Messico: la buona scuola dei maestri di Oaxaca

di David Lifodi

Nel Messico dei molteplici conflitti sociali un ruolo di primo piano lo hanno rivestito, e continuano tuttora a rivestirlo,  i maestros. “Quanti milioni di bambini in tutto il paese arrivano a scuola senza aver fatto colazione? Perché la scuola pubblica è carente delle infrastrutture necessarie mentre il governo appoggia la privatizzazione dell’istruzione?”

Queste sono soltanto alcune delle domande che i maestri del paese continuano a rivolgere al Enrique Peña Nieto, uno dei peggiori presidenti che il Messico abbia mai avuto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’obbligo di sostenere l’esame di valutazione per i maestri degli stati di Oaxaca e Guerrero, da cui è sorta la protesta della storica e combattiva Sección 22 della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (Cnte). L’ennesima provocazione dello stato nei confronti dei maestri è servita per militarizzare ancora una volta lo stato di Oaxaca, ha scritto su La Jornada Luis Hernández Navarro, ma l’effetto è stato controproducente. In occasione delle numerose manifestazioni avvenute nella capitale è comparso lo striscione El Chapo no está en Oaxaca, una sorta di messaggio al governo dello stato e a quello nazionale per far capire che lo stato d’assedio imposto dall’alto era del tutto inutile e ingiustificato. Non solo: anche quella parte della popolazione che non era d’accordo con i blocchi stradali e gli scioperi dei maestri ha manifestato la propria irritazione per la militarizzazione dello stato, mentre i maestri hanno ottenuto l’appoggio di buona parte della società, a partire dai movimenti indigeni. Uno dei più acuti intellettuali che il Messico abbia mai avuto, Gustavo Esteva, ha evidenziato come “la valutazione, al pari di altri strumenti della riforma educativa, serva soltanto per formare maestri ubbidienti e sottomessi, disposti a rispettare gli ordini”. È così che la maggior parte dei maestri della Sección 22 ha deciso di rimanere fuori dalle aule dove si svolgeva il test di valutazione che, annota ancora Esteva, serve esclusivamente per “il controllo delle menti e dei comportamenti e a frantumare il tessuto sociale”. Dal ministero dell’Istruzione hanno fatto di tutto per presentare l’esame di valutazione e la riforma dell’istruzione come appetibili per l’intero corpo docente messicano, oltre a sostenere la disponibilità e l’apertura al dialogo da parte di Los Pinos, ma non sono riusciti a competere con la forza della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación. Il sindacato ha infatti realizzato nello stesso periodo centinaia di incontri con i genitori, gli studenti e l’intera società messicana per spiegare i motivi della protesta, forte di oltre 30 anni di lotta. Il governo no tiene alma, corazón, vida per comprendere la realtà dell’istruzione in Messico, hanno dichiarato più volte i leader della Cnte, ricordando che nel 1968 gli studenti sfidarono il presidente Díaz Ordaz a dibattere con loro e furono ritenuti offensivi verso il presidente. In Messico il potere dialoga sul proprio terreno e impone le sue regole ed è ciò che ha tentato di fare il ministero dell’Istruzione, spacciando la riforma dell’istruzione come un “nuovo” servizio professionale offerto dai docenti tramite un test di valutazione privo di qualsiasi legittimità. Al contrario, di fronte alla verticalità e all’autoritarismo del governo messicano, la formazione dei docenti è sempre stata all’insegna dell’impegno etico e sociale e al concetto di “scuola-fabbrica” che intendono imporre da Los Pinos gli insegnanti hanno risposto con uno dei principali concetti espressi dal pedagogista brasiliano Paulo Freire, quello del maestro come “educatore”, cioè come un soggetto che insegna e apprende a sua volta interpretando il suo ruolo come “liberatore”  perché si riconosce nel popolo. Al contrario, per lo stato,  i maestri che si ispirano ai principi dell’educazione popolare devono essere repressi, come dimostra purtroppo il caso dei 43 desaparecidos della scuola “Raúl Isidro Burgos”di Ayotzinapa, che studiavano proprio per diventare educatori popolari nei luoghi più impervi e abbandonati dal paese e che al potere fa molto comodo lasciare senza un’istruzione di qualità. Il principale compito dei maestri è invece quello di aprire canali di dialogo e smantellare una proposta di riforma dell’istruzione che mira esclusivamente alla privatizzazione imposta con la forza. “Quel modo”, scrive Gustavo Esteva, “contraddice talmente la realtà da provocare un rifiuto radicale e rende più profonda la svalutazione delle classi politiche messicane, una svalutazione più rapida e accentuata di quella della moneta. La distanza delle classi politiche dalla gente e dalla realtà cresce di continuo”.

La contrapposizione tra maestri e stato centrale è tutt’altro che conclusa, anzi, potrebbe rappresentare un nuovo scenario di conflitto sociale tra il potere e un paese sul punto di esplodere.

 

 

 

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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