)

Accade di frequente che le immagini dei luoghi pubblici ritraggano prevalentemente uomini, oppure anche donne ma in posizioni di minor prestigio o rilevanza rispetto agli uomini: per esempio, le notizie che riguardano l’aumento del costo della vita spesso ritraggono uomini competenti in economia, magari intervistati a titolo di esperti, e donne addette alla spesa quotidiana, magari intervistate a titolo di casalinghe. Oppure i servizi che riguardano l’influenza, spesso intervistano medici uomini a titolo di esperti e pazienti donne a titolo di testimoni o vittime del virus di stagione. Questo genere di servizi veicola stereotipi di genere molto sottili ma capaci, tanto quanto quelli più evidenti, di trasmettere un’immagine della realtà parziale e sbilanciata, che non concorre a creare un tessuto culturale favorevole alle pari opportunità.”

In sostanza, nelle notizie ci siamo poco o non ci siamo, e quando ci siamo dobbiamo rispondere ad uno stereotipo preciso. Infatti, l’immagine più frequente nei media italiani, rilevata dall’altra ricerca “Donne e Media in Europa” è quella della “donna di spettacolo”: e si nota in modo particolare la forte presenza delle modelle nei telegiornali: “… questo tipo di scelta (dice il sommario) sul piano di un’equilibrata rappresentazione del mondo femminile lascia qualche perplessità, considerata la funzione di legittimazione ed esaltazione che il posizionamento all’interno del telegiornale di fatto regala. Queste perplessità si acuiscono se si pensa all’impatto di tali icone sulle giovanissime: la top model da semplice professionista che scivola con garbo sulle passerelle è diventata un modello di riferimento estetico, frustrante e a volte pericoloso perché irraggiungibile, qualche volta eccentrico e discutibile.” E così abbiamo veline, letterine, balletti di ragazzine seminude, reality show che di “reale” non hanno proprio niente, pubblicità squallide, programmi di intrattenimento ancora più squallidi, eccetera. Il risultato, che è un gradino su cui la violenza di genere sale, è l’ipersessualizzazione delle giovanissime, e financo delle bambine. L’industria della moda ha cominciato ad usare modelle sempre più giovani (e sempre più anoressiche: vent’anni fa, la modella tipo pesava l’8% in meno della donna media, oggi pesa il 23% in meno) ed ora è comune vedere in questo ruolo persino ragazzine di 12/13 anni, che vengono ritratte e presentate come se fossero donne adulte. Di più: come se fossero donne adulte in cerca di sesso. Se date un’occhiata critica alle foto pubblicitarie noterete per esempio l’angolatura delle immagini: la ragazzina semi-svestita guarda in su, con gli occhi bistrati e languidi, sovente verso un uomo più alto di lei e le sue pose suggeriscono fragilità, vulnerabilità: in sostanza mimano le immagini più comuni della pornografia. Quindi per le ragazzine lo stereotipo ossessivamente proposto è questo: devono essere belle in modo uniforme, magrissime, poco vestite e suscitare il desiderio e l’approvazione maschile. Se vi prendeste la briga di intervistare le piccole modelle, scoprireste che hanno un’opinione pessima non solo di se stesse, ma dell’intero universo femminile. Mentre vi parlo in ospedale, dalle mie parti, c’è una bambina di 11 anni, intubata perché non mangia più. E il 4 febbraio scorso, una ragazza di diciassette anni molto insoddisfatta della sua immagine corporea si è impiccata nel bagno della scuola. Credo non serva dire altro sui danni che l’oggettificazione sessuale produce sulle bambine e sulle ragazze, però è doveroso ricordare i danni che produce sull’altra metà del cielo, quella maschile. Il primo suggerimento agli uomini – ovviamente non tutti se lo bevono acriticamente e ci mancherebbe – è che le bambine vogliono fare sesso con loro. Se ascoltate le giustificazioni degli stupratori di minorenni lo capite benissimo: aveva 12 anni ma ne dimostrava di più, era vestita come una prostituta, era consenziente, eccetera. Il secondo suggerimento è che non vi è una vera riprovazione sociale per un atto del genere: altrimenti, perché mai queste ragazzine seminude sculettano nei telegiornali o si offrono sui manifesti pubblicitari? Il terzo suggerimento è che non vi è una vera riprovazione neppure da parte di chi queste bimbe dovrebbe difendere, di chi dovrebbe averne cura, e cioè le loro famiglie, che in caso contrario non darebbero la loro approvazione alla rappresentazione eroticizzata delle loro bambine. La responsabilità di un’azione violenta è sempre di chi la commette, ma l’ambiente che attornia questa persona può favorire o sfavorire il compiersi dell’azione violenta, può educare alla sopraffazione o può educare al rispetto. Quindi, prosciugare il brodo di coltura che alimenta la violenza è un passo necessario per ridurre e poi eliminare la violenza stessa.

Secondo la scrittrice Robin Gerber, “(In occidente) non abbiamo bisogno dei burqa in stile afgano per scomparire come donne. Noi scompariamo al rovescio: manipolando i nostri corpi e mostrandoli per aderire ad una visione della bellezza femminile imposta dall’esterno.” La visione viene imposta non solo alle bambine, ma ad una maggioranza di donne che sono naturalmente più larghe, e più vecchie, delle modelle della pubblicità, generando in molte disistima e depressione (e a volte malattia). Una delle radici per il mantenimento di questa visione è economica: l’industria dei cosmetici e dei prodotti dietetici ne vive alla grande. Ma un’altra radice è il controllo. Se tu devi pensare a quante calorie ha la caramella, se il trucco è a posto, se le scarpe hanno il tacco sufficientemente alto, e se sei abbastanza competitiva verso le altre donne per ottenere l’attenzione maschile, sei costantemente tesa, concentrata sul tuo aspetto ed incapace di pensare ad altro. Ha ragione la Gerber, è lo stesso che imporre per legge un velo o un codice di abbigliamento purchessia: se tu devi preoccuparti del colore dei tuoi calzini e della lunghezza esatta del fazzoletto, perché altrimenti la polizia può caricarti in auto e portarti via, è più difficile che tu rifletta su cosa vuoi fare, chi vuoi essere, che relazioni vuoi avere, come desideri che il mondo vada, quanti e quali diritti hai, eccetera eccetera. Sapete quante donne si dicono soddisfatte, al mondo, della loro apparenza? Il 10%.

In Europa e nell’America del nord, le bambine cominciano a preoccuparsi del loro aspetto all’asilo, il 35% delle ragazzine fra i 6 e i 12 anni vorrebbe mettersi a dieta, ed il 70% delle adolescenti con un peso del tutto normale pensa di dover perdere peso. Insomma dobbiamo assomigliare a Barbie, o rischiamo di non esistere. Ma in realtà, sarebbe proprio assomigliando a Barbie che finiremmo per non esistere. Se una persona umana avesse le stesse dimensioni della bambola ecco cosa succederebbe: la sua schiena sarebbe troppo debole per sostenere il peso della parte superiore del suo corpo, il suo ventre è talmente stretto che potrebbe contenere solo mezzo fegato e pochi centimetri di intestino; quindi, una donna che avesse le proporzioni di Barbie soffrirebbe di diarrea cronica e morirebbe di denutrizione.

Non mi sembra un grande scopo, per un’esistenza umana, e neppure uno scopo logico, ma i programmi televisivi, come i “reality show” e i “talk show”, e gli innumerevoli servizi giornalistici loro correlati, si premurano di mostrare perché una ragazza debba morire di fame, e cioè a che le serve essere considerata “bella” dagli uomini.

La donna del varietà italiano (dice ancora “Women and Media in Europe”) è soprattutto il suo corpo, abbondantemente esposto. Non emergono (nelle donne presentate) capacità e abilità particolarmente evidenti né vengono citate o sottolineate. L’estetica complessiva resta quella dell’avanspettacolo. E infatti il livello complessivo dell’intrattenimento risulta mediocre e scadente. Nei reality, più in particolare, della donna si sottolinea soprattutto spregiudicatezza, esibizionismo, furbizia. Dati che rimandano allo stereotipo della “bad girl” intraprendente e furba, spregiudicata e abile nell’ottenere vantaggi e successo.”

Vantaggi, successo. Soldi, gioielli, abiti firmati, borse di marca, appartamenti, automobili. Magari un posto in consiglio regionale o un seggio ministeriale. Risultati che valgono senz’altro la pena di sopportare l’arroganza, lo scherno e il letto del conduttore, organizzatore, utilizzatore maschio di turno. Come diceva la tenutaria di un bordello poco più di un secolo fa, davvero “Ogni ragazza sta seduta sulla sua fortuna”! In più, non vogliamo certo essere classificate come bigotte, moraliste, vetero-qualchecosa, frigide racchie e via dicendo: cosa c’è di male, ripetono opinionisti, politici, intellettuali uomini e donne, se una bella ragazza usa il suo corpo per fare carriera, e cosa c’è di male nel sesso?

Personalmente, ritengo il sesso parte della vita e anzi, una bella parte della vita. Nonostante le mie scarse attrattive di sempre, e la mia mezza età di oggi, non ho mai dovuto pagare per farlo, ne’ sono mai stata pagata per farlo. La visione del sesso proposta dai media, però, non è il sesso come bella parte della vita: quello che ci mostrano è uno pseudo-sesso, è la trivializzazione più stupida del sesso, dove la misura della sessualità femminile è quanto essa soddisfa quella maschile, quanto risponde ai desideri e ai bisogni degli uomini. E’ una sessualità serva da parte femminile e padrona, acquirente, “utilizzatrice finale” da parte maschile: e non so cosa ne pensate voi, ma il mio concetto di piacere e divertimento e amore (tutte cose che hanno a che fare con il sesso,) è proprio un altro. Per esempio, non include la violenza. L’industria dell’intrattenimento, con gli show televisivi di cui sopra, con film, libri, e ogni tipo di supporto multimediale, continua a suggerire che la violenza è sexy. Ne consegue che la sessualità non è tale se non è violenta. E’ un messaggio che i potenziali stupratori ricevono, principalmente grazie ai media, tutti i santi giorni. Che si usi il corpo per far carriera, poi, sinceramente mi disturba più a livello pragmatico che morale. E’ una questione di competenze. Perché se non posso fidarmi della diagnosi di un primario che ha ottenuto quel posto grazie a una mazzetta e non perché è un bravo medico, non posso fidarmi dell’operato di una Ministra alle Pari Opportunità che posava per calendari pornografici.

L’alternativa alla scaltra venditrice di se stessa, nei media italiani, non è particolarmente più attraente: potremmo definirla come “l’addolorata”. Cito sempre dalle ricerche:

Nell’informazione, alla donna patinata e spregiudicata dell’intrattenimento si sostituisce bruscamente la donna-vittima e, comunque, la donna del dolore. La donna compare prevalentemente in servizi di cronaca nera (67,8%); di lei si parla all’interno di una vicenda drammatica, in cui è coinvolta prevalentemente come vittima o in alcuni casi “carnefice”. (…) Tutte le altre donne, quelle che studiano, lavorano, cercano di affermarsi nel mondo delle professioni e della cosa pubblica (…) restano completamente in ombra, sovrastate dalla presenza esorbitante di vallette e veline dell’intrattenimento, e da un esercito di donne-vittime o donne-streghe, al centro di servizi “autoptici” in cui non viene tralasciato alcun dettaglio dell’informazione. Un dato balza agli occhi e conferma l’analisi: praticamente invisibili le donne impegnate in politica (6,4%). (…) Un ulteriore dato definisce la situazione: la donna presentata nei servizi nella maggior parte dei casi “non ha voce”, cioè di lei si parla ma non le si dà parola. Quando parla lo fa per meno di 20 secondi.”

Quindi: la violenza contro le donne va mostrata, persino nei dettagli più sensazionali (quelli da film horror), ma le donne non devono essere soggetti pensanti, con voce ed opinioni, neppure in questo caso. In compenso, i media ci forniscono tutta una serie di dottissimi articoli ed interviste a “esperti” in cui i perpetratori delle violenze vengono giustificati, adulati e compresi: una delle frasi chiave che ricorre nei titoli che illustrano la notizia dell’omicidio di una donna è “lei voleva lasciarlo” oppure “lei lo aveva lasciato”, ma è una frase chiave che illustra persino gli articoli relativi agli studi sulla violenza di genere; uno degli ultimi che ho letto era più o meno: “Presentata a Milano la ricerca sulla violenza di genere: a rischio di omicidio separate e divorziate”. Avete capito bene? Magari batte tutti i giorni voi e i vostri figli, magari state conducendo un’esistenza miserabile, ma guardatevi bene dal lasciarlo, perché vi ucciderà. La responsabilità, e di conseguenza il biasimo, è posta sulla vittima della violenza; ciò significa che sono le vittime a doversi far carico della prevenzione della stessa. Non occorre essere violentatori in proprio per propagandare la cultura dello stupro ed il culto della violenza. Non occorre neanche essere maschi, si può benissimo farlo essendo femmine. Un bel numero di questi sublimi pezzi di giornalismo sono firmati da donne, e per anni li ho letti su un giornale che di recente ha lanciato campagne e manifestazioni inerenti la dignità delle donne: in particolare la frase “dove sono le femministe?” era contenuta praticamente in ogni articolo che riguardasse la violenza di genere. Poco importa che quello stesso mese io gli avessi spedito venti comunicati su cosa le femministe fanno, in Italia ed in tutto il mondo, per contrastare la violenza di genere, e poco importa che ogni volta rispondessi alla domanda dicendo “Io sono qua, ma guardate che la responsabilità nel mettere alla fine alla violenza contro le donne non è solo delle femministe, ne’ solo delle donne, è una responsabilità che riguarda l’intera società umana in cui la violenza si dà, ed è una responsabilità che riguarda anche voi, soprattutto nel modo in cui fate informazione sulla questione. In sintesi, è un problema che si ha il dovere di risolvere non solo soccorrendo immediatamente le vittime di violenza, ma interrogandosi sulle attitudini e le credenze che scusano, legittimano e alimentano la violenza stessa.

Cosa accadrebbe, per esempio, se i media riportando una storia di violenza domestica cominciassero a raccontare come la donna è sopravvissuta, cosa ha fatto, come ha lottato, chi l’ha sostenuta nel processo e così via. Vedendo, leggendo, ascoltando questo, un’altra donna in una situazione simile può cominciare a pensare: “Lei ci è riuscita, anch’io posso farlo.” Cosa accaderebbe se i media, riportando le storie della tratta di donne per il mercato del sesso cominciassero ad indagare le complicità e le connivenze che rendono possibile, e per molti persino accettabile, il commercio di essere umani?

Per quanto influenzino il risultato dell’uso che ne facciamo per comunicare, è bene ricordare che i media in sé solo sono media, e cioè “mezzi”, attrezzi. Come li si usa è tutta responsabilità umana, nostra.

La cultura dello stupro dice alle donne di far corsi di autodifesa, di essere più sensate, di evitare certi luoghi e certi orari, di non vestirsi così e colà, ma agli uomini non dice assolutamente di smetterla. Anzi, se proprio dice qualcosa al proposito, parla di padri meravigliosi, di mariti esemplari, di compagni affettuosi, di amici fidati, che a causa di un’inspiegabile azione della donna (e d’altronde come volete che la spieghi se non ha spazio, o se lo spazio che ha sono venti secondi)… comunque, poiché la donna voleva lasciarlo, lo aveva lasciato, o non lo voleva proprio, questi uomini sono presi da raptus, stuprano e uccidono. Scavando più a fondo nella notizia si scopre sempre che il raptus è stranamente preceduto da anni di violenze, mesi di pedinamenti, programmazione accurata dell’assalto e così via. Vien da chiedersi quanto durino i raptus.

Solo per citare un caso, alcuni anni fa un noto psicoterapeuta, propugnando la teoria del raptus per gli stupratori, equiparò lo stupro al diabete. Disse in sostanza, che era da moralisti biasimare i violentatori, giacché erano colti da incontrollabili raptus: sarebbe stato come biasimare un diabetico per la sua malattia. Alla domanda sul perché gli uomini erano così soggetti a tale disagio, il raptus, o comunque perché vi erano più soggetti delle donne, il luminare della scienza rispose testualmente: “Perché hanno più muscoli.” Il che è molto interessante perché suggerisce che l’unico uso che tu puoi fare della tua forza fisica consiste nel provocare danno agli altri, in questo caso alle altre. Cioè, se hai un bastone, l’uso principale che ne fai è darlo in testa a qualcun altro. Tutti gli altri possibili usi che sono venuti in mente a me: usarlo come gruccia se mi fa male il piede, come sostegno per appendere ad asciugare lo strofinaccio, come paletto nell’orto per le piante rampicanti, come attrezzo per la ginnastica aerobica, e persino come mazza da pindul-pandul (un gioco che facevo da bambina in Friuli, non so come si chiami qui), sono evidentemente frutto del mio moralismo, della cui creatività mi sento però abbastanza lieta. E oltre che moralista sono anche materialista, infatti pretendo dei supporti scientifici ad affermazioni del genere, e visto che lo psicoterapeuta non ne ha, ha solo la sua rispettabile opinione al proposito, io non solo non me la bevo, ma mi guarderò bene dal consigliare qualcuno o qualcuna di sdraiarsi sul lettino del suo ambulatorio.

C’è naturalmente uno scopo nel negare o razionalizzare una violenza sessuale nel momento stesso in cui la notizia viene riportata, ed è il renderla uno dei tanti “fatti della vita”, un fatto spiacevole, è vero, ma inevitabile come una perturbazione atmosferica ed altrettanto slegato dalla volontà umana. Poi nei bar, negli uffici e nei negozi si sentono questo tipo di discorsi:

Ma non ha gridato, secondo me ci stava.
Oppure: Viene da una famiglia che te la raccomando, il ragazzo invece è figlio del dott. Tal dei Tali, mi sembra proprio impossibile.
Oppure: Vuoi che non potesse dibattersi? E' più grossa di lui.
E via così, fino a rendere lo stupro una soave e consensuale pratica amorosa, o lo sbocco di un irrefrenabile e primitivo impulso cui gli uomini non possono resistere. La violenza sessuale è invece appresa: nasce tutta dal convincimento sociale che gli uomini abbiano il diritto di dominare le donne. 

Lo stupro di una donna è ammonizione, degradazione, terrore e limitazione per tutte le altre. La maggior parte delle donne e delle ragazze limita e sorveglia i propri comportamenti per paura dello stupro, anche se non le è mai accaduto di subire violenza. La maggior parte delle donne vive con questo timore, la maggior parte degli uomini no, e questo è il modo in cui la violenza sessuale funziona come potente metodo di costrizione per metà dell’umanità.

Sino ad ora abbiamo esaminato programmi televisivi (potete tranquillamente accorparvi le radio, i dati non sono diversi) e quotidiani del mainstream, in chiusura prendo brevemente in considerazione l’alternativa della rete informatica, internet. Dicevo prima che i media sono attrezzi. Anche internet può essere usato ed è effettivamente usato per propagandare stereotipi, molestare persone, glorificare la violenza. Fortunatamente viene anche usato, e bene, per fare il contrario, come testimoniamo le reti antiviolenza collegate a livello globale.

In merito all’uso violento, quella che segue è la storia di Laura, che è però abbastanza comune da poter essere trattata come esempio: “Sappiamo tutte che quando ti gridano dietro per strada può essere l’inizio di un’aggressione. Sappiamo che se il tipo con cui esci risponde a schiaffi alle sue arrabbiature con te, domani potrà prenderti a pugni, e persino ucciderti alla fine. Sappiamo che la violenza tende a crescere se non viene fermata. Perché allora prendiamo così poco sul serio le molestie via internet? Alcune donne ne sono già morte. Mandare un’e-mail viene visto come una cosa “privata”, perciò se insulti una donna in pubblico magari attiri l’attenzione, ma se lo fai con centinaia di messaggi nessuno se ne preoccuperà. Io ho sopportato cinque anni di relazione violenta, ho chiesto aiuto ad un centro antiviolenza e ho fatto tutte le cose normali che si fanno in questi casi per evitare ritorsioni, ho cambiato e-mail, ho cambiato numero telefonico, ho cambiato percorso per andare al lavoro, stavo persino per cambiare casa. Niente ha funzionato. Lui ha continuato a minacciarmi sino a che io non l’ho minacciato a mia volta. E’ triste dirlo, ma quest’uomo non capisce cosa fa di sbagliato, non ammette che le sue azioni sono sbagliate. Nel mio gruppo di auto-aiuto, nessuna di noi sopravvissute ha mai ricevuto realmente le scuse di chi ci ha fatto del male. Adesso il mio persecutore non mi manda più messaggi, sono passati sei mesi, ma ha ancora il coraggio di fornire i miei dati personali ad amici e conoscenti suoi, senza il mio consenso. Non capisco perché abbia l’idea di poter passare qualsiasi limite, perché creda che le regole, per lui, sono differenti.”

Laura è giovane, abbastanza giovane da non capire. Nessuno le ha dato informazioni diverse da quelle che passano sui media a grande diffusione, e cioè che le donne sono essenzialmente figurine in un gioco di scambio per gli uomini. Nessuno ha dato informazioni diverse al suo persecutore. La scuola, ad esempio, non ha dato loro input differenti. La storia delle donne non si studia a scuola. Laura non la conosce, come non la conosce una nota consigliera regionale indagata per favoreggiamento della prostituzione minorile e proprio per perciò, immediatamente dopo di ciò, eletta a gestire online una rubrica sulle donne, come “esperta”: nella quale rubrica sproloquia della bellezza come “punto di forza” e cita le fiabe, Biancaneve e Cenerentola eccetera, per mostrare che un principe salvifico ci vuole per ogni donna, anzi, ottenere l’attenzione del principe è lo scopo unico della vita di un donna. Di Biancaneve dice, con vero sprezzo del pericolo, che “viveva con sette uomini”, implicando chiaramente che se ci viveva ci faceva anche sesso: probabilmente l’autrice di queste idiozie non ha esperienza di una relazione che non comporti lo scambio sessuale mercificato; dopotutto i setti nani la mantenevano, no, la Biancaneve, vuoi che non abbiano chiesto nemmeno un servizietto? Non ha mai letto una fiaba, scrive, che cominciasse con “C’era una volta in piazza” o dove le principesse protestassero. Intanto ha letto poco e male, perché principesse che protestano ce ne sono eccome anche nelle fiabe classiche. E poi ignora che quel che ha: la possibilità di eleggere ed essere eletta, il diritto di avere beni propri non sotto la tutela o il controllo di un parente di sesso maschile, il diritto di divorziare o di interrompere una gravidanza, il diritto a non essere molestata o assalita, il diritto ad avere un trattamento decente nell’ambito lavorativo, il diritto a non dover morire per l’onore della famiglia, eccetera, tutto questo non gliel’ha dato il principe. E’ proprio perché la mia generazione e quella precedente, e quella precedente ancora, sino alla protesta delle donne in Campidoglio nella Roma antica: è perché tutte queste donne “c’erano una volta in piazza” che lei ha delle garanzie e dei diritti come essere umano. Affinché lei, e Laura, e tutte le altre, potessero essere libere, non siamo andate solo in piazza. Siamo andate in galera, ci siamo incatenate davanti ai Parlamenti, abbiamo fatto scioperi della fame, siamo state persino ammazzate.

Naturalmente non dico questo perché voglio la sua gratitudine, ne’ quella di nessun’altra o altro, lo dico perché l’erosione della memoria è un fattore chiave nel mantenimento dell’assetto presente, ed anche nel rapporto fra donne e mezzi di comunicazione. L’eterno presente dei media ha l’effetto proprio di cancellare, oscurare, i limiti di cui parlava Laura raccontando la sua esperienza di sopravvissuta alla violenza. Quello che propugna, l’eterno presente senza memoria, è un’atomizzazione spinta degli individui, accoppiata alla percezione dell’altra o dell’altro solo come pericolo, fastidio o attrezzo da usare per la propria soddisfazione o ascesa.

L’istituzione dello stesso 8 marzo, il Giorno Internazionale della Donna, la ricorrenza per cui mi avete chiamata qui oggi, del che vi ringrazio ancora, aveva come scopo principale il mantenere la memoria delle lotte delle donne, perché le conquiste dovute a queste lotte possono sempre andare perdute. A questo proposito i media, come fonte di trasmissione e comunicazione di conoscenze, possono essere sia utili sia dannosi. Sarebbe importante dar loro segnali: di incoraggiamento quando sono corretti e informati, di biasimo quando non lo sono. E non scoraggiarsi mai. Stiamo sulle spalle delle gigantesse che ci hanno precedute, perciò guardiamo lontano.

Redazione
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  • Marco Pacifici

    Ripeto,sperando ormai senza speranza,di scatenare un putiferio,ma non mi caga nessuna/o… COLPIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO,SE NON BASTA COLPIRNE DIECI PER EDUCARNE MILLE… e le scuse poi vediamo… Marco Pacifici.

  • non so perchè Marco speri di suscitare un putiferio. non è picchiando che si risolvono i problemi, ne castrando, ne nulla di simile. si aggiunge violenza a violenza. forse bisognerebbe ricordarsi che tutti abbiamo avuto una mamma, che pure lei è stata, almeno nella nostra cultura, nella mia, parte della mia educazione… ma sarebbe un discorso troppo complesso.
    grande articolo comunque, dovrebbero leggerlo molte ragazzine non stupide ma neppure in grado di avere letture così critiche

  • Marco Pacifici

    Non scrivevo di picchiare,scrivevo di eliminare…cancellare…impedire che i portatori di morte possano impedire alle Umane ed ai loro Cuccioli di passeggiare tranquillamente,anche con una minigonna e con il sorriso sulle labbra…ma l’ipocrisia dilaga anche tra di noi…

  • Come sempre, precisa, puntuale, profonda, utile. L’articolo giusto per cominciare questa giornata e tutte quelle che seguono.

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