Mininotiziario America Latina dal basso

di Aldo Zanchetta (*)

Periodo denso di avvenimenti in America Latina, che fatichiamo sinceramente a seguire con una informazione tempestiva e adeguata. Ma non desistiamo. Questa volta segnaliamo alcuni testi di analisi su problemi rilevanti selezionati nel mare magnum del web, mentre sulle elezioni in Perù inseriamo nella seconda parte di questo “mini” un interessante testo del sociologo Wallerstein sulle vicende storiche della sinistra peruviana, tradotto dall’amico Giovanni Ferma che ringraziamo. Lo scritto di Wallerstein risale all’intervallo fra il primo e il secondo turno, che ha visto il recupero sorprendente di Pedro Pablo Kuczynski (PPK) -insediatosi nei giorni scorsi alla presidenza del paese- dovuto ad un consistente apporto al ballottaggio di voti indigeni e popolari che al primo turno erano andati alla candidata di sinistra, la esordiente e brillante Verónica Mendoza, risultata terza, con piccolo scarto su PPK, e quindi esclusa dal ballottaggio, che ha invitato a votare l’avversario neoliberista Kuczynski per evitare la vittoria di Keko Fujimori, figlia del famigerato ex presidente Alberto Fujimori, tuttora in carcere.

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Iniziamo col segnalare un articolo di Eric Toussaint –il maggior esperto mondiale sui problemi del debito- che analizza il peso del debito in America Latina. Toussaint ultimamente si è impegnato nella ricostruzione della storia del debito e dei suoi effetti in singoli paesi della regione e il testo che presentiamo affronta il problema della regione: La deuda y el libre comercio como instrumentos de subordinación en Latinoamérica desde su independencia http://www.cadtm.org/La-deuda-y-el-libre-comercio-como

Sulla crisi del Brasile, sempre più una tragica farsa, segnaliamo invece un articolo di Perry Anderson apparso sul sito di Antonio Moscato il 17 Maggio. Anche se sono trascorsi più di due mesi e la situazione è evoluta (caoticamente), l’articolo è sicuramente interessante: Perry Anderson sulla crisi in Brasile antoniomoscato.altervista.org/index.php?...

Sulla critica situazione del Venezuela segnaliamo una analisi recente (inizio luglio) del sociologo venezuelanoEdgardo Lander  tradotta sempre in italiano sul sito di Antonio Moscato, nonché un articolo di Raúl Zibechi: La nueva venezuela http://www.jornada.unam.mx/2016/06/10/ opinion/016a2pol?partner=rss

 

Sulla situazione in Argentina, dopo questo primo periodo del governo Macri, segnaliamo il dossier di Claudio Katze Julio Gambina: Macri y Argentina. Dossier http://www.sinpermiso.info/textosmacri-y-argentina-dossier

Non vogliamo chiudere queste segnalazioni senza ricordare, per l’Honduras, il comunicato delle figlie e del figlio di Berta Caceres mentre purtroppo proseguono gli omicidi di militanti sociali https://copinh.org/article/comunicado-de-las-hijas-y-hijo-y-madre-de-berta-ca/ e per il Paraguay la scandalosa sentenza del processo di Curuguaty, invitando a leggere sul sito di Francesco Cecchini l’articolo Paraguay, tierra golpeada. Sul processo di Pace e sulla ripresa delle proteste indigena e campesine in Colombia nonché sulla crisi finanziaria di Portorico che riattiva le lotte indipendentiste ci soffermeremo nel prossimo “mini” di fine agosto.

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PERÙ: LA IZQUIERDA PERDE LE ELEZIONI IN PERÙ

Immanuel Wallerstein

Il Perù è uno dei paesi le cui elezioni contemplano il doppio turno. A meno che il candidato ottenga più del 50 per cento dei voti al primo turno, è prevista una seconda opportunità con i soli candidati che hanno ottenuto la maggioranza dei voti. E, come succede in sempre più paesi al mondo, quando ci sono tre candidati con un sostegno significativo, inizia una feroce battaglia per il secondo posto del primo turno delle elezioni.
Il 10 aprile del 2016 in Perù la candidata in testa al voto è stata Keiko Fujimori, figlia del noto ex presidente Alberto Fujimori, attualmente in carcere per abusi contro i diritti umani. Le cifre definitive non sono ancora pubbliche, eppure pare abbia ottenuto circa il 40 per cento dei voti. Il secondo posto è stato vinto da Pedro Pablo Kuczynski, con circa il 21 percento. Al terzo posto si è fermata Verónica Mendoza con 19 per cento.
Cosa significa tutto ciò? Un reportage della Reuters sulle elezioni ha un titolo che sintetizza il punto di vista di quasi tutti i commentaristi: Due candidati pro liberismo continuano nella sfida in Perù. I termini descrittivi che i media hanno usato per i tre sono “conservatrice e populista” per Fujimori, “centrodestra” per Kuczynski (precedentemente era economista alla Banca Mondiale) e “sinistra” per Mendoza.
Virtualmente non sembra esistere differenza tra i (due ndr) candidati vista la priorità che continuano ad assicurare al chiamato libero mercato; la borsa ricompensa questo impegno con un rialzo immediato al termine della prima ronda. La differenza risiede in buona parte nel fatto che Kuczynski mantiene dei punti vista più centristi nelle questioni sociali, oltre ai timori che la Fujimori solleva a causa del ricordo del regime autoritario del padre.

 

Spostiamo il tempo cinque anni fa alle elezioni precedenti e vediamo come gli aggettivi che descrivevano i candidati eran piuttosto differenti. I due candidati per il secondo turno erano ancora Fujimori (le sue credenziali erano le stesse) e Ollanta Humala, di cui si diceva propendesse verso la sinistra. Questa etichetta deriva dal fatto che, in tempi precedenti, avesse ottenuto sostegno da Hugo Chavez ed agli occhi di molti appariva chavista.
Humala stesso fu colpito da questa accusa e ostentava la sua prossimità di vedute a favore di Lula e del PT del Brasile piuttosto che per Chavez. Il candidato realmente conservatore, Mario Vargas Llosa, ripeteva che scegliere tra Fujimori e Humala fosse come scegliere tra l’Aids e il cancro terminale. Ciò nonostante, con riluttanza sostenne Humala al secondo turno, cosa che lasciò la Fujimori come la peggior opzione alla presidenza.

 

Humala vinse le elezioni con un margine risibile e rapidamente si mosse verso la destra, aprendo sempre più il Perù verso il libero commercio. Ha tradito quasi tutte le sue promesse, anche se ha realizzato miglioramenti nella situazione delle popolazioni indigene del Perù. Nelle elezioni attuali, Humala non ha sostenuto nessuno, anche se senza dubbio non ha appoggiato la Mendoza.
Una retrospettiva sino al 2006 e ancora le descrizioni son diverse. Era una gara a tre tra Lourdes Flores Nano, che si considerava conservatrice; Humala, di cui si diceva fosse un saldo populista e infine Alan Garcia, che era stato presidente in precedenza (1985-1990) e che era candidato dell’APRA (partito con profonde radici di sinistra) che nel 2006 si descriveva come di centrosinistra. A differenza del 2010, quando si dice che il secondo turno è una lotta tra il populismo di destra e quello di centrosinistra, le elezioni del 2006 si vedeva come una lotta tra il populismo di sinistra e di centrosinistra. Garcia tornò a vincere e una volta assunto il potere si mosse fermamente a destra.
Andiamo ancora una volta ad un’elezione precedente, stavolta al 2002. Questa fu testimoniata da osservatori esterni, incluso Jimmy Carter. Si disse che fu giusta. La vinse Alejandro Toledo, un conservatore, anche se non populista. I votanti del terzo posto, simpatizzanti per Lourdes Flores, espressero un voto per Toledo invece che per Garcia.

 

Quelle elezioni si celebrarono dopo un lungo periodo d’inquietudine in Perù. Negli anni 80 c’era stato un sollevamento molto forte di due guerriglie. Una delle due era Sendero Luminoso, un movimento autoproclamato maoista che aveva ottenuto il controllo di varie aree rurali. Fu liderata da Abimael Guzman, precedentemente professore unviersitario di filosofia. Sendero utilizzò la violenza estrema contro chiunque considerassero come parte delle elites politiche del Perù. Il secondo gruppo armato era il Movimiento Revolucionario Tupac Amaru (MRTA), molto meno violento e che se si identificava con il regime cubano.
La lotta del governo peruviano contro questi movimenti aveva consumato le sue energie negli anni 80. Nel 1985, Alan Garcia, dell’APRA, fu eletto presidente. Ai tempi era una giovane stella ed essendo dell’APRA vinse facilmente le elezioni contro il candidato della sinistra, ricevendo un supporto generalizzato in tutto il mondo. Inizialmente l’economia recuperò in modo positivo. Successivamente, però, entrò in difficoltà a causa dei limiti delle politiche economiche de al climax della forza della guerriglia. La sua popolarità scese dal 90 al 10-15 percento.

 

Questo fu il contesto per le elezioni del 1990 tra Vargas Llosa, che competeva per una piattaforma neoliberale, e l’allora oscuro candidato di una coalizione populista moderata, Alberto Fujimori, che si supponeva fosse ineleggibile. Con grande sorpresa, vinse e la maggior sorpresa fu che dissolse il parlamento nel 1992, cominciando una vigorosa scalata al potere che gli permise di schiacciare i movimenti guerriglieri e catturare i capi di Sendero.

 

Nel 2001 era già così impopolare che fu minacciato di essere messo a giudizio. Scappò in Giappone dove en recuperò la cittadinanza. Venne giudicato e condannato in contumacia. Nel 2005 andò in Chile pensando che sarebbe stato in salvo. Il Chile, invece, lo estradò in Perù, dove fu incarcerato e dove ancora si trova.

 

Tutto questo successe nel contesto di uno dei regimi più radicali della storia recente dell’America Latina. Il 3 di ottobre del 1968 il generale Juan Velasco Alvarado, ai tempi comandante delle Forze Armate, guidò un colpo di stato contro l’allora presidente Fernando Belaunde. Il regime di Balaunde era stretto da uno scandalo che riguardava le licenze dei lotti petroliferi del nord del Perù. Al prendere il potere, il presidente del governo rivoluzionario delle forze armate, Velasco Alvarado, nazionalizzò i campi petroliferi considerati, ottenendo grande supporto all’interno del paese.

 

Velasco lanciò un programma conosciuto come peruanismo e fu considerato come di inclinazione di sinistra. In politica estera, Velasco si ritirò dai vincoli con gli Stati Uniti e si avvicinò a Cuba. Le relazioni con il Chile di Pinochet furono molto tese. Intraprese la riforma agraria e nazionalizzò un buon numero di industrie. Ciò nonostante, nella realtà questi sforzi economici non ottennero grandi risultati. L’agricoltura e la pesca entrarono in difficoltà de il governo assunse grandi debiti. L’inflazione divenne iperinflazione e nel 1975 ci fu un ulteriore golpe militare che destituì Velasco.
Andando indietro nella storia del Perù, José Carlos Mariàtegui fondò negli anni 20 l’APRA come movimento marxista impegnato nei diritti delle comunità indigene. Questo programma radicale si trovava a kilometri di distanza dal programma che negli anni 80 fu portato avanti dal suo successore come lider dell’APRA, Alan Garcia.

Quello che vediamo nello sviluppo del dramma della politica peruviana è che ogni qual volta è arrivato al potere un movimento che si presumeva essere inclinato verso sinistra, il regime seguente si muoveva a destra. Considerata la grandezza, la localizzazione e l’importanza economica del Perù, questo si è tradotto in un campo di battaglia primordiale nella politica dell’America Latina. La storia di ogni paese ha le sue peculiarità però la storia del Perù sembra incarnare le difficoltà della sinistra latinoamericana. È da parecchio tempo che viene trattato come materia di dibattito il perché in America Latina e in tutto il Mondo i regimi di sinistra scivolino verso destra. Questo però non è risultato in una riunificazione e in un impegno tra le forze di sinistra. Nelle decadi future, gli occhi continueranno ad essere concentrati sull’evoluzione della sinistra peruviana nella lotta mondiale della sinistra mondiale durante la crisi strutturale del moderno sistema-mondo.
http://www.jornada.unam.mx/2016/04/24/opinion/022a1mun

(*) tratto da Mininotiziario America Latina dal basso – 3 agosto 2016

 

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