Messico: il muro, Trump e Peña Nieto

di David Lifodi

 

 


Sul lato messicano della frontiera, quella che Donald Trump vorrebbe blindare con un muro invalicabile, il presidente Enrique Peña Nieto, in vertiginoso calo di consensi (gli ultimi sondaggi gli attribuiscono un misero 12%) può contare su un alleato di primo piano, quello stesso inquilino della Casa Bianca che, a parole, lo sferza ogni giorno.

Ovviamente, si tratta di una riflessione provocatoria. Le continue minacce di Trump verso il Messico non fanno altro che evidenziare come tutte le amministrazioni Usa abbiano sempre cercato di trattare il loro vicino più a sud come un vassallo da schiavizzare o spremere fino al midollo, sia che alla guida del paese vi fosse un repubblicano sia che vi fosse un democratico. Tuttavia, l’astuzia con cui Peña Nieto ed anche l’ex presidente Vicente Fox hanno iniziato ad utilizzare sui social l’hashtag #fuckingwall fa riflettere. È ovvio che non debba essere il Messico a pagare un muro che sarebbe meglio non venisse mai costruito, ma il tentativo di Peña Nieto di opporsi all’arrogante Trump sta già provocando una risalita di consensi verso il presidente messicano e verso Fox, uno che, all’epoca della sua permanenza a Los Pinos disse che avrebbe risolto in conflitto del Chiapas in cinque minuti, facendo sfoggio di tutto il suo razzismo. Anche in questo caso è paradossale che Peña Nieto e Fox, entrambi noti per privilegiare il Messico bianco rispetto alle comunità indigene (si pensi al massacro degli studenti normalistas di Iguala, caratterizzato anche dall’odio etnico e di classe) gridino adesso all’odio razzista di Trump e dell’America bianca, la quale si identifica nelle organizzazioni paramilitari che pattugliano la frontiera tra i due paesi per dare la caccia ai migranti messicani e centroamericani. Infine, altro paradosso derivante dall’elezione di Trump, a schierarsi contro il muro sono arrivate anche le multinazionali messicane, il cui interesse non è certo dettato da ideali umanitari, quanto piuttosto dal terrore di non poter più sfruttare i disperati che provengono dalle zone di confine e vengono pagati con salari da fame. Del resto, non è un segreto che buona parte dei presidenti di destra al potere in America latina (con l’esclusione forse di Mauricio Macri e Michel Temer, portavoce di ideali e di un armamentario ideologico parafascista assai simile a quello di Trump), preferissero una vittoria di Hillary Clinton, che avrebbe mantenuto in vita quei trattati di libero commercio adesso schifati dalla Casa Bianca in nome dell’autarchia a stelle e strisce e sostenuto altri colpi di stato nella regione, dopo quelli andati a buon fine in Honduras, Paraguay e Brasile. Tornando al Messico, Peña Nieto e i suoi predecessori, da Salinas de Gortari a Ernesto Zedillo, passando per Fox e Calderón, tutti hanno investito sui tlc (trattati di libero commercio), in particolare sul Nafta, l’accordo con Canada e Stati Uniti che Carlos Salinas de Gortari magnificò come il volano per far entrare il Messico nel primo mondo. Al contrario, crebbe il numero delle maquiladoras, aumentò l’impoverimento del paese e, non a caso, gli zapatisti del Chiapas fecero il loro ingresso sulla scena proprio il 1 gennaio 1994, giorno in cui entrava in vigore l’accordo.

Lodevolmente, i sindaci della cosiddette Sanctuary Cities (metropoli americane quali New York, Los Angeles e Chicago), hanno garantito che tuteleranno tutti i loro abitanti indipendentemente dal loro status di immigrazione, mentre i vescovi che operano alla frontiera tra Messico e Stati Uniti hanno evidenziato quali sarebbero le conseguenze del muro per famiglie che vivono, ad esempio, a Laredo e Nuevo Laredo, e che finirebbero per disintegrarsi, tuttavia il muro di 1600 km che sogna l’uomo al potere alla Casa Bianca, sotto certi aspetti, è già in atto. Barriere e check point fanno già parte del panorama di alcune zone di confine tra Messico e Usa. Anche la logica di Trump, all’insegna degli Stati Uniti come una proprietà privata da tutelare contro immaginari invasori (si tratti di combattenti del sedicente Stato islamico, migranti o altri), purtroppo è già presente in America latina. I cosiddetti barrios privados di Caracas, dove vive l’alta borghesia venezuelana e da cui partono le manifestazioni contro Maduro e la rivoluzione bolivariana, i quartieri bene di metropoli come Rio de Janeiro o San Paolo, praticamente inaccessibili ai favelados, rappresentano l’ossessione sicuritaria che negli Stati Uniti sta alla base dell’America First, lo slogan di Trump che ha sedotto i nazisti del Ku Klux Klan, ma anche l’America profonda e semplici cittadini senza un’ideologia ben definita. Si tratta dello stesso concetto che qui da noi utilizzano Lega ed estrema destra quando gridano slogan come “Padroni a casa nostra” o “Prima gli italiani”. Fin dalla guerra messicano-statunitense del 1847, derivata dal conflitto fra il Messico e gli Usa per via della repubblica del Texas, fondata da coloni statunitensi su territorio messicano, gli Stati Uniti hanno sempre cercato di schiacciare la testa al loro vicino e proprio per questo Trump, che pure ha promesso una radicale rivoluzione rispetto ai suoi predecessori, ha scelto di privilegiare, tra le sue prime azioni, la costruzione del muro. Trump avrebbe potuto dedicarsi a fare la guerra a Maduro o a congelare di nuovo le relazioni con Cuba, solo per restare al continente latinoamericano, e invece ha scelto proprio di dedicarsi al muro.

The Donald arriva al potere quando in Messico l’economia è al collasso e il paese è più che mai vulnerabile. A pagare saranno, come sempre, le fasce sociali più deboli di un paese che si appresta, una volta di più, a divenire lo zerbino dell’arroganza dell’amministrazione statunitense.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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