Moorcock, Vercors e altro dalle parti del Marte-dì

1 – «I riti dell’infinito» in edicola; 2 – Etichette o no «Il comandante del Prometeo» ve lo consiglio; 3 – Animali mysteriosi; 4 – Lingue fantastiche; 5 – Allora chi recensirà…?

 

1 –

Puta caso che 7,50 euri vi sembrano (siano?) tanti e che magari a metà libro vi rammarichiate di averli spesi. Beh le ultime 30 pagine di «I riti dell’infinito» vi faranno cambiare idea: «sembrava che tutta la storia fosse stata ammucchiata a caso» scrive Michael Moorcock ed è proprio così che il libro finisce. Non vi sembri un giochino facile: ci vuole la maestria di un Giorgio De Chirico o (per restare nella fantascienza) del migliore Norman Spinrad per gettare in una catinella un po’ di millenni e poi frullarli in modo gustoso. Sto parlando di tre romanzi – «Il veliero dei ghiacci» (1966), «Il campione eterno» (1970) e il più breve «I riti dell’infinito» (1971) – che l’ultimo Urania Millemondi (458 pagine per 7,50 euri appunto) riunisce sotto il titolo «I riti dell’infinito», recuperando le vecchie traduzioni di Roberta Rambelli, Riccardo Valla e Vittorio Curtoni.

Nel rileggere, dopo molti anni, Moorcock – in particolare «Il corridoio nero» e «I.N.R.I» (di entrambi ho parlato su codesto blog) – io l’ho apprezzato più che in passato ma erano romanzi più vicini ai miei gusti, cioè alla fantascienza. Qui in due casi su tre ci aggiriamo dalle parti della fantasy anche se qualche piccolo aggancio scientifico non manca. Come dirlo in poche parole? Nel caso dei primi due tutto (tuuuuuuutto) è prevedibile ma tutto è ben scritto. Certo un aspirante narratore potrebbe/dovrebbe andare a scuola da Moorcock: una descrizione come quella a pag 46 è da manuale; fare di New York un “mondo nuovo” (nonostante i 359 tentativi precedenti) è magistrale; quanto al ghiaccio, ghiaccio, ghiaccio se vi piace qui ce n’è, ce n’è, ce n’è. «Il campione eterno» ha invece qualche incoerenza fra sensi di colpa e pessimismi oltre ogni limite ma egualmente niente da dire su ritmo e personaggi. Ma questi due non li ho troppo amati. Diverso ragionamento per il più breve «I riti dell’infinito»: incasinato oltre ogni dire come scrittura eppure il senso dell’irrealtà – che domina soprattutto nelle ultime pagine – e la moltiplicazione delle Terre mi hanno convinto e catturato. Notoriamente non sono obiettivo: che la Storia (maiuscola) sia un sacco riempito perlopiù a casaccio e che noi (cioè io e voi) siamo irreali – almeno il marte/dì – sono due cosette che ho suggerito io a Moorcock mentre giocavamo a scacchi (per la cronaca: ha vinto sempre lui) in un lontano dicembre a Cesenatico.

 

2 –

Fantascienza? Molto più no che sì. Ma talmente piacevole da leggere «Il comandante del Prometeo» che io lo ficco qui perché dalle parti del fantastico le etichette mi piacciono ancor meno che altrove. Sto parlando di un breve romanzo del mio amato Vercors, e con le sue particolarissime illustrazioni, che nel 2009 venne finalmente pubblicato in italiano da Portaparole (96 pagine per 14,50 euri) con la cura e la traduzione di Flavia Conti.

La frase “il mio amato Vercors” vuol dire «Il silenzio del mare» – straordinario, amaro, geniale romanzo della Resistenza e per quel che mi riguarda quasi l’unico motivo per cui devo dire “grazie” a un insegnante dei miei tempi (anni ’60) – che però con il fantastico c’entra proprio zero. E’ appunto da «Il silenzio del mare», uscito clandestino nella Francia occupata dai nazisti, che Jean Bruller diventa per tutte/i Vercors. Curiosissima sia la genesi che la pubblicazione di questo «Il comandante del Prometeo» che esce nell’autunno 1991 come «l’ultimo racconto di Vercors», grazie a Rita Vercors (ovvero Rita Barisse, la sua vedova) che allora lo presentò così: «Vercors lavorava alla revisione di questa novella la mattina stessa della sua morte, che lo ha colto improvvisamente a giugno».

La vicenda (che non racconterò) del capitano Alcide Le Gouadec sembra semplice ma ha il valore di quei rari, grandi libri – «Il deserto dei tartari» o «Aspettando Godot», tanto per dirne due diversissimi fra loro – che riassumono in poche simbologie le angosce e i dubbi delle nostre esistenze, la metafisica del mondo. Il finale è indimenticabile ma proprio per goderlo vi consiglio di leggere l’introduzione solo a romanzo finito.

Sempre l’editore Portaparole ha edito un altro Vercors, «21 ricette pratiche di morte violenta» che ho appena finito di leggere e meeeeeeeerita un post a parte (non di martedì?).

 

3 –

La balena bicefala, topi giganti, sirene, le illusioni visive degli animali, il calamaro gigante “diventato” realtà: sono alcune delle vicende di «Animali mysteriosi e mysteri animali» che animano il numero 18 (estate 2014) del trimestrale «Query, la scienza indaga i mysteri» – è la rivista del Cicap: www.cicap.org – fra scienza, miti, bufale (non sono le mogli dei bufali) e simbologie

 

4-

Mi segnalano – da anni non compro «La repubblica» (e invito a non comprarla) – che il 10 agosto Stefano Bartezzaghi su quell’orrido quotidiano parlava, con la consueta maestria, dei «fabbricanti di lingue» che «si parlano in Rete e nei mondi di fantasia dei romanzi»; a fianco (in un’intervista di Anna Bandettini) Dario Fo spiegava perché il «grammelot» è una «scienza». Bartezzaghi ricorda che sono state inventate lingue con tanto di grammatica, sintassi, fonetica. Per capirsi: l’elfico di Tolkien, il newspeak nel «1984» di Orwell, il nadsat di Burgess in «L’arancia a orologeria» (che divenne poi il film «L’arancia meccanica»), il clingoniano di «Star Trek», il dialetto dei boscaioli di Italo Calvino, la “privata” Markuska di Alessandro Bausani e ora il wadewsan di Frédéric West (chiunque sia). Interessante. Se non lo trovate in rete ma il tema vi appassiona ecco la bibliografia consigliata da Bartezzaghi: Alessandro Bausani «Lingue inventate» (Astrolabio editore), Caterina Marrone «Lingue utopiche» (Stampa Alternativa), infine Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti «Aga Magéra Difura: dizionario delle lingue immaginarie» (Zanichelli).

5 –

Un’amica mi ha chiesto «chi recensirà in blog “Lesabendio” di Paul Scheerbart riedito da Castelvecchi (presentato come la fantascienza che piaceva a Benjamin) e “La trilogia del Silo” di Hugh Howey (definito su “Alias-il manifesto” quello che legge la crisi mondiale con la maestria di un nuovo Asimov)?». Le ho risposto sette giorni fa: per Paul Scheerbart ci penso io, appena ritrovo (ma dove sarà finita?) la mia vecchia copia Editori Riuniti; per Hugh Howey chi si offre? Allora, chi s’offre? Ahooooooo, ma ke devo fà tutto io?

Redazione
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Un commento

  • del libro di Vercors è stato tratto un film, ecco cosa ne avevo scritto:

    Le silence de la mer (Il silenzio del mare) – Jean-Pierre Melville

    capita a volte che l’opera prima sia già un capolavoro, e questo è il caso.
    tratto da un libro difficile, è una storia di sguardi e un monologo di un ufficiale tedesco che non aveva capito il dramma e gli scopi della guerra.
    poi tutti sanno tutto.
    da non perdere, per ricordare cosa può essere il cinema.

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