Mostri, pop star, “celestini”…

Chiacchierata-intervista di Angelo Maddalena con Antonio Carletti

mostroLochNess

Dopo la lettera aperta a Erri De Luca postata qui in bottega, db mi ha chiesto di scrivere a proposito del libro «Le popstar della cultura» di Alessandro Trocino che avevo citato en passant nella lettera a De Luca. Così ho pensato di fare “due chiacchiere” con Antonio Carletti, scrittore e attore di narrazione di Genova nonché mio amico, ed è venuto fuori questo “viaggio di parole”.

Angelo

Il libro di Trocino analizza “l’altra faccia” della «resistibile ascesa di Mauro Corona, Camilleri, Giovanni Allevi, Beppe Grillo, Carlo Petrini, Roberto Saviano». Io ci metterei anche Erri De Luca e Ascanio Celestini, di cui ho scritto nel libro «Poveri poeti e pazzi», in cui c’è anche un tuo contributo interessante perché attraverso la tua autobiografia di artista indipendente analizzi l’assurdità e l’inganno di Siae ed Enpals. Secondo te quali fattori fanno sì che si creino tendenze a idolatrare scrittori, attori o “popstar della cultura” come quelli di cui parla Trocino nel suo libro? Perché oggi può capitare spesso di sentirsi dare dell’invidioso o di sentirsi aggredito per il fatto di guardare con distacco uno come Saviano o come De Luca, che scrivono cose importanti ma per certi versi anche mediocri e neanche tanto “rivoluzionarie”? Non è un’anomalia a tuo avviso? Tu hai scritto un contributo su Benigni un paio di mesi fa, dopo che lui aveva fatto in tv un’interpretazione dei Dieci Comandamenti. Un’analisi eppure molti vedono in chi analizza quasi un “pericolo”. Si è perso un quadro di riferimento? Quanto contano le case editrici e i manager? Guardando la nostra realtà e queste popstar della cultura con gli occhi di Pasolini (o di altri come lui) cosa possiamo vedere? Per esempio a molti oggi viene facile paragonare Saviano a Pasolini. Ma intanto Pasolini aveva scritto decine di libri, film e altro. In «Le popstar della cultura» si dice che per essere considerato un maitre a penser come Jean Paul Sartre dovevi aver pubblicato decine di libri; ora basta poco, e soprattutto «basta avere alle spalle un pamphlet, un virtuosismo musicale, un tratto stilistico molto riconoscibile. Occorre soprattutto stare bene in tv. Saper diventare un personaggio. La personificazione di un’ immagine e di una tendenza (…) Chi li critica è bollato come un invidioso che non sa rassegnarsi al successo altrui». Secondo Trocino molte “star” hanno in comune alcuni «peccati capitali»: «Inclinazione al conformismo, propensione all’emotività e al sentimentalismo, diffidenza per il razionalismo, ricorso al manicheismo». Pensando agli anni ’60 ricordo che Pasolini era stato contestato da gruppi di giovani o che De Gregori fu “processato” sul palco nel 1976.

Antonio

Un amico mi ha detto che, in tv, un politico importante con un diploma di un istituto tecnico, più 15 anni di università senza laurea e un giornalista che, in passato, ha millantato lauree false, stavano parlando di riforma della scuola. Il senso della misura e dei propri limiti semplicemente mancano.

In Parlamento il lunedì e il venerdì non si prendono decisioni importanti, perché i parlamentari dovrebbero, nel weekend, trovarsi nei collegi in cui sono stati eletti, per poter comunicare con il loro elettorato. Il portaborse è una figura che servirebbe da collante, da trait d’union, fra il parlamentare e l’elettore. In Parlamento il lunedì e il venerdì non si prendono decisioni importanti… semplicemente perché non c’è nessuno. Se per caso, in questi due giorni, si dovessero prendere decisioni importanti, è per far passare qualche porcata. Il rapporto con l’elettorato c’è solo nel periodo di elemosina elettorale (gli 80 euro come esempio). Poi basta. Ci si vede in tv, in un rapporto di tipo “assicurativo”. L’assicuratore presenta il contratto e, senza poter variare nulla, bisogna accettare o no ma senza modificare nulla. Contratto di adesione si chiama, appunto. Il problema è che gli assicuratori sono pochi. La democrazia diretta dell’antica Grecia, per quanto fallace, è uno sbiadito sogno. L’Ecclesia, questa sconosciuta. Ci si vede in una tv ridotta a passerella e lasciamo perdere Fininvest, Sky o Cairo. Passerella con megafono per amplificare i comunicati-proclami-contratti di adesione dei pochi assicuratori; i quotidiani (degli stessi editori delle tv) il giorno dopo, in forma di copia-incolla, riportano. In questa attualità così disarmante da sembrare irreale anche a Orwell, l’arte che si richiede è quella dell’imbucarsi. Chi riesce a inserirsi in queste fitte maglie, certamente non di cotone o di lana ma del peggior sintetico che pure in Cina avrebbero scrupoli a utilizzare, ecco fatto. Spunta lo scrittore che, quasi sempre, non ha mai letto un libro? Tutti a gridare al miracolo. Certo, scrive senza saper leggere, è un miracolo. Imbucato.

Angelo

Circa 10 anni fa sono usciti (da Stampa Alternativa) due libri di Gordiano Lupi: «Nemici miei» e «Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura creativa». Non so se li conosci, entrambi fanno una disamina critica e ironica di certi presunti grandi scrittori come De Carlo, Ammaniti, Aldo Nove ecc. Io credo che siano degli antidoti alla tendenza di idolatrare certi scrittori, premi e anche case editrici; ce ne vorrebbero a palate di libri così, purtroppo oltre a questi due ne conosco pochi altri, magari ce ne sono ma non so quanto visibili e “pubblicizzati”. Questo tipo di sguardo è come il sangue per il nostro corpo: vivifica e ossigena il cervello, le cellule, le relazioni, perché se non si discute sul serio vuol dire che siamo morti dentro. Tu forse questo lo sai meglio di me ripensando a quando, fino a vent’anni fa forse, si discuteva di tutto con cognizione profonda e senza inibizioni o idolatri; di più negli anni ’70 ma anche fino all’inizio degli anni ’90…. Poi è arrivato il Nuovo Ordine Mondiale: questo discorso lo fanno Tariq Ali e D. Barsamian nel libro «Impero e resistenza». All’inizio si spiega come gli organi di informazione degli Stati Uniti (che fino alla guerra del Kossovo svolgevano un minimo di critica nei confronti delle decisioni di Clinton e della Casa Bianca) a partire dalla guerra in Afghanistan si sono seduti, spenti, senza discutere minimamente le decisioni di Bush e compagnia bella. Ho citato «Impero e resistenza» nel mio libricino «In cammino coi ladatori» che ho pubblicato l’anno scorso prendendo spunto dai laudatori (in gergo nostro “ladatura”) i quali intonano una nenia molto suggestiva fatta di 36 strofe: raccontano, attraverso questo canto/lamento, il dolore della madre di Gesù all’annuncio della sua imminente morte; lo fanno il Venerdì Santo durante la processione di “Lu Signuri di li fasci” a Pietraperzia. Anche lì ti accorgi della distruzione della curiosità, per diversi motivi: televisione, impigrimento, appiattimento… Praticamente questi “ladatura” un mese prima di Pasqua, o forse più, una sera alla settimana si allenano girando per le strade del paese. Una volta la gente scendeva in strada assistendo o partecipando. Oggi è un deserto spaventoso: quando i ladatori passano nei quartieri, fatta eccezione per le case popolari dove un po’ di gente esce dal balcone, nessuno – a parte qualche rara eccezione – scende in strada, neanche si affaccia. Non stiamo parlando di qualcosa di religioso ma di un patrimonio popolare enorme, di canto antico popolare e direi atavico, quasi arabo come echi e risonanze sonore.

Antonio

Mi capita spesso di ascoltare, in sequenza, al mattino presto su Radiotre, la rassegna stampa estera e interna. L’Italia, attualmente, è un posto inutile nel mondo. La stampa italiana pure; ed è inutile anche per noi italiani. I quotidiani si vendono solo se allegano gadgets gratuiti, inutili come il quotidiano, ma che rendono l’investimento di 1 euro e 50 quantomeno sostenibile. Nessun quotidiano nazionale cura le pagine dagli esteri. Non ci sono inviati e gli articoli “stranieri” sono scopiazzature o devono avere un certo appeal che nulla ha a che fare con l’informazione. Nel resto del mondo non è che si stia molto meglio: chi cura, Al Jazeera a esempio, molto bene gli esteri, evita come l’olio di ricino di trattare gli affari interni… per evidenti motivi di interessi personali. Chi si staglia da questo rilancio al ribasso è il «New York Times». I suoi giornalisti sono sparsi in tutto il mondo e raccontano quello che realmente succede. Soprattutto il «Nyt» non fa sconti. Gli affari interni sono trattati nello stesso modo: equidistante – anche se io preferisco il neologismo equivicino – e senza timori. E qualunque avvenimento di una certa rilevanza nel globo è menzionato. Questo ci deve far riflettere. Non dimenticando la laicità del giornale. La storia degli Stati Uniti d’America è talmente breve da farci sorridere, e i ladatori che intonano la nenia, oltre a non averceli… agli statunitensi è inutile parlargliene. Non ne hanno bisogno: loro son lì da 200 anni e il presidentissimo Jefferson, padre della democrazia statunitense, ha deportato i custodi della storia americana, così da estirpare radici e possibili “malanni” alla nuova pianta. Però come racconta la storia il «New York Times» un po’ sconvolge: noi europei, padri e, pensavo, custodi della civiltà che conosciamo, da Socrate ai ladatori, dimentichiamo. Il «New York Times», con i suoi 160 anni di vita, con la sua pianta giovane e senza radici, ci sta insegnando a scrivere. Non è l’allievo che supera il maestro. È molto peggio. È un nuovo maestro, senza allievi.

Angelo

Nel suo contributo dal titolo «Aprite le frontiere, riflessioni da Lampedusa su Soros, Arci e Celestini», Luca La Rocca (il suo intervento è stato pubblicato nel libro «Poveri poeti e pazzi») scrive cose parecchio dure su Celestini: «Ho provato a chiacchierare con Ascanio Celestini» scrive Luca «ed è stato imbarazzante, un qualunquista, nessuna presa di posizione rispetto a Soros che finanzia il Festival, l’unica risposta becera che ormai sono stanco di ascoltare è stata “io scrivo libri e sono un teatrante”». Queste parole di Luca richiamano una catena: tu hai definito, una volta, “uomo CGIL” Celestini, ma anche Enrico Lo Verso e Valerio Mastandrea, nel senso che sono ammanicati con certi circuiti e certe lobby per cui interpretano spesso ruoli sociali e politici di lotta popolare o cose così… Ma volevo andare un po’ oltre, sull’aspetto “qualunquistico” di Celestini: anche io l’ho notato, guardando i suoi spettacoli più recenti, da quello cosiddetto “antirazzista” a quello che credo sia l’ultimo: in certe battute dello spettacolo mi sembrava Beppe Grillo. Il Piccolo partito della libertà e l’altro, il piccolo partito del popolo, PL e giochi di parole che ricordano la battuta “Pd meno Elle” di Grillo…. Certo Celestini fa riflettere anche sul fatto che non c’è una vera democrazia ecc però sembra che sguazzi in questi discorsi con derive a volte qualunquiste e non va più a fondo di tanti “cabarettisti”, facendo le debite proporzioni. Tu che ne dici? Magari sono domande tendenziose.

Antonio

A Genova qualcuno ha scritto su un muro di un vicolo molto stretto la seguente parola: COMUNQUISMO. Secondo me è un capolavoro. Nel 1948 si presentò alle politiche un partito che si chiamava L’Uomo Qualunque, con qualche deriva destrorsa e che può far ricordare la prima Lega o i primi 5 stelle (se mai ci saranno dei secondi). Il qualunquista, per il Sabatini Coletti, è «Chi mostra un atteggiamento pregiudizialmente e indistintamente polemico e critico nei confronti delle ideologie politiche e delle istituzioni pubbliche». Prendendo per buona la spiegazione, non so se i Celestini vari siano qualunquisti. Qualunquismo che forse possiamo definire “delicata gentilezza” ma nasconde una tendenza perversa, ovverosia quella di scrivere, dire, cantare, quello che si pensa… possa far piacere senza disturbare. Prendere una posizione e pagarne le eventualità, non è cosa per chi guadagna raschiando nel barile del sociale artistico. L’unica regola è essere bravi. Bravi nel parlare, nei comportamenti, una bravura che possa piacere anche al prete. Come disse Cossiga: “Si muore tutti democristiani”.

Angelo

Quanto pensi che abbia pesato una certa scolarizzazione, tipo i corsi di scrittura creativa e ancor più i corsi di teatro che inibiscono le capacità sia di azione indipendente che di sentirsi “all’altezza”? Perché uno dice: se non son capace di muovermi da solo, perché ho bisogno del regista, della prova, del giudizio ecc. allora anche nella capacità di analizzare la realtà a certi livelli ho bisogno di qualcuno a cui aggrapparmi. Quindi sarò acritico piuttosto che critico.

Antonio

L’arte è effimera, aria che passa fra le dita. Con questo non voglio dire che non ha peso… basta vedere la Cappella Sistina e ci si sente parte di un miracolo. E fortunatamente il XX secolo ha aperto le arti a tutti. Non era mai accaduto. Se Van Gogh fosse nato prima, non ci sarebbe Van Gogh. Il XX secolo ha sancito la regola d’oro: chiunque, a dispetto del censo e delle conoscenze, può realizzare opere d’arte. Il pubblico determinerà il successo o meno, ma chiunque può scrivere, cantare recitare ecc. I vari Celestini ci stanno portando indietro nel tempo, ma questo è un discorso che avrei dovuto affrontare nella domanda precedente.

Proseguo: chi insegna deve aprire, non deve chiudere in uno schema prestabilito. Facendo così non si va avanti. Non si progredisce. Socrate aprì e arrivò Platone. Chi insegna ha il dovere morale di dire tutto e di liberare il sapere. Tre anni di accademia ti fanno diventare bravo, punto. In scena prendi sempre almeno 7 e porti a casa la pellaccia e la paghetta. Questa è una strada. La strada del 7. Però non sei vero, mai. La strada della verità, non quella da dire davanti al giudice, è una sola, che si può percorrere in compagnia dello spazzino, stagnino, mega professore e “contastorie”. È quella. Non ti serve guardare indietro, la percorri e respiri. Magari vai alla Caritas per il panino, ma respiri. Si prende 4 e in scena sei zoppicante, ma fai respirare. Non sei bravo. Bene.

Angelo

Tu hai scritto e interpretato (circa 150 repliche negli ultimi 10 anni credo) «Tra pochi giorni è Natale», un monologo-indagine sulla strage di Piazza Fontana. E hai scritto altri monologhi sulla Resistenza partigiana e non solo, insomma memoria del ‘900. E un libro: «Anni ’70: i Settanta racconti». Il tuo sguardo quindi va in profondità. Come ti senti a vedere e sentir parlare persone di 30 anni o anche più che non considerano utile la memoria? Per esempio ragazzi magari tendenzialmente di sinistra che partecipano attivamente al Movimento 5 Stelle tralasciando il fatto che Beppe Grillo e di conseguenza un po’ anche il M5S è spesso vicino a pensieri e ideologie di destra, se non di estrema destra? Un mio amico, Lillo Vasapolli, dice che anche noi 20 anni fa ci saremmo fatti coinvolgere forse dal movimento 5 Stelle, ma una discriminante – dice lui – ci avrebbe allontanato o comunque avrebbe “raffreddato”, cioè la discriminante dell’antifascismo. Tu la consideri un riferimento forte, io anche. L’altro giorno un giovane medico mi diceva che lui vorrebbe un dittatore “illuminato” e che Mussolini doveva durare altri vent’anni. Io ho pensato a mio nonno che doveva nascondersi quando c’era il sabato fascista e lui era socialista. Prenderei a schiaffi certa gente che con leggerezza si fa beffe di milioni di nonni uccisi o torturati dal nazifascismo o costretti a nascondersi per evitare il peggio.

Antonio

L’amico Marco un giorno esclamò: “A casa mia vige la dittatura illuminata”… parlando di sua moglie. La dittatura illuminata sarebbe la forma perfetta della società: si demandano a una specie di Dio tutte le questioni della demos e noi capre a brucare e a cagare tranquilli. La storia ci dice che non esiste e, fino a ora, non è mai esistito un dittatore illuminato. Se qualcuno sostiene il contrario… fuori i nomi, li ascolto con trepidazione. Se Mussolini fosse durato altri 20 anni sarebbe arrivato a metà degli anni sessanta, lui avrebbe oltrepassato gli 80, avremmo parlato tutti tedesco e gli handicappati li avremmo uccisi. Mussolini negli anni sessanta sarebbe stato leggermente anacronistico, che dici giovane dottore? Certamente oggi non è una bellezza: la politica è una barzelletta raccontata da mia zia (che le barzellette non le sa raccontare), c’è una società civile che si è svegliata dal torpore, che unisce tutto e tutti e che io, cordialmente, non sopporto. Quando vedo una lista civica che si presenta mi viene il voltastomaco. Chi sei, da dove vieni, dove vuoi andare e con chi? No, nessuna risposta. Lista civica. L’unica regola per partecipare al Movimento 5 Stelle è quella di essere incensurati. Ma vaffanculo. Mi vien voglia di aprire un movimento in carcere. La politica attuale è una barzelletta raccontata male. La società civile è colei che la racconta. Che non è mia zia, mannaggia.

Angelo

Nel libro «Poveri poeti e pazzi» c’è un accenno a certi gruppi che negli anni ’80 erano nati con un certo spirito e stile, tipo i Diaframma e i Litfiba, ma poi si sono evoluti: i Diaframma hanno mantenuto una linea coerente e infatti, pur resistendo nella scena, sono molto meno conosciuti dei Litfiba. I quali invece, come scrive Lucio Garofalo, «hanno compiuto uno dei più clamorosi “tradimenti” nella storia del rock italiano. Dopo aver rinnegato l’ispirazione ribelle, originale e lirica degli esordi, negli anni ’90 hanno abbracciato una formula pop/rock con venature “metallare” obsolete e commerciali, avviandosi verso un declino artistico e giungendo infine alla crisi del sodalizio tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli. E all’inatteso e deludente rientro del 2010». Chi ha oggi 30 o 40 anni liquida certe “derive” così: «Vabé si deve mangiare, i soldi servono, non puoi fare sempre il ribelle a tutti i costi», non considerando tutto un percorso storico e di “tradimento” come scrive Garofalo. E’ come se mancasse la voglia di “viaggiare”, di mettersi in gioco, dunque di vivere! Non so se chiamare tutto ciò depressione latente giovanile, o demenza precoce! E non voglio fare battute ma forse sdrammatizzare un poco. Però esiste un vuoto di ricerca e di analisi, di approfondimento. Per me sotto molto di quello che si vede… è pure peggio: come per l’iceberg. Ma c’è anche un quasi invisibile sottobosco di movimenti e di ricerche a mio avviso molto bello: io lo vedo perché viaggio molto e mi infilo nelle quotidianità, anche perché non ho mezzi di trasporto privati (a parte la bicicletta).

Antonio

Quando si fa una scelta che porta a variare totalmente il proprio stile di vita e che soprattutto fa guadagnare un sacco di soldi… lo si fa per questo, per i soldi. Che è un’altra cosa rispetto a un poveraccio che sceglie di andare alla Caritas per un panino, nonostante magari sia ateo. Non bisogna mettere sullo stesso piano o paradossalmente confondere la scelta di vivere BENE e quella di sopravvivere, rosicando un po’ di dignità. Bisogna ammettere che non è facile una scelta che ti porti a vivere bene. Io non ne sono capace. I Diaframma sono morti e risorti parecchie volte: praticamente è il logo e lo stile di vita del solo Federico Fiumani, apprezzabile e onesto fino in fondo ma non di grande spessore. I Litfiba sono stati capaci di cavalcare qualsiasi moda, sono veri camaleonti. Ora quasi dinosauri. Di personaggi come Pelù e Renzulli si possono riempire pagine e pagine, semplicemente mettendoli in ordine alfabetico. Ma sono libri scritti con l’inchiostro simpatico. La differenza con la gioventù attuale è che, per scegliere la via della moneta facile, oggi si cerca di partecipare passivamente a eventi, prettamente televisivi, che possano far circolare il proprio nome. Chi decide, ai giorni nostri, di non percorrere questa strada deve sbattersi molto di più che in passato. Le offerte che il mercato ci dona sono infinite, e ritagliarsi un proprio spazio è veramente dura. Sembra un controsenso, ma nell’epoca della super comunicazione, se in giro ci fosse un altro Van Gogh… tanto per restare al solito nome, faticherebbe molto a “distribuirsi”. Però un sacco di giovani hanno splendide idee e girano il mondo per diffonderle. Il rovescio della medaglia è che molti giovani vogliono andar via, magari per fare i lavapiatti in Germania.

Angelo

Due parole su De Gregori o su Checco Zalone o su Crozza. Io nel libro «Poveri poeti e pazzi» ne ho un po’ parlato. Veramente mostruoso è Celentano: ha preso 700 mila euro per andare a Sanremo (dicendo che li avrebbe dati in beneficenza) per dire delle minchiate ipergalattiche di un qualunquismo che neanche al bar se ne sentono di così terribili.

Antonio

Celentano, Checco Zalone, Crozza, De Gregori sono nomi. Non è più tempo di processi sul palco, tipo a De Gregori. Celentano è un democristiano ignorante, con un’infanzia dura e interessante, che mi pare non abbia inciso sulle sue scelte da adulto. Forse il successo lo ha travolto fin da giovane; aveva 20 anni e frequentava, mi sa casualmente, gente più preparata. Lui ha spintonato ed è riuscito a stare a galla. Qualche suo compagno è annegato e lui non se n’è accorto. De Gregori è ricco da sempre. Non è romano, è mezzo toscano, ha una grande abilità con la parola italiana e ha studiato parecchio e ha visto tanti film. Molte sue canzoni sono sceneggiature. Politicamente è una merda, nel senso che lui sta proprio sul piedistallo, sa un sacco di cose, le enuncia di base a se stesso. Se devo prenderlo in quel posto da uno dei quattro, è quello che preferisco. Checco Zalone: non riesco a trasformare un mio rutto in parola scritta, ti basta? Crozza: oh mamma mia, in qualità di genovese mi è stato chiesto di scrivere qualcosa su lui. Belin, non ricordo neanche come fa di nome. Io sono genovese e attore, ne consegue che con Crozza siamo concittadini e colleghi. Quando saremo anziani faremo la coda al medesimo sportello per riscuotere la pensione. Sono andato in internet e ho riscoperto che Crozza si chiama Maurizio ed è nato alla fine del ’59. Il primo ricordo che ho di lui è datato 1990: andai a vedere a teatro i Broncoviz su testi di Benni per la regia di Giorgio Gallione. Simpatici e bravi, ma estremamente superficiali. Come tutte le regie di Gallione: belle e superficiali, piene di colori e di canzoni, per il terrore di annoiare. Da quel nido escono fuori, pochi anni dopo, Bizzarri e Kessisoglu, anche loro simpatici e superficiali. Parlo di simpatia sulla scena, ci tengo a precisare. Poi, in un modo o nell’altro, i Broncoviz e Luca e Paolo vanno in tv. I Broncoviz si sciolgono e alcuni di loro rimangono al palo, Crozza e signora (Signoris) no. Luca e Paolo neanche. Dimostrano che ci sanno fare, su testi blindati e senza nessuna possibilità di improvvisare (qualità nella quale sono deficitari). Memorizzano, si fa per dire, leggono il gobbo, imitano e ora Crozza è diventato un riferimento. Vitti na crozza…

Angelo

Per concludere ho chiesto ad Antonio di approfondire la questione dei «Celestini che ci stanno portando indietro di un secolo» che accenna nella quarta risposta. E poi gli ho chiesto come mai non nomina De Luca.

Antonio

Nomino Ascanio Celestini perché comunque è quello che sento più vicino. Erri De Luca e gli altri li metto nei “Celestini”. Il discorso che volevo fare è che, con il XX secolo, si è aperto il mondo dell’auto-produzione. Leonardo andava dagli Sforza, Michelangelo dai papi e Celestini alla Cgil. La differenza è che in passato non esisteva proprio la possibilità dell’autosostentamento artistico: infatti le opere d’arte sono nella quasi totalità a tema religioso o a tema “sangue blu”. Un poco si è discostato Caravaggio. Ora invece si può. Di conseguenza se in questi tempi uno decide di trovarsi un datore di lavoro… buon per lui, ma la credibilità scema. Si può percorrere una strada pulita e vivere decentemente. La Cgil è sporca.

 

Redazione
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4 commenti

  • Daniele Barbieri

    Interessante questa discussione frma Angelo e Antonio anche se forse c’è troppa carne al fuoco… per un solo post.
    Dico rapidamente (ma ci sarà occasione – spero – di tornarci su) la mia su un paio di questioni.
    Sono in disaccordo con Angelo su Erri De Luca: si può approvare a volte ciò che Erri fa o scrive e altre no ma mi pare che non sia “interno al sistema”; ogni paragone con i Benigni o i Crozza mi pare fuori luogo.
    Invece sull’Uomo Qualunque sarà bene aggiungere che non era solo “destrorso” ma che i suoi militanti più volte assalirono a mano armata le sedi della sinistra, in alcune occasioni uccidendo; nei documenti segreti inglesi e statunitensi dell’epoca “decodificati” (dunque oggi consultabili) si legge che anche l’Uomo Qualunque ebbe finanziamenti dagli Usa in funzione “anticomunista”. Per questo nessun paragone con i Cinque Stelle mi pare possibile. Terrei, almeno per ora, separati i progetti di Grillo e Casaleggio da chi li ha votati e da una parte dei suoi “militanti”. Come ho scritto in blog a suo tempo, anche io ho dato qualche voto a M5S… spiegando che se una sinistra vera non c’è (e se l’astensione non serve più neanche come simbolo) per molte persone l’unico voto di protesta poteva essere Cinque Stelle. Su quello che i “pentastellati” hanno fatto dopo il voto nelle istituzioni io dò un giudizio più negativo che positivo. Ma dire che in Parlamento hanno fatto solo schifezze sarebbe disonesto. Di certo sono stati più chiari, ostinati, efficaci di Sel nell’opporsi al renzismo-berlusconismo.
    In questa discussione fra Angelo e Antonio talvolta i toni sono “apocalittici”, il che secondo me non aiuta a capire/capirci. A esempio: cosa significa che la Cgil è «sporca»? Se si intende che da tempo non offre alternative al sistema capitalista (o che ha firmato accordi pessimi) io sono molto d’accordo. Se si intende che al suo interno c’è solo gentaccia… posso testimoniare che non è così.
    Stretta la foglia e larga la via, dite la vostra che io (molto di fretta) ho detto la mia.

    • angelo maddalena

      grazie per il commento, però sarà che sono un pò stonato in questo pomeriggio sonnolento, ma non ho capito chi è che scrive, in altro c’è scritto Daniele Barbieri, quindi se sei tu Daniele….batti un colpo!

      • angelo maddalena

        allora io volevo dire due o tre cose sul commento che credo sia di Daniele Barbieri ma a sto punto non importa di chi sia, l’importante è che ci sia e produca “movimento” di neuroni, e il mio movimento mi porta a dire questo: De Luca forse non è paragonabile a Crozza o a Benigni, ma credo che Carletti lo paragoni o loa ssimili più a Celestini, e comunque fatte le debite proporzioni (De Luca scrive, Benigni fa teatro e Crozza satira cabaret) non sono molto lontani gli stili, e mi riferisco al fatto di essere dentro o fuori il sistema, De Luca è uno che era di Lotta Continua, in modo “morbido” cerca di vendersi come scrittore impegnato, ma da diversi anni è legato a doppio filo all’establisment israeliano fino al punto di essere uno dei pochi scrittori europei invitati al festival degli scrittori israeliani, e la cosa più imbarazzante è che dice della Palestina cose poco “chiare” e un pò “sdrucciolevoli” del tipo “alcune occupazioni sono accettabili altre no”, o in un articolo del 2006 sul manifesto sosteneva che quella che c’è in Palestina “non è fame” e che è esagerato parlare di lager assimilato ai campi di sterminio nazisti ecc., che può avere un senso ma alla fine di questo discorso sembrava che volesse minimizzare quello che succede in Palestina anziché specificare chiaramente che lì è in atto un massacro e la distruzione di un popolo; poi il suo schierarsi in favore della movimento Notav stride parecchio a maggior ragione visto che lo stesso filo spinato usato dagli israeliani in Palestina lo usano i militari in Val di Susa: perché due pesi e due misure? barricadero in Val di Susa e morbido o peggio ancora “indulgente” con Israele in Palestina?; poi per il discorso sul qualunquismo credo che Carletti volesse riferirsi anche a Celestini e non so se anche o soprattutto a Beppe Grillo, e al fatto che quello dell’Uomo Qualunque si poteva dire qualunquismo ma quello di Celestini (e De Luca e altri “celestini”) si può definire più opportunismo che qualunquismo…dire quello che gli altri vogliono sentirsi dire per non cambiare niente però…non scomodare più di tanto…alla fin della fiera, un abbraccio…stretta è la porta lunga la via dite la vostra che ho detto la mia

        • Daniele Barbieri

          grazie Angelo per aver chiarito il tuo pensiero. Alcune informazioni su Erri De Luca le apprendo ora da te. Non cambia però il mio punto di vista: con De Luca spesso sono d’accordo e a volte no. Non mi pare uno scrittore “interno al sistema”. E questo mio giudizio non cambia se De Luca sulla Palestina è “miope”.

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