Morire è un po’ volare

di Gianluca Cicinelli

Quella che vedete nella foto si chiama “Sarco Suicide Pod” è simile a una bara con finestre e può essere trasportata in un luogo tranquillo per gli ultimi momenti di vita di una persona. Secondo me però manca un pulsante fondamentale in questa capsula suicidaria. Un pulsante c’è già, ma è basic, io vorrei modificarlo nel modello “Deluxe” con due levette da programmare.
Come funziona adesso: tu entri dentro, ti vengono poste una serie di domande prima di poter premere il pulsante che dà il via al processo che ti porta alla morte in modo dolce e indolore. A me limitarla così sembra uno spreco e anche un oltraggio al designer.
Ne viene vantata la mobilità, “può essere trasportata facilmente in ogni luogo” recita la campagna pubblicitaria, chiamiamola così per sintesi, eppure viene ignorata la vera mobilità che darebbe quel tocco di definitivo splendore alla capsula: la proiezione nello spazio! Guardate la forma, ammiratela, non sembra forse una navicella pronta a oltrepassare i bastioni di Orione e le porte di Tannhäuser? E sì, perchè, che si sia credenti che aspirano al cielo inteso come paradiso o atei che aspirano al cielo come metafora di libertà, lo spazio è comunque la sublimazione del nostro percorso post terreno, visto che nel percorso terreno i viaggi nello spazio sono al momento riservati ai ricconi tipo Elon Musk o Jeff Bezos.

Così nella notte ho scritto all’inventore della capsula, Philip Nitschke di Exit International, chiedendogli di aggiungere il pulsante Deluxe, che appena verificata la definitiva e inappellabile dipartita ti spara nello spazio. Spero che risponda perchè io e Philip potremmo fare un sacco di cose insieme. Nell’email che gli ho inviato gli ho anche fornito una serie di fondamenta teoriche su cui impiantare la struttura culturale del progetto e battersi per ottenere i permessi necessari al nostro diritto di spararci nello spazio gratis, almeno da morti.

Dobbiamo infatti tornare indietro di qualche anno e rifarci a Timothy Leary, “eroe della coscienza americana” come lo definì Allen Ginsberg, “il più coraggioso dei neuronauti” nelle parole di Tom Robbins, “l’uomo più pericoloso d’America” secondo Richard Nixon. Qualcuno tenta di ridurlo a profeta dell’Lsd, ma chi può onestamente più dire che la psichedelia sia solo una controcultura dopo la presidenza di Donald Trump? L’ultimo libro di Leary prima di morire è stato Chaos & Cyber ​​Culture, pubblicato postumo, e parla allegramente della responsabilità personale nella gestione del processo di morte. Secondo il figlio Zaccaria, negli ultimi istanti, Timothy strinse il pugno e disse: “Perché?”, poi, aprendo il pugno, disse: “Perché no?”. Pronunciò la frase ripetutamente, in diverse intonazioni, e morì poco dopo. La sua volontà, la volontà di chi aveva iniziato a volare da vivo senza aerei e navicelle, fu di essere sparato nello spazio, ma era il 1996, solo l’anno prima era uscito Windows 95, il cui funzionamento era comunque più lento di quello del cervello di Timothy Leary dopo morto. Così, per problemi tecnologici, alla fine soltanto una parte delle sue ceneri fu messa a bordo di un razzo che trasportava i resti di altre 23 persone, tra cui il creatore di Star Trek Gene Roddenberry.

Adesso noi possiamo finalmente riprendere il filo tessuto da Timothy portando a destinazione noi stessi nello spazio. Ho proposto quindi a Philip Nitschke di varare accanto alla “Sarco Suicide Pod” la “Leary Suicide Pod deluxe”, con due pulsanti: il primo per procedere con l’operazione di autoestinzione e il secondo per programmare un contdown successivo di 60 secondi scanditi con un altoparlante, al termine dei quali la navicella decolla verso l’infinito. Si potrebbe anche pensare a un modello superdeluxe in cui sono i parenti del defunto a contare a voce alta, ma questo si potrà fare soltanto quando l’umanità avrà ripreso a saper far di conto. Sono certo che con Philip Nitschke ci capiremo benissimo e diventeremo anche amici. Se mi risponde ve lo faccio sapere.

ciuoti

4 commenti

  • Caro Gianluca, se il tutto fosse possibile, se mi trovassi in condizioni così critiche e difficili in cui mi è addirittura negato il diritto alla morte, e ricordo la frase di Welby: «Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. […] Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche.» ebbene, vorrei essere sparato nello spazio prima, e morire col sole, le stelle, la Terra azzurra e viva davanti a me… propongo questa modifica della modifica al tuo tasto Deluxe…

  • Si’, anch’io leggendo ho subito pensato a questa piccola inversione temporale: prima il viaggio tra gli astri con le sue ultime emozioni e poi l’addio. Nella speranza che questi emozioni non siano tali da condurre ad un ripensamento! ; )

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