Monica Lanfranco: Come siamo veramente

Prima ancora di iniziare a riflettere direttamente sul concetto di autenticità mi sono chiesta quale fosse il suo contrario. E mi sono risposta che il contrario dell’autenticità è il tradimento.

Ho lasciato sospesa questa intuizione subitanea e ho iniziato le ricerche, congelando quella prima reazione emotiva.

Sono andata a consultare dizionari cartacei e tecnologici, e ho trovato una sostanziale uniformità di definizione.

Il termine diretto da cui deriva quello di autenticità è autentico (dal latino tardo authentĭcus), che a sua volta origina dal greco antico, che vuol dire “autore”, “che opera da sé” e che significa in senso lato “avere autorità su di sé”. La parola è composta da autòs (sé) e da entòs (in, dentro) e quindi in senso più pregnante può voler dire che autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità, al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere.

Torniamo alla reazione istintiva rispetto al contrario della parola in oggetto.

Perché ho risposto che il contrario dell’autenticità è il tradimento?

Perché mi pare che ciò che chiediamo all’autenticità, nelle cose come nelle relazioni, è che essa non tradisca le nostre aspettative di verità, lealtà e originalità.

Ci aspettiamo che, se si proclama autenticità, questa venga mantenuta e non si trasformi in una finzione, tradendo appunto le attese e le promesse.

Eppure, come intuì Gillo Dorfles indagando nelle trasformazioni in atto dagli anni ’70 nel campo delle arti e dell’espressione artistica, viviamo nel periodo della riproducibilità e della infinita possibilità di riproduzione tecnologica, degli oggetti come delle idee e dei progetti: che senso ha quindi porsi delle domande sull’autenticità, dalla quale ci si aspetta una dimensione di unicità e di non contraffazione, quando si può riprodurre all’infinito qualunque cosa, e quando le persone tendono sempre di più a desiderare di seguire modelli esterni ai quali rassomigliare piuttosto che ricercare risposte originali dentro di sé, rifiutando l’omologazione con le tracce dominanti?

Tuttavia, osservando le pratiche scelte dai gruppi che appunto si difendono e lottano contro l’omogeneizzazione operata dal dominio è un fatto che ogni movimento che ragioni e operi verso il cambiamento inscriva nel suo percorso ideale e concreto il concetto di autenticità.

I movimenti antagonisti lo fanno sempre, e sin dall’inizio, proclamando e rivendicando una impellente necessità di autenticità per sottrarsi alle categorie di giudizio della cultura dominante; lo fanno per enunciare la loro originalità, lo fanno per dimostrare al mondo la loro essenza nuova, inedita: autentica, appunto.

Fra questi movimenti quello che maggiormente ha lavorato, anche senza nominarlo di continuo, in maniera profonda intorno al concetto di autenticità (e anche a quello di tradimento) è quello femminista.

Alla domanda retorica e un po’ supponente di Freud su “cosa voglia la donna” il movimento femminista ha risposto, implicitamente, che le donne (in lotta per la liberazione del giogo patriarcale, per la conquista della cittadinanza e per diritti civili e politici che le mettano finalmente al mondo come intere) sono impegnate in un percorso anche verso l’affermazione della loro autenticità: non costole di Adamo, non pezzi di carne a disposizione per il piacere o per la riproduzione, non icone santificate dalla retorica del familismo diffusa ad ogni latitudine.

Né puttane né madonne: finalmente solo donne” diceva uno slogan negli anni ’70: dietro a quella in apparenza semplice affermazione c’era, e c’è, il programma di uno dei movimenti mondiali che ha posto, per la prima volta, una domanda di senso sullo stare al mondo solo in apparenza riservata a un genere, ma che li interroga entrambi, e a entrambi chiede conto delle proprie proiezioni, per smascherarle e quindi per iniziare a capire quale sia l’autenticità di ciascuna e di ciascuno.

Ponendo la differenza di genere come la questione sulla quale pensare (come ebbe a scrivere Luce Irigaray nel suo Parlare non è mai neutro) la Irigaray – assieme ad altre pensatrici e attiviste femministe – ha di fatto introdotto il conflitto primario, quello tra i due generi sessuati, come il paradigma centrale per la ridefinizione del pensiero sul mondo, e della riflessione sull’autenticità dei due generi, che via via nel tempo si sono strutturati a partire da profonde ferite inferte dagli stereotipi sessisti.

Dal momento che il pensiero che ci è stato tramandato è un pensiero unico, neutro e quindi rimottivo della differenza primaria, e quindi del femminile, dentro questo pensiero non può esserci autenticità riguardo alle donne.

La loro rappresentazione da parte del potere è (per quanto in alcuni momenti della storia, anche recente, apparentemente abbondante e visibile) comunque una epifania corrotta dello stereotipo: una rappresentazione della femminilità viziata dall’idea dominante e funzionale alla conservazione del sistema.

E anche se negli occhi oggi abbiamo una iperbole di immagini femminili che invadono il conscio e l’inconscio, la domanda è: quelle donne in tv, proposte come modelli invasivi anche dentro le relazioni sociali e private, sono credibili e autentiche?

Le veline, le letterine, le escort, più o meno potenti e capaci di parlare oltre che a mostrarsi; le donne cooptate dal potere, anche ai massimi livelli della rappresentanza politica, dell’economia, della finanza: sono modelli di autenticità ai quali possiamo fare riferimento per la costruzione di un dialogo tra i due generi nel rispetto delle differenze?

Come ci ha fatto notare, con il suo bel lavoro di montaggio ne Il corpo delle donne, e poi con il testo omonimo Lorella Zanardo, la propaganda televisiva della presunta bellezza femminile asservita al piacere maschile, anche quando sia incarnata da donne di potere, mostra in realtà l’enorme e inquietante distanza dei modelli proposti dal piccolo schermo da quel legittimo bisogno di autenticità, di unicità, di specificità di ogni essere umano.

Va da sé che il lavoro improbo che le donne impegnate nei movimenti femministi hanno prodotto per destrutturare la loro immagine stereotipata così come lo sguardo patriarcale l’aveva creata partiva da una operazione di disvelamento e di creazione di un nuovo simbolico. E questo simbolico ha avuto bisogno anche di parole nuove per dirsi, ma soprattutto di mettere al centro, nominandolo, il femminile svincolato e liberato dal neutro.

Una operazione solo in apparenza semplice, quella della sessuazione del linguaggio, primo gradino della esistenza legittima del genere femminile intero e non più inglobato nel presunto neutro, che governa ancora moltissimo nell’ordine del discorso.

Nonostante tutto l’uso della lingua e la sua funzione basilare nella costruzione di senso riesce ad appassionare, ma crea conflitto specialmente fra le donne. Eccone la prova: “Cara Monica, la vostra rivista mi piace molto, ma perché chiamarsi ‘direttora’ quando esiste il femminile direttrice che suona talmente meglio? Il femminismo implica che si sostituisca ‘autrice’ con ‘autora’ e  ‘senatrice’ con ‘senatora’, pittrice con ‘pittora’ e così via creando neologismi goffi? Secondo me no. Avete provato mai a sentire cosa ne pensano le donne? Daniella Ambrosino – Roma”.

La lettera, inviata al trimestrale Marea, è di quelle preziose. Non si contano le volte nelle quali, in contesti diversissimi, mi sono sentita obiettare che cambiare il genere delle parole, lavorare sulla sessuazione del linguaggio, porre attenzione sulla lingua è una inutile perdita di tempo.

Anche di recente la sorpresa è stata ascoltare una autorevole studiosa, esperta pluridecennale nella formazione interculturale di persone che si muovono nel delicato ambito dell’intercultura, appassionata della frontiera del multilinguismo, che aveva appena finito di raccontarmi come fosse importante che finalmente l’Europa si aprisse in maniera creativa e cominciasse a lavorare seriamente, a iniziare dai bambini e dalle bambine migranti, sulla lingua madre, ovvero aiutando sì l’integrazione e quindi la conoscenza della lingua del Paese europeo, ma anche alla conservazione di quella originaria, appunto quella materna e natia.

Quando le ho detto che in questo come in altri percorsi una delle attenzioni da mantenere alte era quella di formare chi fa mediazione all’uso dei due generi nel linguaggio, la mia autorevole interlocutrice ha titubato e mi ha obiettato che questa proposta le sembrava che appesantisse il già lungo e faticoso percorso verso una maggiore conoscenza della lingua. Porre attenzione sul fatto che l’uso del neutro maschile (“uomo” per genere umano) è la prima trappola per sottrarre cittadinanza, e autenticità, al genere femminile e così facendo avviare la prima forma di ingiustizia e discriminazione sarebbe appesantire la formazione di persone che devono mediare l’incontro tra le lingue, e quindi anche tra le culture?

Mi sorprendo (e sgomento) sempre, ma sbaglio, visto che per prime sono proprio le donne che di fronte, per esempio al femminile di direttore (di un giornale, di un ufficio, di una impresa) affermato che direttrice suona loro come sminuente rispetto a direttore.

Sminuente: il femminile di direttore ha l’eco dell’immagine della donna posta a capo della scuola, o peggio dell’asilo. Sminuente, perché la parola evoca ricordi sgradevoli di autorità malevola e legata a suggestioni di subalternità, nei quali la donna che esercita potere è fuori posto, perché la mamma, archetipo di cura e relazione, non deve essere cattiva, potente e direttiva. Il buffo e inusuale “direttora” è un esperimento per farci parlare dell’uso della lingua, e mettere a nudo cosa sta dietro al fastidio, al senso di diminuzione e di imbarazzo, o sottovalutazione, che le donne hanno dell’argomento.

Sappiamo bene che ogni neologismo, specie se ha a che fare con una declinazione femminile che si differenzia dal maschile rischia di “suonare male”. Ma la cacofonia di una specifica parola suona comunque più dolce della cancellazione imposta dal neutro. Un neutro che non solo cancella, ma che di fatto blocca ogni processo di autenticazione. Come può una donna essere tale se, per esempio, per dire del suo talento la si descrive come una “donna con le palle”, cioè quella eccezione rispetto alle donne senza attributi (maschili) che appunto non possono gareggiare alla pari con gli uomini, perché comunque mancanti di quella parte fisica e simbolica che garantisce il potere?

Mi pare che il cuore del problema sia straordinariamente attuale: stiamo parlando dell’aggressiva revanche della cultura patriarcale in questo Paese e in generale nel mondo, dopo una feconda, intensa e purtroppo breve stagione, almeno in Occidente, di forte opposizione da parte dei movimenti delle donne, che avevano costruito e proposto modelli, linguaggi e visioni non sessisti nella relazione tra i generi, spalancando la porta al rovesciamento del paradigma assoluto della produzione pretendendo che anche la sfera della riproduzione fosse messa in agenda, e costruendo la proposta di un confronto conflittuale costruttivo a partire da due autenticità: quella maschile e quella femminile, e non tra quella maschile patriarcale e quella femminile pensata e imposta dal patriarcato.

In questa proposta si pone al centro la ri-produzione come priorità e archetipo nella costruzione di senso comune e di “sentire collettivo”; e si chiede di passare dall’uno assoluto inglobante del neutro maschile (che si arroga il diritto di parlare anche per il femminile, negandolo contemporaneamente, e ingabbiando anche il maschile nell’armatura del padre-padrone, del santo, del navigatore e dell’eroe, senza però interrogarsi sulle possibile alternative) al due che dialoga e confligge.

Questa proposta, che assume il bisogno di ricercare l’autenticità dei due soggetti affinchè questi siano liberati dagli stereotipi e dei pregiudizi che ne affollano l’esistenza ha significato tentare di combattere l’ingiustizia originaria, e aprire un orizzonte nuovo per entrambi i soggetti.

Dobbiamo dire con amarezza che non ce l’abbiamo (ancora) fatta: l’assordante silenzio del monologo patriarcale è tornato fortissimo, riproponendosi con la rinnovata e mai sopita aggressività dei fondamentalismi religiosi, in particolare quelli musulmani e cattolici, che stanno lavorando bene e spesso in alleanza globale contro l’autodeterminazione femminile, con grande adesione anche da parte di molte donne, e in Italia con una devastante genuflessione di parte della sinistra.

Accanto al riproporsi della concezione della femmina come oggetto che si possiede, che gli uomini possono scambiarsi e sul quale si innesta il meta-linguaggio della sfida virile che sfocia sempre più spesso nella violenza familiare fino al delitto, ci sono i passaggi intermedi del simbolico e della tradizione orale, che crea scenari rassicuranti per il branco e la società dominante con i suoi messaggi programmatici, che spesso sono ritenuti spiritosi e inoffensivi: per esempio donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto fra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini.

Il gioco nel quale ci troviamo imprigionate è simile all’incubo del film Jumanji, nel quale tutti i dadi devono rotolare lontani dall’unica casella che potrebbe riportarci al vero conflitto, quello con la realtà delle responsabilità individuali e collettive: quello dove il privato è politico, come si è anticipato con lacerante preveggenza una trentina di anni fa, e dove le parole e le azioni che ne conseguono pesano, e il sessismo e la discriminazione non sono presi alla leggera, specialmente se fanno parte dei programmi di governo, passati e presenti.

E’ un gioco nel quale si perde tutte e tutti, perché, se non si dice no all’omologazione che vuole tutte le ragazze veline e tutti i ragazzi tronisti, si perde l’autenticità sia delle singole e dei singoli ma anche si penalizza e si umilia la possibilità di relazioni vere.

Sarà molto difficile riportare le generazioni nutrite a Grande fratello e Uomini e donne nel solco di una realtà che, per dirsi davvero tale, necessita dell’autenticità che solo un lavoro anche faticoso di destrutturazione degli stereotipi di genere può garantire.

Ma, del resto, se il premio finale è la costruzione di relazioni umane creative, amorevoli, divertenti e rispettose, dove non si tradiscano i desideri e le aspirazioni reciproche, vale la pena di fare la fatica di rimetterci a lavorare come donne e uomini che vogliono il cambiamento, nel nome dell’autenticità, contro ogni tradimento dei desideri che impedisce il dispiegarsi costruttivo delle relazioni umane.

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