Narrator in fabula – 9

dove Vincent Spasaro intervista Massimo Citi (*)

E’ ben conosciuto nel mondo della narrativa fantastica italiana per essere l’editore e il curatore della rivista «ALIA» che, fra i tanti meriti, ha avuto quello di aprirsi al mondo del fantastico orientale e prima ancora di pubblicare autori stranieri, anche molto famosi, insieme agli italiani, permettendo un raffronto reale sullo “stato dell’arte” nelle varie nazioni. Massimo Citi è stato per molti anni libraio e quindi il suo sguardo sul mondo editoriale abbraccia più anelli della catena. Oltre che creatore di riviste è anche autore. Non si è quindi fatto intimidire dalle mie domande e mi ha concesso una lunga intervista.

Com’è stato il tuo approccio alla letteratura?

«Ho iniziato a leggere come tutti a 6 anni. Poi posso solo dire di non avere mai smesso. Sono figlio unico, molto solo anche perché mio padre per motivi di lavoro ha cambiato spesso città, sicché non appena riuscivo a farmi degli amici entro due o tre anni li perdevo. La stessa cosa valeva per i giocattoli, sistematicamente eliminati a ogni trasloco. Così i libri erano in pratica l’unica costante della mia vita. Quanto ai generi devo ammettere di aver avuto un inizio un po’ singolare. Leggevo molto Verne – “Viaggio al centro della terra” devo averlo letto almeno 50 volte – ma in sostanza tutto quello che mi passava per le mani e che trovavo in casa, compresi i romanzi d’amore di mia madre dei quali non capivo molto (per me l’amore era un dato sconosciuto) ma che comunque macinavo rileggendoli periodicamente come facevo per tutti i libri che mi trovavo. Altri libri importanti sono stati “Capitan Fracassa” di Gauthier, “Il barone di Münchhausen” di Raspe, “Il Cid” in una edizione splendidamente illustrata, “Capitani coraggiosi” di Mark Twain e la metà finale del “Capitano Strogoff” recuperato sulla spiaggia. Come avrai capito dal riferimento alla spiaggia sono diventato torinese soltanto a 17 anni compiuti, anche se da questa città adesso faticherei non poco ad allontanarmi.

L’amore per la sf è nato a 13 anni leggendo l’antologia (credo di Mondadori) “Quasi umani” con un ottimo racconto di Matheson ed è stata confermata da un’antologia di sf italiana, “I labirinti del Terzo Pianeta” pubblicata da un editore all’epoca sconosciuto come Nuova Accademia, che ospitava racconti di Libero Bigiaretti, Lino Aldani, Inisero Cremaschi, Franco Enna e Massimo Loiacono. Piccolo particolare: poi di Loiacono ho avuto il piacere di ripubblicare “L’ultima finzione di Basilide” – racconto più borgesiano che di sf – nella prima edizione di “ALIA”. In ogni caso per un po’ ho nutrito un paio di convinzioni palesemente assurde: la prima che la sf si trovasse nelle librerie; la seconda che gli autori italiani avessero in essa normale cittadinanza. Solo dopo un po’ ho conosciuto Urania con i dischi volanti che non atterrano a Lucca e l’eccelsa Galassia di Montanari capendo che i miei erano pietosi abbagli.

Per me all’epoca paragonare Galassia e Urania era un po’ come paragonare lo champagne alla gassosa – il primo Galassia letto era “Sintajoy” di David Compton – , ma comunque bevevo entrambi.

Ultimo particolare, non scrivevo. Ho cominciato dopo i 20 anni, con lo sfratto dalla sala prove del mio vecchio gruppo jazz dove suonavo sax e flauto. La scrittura non mi imponeva altro che un quadernone e una biro. Cominciai con il fantastico, più che con la sf – dal momento che conoscevo e amavo gli autori di gotico – ma dopo qualche racconto approdai alla fantascienza».

Parlami delle tue avventure nel campo della scrittura.

«La scrittura è stata molto importante per me, anche se non posso definirla un modo per sopravvivere. Il che non è troppo strano per un Paese che vorrebbe mantenere un autore con il 4-5% di diritti d’autore su opere vendute al massimo (non più di una ventina all’anno) in 100.000 copie. Se provate a fare due conti vi verrà fuori al massimo un 10.000-15.000 euro all’anno. Ma la realtà è che autori e autrici italiani vendono mediamente 5.000-10.000 pezzi/anno e ciò che gliene viene è all’incirca una tredicesima, senza però essere pagati per il resto dell’anno. Per fare qualcosa di più bisogna collaborare con i giornali e con altri media; ma questo è un altro discorso che, volendo, possiamo riprendere in altra sede. E comunque tutto il discorso non vale per chi scrive fantastico in Italia, un Paese che per tradizione non lo ama e non l’apprezza … e dove i libri si vendono poco e male.

Il mio lavoro di libraio, in sostanza, mi sconsigliava di tentare la strada della pubblicazione a ogni costo e di continuare a scrivere nei week-end, partecipando a concorsi e poco più. Sembra ridicolo ma il lavoro di libraio – nonostante la comune convinzione – NON permette di leggere né tantomeno di scrivere sul lavoro. Ho scritto molto nella mia vita: 6 romanzi, 3 romanzi brevi, una cinquantina di racconti, un romanzo a quattro mani e due testi incompiuti. Però ho pubblicato – a pagamento – molto poco: un premio nazionale vinto nel 2001 e a memoria direi 10 racconti compresi quelli usciti per “ALIA”, un’antologia di fantastico su carta (pubblicato da CS_libri come gli “ALIA”) e un romanzo di ucronia in e-book pubblicato da DuDag. Diverse altre cose le ho pubblicate gratuitamente sul blog o in forma di e-book e si possono scaricare dal mio blog.

Direi che comunque sono rimasto abbastanza fedele al campo del fantastico e della sf, concedendomi alcune incursioni nell’ucronia e nello steampunk ma scrivendo un solo romanzo definibile come “naturalistico” dove – per la verità – il fantastico appare, anche se soltanto nell’ultima pagina. Il racconto lungo vincitore del premio Omelas comunque mi ha spinto a continuare a raccontare il mondo lì descritto. Ho scritto altri 2 romanzi e diversi racconti – e un altro che sto scrivendo in questo periodo – ambientato nello stesso universo, i Mondi della Corrente. E nella “Corrente” (non è l’unico scenario della mia sf ma certo ne è il maggiore) finirò per morire».

Le tue influenze attuali?

«Al di là della passione per il fantastico nella prima parte della mia vita non sono stato particolarmente fedele a qualcosa o a qualche autore. Come da tradizione personale ho letto di tutto, sia per motivi di lavoro che per curiosità, passione, capriccio e sfizio. E questo è il principale pregio del mio perduto lavoro. Potrei scrivere un lunghissimo elenco di autori letti e apprezzati, ma temo che pochi sarebbero autori di sf e di fantastico. Ed è questo un problema non piccolo partecipando ad alcuni gruppi su FB dediti alla sf e al fantasy.

Io ho qualche mania nel settore fantastico – E. T. A. Hoffmann, Iain M. Banks, John Holbrook Vance, M. John Harrison, P. K. Dick, James Ballard, Theodor Sturgeon, Mervyn Peake, Jorge Luis Borges e mi fermo qui – ma nulla che si presti a interventi brevi e incisivi come ne leggo. Sfogo le mie fissazioni scrivendo recensioni per “LN-LibriNuovi” ma non sono mai abbastanza convinto da sostenere una polemica. Anche gli autori migliori sono ovviamente perfettibili e il bello della lettura sta proprio in questa perfetta, continua perfettibilità. Se dovessi dichiarare un debito nella sf, comunque, non potrei che dichiararmi in primo luogo profondamente debitore a Iain M. Banks e alla sua “Cultura”. A seguire gli autori appena citati oltre a quelli mainstream».

E l’esperienza da libraio? Cosa pensi della deriva del mercato editoriale?

«La mia esperienza di libraio è stata decisamente lunga. Iniziata nel 1976 è terminata nel marzo 2012, quando la libreria da me diretta ha definitivamente chiuso. Non arrivo ai famosi 40 anni di lavoro previsti dall’ex-ministro Fornero ma non ne sono nemmeno troppo lontano. La libreria ha chiuso per alcuni buoni motivi che sarebbe lungo stare a spiegare qui. Diciamo che la sua abituale clientela – studenti universitari delle facoltà scientifiche locali e forti lettori di formazione universitaria scientifica – ha lentamente abbandonato il libro in forma cartacea per passare gli uni alle fotocopie, gli altri a e-book o librerie on line. Il meccanismo è lento ma inesorabile: se incassi meno dovrai ridurre l’offerta ma questo spingerà altri lettori a cercare il proprio libro on line e così via, fino alla chiusura della libreria. D’altro canto l’offerta da parte degli editori in questi anni si è man mano impoverita, rendendo i forti lettori sempre più insoddisfatti e inquieti. Si è attuato un sostanziale distacco – che potremmo chiamare disamore – fra lettori ed editoria, con una lenta dispersione di lettori sino alla situazione di profonda crisi attuale. Certo, il prezzo dei libri è elevato (dovuto a insufficienti tirature) ma ciò che gli editori maggiori pagano è in primo luogo è la mancanza di coraggio nel proporre con sufficiente continuità nuovi autori, anche al di fuori delle solite scuderie, tipo la Holden. Per parlare dei meccanismi interni del sistema editoriale, faccio un solo esempio. Diciamo che raccontare cos’è un carnet di novità di un grande editore – ovvero il gruppo di libri nuovi in uscita nel trimestre successivo – a un giovane lettore è un’operazione pericolosa al limite dell’osceno che rischia di allontanarlo per sempre dalla lettura. Provate a immaginare un sunto in forma stampata e multicolore di un programma di intrattenimento televisivo: 6-7 libri di cucina, romanzetteìi d’amore, best-seller erotici seriali, storie violente per gente affaccendata, cronache di vite quotidiane di adolescenti disprezzati & disgraziati, libri per beneficenza, esordienti modaiole, esordienti dimenticabili… e così via. Fatti salti alcuni grossi editori (Adelphi e Einaudi) il resto – Giunti, Ame, Rcs Rizzoli, Feltrinelli, ecc – esibivano cedole di novità sempre più assurde e demotivanti. Personalmente non trovo nulla di strano nella crisi che attraversa il sistema, se non fosse che abbiamo solo questa editoria in lingua italiana e non è facile immaginarne un’altra. Quanto ai piccoli e medi editori erano e sono sempre più schiacciati dalla presenza dei grandi – 6 gruppi editoriali coprono il 50% dei libri venduti – tanto da faticare a costruire propri percorsi e una clientela. La scomparsa delle librerie indipendenti li penalizza e faticano a ottenere posizioni decenti nelle librerie di catena, talvolta anche a entrarvi. La bibliodiversità è questa, la possibilità di trovare una buona varietà di temi, generi e autori nell’offerta. La bibliodiversità diminuisce e con essa calano le vendite del settore. Assiomatico.

Gli e-book sono una novità soltanto apparente. Potrebbero essere un mezzo per ravvivare le vendite con prezzi minori, ma i grandi editori lo considerano un sistema per incassare a costi di distribuzione più bassi e saltando il passaggio delle librerie. Non sono attraenti per i non lettori perché, in un modo o nell’altro, sempre di libri si tratta; e non lo sono per molti forti lettori ancora attaccati al libro cartaceo. Io stesso, che pure ho editato alcuni e-book, compro così i libri che intendo “assaggiare” ma per gli autori che conosco e apprezzo immancabilmente voglio averli in cartaceo. È possibile che i recenti cambiamenti nel regime Iva degli e-book possa lanciarli definitivamente ma conoscendo il pubblico di lettori italiano ne dubito. Stranamente ciò che tuttora manca è “l’autore” di e-book, ovvero chi riesce a concepire e creare iperlibri che comprendano illustrazioni, musica, fotografie a sostegno del testo. Si tratta di un cambiamento profondo che muterà profondamente l’immagine dell’autore probabilmente trasformandolo, anche più di quanto lo sia ora, in un gruppo di professionisti.

Di autori, in apparenza, siamo pieni. Il self-publishing è divenuto virale, quasi impossibile non andare a sbattere anche più volte al giorno in autori che presentano il proprio testo. La qualità – anche formale – di tali testi è spesso disastrosamente bassa. In molti sono convinti che la propria intenzione di scrivere possa diventare ipso facto scrittura godibile per chi non li conosce. Ovviamente non è così. D’altro canto non pochi fra gli autori “selvaggi” autopubblicati sono talenti possibili che un’editoria proiettata verso il futuro non dovrebbe lasciarsi sfuggire. Ma al momento di tratta semplicemente di appetitosi bocconi per un gigante come Amazon che ha come progetto sociale la distruzione dell’editoria tradizionale. Non certo per amore della cultura, ovviamente.

Secondo me «Alia» rappresenta una pubblicazione originale nell’editoria italiana. Vuoi raccontarla?

«ALIA è stato un buon progetto e, entro certi limiti, non lo si può ancora considerare chiuso. È nato dallo sforzo di rendere la mia ex-libreria un editore: era iniziato con la pubblicazione di “LN-LibriNuovi”, una rivista cartacea trimestrale che ha pubblicato una cinquantina di numeri. “LN” si occupava della situazione del commercio editoriale librario: per ogni numero 80-100 recensioni. Dopo “LN” è nata, con il marchio CS_libri, una collana di antologie annuali, “Fata Morgana” che è giunta al numero 12 , dove venivano pubblicati insieme autori noti italiani e stranieri, esordienti e racconti selezionati attraverso un concorso, sia mainstream che di genere. Dal gruppo di lavoro (traduttori, editor e autori) di “Fata Morgana” è poi nato “ALIA”. Abbozzarne una storia è praticamente impossibile in questa sede. Diciamo che lo scopo principale di “ALIA” era mettere a confronto tradizioni letterarie diverse nel campo del fantastico. Questo è stato fatto a partire dal numero 1 uscito nell’ autunno 2003 (che contiene anche il mio racconto lungo a suo tempo premiato, “Il perdono a dio”) fino all’ultimo e-book della scorsa estate. Abbiamo nel tempo pubblicato – nella traduzione di Davide Mana – Walter Jon Williams, Michael Moorcok, David Brin solo per citare i primi che mi vengono in mente; in traduzione dal giapponese di Massimo Soumaré, autori come Asagure Mitsufumi, Kurimoto Kaoru o la compianta Bando Masako; e con la curatela di Vittorio Catani, Vittorio Curtoni o Danilo Arona. Poi autori cinesi tradotti da Federico Madaro, di Singapore, polacchi e spagnoli: un insieme che a distanza di tempo ci riempe di legittimo orgoglio. “ALIA” è tuttavia rimasta una pubblicazione di nicchia. Le dimensioni dell’editore e le difficoltà nella distribuzione certo, ma anche la difficoltà nel renderla digeribile alle varie parrocchie del fantastico italiano che in qualche caso hanno mostrato resistenze nel sostenere un libro dove le categorie di genere erano confuse e, in qualche caso, indefinite o poste al di fuori delle consuete etichette. Io stesso, che ho sempre partecipato con storie ratte dai “Mondi della Corrente” – quindi di fantascienza – ho incontrato qualche perplessità partecipando nel 2011 con un racconto di puro fantastico. Potrei parlare di inevitabile provincialismo e di fatali incomprensioni, ma l’andamento di “ALIA”, al di là di questi episodi, è stato molto buono, così mi limito a osservare che le sottocategorie di genere sono state inventate dagli editori non dagli autori, e credo che accettare un po’ di incertezza faccia bene allo spirito. E alla fantasia. “ALIA” in ogni caso è viva e lotta insieme a noi: nel corso dell’anno inizieremo i lavori per una nuova edizione, in uscita nell’autunno 2015 o a inizio 2016».

Progetti futuri di scrittura e di cura editoriale? E che faresti per risollevare il mondo dell’editoria?

«Non è facile parlare di progetti in una fase tanto complessa del mondo editoriale. I libri si vendono sempre meno – è un ventennio che viene ripetuto che leggere non solo non serve a nulla ma può anche essere pericoloso, noioso, antisociale e poco trendy – e anche il fantastico letterario vive di fuochi spenti, di sogni abortiti e di copie sbiadite di avventure cinematografiche. In quanto lillipuziano editore penso che abbandonerò definitivamente il cartaceo. Sostanzialmente è impossibile giungere a un numero degno di librerie e dovendo necessariamente rinunciare a quelle di catena, inaccostabili per editori sotto certe dimensioni, non resta che puntare sull’e-book, anche valutando che comunque il numero di lettori su supporto elettronico in futuro non potrà che aumentare.

Continuerà la mia attività di pubblicazione della rivista, ormai esclusivamente on line, “LN-LIbriNuovi”. Stiamo raccogliendo nuovi contatti e nuovi collaboratori; conto di renderla nuovamente una voce viva.

In quanto curatore penso che dedicherò le mie fatiche ai prossimi “ALIA”, rigorosamente e-book. Ho qualche speranza – solo apparentemente paradossale – di far approdare “ALIA” in Francia, in Germania, in Ucraina, in Russia, in Polonia. Penso che i numeri precedenti abbiano trascurato la tradizione fantastica europea e vorrei dedicare i prossimi anni a colmare questa lacuna. Non penso risulti facile ma senza speranze per che cosa si vive? In secondo luogo sono interessato a collaborare con i nuovi autori che sporadicamente appaiono nel campo della sf. Talvolta con ottime idee ma il più delle volte tragicamente deboli nella scrittura. Non è certo questione di fare da maestro a qualcuno – personalmente sono nessuno o quasi – ma semplicemente provare a fornire nuovi strumenti a talenti in formazione e procedere insieme, anche all’interno del progetto “ALIA”. In fondo ho sempre bisogno di idee da fregare a qualcuno…

Come autore sto scrivendo un racconto lungo – ambientato nei “Mondi della Corrente” – già approdato alle dimensioni di romanzo breve e minaccia di crescere ancora. È per me un testo importante: ne ho parlato a lungo anche nel mio blog, Fronte & Retro. Vi affronto – utilizzando gli strumenti forniti dalla fantascienza – un tema di forte attualità come il fondamentalismo religioso, che rimarrà a lungo non solo nella cronaca ma anche nella storia di questi anni. Spero di riuscire a costruire un romanzo non solo leggibile ma soprattutto capace di mettere in evidenza alcuni aspetti meno evidenti del fenomeno. Onestamente non è facile ma alla mia età è necessario rispondere a sfide impegnative. Non ho ancora deciso di preciso di cosa farne, ma è piuttosto probabile lo pubblichi gratuitamente: un aspetto delicato ma importante che riprenderò più avanti. Una volta terminato quello, credo che ritornerò sulle cose scritte ma mai terminate, riviste o revisionate. Fra l’altro ho un romanzo di fantascienza – fuori da ogni ciclo – giunto a 300 cartelle, del quale devo assolutamente scrivere un finale. Tenendo conto della mia età non esattamente verde, farò ciò che il tempo e la natura mi permetteranno.

Quanto al cedere gratuitamente i propri scritti, non si tratta di una soluzione che consiglio; se avessi 30 anni di meno o una diversa situazione economica, la troverei seriamente criticabile. D’altro canto trovo piuttosto ridicolo vendere un testo che mi è costato fatica e lavoro per 0,99 €. Dai quali togliere Iva e percentuale di Amazon o di chi per lui. D’altro canto venderlo a 6 o 7 euro – un prezzo ragionevole, direi – risulta inutile, dal momento che metterei insieme al massimo 20 o 30 lettori, rendendo il mio lavoro glorioso ma sostanzialmente inutile. Quindi, anche tenendo conto che non ho davvero bisogno di soldi – vivo con poche spese e con una famiglia autosufficiente – meglio pubblicarlo gratuitamente. Una volta creato un pubblico un minimo più guardabile potrò anche pensare a vendere, a un prezzo ragionevole ma non ridicolo. Se poi non riuscissi a crearmi un pubblico, beh vuol dire che scrivere non era la mia via e lo fsrò tanto per ingannare il tempo e per i miei 16 manzoniani lettori. Quanto agli editori, una volta qualificata come singolare e un po’ buffa l’idea di autopubblicarmi come CS_libri, direi che sono aperto a molte soluzioni ma senza diventarci matto. Uno dei vantaggi dell’elettronica è anche poter essere indipendente, o, in altre parole, libero.

E arriviamo all’editoria del futuro, tema intorno al quale abbiamo bene o male girato intorno. Di primo acchito la situazione parrebbe avere lati positivi: un’editoria in profonda crisi, non solo di vendite ma anche di idee e di supporto, dove avanzano nuovi autori che finora trovano porte chiuse ma che tali non rimarranno a lungo… Ma la realtà non è soltanto così. Se proviamo a cambiare punto di vista ne emerge un Paese che sta ritornando all’analfabetismo “militante” con pochi gruppi di chierici che nei social network dibattono di perfezioni perdute e deprecano lo stato delle cose. La realtà è probabilmente più o meno a metà fra questi due estremi. Sicuramente il numero di lettori è diminuito e ci vorranno anni perché possa ricrescere – è un problema di generazioni, sprecate o guadagnate – ma con una politica europea decente (italiana sarebbe troppo sperarlo) potrebbe anche riprendersi. Significa inventare eventi, festival, animazioni, occasioni per incontrare libri e autori. E significa denaro pubblico speso per il sostegno all’editoria elettronica e cartacea, media con trasmissioni dedicate, attività di sostegno sul web e così via. Dalla crisi – che non è una calamità ma obbedisce a precise norme economiche – si può uscire soltanto investendo o talvolta semplicemente spendendo.

Così come siamo, esiste soltanto la seria possibilità di una crescita inarrestabile di Amazon, con la tendenziale scomparsa degli editori. In sostanza un vasto pubblico di autori-lettori di basso livello con ogni tanto l’acuto di qualcuno che vende qualche migliaio o forse milione di copie per poi rischiare di tornare nell’anonimato. Fare lo scrittore è un duro lavoro e non è un’attività che si improvvisa. Fino a che punto Amazon è nelle condizioni di allevare e sostenere un autore? E un autore non di lingua inglese? In un modo o nell’altro credo riusciremo a saperlo molto presto».

(*) Quota 9 per Vincent Spasaro che sta intervistando per il blog autori-autrici, editor, traduttori, editori del fantastico, della fantascienza, dell’orrore e di tutto quel che in “qualche altra realtà”… alla ricerca dei misteri anche del loro mondo interiore: Danilo Arona, Clelia Farris, Fabio Lastrucci, Claudio Vergnani, Massimo Soumaré, Sandro Pergameno, Maurizio Cometto, Lorenza Ghinelli, oggi Massimo Citi… E poi? I soliti bene informati sussurrano i nomi di Gordiano Lupi, Giuseppe Lippi, Silvia Castoldi, Lorenzo Mazzoni, Angelo Marenzana e altri ancora. Ma riuscirà Spasaro a sostenere per molto tempo questa faticosa impresa a soddisfazione 93 ma a profitto zero? Nel blog-pianeta noto come Marte-dì… ovviamente lo ringraziamo e facciamo il tifo per lui. (db)  Ah, non vorrei correggere un libraio ma mi pare che l’antologia «Quasi umani» fosse edita da Longanesi; se c’è qualcuna/o in ascolto conferma o smentisce? (db)

 

Redazione
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4 commenti

  • Ho controllato: l’antologia – tuttora nella mia libreria – era di SugarCo. I librai talvolta parlano a casaccio ma poi controllano 🙂

  • Bellissima intervista! Caro Max è un piacere ritrovare in forma scritta gli stessi concetti che abbiamo sviscerato nelle nostre (al momento purtroppo poche ) conversazioni telefoniche.
    Un abbraccio.

  • Avremo altre occasioni, Nick. A presto!

  • Bella intervista e mi trovo profondamente d’accordo con la parte dell’editoria, soprattutto di come vossignoria dipinge Amazon…
    Sarà che il menestrello ha un po’ di esperienza con le aziende definite “.com” e non sono affatto positive 🙁

    Che altro dire? I complimenti del menestrello a Messer Spasaro per l’intervista e al Maestro Citi gli auguri per i suoi progetti e le sue opere 🙂

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