Narrator in Fabula – 13

dove Vincent Spasaro incontra Giuseppe Lippi (*)

E’ un nome che ha segnato decenni di fantascienza, fantasy e weird in Italia e ha definitivamente marchiato a fuoco la rivista più amata dai “sognatori” del nostro Paese. Lui si chiama Giuseppe Lippi. Il nome della rivista non lo dico: se tentennate, in ginocchio sui ceci dietro la lavagna.

Fra le molte interviste della serie, questa è una fra le più belle: Giuseppe ci svela un mondo e una storia variegati che ci riportano a un’Italia diversa, forse più lontana di quanto gli anni non dicano. Orsù, miei prodi. Seguitemi.

Com’è stato il tuo approccio alla letteratura? Come hai iniziato a leggere, cosa ti piaceva?

«Ho cominciato con l’ascolto delle fiabe e leggende che raccontava mia madre. È stata lei a insegnarmi l’alfabeto, un anno prima di arrivare a scuola. Quando sono stato in grado di fare da solo, ho scelto due campi: ancora le fiabe (Pinocchio è stato probabilmente il primo libro che abbia finito) e l’avventura nel passato, i racconti in prosa dei poemi epici. Ho letto i classici di Gherardo Ugolini Achille e Patroclo, Il paziente Odisseo, La storia dell’errante Enea, un peplum della scrittrice napoletana Attilia Brasiello (Il citarista di Pompei) e un libro di Fulvio Apollonio vinto a scuola, Cortez il conquistatore. Pensa che andavo matto per l’antico Egitto e compilai un quaderno dedicato ai suoi dèi. Dopo questa fase iniziale sono approdato alla curiosità naturali: Mamma! Perché… di H. Dari era un manualetto con sezioni di peni e vagine che spiegava i misteri del concepimento. Messomi l’anima in pace su questo punto, mi sono dato a un altro tipo d’amore: quello per l’astronomia che mi avrebbe condotto alla fantascienza. Mio nonno aveva il libro di Gunter Doebel Altre galassie, altri uomini e gli chiesi cosa fosse una galassia. Me lo spiegò e rimasi sbalordito: chi ero io per non perdermi in una notte stellata? Sentii davvero che annegar m’era dolce in quel mare. A proposito di mare, nello stesso periodo mi chiedevo se fosse infinito come il cielo e così, fra un’immensità e l’altra, un giorno chiesi a mio padre di comprare l’ultimo numero di Urania. A causa del titolo, L’altra faccia della spirale, pensai che fosse il mio passaporto per diventare astronomo (sapevo che molte galassie sono spiraliformi). In realtà il libro non parlava della morfologia e nemmeno del ciclo vitale delle galassie, per cui non lo lessi affatto. Ma la copertina di Karel Thole, la brevissima presentazione di Fruttero & Lucentini, gli interventi in appendice mi conquistarono alla science fiction. Grazie alla fantascienza sono passato dalla cultura vera e propria, o comunque dall’insegnamento ortodosso, alla subcultura di un genere specializzato».

Vuoi parlarci della tua crescita a Napoli?

«Devo premettere che non sono nato a Napoli ma in un paese montano della provincia di Salerno, Stella Cilento. Oggi diventata parco nazionale, la zona vanta importanti siti archeologici come i templi di Paestum e l’antica città di Elea. Siamo a circa 125 km da Napoli, ma se dalle spiagge di Palinuro, Acciaroli e Agropoli si risale verso l’interno, ci si rende conto di quanto le sue contrade siano appartate. Amedeo La Greca la descrive come una regione “povera e a tratti desolata, fatta di terreni arrampicati sui fianchi delle colline, uliveti che bastano al sostentamento di poche centinaia di persone e, su tutto, le cime aguzze dei monti veri e propri, lo Stella e il massiccio dell’Alburno-Cervati”.

Mio padre era cilentano, mia madre napoletana; in città saremmo arrivati nel 1958. Napoli è stata la Metropolis della mia adolescenza, il luogo delle prime scoperte, della vita misteriosa che cambiava colore da un quartiere all’altro, dei teatri con lo spogliarello (il varieté era ancora di moda, negli anni Sessanta), dei cinema dietro l’angolo. E amici carissimi, bancarelle di libri, cortei studenteschi… Se scendevo dalla collina del Vomero verso il mare che sembrava irraggiungibile, mi pareva di sfidare l’ignoto. Nella lunga, elegante via Caravaggio sbirciavo con curiosità le boîtes fatte per accogliere i marinai americani della base di Bagnoli, locali pieni di oscurità ed entraîneuses anche di giorno. Era un grande porto e perciò si trovava di tutto: dai contrabbandieri di sigarette alle edicole festonate di riviste straniere, dalle librerie antiquarie alle rosticcerie piene di specialità. A sedici anni ero cliente affezionato di due librerie vomeresi, L’Incontro e Guida, mentre in centro frequentavo i Remainder’s della galleria Umberto I, dove ho comprato a metà prezzo tutti i libri di Ornella Volta. Scrittrice raffinata, dal vivo sense of humour, è stata la mia prima maestra di stile insieme a Carlo Fruttero, di cui divoravo i pezzulli su Urania e le introduzioni firmate con Franco Lucentini. Erano altri tempi, potevi telefonare al libraio di fiducia (che ti vendeva ogni cosa per una rata mensile di duemila lire) e ordinargli libri di cinque o anche dieci anni prima. Era facile che li avesse in negozio, non c’era la sovrapproduzione che c’è oggi. Amo la Napoli dei miei ricordi più di qualsiasi altro luogo sulla terra o nella fantasia. È là che ho cominciato a leggere i racconti di Poe – nella Bur, li aveva il nonno – e quelli di Stoker e Le Fanu: aver paura mi piaceva ancora di più che sognare l’avventura. All’Incontro in galleria Vanvitelli scoprii Lovecraft e non credo di poter spiegare la felicità che si impossessò di me nel comprare la copia rilegata dei Mostri all’angolo della strada edizione ‘66: con copertina, dorso e quarta illustrate da Karel Thole. Negli stessi anni, anche i fumetti sono stati importanti e lo stesso succede ora che sono un signore attempato.

Naturalmente non erano tutte rose e fiori. La mia adolescenza è stata complicata da lunghe cure per via di una paralisi ostetrica: tra gli undici e i diciotto anni sono stato operato quattro volte al braccio destro e alla spalla, prima a Firenze, poi a Roma e l’ultima ad Ankarano, in Slovenia; due operazioni minori sono servite a perfezionarmi ulteriormente, questa volta in regioni importanti per un maschietto. Questa corvée ha contribuito a farmi sentire diverso dagli altri, e anche se al liceo avevo cominciato a dimenticarmene, da qualche parte i segni sono rimasti».


I tuoi primi passi nella scrittura?

«Il mio primo pezzo giornalistico è un tema in classe svolto in seconda media: la traccia diceva di trasferirci nel passato e intervistare un personaggio della storia. Io mi trasferii in tempi omerici e intervistai Ulisse, firmandomi in calce come il corrispondente di qualsiasi quotidiano. Durante l’adolescenza riempivo quaderni di poesie e racconti. Tra quelli che ricordo, uno parlava di un servizio telefonico dalle mille possibilità: il protagonista era un utente che non riusciva a ottenere la linea con la Voce amica e moriva di rabbia. In un altro, un giovane inquieto fuggiva per boschi e paludi fine a smarrire se stesso: “è così che si diventa fantasmi”. In un terzo, ambientato nell’antica Pompei, rivivevo le emozioni del Citarista di Attilia Brasiello; avrei voluto che diventasse un romanzo, ma non sapevo come superare la quarantesima pagina. Un’altra volta mi dedicai a un’avventura apocrifa di James Bond, mentre più tardi sono passato ai racconti di fantascienza (su impossibili viaggi nel tempo, sull’astronave che entrava nell’universo negativo dei morti, sul gran dio Nodens che dimorava nell’abisso di Villa Opicina, a due passi da Trieste). Nel 1977 un racconto che si era piazzato ad un concorso padovano, e che parlava di poteri paranormali, fu accolto da Garzanti nell’antologia Universo e dintorni. A parte questo, ho sempre riempito agende e diari: una raccolta in cui è annotata la mia vita dal 1966 ad oggi, con buchi soltanto negli anni più sovreccitati. Il 1977-78 del primo trasferimento a Milano è lacunoso, il 1986 – anno matrimoniale – ha interi mesi in bianco. Così è anche per il 2000 (forse perché data fatidica) e il 2004, l’anno del secondo matrimonio. Ma a parte questi corti circuiti, è tutto lì».

Parliamo delle idee politiche che in quegli anni di grandi ideali hanno fatto irruzione, immagino, anche nel tuo orizzonte. Quale rapporto avevano con la letteratura fantastica che dall’America veniva fuori spesso colorata di utopie?

«In quegli anni la mia utopia non veniva soltanto dall’America, con la sua fantascienza progressista e le lotte per i diritti civili ma dal Vietnam e dalla Cambogia. Per non parlare della Cina maoista e dei quotidiani che la descrivevano: “Lotta Continua” e “Il manifesto”, di cui ricordo di aver comprato il primo numero e anche tutti i successivi. “Dai duecentomila della Fiat” giungeva anche a noi studenti l’invito a scendere in piazza, a lottare per un secondo e un terzo maggio francese, a fare fronte comune con gli operai. Credevamo in tutto questo e credevamo che la vittoria del socialismo in Italia fosse possibile, anche se personalmente non auspicavo metodi cruenti. Ho scioperato, occupato scuole, partecipato a sit-in, scritto tadze-bao, ma ero un militante pacifista nella cui dottrina mancavano forse un po’ di grinta e di vocazione internazionalista. Ero un inconsapevole sostenitore della “rivoluzione in una sola stanza”, la mia, dove tenevo appesi i ritratti di Marx, Lenin e il presidente Mao. Oggi due su tre non li affiggerei più ma nonostante il mio scivolare verso un socialismo sempre più riformista e italiano, l’ideale di fondo è rimasto. Non riesco a credere nel liberismo, soprattutto nel liberismo sfrenato che abbiamo subito dopo il 1980. Come era logico pensare che avremmo avuto colonie sulla Luna e su Marte, per me era altrettanto logico che le società del futuro non sarebbero state anarco-capitaliste ma evolute e socialdemocratiche. I miei tenet erano semplici: necessario controllo dello Stato sulla produttività; libera iniziativa rispettosa delle regole e liberalizzazione totale in fatto di morale, rompendo le pastoie del cattolicesimo per quanto riguarda la vita civile. Una tv di Stato non commerciale ma al servizio del cittadino, dallo spettacolo alla cultura; e su tutto istituzioni responsabili, interessate al raggiungimento dell’equità sociale. La mia utopia è rimasta questa, e credo che il vecchio Pci avrebbe potuto realizzarla, ma pesava nell’aria un accordo con la Dc e del resto la storia e il carattere del nostro Paese hanno deciso diversamente. Troppo diversamente per sentirsi fieri… Il mezzogiorno dal quale provengo è stato abbandonato definitivamente nelle mani del malgoverno e della criminalità, perciò condannato al sottosviluppo. Dopo la fine della Prima repubblica sono arrivati alle alte cariche dello Stato personaggi e gruppi politici compromessi o interessati soltanto allo sfruttamento della situazione. I sindacati hanno perso terreno, i lavoratori sono stati risospinti a ruoli marginali e, infine, privati dell’occupazione. Noi studenti del ’68-’70 non avremmo mai (dis)perato tanto. Da adulti, anzi da anziani, la situazione appare plumbea e l’Italia a rischio svendita. C’è molto da fare per rimediare a tutto questo».

La tua formazione universitaria: cosa è cambiato quando da Napoli sei andato a vivere a Trieste?

«Nel 1971 fummo trasferiti a Trieste perché mio padre doveva entrare a far parte dell’ufficio legale Italcantieri; in precedenza era stato capo del personale nel cantiere di Castellammare di Stabia. Mia madre, un’insegnante non di ruolo, perse il posto di lavoro; io cambiai identità per trasformarmi in Giuseppe II imperatore del nulla, un ragazzo piuttosto malinconico dal folto barbone. Perdere gli amici del liceo Sannazaro, dover saldare il conto rateale dell’Incontro, non poter andare ogni sabato a ballare (a Trieste non si davano feste in casa di amici…). Tutto questo mi fu fatale. Per fortuna non mi aspettavano soltanto la scuola e il nuovo ambiente, l’esaurimento nervoso di mia madre e l’infarto che venne a mio padre poco dopo. Fin dal primo giorno in cui sono arrivato a Trieste ho frequentato il cineclub “La Cappella Underground” e col tempo ho cominciato a collaborare. Ho stretto nuove amicizie e alcuni rapporti fondamentali, ma fra il 1971 e il 1975 credo di aver vissuto un notevole disadattamento. Mi consolavano la passione per il cinema e per gli studi universitari (ero iscritto a Lettere, il mio non-pane) e leggevo autori sempre più consoni a quello stato: fra il 1970 e il ’76 tutto Lovecraft, gran parte di Robert E. Howard e una quantità di racconti di fantascienza. A scuola avevo studiato francese, ma negli anni dell’università mio padre mi iscrisse a una scuola di lingue e imparai l’inglese. In questo modo nel 1976, svernando in ospedale dopo quello che si credette un attacco epilettico – ma forse era solo un sovraccarico nervoso – cominciai a leggere Clark Ashton Smith nell’originale. Mi sono laureato nel 1977 con Gillo Dorfles e Alberto Farassino, discutendo una tesi sul “Racconto dell’orrore come genere artistico”. Il mestiere cominciava a prendere forma e consistenza».

La tua crescita come lettore? E la tua crescita in generale?

«Ho tentato più volte di dare una risposta ai problemi che mi assillavano, a volte con successo e a volte no. Da giovane ero il nerd perfetto e credo di essere piaciuto a più di un’amica proprio per la mia scarsa intraprendenza, l’uso dei polisillabi e la tendenza a fantasticare. Ma niente, continuavo a ignorare quei segnali incoraggianti… In compenso avevo affinato la mia capacità di elaborare quello che leggevo, riprendendo un cammino di progresso personale. Verso la fine degli anni Settanta comprai a rate, con il vecchio sistema dell’Incontro, i tre volumi dei Millenni con i racconti di Hoffmann e man mano che Adelphi lo pubblicava, lessi tutto Robert Walser: due autori di lingua tedesca, diversi per indole e periodo storico, che tuttavia rappresentano l’antitesi della narrativa che oggi va per la maggiore, quella pragmatica di marca anglosassone. Queste letture mi hanno portato verso una concezione più ampia del fantastico, che non è un genere separato e arcano e neppure un racconto di avventure come tutti gli altri, ma è un occhio aperto sull’ignoto che esplora continuamente il reale, anzi lo analizza. Il mondo non è negato dallo sguardo del fantastico, ne è ampliato.

A questo punto il problema non era dunque la mia sensibilità – piuttosto ben pasciuta – ma la consapevolezza del mondo di fuori, la cultura generale in cui si erano formati dei buchi (a scuola ero stato uno scolaro renitente come un soldato alla leva). Tuttavia desideravo trovare una mia strada, e quando nel giugno 1977 Vittorio Curtoni, per il quale scrivevo su “Robot”, mi chiese se fossi disposto a trasferirmi a Milano per lavorare alla Armenia Editore, accettai con entusiasmo. Presi servizio in settembre, entro novembre mi sarei laureato. Era il mio secondo trasloco importante, anche se parziale, perché affittai una camera invece che un appartamento vero e proprio: comunque fu il mio lancio nell’attività professionale. Il lavoro di redattore mi mise in grado di leggere meglio in inglese e anche di scrivere continuamente, con più passione».

Vittorio Curtoni mi parlava spesso del vostro rapporto. Vuoi dirmi qualcosa di lui?

«Fra i tanti conoscenti e amici del giro fantascientifico, Vittorio è stato il solo con il quale abbia avuto un rapporto stretto anche al di là degli interessi comuni. All’inizio un po’ m’intimidiva, era sempre frenetico, sempre un po’ su di giri e nel fare il lavoro la sua grande efficienza batteva la mia di parecchie lunghezze. Ma ci piacevamo a vicenda, ognuno con i suoi pregi e i suoi limiti, e ci siamo divertiti sia ai tempi di “Robot” che dopo. Avevamo lunghe discussioni, piacevoli divergenze e così è stato fino alla fine. Il problema è che nel ‘78 lui lasciò la casa editrice e la sua rivista ormai snaturata. La condanna era già stata decisa e fu eseguita dopo un periodo di blande trasformazioni che ho gestito redazionalmente, senza poter influenzare le scelte dell’editore. Mi ritrovai da solo, con un nipote di Giovanni Armenia da svezzare al mestiere e una mole impressionante di lavoro. Passò un altro anno e cedetti, senza riuscire a riconciliarmi con la frenetica attività del redattore di terza categoria. Poco dopo la chiusura di “Robot”, l’avventura finì bruscamente.

Intanto ero diventato un amico di casa Curtoni e negli ultimi anni della sua vita ho preso l’abitudine di andare da Vittorio una volta al mese, per bere e mangiare con lui in trattoria; poi salivamo a casa e salutavo sua moglie Lucia. Se qualche volta c’era un impedimento e l’appuntamento saltava, per me era un dispiacere perché lui rappresentava il mio principale contatto con un certo mondo maschile, con una mente inquieta e ribelle ma consapevole. Quante volte mi sono fatto raccontare la sua gioventù, “I racconti di Dracula” che leggeva di nascosto sotto le coperte, la collezione di Urania di suo padre e gli esordi alla Tribuna. Quando salivamo da Lucia mi pregava: “Per favore non parliamo sempre di fantascienza, lei si sentirebbe esclusa”. Una cosa che non capivo era il suo amore per i film splatter. La verità è che Vittorio non era un mite, anche se sapeva essere dolce; si sforzava di capire le persone, di fronte agli altri era quasi disarmato ma per le questioni importanti si arrabbiava, più di una volta ha sbattuto la porta in faccia a un editore. I film horror servivano a far bruciare la miccia della sua ira repressa, a trasportare nella fantasia il dolore di ferite che si erano incise sulla sua pelle fin da ragazzo, ma a cui non amava ripensare volentieri. Aveva avuto un difficile rapporto con la madre e questo lo aveva segnato a fuoco. Per fortuna se l’era cavata, imboccando la sua strada come un lottatore. Tuttavia la sua morte è stata prematura; da anni beveva e mangiava più del necessario e per diverso tempo ha visto uno psicanalista che era diventato suo amico, ma il lavoro che aveva scelto dopo Armenia – il traduttore, trent’anni di impeccabile professionalità – lo consumava, gli richiedeva uno sforzo logorante. A volte penso come sarebbe stato se avessimo curato insieme Urania, e in un certo senso mi spiace che non vi sia stata questa possibilità. Avrebbe accettato? Mondadori sarebbe stata disposta? Non lo so, queste cose appartengono all’imponderabile ma penso che Vittorio avrebbe detto di sì perché ha sempre cercato di costituire una coppia, nella vita familiare come nel lavoro. Aveva bisogno di amici, proprio come ai tempi del sodalizio con Gianni Montanari, e per gli amici avrebbe fatto qualunque cosa».

Siamo arrivati agli anni 80. Dopo Armenia cos’è accaduto?

«Ho cominciato a fare il traduttore, proprio come il mio mentore. Prima per Segretissimo, i Gialli, Urania, Mursia e lo stesso Armenia; poi per gli Oscar Mondadori, ai quali fornivo anche una consulenza editoriale. Ho lavorato con due ottimi editor degli Oscar, Glauco Arneri e Ferruccio Parazzoli, e per il secondo ho curato le collane degli Oscar fantascienza, fantasy e horror. Nel 1980 ho lasciato la camera ammobiliata di Milano e sono tornato a Trieste fino all’epoca del mio primo matrimonio, nel 1986. Lavorare per gli Oscar è stato fecondo e in quel periodo ho curato alcune delle mie antologie più personali: Racconti fantastici del ‘900, 150 anni in Giallo, i Racconti fantastici di Maupassant e quelli di Machen e Merritt. Ho tradotto Asimov e Agatha Christie, mentre alla fine del decennio sarebbe arrivato il primo dei quattro volumi di Tutti i racconti di Lovecraft.

Nel 1986-87 c’è stato un interregno napoletano con la mia sposa (che era anche mia concittadina) e infine è venuto il secondo trasferimento a Milano, quello definitivo. Lo stesso anno, il 1988, mi sono ammalato di linfoma di Hodgkin ma me la sono cavata con la chemioterapia; intanto Leone Buonanno, il direttore dei Libri economici Mondadori, mi aveva affidato la cura di Urania.

Nel 1990 mi sono separato dalla prima moglie ed è cominciato un decennio di vita in solitudine, a Milano. In questo periodo mi sono occupato perlopiù di Urania; l’essere sopravvissuto a una malattia che fino a pochi anni prima risultava incurabile, ha significato qualcosa: ricordo che in quegli anni ho letto soltanto autori in cui il diaframma tra fantastico e reale è molto sottile, da Bulgakov a Fredric Brown. Nel 2000 ho conosciuto Sebastiana, mia seconda compagna, con cui sono vissuto fino al 2004, dopodiché ci siamo sposati. Nel 2010 abbiamo comprato casa a Vigevano e qui viviamo tuttora.

Cosa ti piace oggi? Quali sono i tuoi gusti letterari? Come si è evoluto o involuto Giuseppe Lippi?

«Penso che oggi esista un’infatuazione smisurata per tutto ciò che è visuale/informatico. È comprensibile, eppure il rapporto che abbiamo con gli strumenti multimediali non è lo stesso che avevamo, a esempio, con i libri o i giocattoli. Questo perché le tecnologie non sono ancora pensate per soddisfare i nostri bisogni interiori (libera associazione, trame, invenzioni) ma per stimolarli artificiosamente. Forse tutto questo cambierà e la tecnica somiglierà davvero alla magia – che pure ha un costo in termini umani, non dimentichiamolo – ma ci vorrà del tempo. Più la tecnologia viene pensata come qualcosa che fa da sé, svincolata dai bisogni delle persone perché troppo assorbita a obbedire ai propri, più lo strumento diviene alienante. Passiamo ore e ore davanti al computer, anche quando abbiamo finito di lavorare: ma è davvero divertente? O non ci distoglie da qualcos’altro, per l’esattezza dall’altro, la novità di un rapporto più autentico anche con se stessi? Le macchine non creano rapporti, e se il computer può servirci come mezzo o intrattenimento, in dosi eccessive appiattisce il nostro orizzonte. Lo stesso vale per le sue possibilità intellettuali: consultazione in tempo reale, applicazioni musicali, montaggi fotografici, collage, 3-D, CGI, e-reader sono innovazioni in cui il rischio di banalizzazione e bombardamento sensoriale è alto. Soltanto in campo scientifico e amministrativo il computer è ormai insostituibile, ma mi domando se lo studioso o l’impiegato abbiano con la consolle lo stesso rapporto che avevano con la penna e il compasso, docili strumenti nelle loro mani. Il computer non è l’aratro, non dissoda il terreno; inoltre è smemorato, perché non è affatto vero che la rete conservi nei secoli i dati che quotidianamente vi depositiamo, come fanno invece archivi e biblioteche. Tutto viene periodicamente cancellato o cambiato ed è questo a farne uno strumento volatile, dell’eterno presente. Non è un limite da poco, per una cultura che non voglia vaporizzarsi.

Quanto alla fame di immagini che caratterizza il nostro tempo, non è una novità ma la condivido solo in parte: come non condivido il rigurgito di romanzesco-feuilleton che ha intasato gli scaffali con tonnellate di thriller, epopee storiche, fantasy, sexy e femminili (la cosiddetta letteratura “globale” senza una lingua madre). Leggere è un’esperienza fondamentale e non sento il bisogno di abbeverarmi di continuo allo schermo, a meno che le immagini non siano sostenute – come nelle letture che si imprimono nella memoria – da una sintassi e una grammatica appropriate. Sono cresciuto nel secolo della regia e mi trovo davanti a un cinema fatto perlopiù di blockbuster o film minimalisti, finanziati con soldi pubblici, senza spina dorsale.

Tuttavia ci sono altri campi…

«Negli altri settori le cose non vanno meglio: il teatro è sempre più debole, l’avanspettacolo ha rassegnato le dimissioni, l’erotismo in televisione e negli altri media è finto, quasi lo spettro di se stesso. La stessa laicità del divertimento è minacciata. Guarda cosa succede in Francia, dove viene massacrata la redazione di un giornale umoristico perché se la prende con dio e i suoi emissari. A tutto questo non bisogna soggiacere ma rispondere punto per punto: non temere l’esagerazione, la provocazione e neppure lo sberleffo. Se necessario, far trionfare la volgarità contro il clericalismo. Per non svuotare la carne, il corpo dello spettacolo, bisogna dargli sangue fresco, popolare. Come sempre, gli artisti più sensibili sapranno trarne ispirazione e tradurre il volgare in finesse. Ma non si può trarre nessuna finezza dal piattume! La mia speranza è che il DESIDERIO sia riportato nel cuore della creatività e poi, quando il mondo sarà liberato, al centro della realtà.

Ecco perché non sono attratto dalle castità di genere, dagli elfi e dagli angeli, dagli ometti verdi o dalle navi spaziali hi-tech. Tutto questo è repressione. Né mi fido dell’horror splatter, che dopo un’iniziale denuncia del malessere ha finito per appiattirsi su standard francamente sadici. M’interessano invece la comicità e l’humour in tutte le sue forme, compreso l’umorismo nero, il surreale che ribalta le carte in tavola, il romanzo a chiave. La fantascienza poggia tuttora su solidi pilastri ma bisogna riscoprirne i testi più ricchi d’immaginazione; quanto all’immensa letteratura generale, se c’è una cosa che un e-reader può fare benissimo (e una biblioteca ancora meglio) è rimetterla a disposizione di tutti. La mia letteratura preferita è quella del racconto a tutto tondo: l’Italia è un Paese con pochi romanzieri? È il contrario, almeno nel Novecento. Solo per restare al dopoguerra, dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta c’è stata una fioritura eccezionale. E sono voci che parlano di noi, di questo tipo di realtà o d’irrealtà.

Da tutto ciò si intuirà, forse, come il mio percorso sia partito da una passione un po’ snob per cose popolari e sia approdato a una posizione apocalittica, magari tipica dei tempi. Apocalittica in arte, beninteso, poco m’importa delle catastrofi globali con relativi (e inutili) corsi di sopravvivenza. È stata un’involuzione? Se restassi fermo su posizioni anacronistiche, potremmo dire di sì. Ma io sono immerso nel mio lavoro e vado avanti a pubblicare due o tre titoli di Urania al mese. La marcia continua senza inutili pessimismi, stiamo tutti cercando una via.

Come pensi che si evolverà la letteratura fantastica e come invece vorresti che si evolvesse?

«Negli ultimi decenni il fantastico, che è arrivato a un successo impensabile per le ragioni sbagliate, ha corso un rischio mortale e lo corre tuttora: abbandonare la sua funzione di sfida, di sprone a scoprire il nuovo per sostituirsi blandamente alla vita reale. Una volta effettuata la sostituzione, avremo cicli fantasy sempre più lunghi e sempre meno magici, il che sarà una perdita per noi ma potrà rappresentare un vantaggio per lo sponsor. Anche la fantascienza cinematografica ha finito per omologarsi, i suoi maggiori successi sono semplici film d’azione in salsa tech oppure favoloni moralistici nutriti su idee palatabili a tutti, che non dicono un bel niente (vedi Avatar e i residui di Guerre stellari). Ci sono eccezioni, per fortuna. La narrativa mi sembra un po’ meno compromessa perché non ha il problema di piacere a tutti e in una collana specializzata come Urania non ha nemmeno l’obbligo di sfornare bestseller, quindi il buono si può trovare. Tuttavia la tendenza è alla ripetizione, all’imitazione di formule già collaudate, con il rischio che la sf diventi vassalla dei videogiochi o delle serie tv che è la scuola della ripetitività per eccellenza. Ma, come dicevo, bisogna andare avanti nella ricerca delle buone letture e nella speranza di assistere a un rilancio dello spettacolo, cosa di cui abbiamo socialmente bisogno. Sembra che il mercato lasci sempre meno spazio ai sapori, agli odori e, in definitiva, all’individualità delle opere, ma il problema dell’evoluzione dello spettacolo – inteso come godimento e non mero intrattenimento calato dall’alto – è appassionante come quello del riscatto di una narrativa popolare. I generi artistici che abbiamo conosciuto nel XX secolo sono stati costantemente minacciati dal desiderio di appiattimento dell’industria, ma anche riscattati da inventori di linguaggi che, sfruttando le necessità produttive, sono arrivati a risultati di grande autonomia. La musica jazz e pop non sarà quella di Beethoven ma rappresenta così bene lo spirito dei tempi da rendere superfluo il paragone. Nel cinema è ancora più evidente perché copioni modesti o soggetti popolari sono stati adattati con risultati eccellenti.

Oggi tutto questo è in forse. Assistiamo a uno smantellamento delle vecchie infrastrutture (studios, stamperie, collane, librarie) a favore di una produzione uniformata; per sopravvivere dovremo tenerne conto ma non credo che dovremo mai cedere all’omologazione. Per me gli spettri che contano davvero sono quelli dell’immaginazione e delle passioni, non quelli infilati in una macchina. Già nella Flatlandia di Abbott – romanzo geometrico ad appena due dimensioni – non ci si accontentava di questo mondo ma si tentava di spostarsi su altri piani. Quanto alla letteratura fantastica del futuro, vorrei che fosse un genere quadrimensionale. Se andremo in quella direzione e sapremo immaginare nuovi livelli di realtà, ci accorgeremmo che siamo passati oltre lo specchio e che al di là c’è pathos, brivido, humour, insomma il delirio. E la sensazione che niente potrà mai essere come prima».

Ho detto un grazie (anche a nome di db) a Giuseppe anche per il ricordo dello splendido Vittorio Curtoni. E voi, ragazze e ragazzuoli di ogni età che seguite questa “bottega” – in attesa di barba e capelli o di una messa in piega? – godetevi questa piccola perla. Ciascuno avrà molto da ragionare ed elaborare.

(*) Da 13 settimane Vincent Spasaro sta intervistando per il blog (ora blottega) autori-autrici, editor, traduttori, editori del fantastico, della fantascienza, dell’orrore e di tutto quel che si trova in “qualche altra realtà”… alla ricerca dei misteri, se possibile anche del loro mondo interiore: Danilo Arona, Clelia Farris, Fabio Lastrucci, Claudio Vergnani, Massimo Soumaré, Sandro Pergameno, Maurizio Cometto, Lorenza Ghinelli, Massimo Citi, Gordiano Lupi, Silvia Castoldi, Lorenzo Mazzoni e oggi Giuseppe Lippi. Non finisce qui. Restate sintonizzati sul Marte-dì (db)

 

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