Nato-Italia-Usa: armi, segreti e flussi

Articoli di Antonio Mazzeo (*), Gregorio Piccin (**) Carlo Tombola e Giorgio Beretta. A seguire un appello dal mondo cattolico perchè l’Italia firmi il TPAN … con l’adesione “anomala” di Giuseppe Bruzzone

Naufragi e war games

di Antonio Mazzeo

Le unità navali di Stati Uniti, Italia e altri undici paesi europei ed africani si esercitano alla guerra aeronavale nel Mediterraneo centrale mentre a poche miglia lontano centinaia di migranti affogano nel tentativo di raggiungere le coste siciliane. Lunedì 17 maggio, dopo una cerimonia ufficiale al Centro nazionale di cartografia di El Aouina, Tunisia, ha preso il via dalla base navale di La Goulette l’esercitazione Phoenix Express 2021 sotto la direzione di U.S. Africom (il comando delle forze armate statunitensi per le operazioni nel continente africano) e del comando delle forze navali Usa in Europa e Africa di stanza a Napoli. I war games nelle acque del Canale di Sicilia si sono conclusi venerdì 28 maggio e hanno visto la partecipazione di unità aeronavali di Stati Uniti d’America, Tunisia, Algeria, Belgio, Egitto, Francia, Grecia, Libia, Malta, Mauritania, Marocco, Spagna e Italia.

L’edizione 2021 di Phoenix Express è la più imponente della sua lunga storia (16 le attività navali di questa tipologia già effettuate negli anni). “L’esercitazione navale in nord Africa è pianificata per rafforzare la cooperazione regionale, la capacità di risposta, lo scambio di informazioni e l’interoperabilità tra i suoi partecipanti in questa regione critica”, spiega l’ammiraglio Robert P. Burke, comandante di U.S. Naval Forces Europe-Africa. “Il Mediterraneo è la linfa vitale del commercio mondiale e la sicurezza regionale e la stabilità sono cruciali per la prosperità  globale”.

Tra gli obiettivi prioritari dell’esercitazione pure quello di migliorare la collaborazione e il coordinamento degli alleati statunitensi nel Mediterraneo nelle attività di contrasto ai flussi migratori sulla rotta Africa-Europa. “Una parte di Phoenix Express 2021 è focalizzata alla sfida delle forze navali nordafricane, europee e Usa contro le migrazioni irregolari e i traffici illegali di beni e materiali”, ha dichiarato Harry Knight, l’ufficiale di US Navy a capo dell’esercitazione. Peccato che proprio il giorno successivo all’avvio dei giochi di guerra in acque tunisine, martedì 18 maggio, si è verificata una delle peggiori tragedie in mare del 2021, il naufragio di un’imbarcazione e la morte di oltre 50 migranti a poche miglia di distanza dalla città di Sfax. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministero della Difesa tunisino, Mohamed Zekri, 33 persone sono state soccorse in mare dai lavoratori di una piattaforma petrolifera off-shore, mentre sarebbe stata del tutto inutile la ricerca dei dispersi da parte di alcune unità della marina tunisine “prontamente” inviate nell’area del naufragio.

L’OIM, l’organizzazione internazionale delle migrazioni, ha accertato che i 33 sopravvissuti sono tutti di nazionalità bengalese, mentre nell’imbarcazione – presumibilmente partita da Zuwara (Libia occidentale) – erano stipati perlomeno 90 migranti, anch’essi provenienti dal Bangladesh e da alcuni paesi africani. Sempre l’OIM ricorda che dall’inizio dell’anno sono stati già cinque i naufragi con morti a largo della Tunisia. Il 17 maggio, cioè proprio il giorno in cui ha preso il via Phoenix Express 2021, le motovedette tunisine avevano soccorso vicino Djerba un’imbarcazione con a bordo 113 migranti provenienti da Bangladesh, Sudan, Eritrea ed Egitto, molti dei quali minori di età. Anche in questo caso i migranti sarebbero partiti dal porto libico di Zuwara.

In questi giorni sono in aumento le segnalazioni da parte delle organizzazioni non governative internazionali di imbarcazioni in avaria nel Mediterraneo centrale. Centinaia e centinaia di migranti in fuga dagli innumerevoli conflitti africani e mediorientali volutamente ignorati o “non intercettati” dagli aerei-spia, dai droni e dai satelliti di Frontex, o dai radar delle innumerevoli unità da guerra Usa, Nato e nordafricane in addestramento bellico. Sono donne, uomini e bambini condannati a restare senza nome, invisibili, vittime innocenti della cinica guerra alle migrazioni.

(*) Articolo pubblicato – con il titolo I migranti annegano al largo della Tunisia accanto a imponenti esercitazioni navali – in Africa ExPress il 22 maggio 2021 e poi ripreso su Comune-info

Una super-Gladio per lo Zio Sam

«Newsweek» rivela: il Pentagono negli ultimi dieci anni ha costituito negli Usa un esercito segreto di 60mila civili, militari e contractors. È la più grande forza sotto copertura del mondo

di Gregorio Piccin

Un esercito segreto di circa 60.000 effettivi è stato costituito dal Pentagono nel corso degli ultimi dieci anni. A rivelarlo un corposo reportage di Newsweek costato due anni di inchiesta, decine di interviste e dozzine di richieste di informazioni appellandosi al «Freedom of Informations Act».

IL NOME DEL programma è “Signature Reduction”, in gergo militare qualcosa che suona come «riduzione della captabilità». Molti degli effettivi di questo programma (militari, civili e anche contractors) vivono infatti la loro vita sotto copertura per essere attivati alla bisogna in operazioni segrete sia militari che informatiche sia negli Stati uniti che nel resto del mondo.

QUESTO ESERCITO di ombre ha una dimensione dieci volte maggiore degli operativi clandestini della Cia. È la più grande forza sotto copertura che il mondo abbia mai conosciuto e secondo Newsweek è completamente non regolamentata: non si conosce la reale dimensione del programma mentre la sua creazione ed il suo sviluppo non sono mai state oggetto di un’audizione al Congresso.

Di sicuro, come per qualsiasi altro pezzo del gigantesco complesso militare industriale statunitense anche “Signature Reduction” rappresenta un grosso affare.
Una dozzina di agenzie governative sconosciute al pubblico o del tutto segrete distribuiscono 900 milioni di dollari in appalti e contratti classificati ad almeno 130 aziende private che si occupano di supportare questa entità clandestina: dalla creazione di documenti falsi alla gestione della contabilità del personale sotto copertura, dalle produzione di travestimenti e dispositivi per eludere sistemi di identificazione alla produzione di sofisticati dispositivi ad hoc per fotografare e ascoltare.

Almeno la metà degli effettivi di questo esercito ombra sono membri delle varie forze speciali in grado di coprire qualsiasi impiego in ogni angolo del pianeta anche dietro le linee, il secondo gruppo più consistente è quello degli specialisti dell’intelligence militare tra cui analisti e linguisti anche questi sotto copertura mentre sono in aumento vertiginoso i reclutamenti di giovani hacker per il lavoro di cyberwar e guerriglia digitale: dalla raccolta e analisi delle informazioni pubblicamente disponibili alla manipolazione dei social media, alla profilazione degli obiettivi, a veri e propri cyber attacchi.

Se è certo che tutti i Paesi (tanto più le superpotenze) hanno una loro dotazione di forza clandestina da impiegare in operazioni coperte risulta altrettanto certo che gli Stati uniti, anche in questa dimensione della guerra mondiale a pezzi sono quelli che tirano la carretta e che spingono sempre più in alto l’asticella della generale corsa agli armamenti.

LO CONFERMA implicitamente un generale in pensione intervistato in forma anonima da Newsweek e che oggi si occupa di supervisionare il programma “Signature Reduction”: «Stiamo vincendo questa guerra, anche dal lato cyber, anche se la segretezza su ciò che stiamo facendo asseconda la rappresentazione mediatica dei russi come se fossero alti tre metri».

L’UFFICIALE, riporta la rivista, considera il segreto legittimo ma fa presente anche come i servizi militari dovrebbero porsi più domande sull’etica, la correttezza e persino la legalità dei soldati trasformati in spie e assassini, e cosa questo significhi per il futuro. Al netto delle “speranze” del generale in pensione, la rappresentazione dei “russi alti tre metri” è una precisa operazione mediatica volta a sostenere la nuova guerra fredda e l’amministrazione di Joe Biden non sembra particolarmente interessata né ad «aggiornare l’etica» della mastodontica ed ineguagliata macchina bellica globale degli Stati uniti (ammesso che sia possibile se non ritirandosi da tutti i continenti e oceani) né ad impegnarsi nella distensione.

(**) pubblicato anche sul quotidiano «il manifesto»

 

Il flusso continuo che alimenta le guerre

di Carlo Tombola

È ancora una volta l’analisi della logistica e del flusso delle merci a rendere trasparente quello che governi e imprese si affannano a nascondere: il flusso continuo che alimenta le guerre contro i popoli.

Attraverso i porti italiani ed europei le catene logistiche al servizio della guerra funzionano a pieno regime, e controlli preventivi semplicemente non vengono effettuati. Al massimo, come in questi giorni, la pressione dell’opinione pubblica e le proteste dei lavoratori potrebbero costringere a qualche chiarimento le autorità, che per ora tacciono.

Ancora una volta, la catena logistica più “tesa” è quella che porta le armi in Israele. Si ripete ciò che Sergio Finardi e un gruppo di ricercatori europei descrissero nel gennaio 2009 e a cui «il manifesto» diede spazio [vedi nel sito di Weapon Watch]. Questa volta la protesta collettiva è partita dai terminal portuali di Genova, di Livorno, di Napoli, di Ravenna, si è propagata fino ai porti sudafricani, è sostenuta ora da una delle maggiori organizzazioni internazionali dei docker.

Ricapitoliamo quel che oggi non possiamo più ignorare:

  • al Genoa Port Terminal il 13 maggio un container con merci pericolose, che nei documenti di accompagnamento vengono definite “proiettili ad alta precisione”, è imbarcato con grande cautela su una nave portacontenitori, “Asiatic Island”, bandiera di Singapore, con destinazione Ashdod (Israele);
  • la “Asiatic Island” è inserita in una linea regolare gestita da ZIM (la maggiore compagnia navale israeliana e una delle prime quindici al mondo) che, in direzione est, parte da Marsiglia-Fos, tocca Genova, Livorno, Napoli, e quindi raggiunge Israele. Preavvisati da Genova, i portuali di Livorno accolgono la nave in arrivo a mezzogiorno del 14 maggio con la dichiarazione che non avrebbero imbarcato armi e munizioni utilizzabili contro la popolazione palestinese. Sappiamo che a Livorno non vi erano merci di questo tipo, ma il comunicato dell’USB livornese spinge anche i portuali di Napoli allo stesso impegno di non caricare armi dirette in Israele;
  • torniamo per un momento a ritroso nella rotta della “Asiatic Island” e di un’altra nave, la “Trouper”, che naviga sotto la bandiera di comodo di Madera, lungo la stessa linea gestita da ZIM. Ebbene a Genova ci segnalano che movimenti di container con merci pericolose dello stesso tipo (proiettili di piccolo e grosso calibro) diretti in Israele sono piuttosto frequenti. Siamo quindi in presenza di una supply chain “militarizzata”, del tutto analoga a quella resa celebre dalle navi saudite della compagnia Bahri, quelle al servizio della guerra in Yemen – altri civili sotto le bombe fabbricate in USA, UK, Germania, Italia – ma anche occasionalmente in Libia e in Siria;
  • aggiungiamo un’altra tessera al puzzle: pochi giorni prima, esattamente il 6 maggio scorso, un comunicato del CALP di Genova, ben documentato ma ignorato dai media, ha rivelato che la compagnia Ignazio Messina – quella delle navi Jolly e della “Jolly Nero” che ha demolito la torre piloti a Genova – tra 2017 e 2020 ha portato da Marsiglia a Jeddah almeno 200 container, di cui circa la metà con “merci pericolose”, destinati al Ministero della Difesa e al Ministero della Guardia Nazionale del regno saudita. Tra i caricatori vi sono alcune delle società leader della possente industria militare francese: SOFRAME, che fabbrica in Alsazia veicoli blindati, in particolare i MPCV (Multi-purpose combat vehicle); Nexter, «leader della difesa terrestre in Francia e in Europa» (così sul suo sito web), che ha venduto cannoni Caesar e VBCI (véhicules blindés de combat d’infanterie) e proiettili d’artiglieria (anche prodotti in Italia da Simmel Difesa) per la guerra yemenita; MBDA, il consorzio europeo di cui Leonardo è uno dei tre soci e la cui filiale francese è fornitore diretto nei paesi del Golfo;
  • ora guardiamo in avanti, ai primi giorni di giugno, quando nel porto di Ravenna sono attesi alcuni container descritti dai documenti di accompagnamento dello spedizioniere veneziano come “materiale bellico” destinato a Israele. In un porto come quello ravennate, che serve abitualmente le merci deperibili e i cargo fuori misura, l’arrivo di container scortati dalla polizia e rapidamente caricati a bordo è difficile da nascondere e non molto frequente. Come nei porti tirrenici, i lavoratori dei terminal e i soci della compagnia hanno preannunciato l’intenzione di no imbarcare quei carichi sulle due navi portacontenitori – entrambe abilitate “Hazardous A”, cioè al trasporto esplosivi – che ZIM gestisce sulla rotta adriatica per Israele, la “Asiatic Liberty” attesa il 3 giugno e di ritorno il 17 giugno, e la “Harrison” che arriverà il 27 maggio e poi ancora il 10 giugno.

La vigilanza e l’azione dei lavoratori organizzati è andata oltre le sigle sindacali. Se a Genova e Livorno si è mossa l’USB, a Napoli è intervenuto SI Cobas e a Ravenna sono state le tre sigle di FILT, FIT e Uiltrasporti a preannunciare lo sciopero selettivo sul materiale bellico.

Non stupisce che contro la protesta dei lavoratori italiani sia sceso in campo il sindacato unico e di stato israeliano, Histadrut [sul ruolo di Histadrut vedi l’articolo di Chiara Cruciati e il suo libro con Michele Giorgio] e che allo sciopero selettivo dichiarato dai portuali italiani si sia opposto per ritorsione il blocco totale nel porto di Haifa di tutte le merci provenienti dall’Italia.

Tuttavia, dal nostro punto di vista, ci sembra che qualcosa di profondo stia cambiando nell’atteggiamento di chi è costretto a lavorare – a produrre e a trasportare – lungo le catene logistiche della guerra e della violazione dei diritti umani. Si sta affermando il diritto alla trasparenza, alla circolazione delle informazioni che riguardano le merci di guerra, le aziende che ne ricavano profitto, i funzionari che scaricano le proprie responsabilità, gli intermediari che si arricchiscono mentre minacciano i propri dipendenti di ritorcere su di loro le proteste collettive.

Il video diffuso da militanti del sindacato francese CGT in occasione del 1° Maggio 2021 chiama al boicottaggio del sindacato israeliano Histadrut, definito «colonialista e razzista» e pilastro del regime corrotto e militarizzato di Israele.

Fonte: The Weapon Watch –  da qui

Il traffico d’armi segue solo criteri di mercato, ma si può tracciare – di Giorgio Beretta

QUI parla Giorgio Beretta

L’abbraccio tra mercanti d’armi e politica italiana è esiziale. Il traffico d’armi segue solo criteri di mercato, ma si può tracciare; e questo è ciò che l’osservatorio sulle armi leggere e la rete italiana pace e disarmo fanno, diffondendo dati e informazioni. Giorgio Beretta illustra come certe teorie geostrategiche giustifichino la vendita di ogni tipo di armi in qualsiasi contingenza aggirando geopoliticamente le leggi in vigore. Un’economia che vale l’1% del pil, ma che viene spacciata come centrale delle finanze italiane. L’esportazione degli armamenti sono diventati un modo di implementare l’importanza dell’Italia nel mondo.

Sono disponibili due documenti utilissimi, uno è fornito per legge (la 185 del 1990: “Tutto deve essere conforme alle necessità di difesa italiane”) ed è previsto che al parlamento venga fornita la Relazione governativa annuale sull’export degli armamenti, un report che regola la vendita estera dei sistemi militari italiani; da questo si desumono alcuni dati importanti, quello che urla vendetta immediatamente è che il cliente più grosso per le casse italiane delle armi è l’Egitto, seguito dal Qatar, dal Turkmenistan… dall’Arabia saudita. Quest’ultima fin dai tempi in cui aveva già iniziato l’avventura yemenita. Giorgio Beretta, il nostro interlocutore, ricorda questa particolarità e viene spontaneo chiedersi se sarebbe possibile preconizzare nuovi conflitti e preparazioni di orizzonti bellici seguendo le indicazioni statistiche che si evincono da queste relazioni… considerando le leggi di mercato, per cui è ovvio che per passar a nuove tranche di consegne vanno smaltite le forniture precedenti.

Un dato è chiaro: con i quasi 15 miliardi del 2016 si prosegue a strascico, con una scia che arriva fino al 2021, portando con sé una serie di clientele e forniture fidelizzate per trascinamento che pongono il posizionamento italiano su un livello medio più alto.

L’altro documento a cura di Transparency International è uscito in questo scorcio di fine aprile. Si tratta dell’Analisi dell’industria della difesa sull’agenda politica italiana, un rapporto redatto a livello europeo sulle influenze che condizionano l’industria della difesa in Italia, le indebite influenze nella politica in materia di difesa. Germania e Italia sono state scelte come casi di studio per le caratteristiche della governance della difesa, con le potenziali influenze, i meccanismi messi in atto, il coinvolgimento delle fondazioni politiche, il fenomeno delle sliding doors, i sistemi di suddivisione della cifra totale e la difficoltà dunque di tracciare la somma totale destinata a “scopi di difesa”.

«le esportazioni di armi sono direttamente collegate alle strategie di capacità di difesa nazionale, poiché è la somma della produzione per le Forze Armate e per le esportazioni che rende la produzione di armi economicamente sostenibile. Questo crea nei Governi una dipendenza dalla promozione delle esportazioni di armi dell’industria in cambio di migliore capacità di difesa nazionale e maggiore capacità di produzione interna», Giorgio Beretta sintetizza e analizza con precisione i meccanismi e i dati in nostro possesso su quale sia la struttura del business, scoperchiando i traffici illeciti di armi e facendo nomi e cognomi dei responsabili, filiere complete di ordigni e poi protesi per “aggiustare” i danni prodotti.

da qui

Un forte appello a Governo e Parlamento
dai Presidenti e dai Responsabili nazionali di:

Acli, Azione Cattolica italiana, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Movimento dei Focolari Italia, Pax Christi, Fraternità di Comunione e Liberazione, Comunità di Sant’Egidio, Sermig, Gruppo Abele, Libera, Agesci, Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale), Argomenti 2000, Rondine-Cittadella della Pace, Mcl (Movimento Cristiano Lavoratori), Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli, Città dell’Uomo, Amici di Raoul Follerau, Associazione Teologica Italiana, Coordinamento delle Teologhe Italiane, Focsiv (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario),Centro Internazionale Hélder Câmara, Centro Italiano Femminile, Csi (Centro Sportivo Italiano), La Rosa Bianca, Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani), Fondazione Giorgio La Pira, Fondazione Ernesto Balducci, Fondazione Don Primo Mazzolari, Fondazione Don Lorenzo Milani, Comitato per una Civiltà dell’Amore, Movimento Cattolico Mondiale per il Clima, Federazione Stampa Missionaria Italiana, Rete Viandanti, Noi Siamo Chiesa, Beati i Costruttori di Pace, Fraternità francescana frate Jacopa, Comunità Cristiane di Base, Associazione delle Famiglie Italiane


Questa iniziativa, avviata il 25 aprile 2021,
viene chiusa idealmente il 2 giugno 2021 con lo slogan
“Per una Repubblica libera dalle armi nucleari”


L’Italia ratifichi il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari

Il 22 gennaio 2021, al termine dei 90 giorni previsti dopo la 50esima ratifica, il «Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari» è diventato giuridicamente vincolante per tutti i Paesi che l’hanno firmato.
Questo Trattato, che era stato votato dall’Onu nel luglio 2017 da 122 Paesi, rende ora illegale, negli Stati che l’hanno sottoscritto, l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari.
Il nostro Paese non ha né firmato il Trattato in occasione della sua adozione da parte delle Nazioni Unite, né l’ha successivamente ratificato. Tra i primi firmatari di questo Trattato vi è invece la Santa Sede.
In Italia, nelle basi di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia), sono presenti una quarantina di ordigni nucleari (B61). E nella base di Ghedi si stanno ampliando le strutture per poter ospitare i nuovi cacciabombardieri F35, ognuno dal costo di almeno 155 milioni di euro, in grado di trasportare nuovi ordigni atomici ancora più potenti (B61-12).
Il nostro Paese si è impegnato ad acquistare 90 cacciabombardieri F35 per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i costi di manutenzione e quelli relativi alla loro operatività.
Le armi nucleari sono armi di distruzione di massa, dunque, in quanto tali, eticamente inaccettabili, come ci ha ricordato anche papa Francesco in occasione della sua visita in Giappone domenica 24 novembre 2019, a Hiroshima:
«Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra».
Il 22 gennaio 2021 autorevoli esponenti della Chiesa cattolica di tutto il mondo, tra i quali il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e monsignor Giovanni Ricchiuti, arcivescovo della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi Italia, hanno sottoscritto a loro volta un appello in cui «esortano i Governi a firmare e ratificare il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari», sostenendo in questo «la leadership che papa Francesco sta esercitando a favore del disarmo nucleare». Altri vescovi italiani si sono espressi pubblicamente in questa direzione e anche numerose sedi locali delle nostre associazioni e dei nostri movimenti hanno fatto altrettanto.
A tutti questi appelli, unendoci convintamente alla Campagna nazionale “Italia ripensaci”, che ha registrato una vasta e forte mobilitazione su questo argomento, aggiungiamo ora il nostro e chiediamo a voce alta al Governo e al Parlamento che il nostro Paese ratifichi il Trattato Onu di Proibizione delle Armi Nucleari.
La pace non può essere raggiunta attraverso la minaccia dell’annientamento totale, bensì attraverso il dialogo e la cooperazione internazionale.
«La pandemia è ancora in pieno corso; la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri; malgrado questo – ed è scandaloso – non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. E questo è lo scandalo di oggi»

  • Emiliano Manfredonia
    Presidente nazionale delle Acli
  • Matteo Truffelli
    Presidente nazionale di Azione Cattolica
  • Giovanni Paolo Ramonda
    Responsabile nazionale dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
  • Rosalba Poli e Andrea Goller
    Responsabili nazionali del Movimento dei Focolari Italia
  • Don Renato Sacco
    Coordinatore nazionale di Pax Christi
  • Don Julián Carrón
    Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione
  • Adriano Roccucci
    Responsabile nazionale per l’Italia della Comunità di Sant’Egidio
  • Don Luigi Ciotti
    Presidente del Gruppo Abele e di Libera
  • Ernesto Preziosi
    Presidente di Argomenti 2000
  • Ernesto Olivero
    Fondatore del Sermig (Servizio Missionario Giovani)
  • Beppe Elia
    Presidente nazionale del MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale)
  • Martina Occhipinti e Lorenzo Cattaneo
    Presidenti nazionali della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana)
  • Barbara Battilana, Vincenzo Piccolo
    Presidenti del Comitato Nazionale dell’Agesci
  • Franco Vaccari
    Presidente di Rondine, Cittadella della Pace
  • Antonio Di Matteo
    Presidente nazionale MCL (Movimento Cristiano Lavoratori)
  • Antonio Gianfico
    Presidente della Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli
  • Luciano Caimi
    Presidente di Città dell’Uomo – associazione fondata da Giuseppe Lazzati
  • Ivana Borsotto
    Presidente della Focsiv (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario)
  • Antonio Lissoni
    Presidente nazionale dell’Associazione Italiana Amici di Raoul Follerau
  • Luciano Corradini
    Presidente emerito dell’UCIIM (Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi)
  • Don Riccardo Battocchio
    Presidente nazionale dell’ATI (Associazione Teologica Italiana)
  • Cristina Simonelli
    Presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane
  • Renata Natili Micheli
    Presidente nazionale del CIF (Centro Italiano Femminile)
  • Vittorio Bosio
    Presidente nazionale del CSI (Centro Sportivo Italiano)
  • Massimiliano Costa
    Presidente nazionale del MASCI (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani)
  • Mario Primicerio
    Presidente della Fondazione Giorgio La Pira (Firenze)
  • Andrea Cecconi
    Presidente della Fondazione Ernesto Balducci (Fiesole)
  • Paola Bignardi
    Presidente della Fondazione Don Primo Mazzolari (Bozzolo)
  • Agostino Burberi
    Presidente della Fondazione Don Lorenzo Milani (Barbiana)
  • Rosanna Tommasi
    Presidente del Centro Internazionale Hélder Câmara di Milano
  • Fabio Caneri
    Presidente dell’associazione La Rosa Bianca
  • Giuseppe Rotunno
    Presidente del Comitato per una Civiltà dell’Amore
  • Antonio Caschetto
    Coordinatore dei programmi italiani del Movimento Cattolico Mondiale per il Clima
  • Suor Paola Moggi
    Per la segreteria della FESMI (Federazione Stampa Missionaria Italiana)
  • Franco Ferrari
    Presidente dell’associazione Viandanti e della Rete dei Viandanti (costituita da 19 gruppi e 12 riviste di varie città)
  • Vittorio Bellavite
    Coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa
  • Lisa Clark
    Presidente di Beati i costruttori di pace
  • Argia Passoni
    Responsabile nazionale della Fraternità Francescana frate Jacopa
  • Paolo Sales
    Per la Segreteria nazionale delle Comunità Cristiane di Base Italiane
  • Diego Bellardone
    Presidente AFI (Associazione delle Famiglie – Confederazione Italiana)

Altre adesioni

  • Fra Fabio Scarsato
    Direttore editoriale Messaggero di Sant’Antonio
  • Aurora Nicosia
    Direttrice della rivista “Città Nuova”
  • Padre Enzo Fortunato
    Direttore della rivista “San Francesco Patrono d’Italia” (Assisi)
  • Alessio Zamboni
    Per la Direzione e la Redazione della rivista “Sempre”
  • Pasquale Colella
    Direttore della rivista “Il Tetto” (Napoli)
  • Diego Piovani
    Direttore della rivista “Missionari Saveriani”
  • Alessandro Cortesi
    Direttore Centro Espaces “Giorgio La Pira” (Pistoia)
  • Pierangelo Monti
    Coordinatore del gruppo Amici di Gino Pistoni (Ivrea)
  • Antonio Francesco Beltrami
    Associazione Famiglie Nuove della Lombardia APS
  • Martino Troncatti
    Presidente di Acli Lombardia
  • Corrado Maffia
    Scuola di pace ODV” di Napoli
  • Ettore Cannavera
    Presidente di “Cooperazione e Confronto” e responsabile della comunità “La Collina” di Serdiana (Cagliari)
  • Maria Gabriella Esposito
    Presidente Uciim (Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi) della diocesi di Teramo-Atri
  • Gennaro Scialò
    Presidente del Centro Giorgio La Pira di Pomigliano d’Arco
  • Roberto Marcelli
    Presidente di Raphaël, cooperativa sociale onlus di Clusane d’Iseo (BS)
  • Carla Biavati
    Presidente dell’Associazione per la nonviolenza attiva
  • Maurizio Certini
    Responsabile del Centro internazionale studenti “G. La Pira” di Firenze
  • Giorgio Grillini
    Presidente della cooperativa sociale “frate Jacopa”
  • Davide Bertok
    Responsabile dell’associazione Mondo senza guerre e senza violenza (Trieste)
  • Maria Pierina Peano
    Responsabile dell’associazione Comunità di Mambre (Busca, Cuneo)
  • Mario Metti
    Presidente dell’associazione Mamre di Borgomanero (Novara)
  • Irene Larcan
    Presidente della Fraternità di laici domenicani “Annunciazione del Signore” di Agognate (Novara)
  • Maria Laura Tortorella
    Presidente di “Patto Civico” di Reggio Calabria
  • Luciano Ferluga
    Presidente Comitato Pace Convivenza e Solidarietà Danilo Dolci di Trieste
  • Fernanda Castellani
    Presidente CIF provinciale Lecco
  • Giuseppina Odobez
    Presidente C.I.F. Comunale Lecco
  • Giuseppe Licordari
    Referente di “Reggio Non Tace” e della Comunità di Vita Cristiana di Reggio Calabria
  • Andrea Zucchini
    Presidente dell’associazione Igino Giordani di Montecatini Terme
  • Antonella Lombardo
    Presidente di “Dancelab Armonia” di Montecatini Terme, attiva nello sviluppo della collaborazione interculturale
  • Paolo Magnolfi
    Presidente di Nuova Camaldoli APS
  • Fratel Antonio Soffientini
    Responsabile della Comunità Comboniana di Venegono Superiore (Varese)
  • Franco Meloni
    Per Il Patto per la Sardegna
  • Davide Penna
    Referente Rete Genova Città aperta alla pace

 

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La lettera di Giuseppe Bruzzone… all’appello dell’associazionismo cattolico

Chiedo di poter aderire alla richiesta della Chiesa di Francesco, di riconoscere e ratificare il trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, come figlio della Madre Terra. Madre Terra perché la vita su di essa riguarda tutti i suoi abitanti, indistintamente, dai colori della pelle e dai credi personali. Ce lo ricordano la situazione nucleare in cui siamo, per cui una guerra di quel tipo (non vuol dire che debba essercene un’ altra di altro tipo) avrebbe conseguenze disastrose per tutti i Paesi e i loro cittadini, anche non coinvolti in modo diretto (è “normalità”?) perché non ci sono doganieri che possano controllare i fumi radioattivi mossi dal vento, nel cielo. E altresì ce lo ricorda questo virus che lascia strascichi di morte in tante parti del mondo, capace anche di trasformarsi, perché vitale a suo modo.

Sono stato obiettore di coscienza negli anni 66/68 con 4 rifiuti di indossare la divisa e con 26 mesi di carcere militare passati tra Peschiera del Garda e Gaeta. Ho “tolto” allo Stato, nella forma attuale, l’uso della mia violenza perché possa impiegarla, come in passato, nei suoi fini di confronto con altri Stati o perché “alleato” di qualcun altro. Mi sento responsabile di questa e non ucciderò neanche all’esterno dello Stato, come già avviene al suo interno. Pronto a collaborare con altri, altre, per un cambio di passo che possa permettere a noi e a chi verrà dopo (sono un nonno..) di condurre una vita migliore e in cui le necessità “umane” siano al primo posto. Ho passato nel 64, circa sei mesi della mia vita a Nomadelfia come ospite-lavoratore, con Don Zeno, Presidente Sante. In questi penultimi tempi sono stato volontario, per diversi anni, al Centro Raccolta dell’Opera di San Francesco a Milano.

Cerco di ricordarmi che sono, siamo, su una piccola palla, ma per noi importante, che si muove nello spazio, alla velocità di 29 km/sec. Lo dice la sonda Cassini della Nasa, inviata anni addietro su Saturno. E noi abbiamo la pretesa di sentirci padroni del mondo, su altri uomini, solo perché ne calpestiamo il terreno!

Giuseppe Bruzzone Milano 3 maggio 2021

 

La Bottega del Barbieri

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