Mi chiamo Elisabetta Tudor e …

sono morta il 24 marzo 1603 a Richmond Palace. La sua storia come forse la proporrebbe lei – a Chief Joseph – se fosse possibile raccoglierla

Quando mia madre, Anna Bolena, mi mette al mondo, mio padre, il re Enrico VII, scruta immediatamente fra le mie gambe per cercare lo scettro del comando, ma rimane deluso. Oltre ad essere femmina, sono nata in una situazione molto intricata: in Inghilterra, c’è in atto una feroce lotta fra cattolici e protestanti: non si tratta di un conflitto religioso ma, come sempre, di scontri per il potere. Ho imparato bene, quando sono diventata regina, che non c’è mai stata una guerra in nome della religione, ma ogni battaglia nasce da un motivo economico, a cominciare dalle crociate, che nascondevano, dietro l’alto ideale di liberare il Sacro Sepolcro, quello, molto meno nobile e più prosaico, di sconfiggere i musulmani per sviluppare le attività commerciali in Asia Minore e nel mediterraneo orientale. Ciliegina sulla torta, mio padre, per potersi sposare per la terza volta, accusa mia madre di adulterio e la fa decapitare, Io, naturalmente, divento una figlia illegittima. Sale al trono la mia cattolica sorellastra Maria e mi rinchiude dentro la torre di Londra. Qualche ragione ce l’ha, perché sono protestante e lei non mi piace assolutamente. Quando muore, senza lasciare eredi, sono, finalmente, legittimata a diventare regina. Non governo con desideri di vendetta, o di resa dei conti, ma cerco di entrare nei problemi e di risolverli. Non sono protestante per una scelta di fede, ma perché il protestantesimo rappresenta un argine allo strapotere e alla corruzione cattolica. Sono affezionata a mia cugina Maria Stuarda, regina di Scozia e seguace del papa di Roma. Quando viene detronizzata, è costretta all’esilio in Inghilterra. Però, non sta tranquilla, benché le offra come sposo, in segno di pace il conte di Leicester. Lei, naturalmente, rifiuta e continua a complottare contro di me. Comprendo che non è lei la colpevole, perché è consigliata dai miei nemici interni, che non sopportano una regina di mezzo sangue reale e, per di più, protestante e non assolutamente devota al potere di Roma. Chiudo un occhio e anche due, ma, all’ennesimo tentativo, il mio amato Francis mi dice che bisogna procedere. So che cosa significa, ma non ho altre scelte: ordino che sia arrestata e decapitata. Questo succede in modo atroce, perché il boia deve sferrare due colpi. Mi chiudo disperata nelle mie stanze, ma la vita procede, purtroppo. Filippo II di Spagna non prende bene la mia decisione, ha già il dente avvelenato perché l’ho rifiutato come sposo e si è dovuto accontentare di mia sorella, che non aveva alcun diritto di successione. Mi muove contro la sua Invencible Armada, ma, nella Manica, la mia piccola flotta riesce a distruggergliela completamente. In Europa e nel mondo, cominciano a rispettarmi e, soprattutto, a rispettare chi rappresento. Non mi sento regina, ma parte della popolazione che crede in me e nella quale io mi identifico. Sicuramente, nelle mie vene scorre molto più sangue di mia madre, una serva di corte, che del mio augusto e fedifrago genitore. Non mi sono mai sentita una regina, ma una rappresentante di uomini e donne, che non mi hanno scelto, ma hanno dovuto subirmi. Per trasformare la supina accettazione in partecipazione, ho dovuto amarli. Non era il falso amore delle smancerie, del favoritismo, della ruffianeria, ma quello che si nutre del rispetto dell’altro e della capacità di porgere l’altra guancia, non come esercizio di stupida sottomissione, ma come capacità di superare gli ostacoli per realizzare i propri ideali. Qualcuno mi definisce la regina vergine, ma non mi sono mai votata a Dio e, pur non sposandomi, ho provato i piaceri del viaggio nel mondo materiale con il nobile Rupert, ho passato notti insonni con Robert, conte di Essex, con lo stalliere John e con il soldato Herbert, ma il mio unico grande amore è Francis. Con lui, che è sposato, non è sesso, ma si è sviluppata una simbiosi che ci permette di capirci senza parole. Si realizza quell’inestricabile miscuglio di materiale e spirituale, di cuore e cervello, di chimica e sentimento, che definisce la mia relazione con lui attraverso il riconoscimento di me stessa. Fra noi, non c’è scissione fra pubblico e privato: i suoi consigli politici amministrativi, di governo e il suo sesto senso per salvarmi dalle congiure non possono essere separati dall’emozione che mi provocano il suo sorriso, il suo modo di camminare, il suo timbro di voce e il suo sguardo, dolce e, nello stesso tempo, metallico. Non m’importa nulla che sia sposato perché, insieme, abbiamo imparato che l’amore è un’isola in grado di gettare molti ponti, in comunicazione con esseri umani che sono in ascolto.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
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