Nei romanzi italiani mancava la vita ma…

la linfa arrivò in modo imprevisto; per l’ottava volta di Johnny Sheetmetal in bottega  ecco la recensione/racconto del bel romanzo «La vita dell’eroe» di Ron Kubati (*)

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Titolo: «LA VITA DELL’EROE»

Autore: RON KUBATI

Editore: BESA

Non mi spingo a dire che se non ci fossero stati i cosiddetti barconi il declino sarebbe stato insanabile. E’ però certo che in mezzo a quei disperati arrivarono anche alcuni tra i futuri migliori scrittori in lingua italiana, che avrebbero indicato una nuova direzione di lì a pochi lustri. Basti fare i nomi di Rudi Kange, di Giorgio El-Barawi, di Christiana Bikiwe. Negli anni zero e dieci la stagnazione del belpaese, in particolar modo sotto il profilo culturale, appare oggi così evidente da non poter essere in nessun modo negata, se non rifiutando i fatti. Il distacco fra l’ambiente culturale e la vita che portava avanti la stragrande maggioranza della popolazione risultava incolmabile, ancor più perché non pienamente avvertito né dagli stessi scrittori e intellettuali né dalla classe dirigente. Questa distanza si rifletteva, forse amplificandosi, nel continuo e ingarbugliato scontro politico, in linea di massima (ma sto semplificando) tra fazioni populiste, che si dichiaravano “portavoci dello scontento”, e fazioni governative o dell’establishment economico-finanziario, che alzavano la bandiera della “ragionevolezza” e della stabilità. In realtà la gran parte dei leader e delle voci più autorevoli di quegli anni di entrambi gli schieramenti, visti con gli occhi di oggi, appaiono futili esempi di personaggi privi di spessore e animati solo da brame di potere o semplice narcisismo. Marionette guidate da figure nell’ombra poco distinguibili ancora oggi. Si sarebbe dovuto aspettare il “sollevamento popolare” del ’34 (la nostra grande primavera italiana) e il conseguente, straordinario evento che parve scaturirne, il cosiddetto riorientamento mediatico (la cui dinamica ancora oggi ci risulta oscura) per fare tabula rasa e predisporre il Paese al secondo rinascimento. E non è un caso che esso fu guidato, come ben sappiamo, da immigrati di prima e seconda generazione.

[…]

Era la vita, che mancava nei romanzi degli scrittori italiani più in voga. Un aggregarsi di circostanze, che potrebbe riassumersi nel prevalere di personalità narcisistiche e dissociate ai vertici editoriali e culturali, portò al fiorire di pubblicazioni scialbe e personalistiche, dove a imperversare era la messa in scena, in diverse forme e stili, dell’ego dello scrittore. Altrove alcuni autori tentavano con scarso successo vie più metafisiche, o meno intimistiche, cadendo però sempre nell’autoreferenzialità e nella cripticità. I pochi scrittori che raggiungevano un certo successo di vendite venivano accusati, spesso a ragione, di cavalcare maldestramente mode importate dall’estero. E così in un racconto potevamo trovare una donna investita dall’Apecar di un lattaio (sic); in un romanzo di cento paginette, le derive porno-esistenziali di un adolescente; nell’incipit di un altro, uno scrittore di noir (vi ricordate ancora il significato di questa parola?) nudo davanti a uno specchio; e altre amenità del genere. Più avanti porterò alcuni nomi di tutte e tre le tipologie indicate. Rispetto al resto del mondo, c’è da dire, Paesi anglofoni in testa, l’Italia rimaneva inesorabilmente indietro, quando avrebbe potuto – con la tradizione di genio che vantava (e che sappiamo bene non essersi mai spenta) – portare il suo piccolo grande contributo alla comprensione di un mondo in continuo mutamento. Non è un caso se il libro elettronico non riuscì mai a sfondare nel belpaese, almeno fino all’immediato indomani del riorientamento mediatico. Come dimenticare, del resto, la lodevole iniziativa del governo di salute pubblica, che in uno dei suoi primi atti generò la famosa “nuvola di storie”, un’area free e infinita dove poter accedere gratuitamente a qualunque testo scritto, presente o passato che fosse?

[…]

Come dicevo, furono gli immigrati di prima e seconda generazione a salvare l’Italia dalla stagnazione culturale, in un certo senso svegliandola. Non è esagerato asserire, infatti, che tale stato di cose avrebbe potuto portare al prevalere di derive populiste, e a una seconda dittatura, ad appena un secolo di distanza dal ventennio fascista (anche se secondo alcuni la coazione a ripetere si era già avuta, si legga il bel saggio di Michel de Malachìa «Comici, Trumpisti e Berlusconiani»). Eppure già agli albori del secolo, alcuni immigrati padroneggiavano la lingua di Dante meglio dei nativi italiani e davano vita a romanzi che, pur passando inosservati, iniettavano linfa vitale nello spento grigiore narrativo della penisola. […] Del 2016 è «La vita dell’eroe», romanzo che diede a Kubati la meritata fortuna, pur se anni dopo la sua uscita. All’epoca lo scrittore nativo di Tirana già viveva a Princeton, ma l’influenza yankee non si faceva sentire sul suo italiano fluente e raffinato, privo di sbavature, esatto e poetico insieme. La figura del protagonista di questo romanzo, Sami Keci, albanese, esemplifica più di molti altri personaggi italiani la situazione dello Stivale in quei decenni infidi. Egli infatti, passando attraverso la guerra da partigiano decorato a spia al servizio del governo comunista, percorre la parabola degli ideali abortiti, della gioventù rinnegata, delle amare verità che disilludono, fino ad approdare a una vecchiaia in cui gli istinti più confusi soppiantano del tutto mente e spirito. In quest’ultimo periodo Tomtuleri (com’era soprannominato da giovane) si muove in un ambiente così malfidato e spinoso – dove dietro ogni angolo può nascondersi un traditore, dove l’amico di ieri diventa il nemico di oggi – che sembra quasi di essere nel pieno della famosa campagna referendaria del ’16, guarda che combinazione, allorché si verificò il proverbiale incidente del pareggio dei voti. A parere di chi scrive non è questo il capolavoro di Kubati, per via di una tendenza a riassumere fatti che andavano invece sviluppati a fondo, anche a costo di allungare il romanzo di un centinaio di pagine. Tuttavia proprio per la sua emblematicità «La vita dell’eroe» finì per divenire un classico, soprattutto agli occhi degli scrittori sgorgati fuori dal riorientamento mediatico, di cui divenne uno dei manifesti letterari, se non una vera dichiarazione di poetica.

I BRANI CHE PRECEDONO SONO TRATTI DA «ITALIAN NOT ITALIAN: A DECLINE IN STORYTELLING DURING THE FIRST HALF OF XXIST CENTURY» A CURA DI M. SALVINI, PH. D. IN ITALIAN STUDIES, APPARSO IN “NY PAPER REVIEW OF DIGITAL BOOKS” NR. 6/94, NEW YORK, GIUGNO 2094.

 

(*) NOTA SUL MISTERIOSO JOHNNY E APPELLO A LUI/VOI

Come qualcuna/o saprà dai 9 o forse 8 – la matematica è opinabilissima, soprattutto il Marte/dì qui in botteguzza – precedenti post, «Johnny Sheetmetal» è lo pseudonimo scelto da un collaboratore. Nell’anno presente costui, ogni mese o quasi, ha ruminato un racconto/recensione, sempre con idee, protagonisti e ambientazioni diverse ma in stretta relazione al libro “censito” muovendosi nei vasti territori del fantastico “italico”. Abbiamo però appreso da Fbi – fonti ben informate – che Johnny vorrebbe cessare questa serie. Qui in “bottega” siamo disperati: aiutateci a fargli cambiare idea. Chiunque tu sia Johnny non lasciarci sole/i su questo pianeta ostile. (db)

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

4 commenti

  • Lasciare questa serie?! No! Johnny, non lo fare! Questi racconti-recensioni sono geniali… Anche quest’ultimo lo è, spiazzante come gli altri… Ripensaci!

  • Disperato anche io.
    Johnny scrive recensioni-racconti che sono fra le cose più fresche lette da tanto tempo a questa parte.
    Probabilmente in molti casi molto meglio dei romanzi recensiti.
    Gli autori johnnizzati dovrebbero costruire una statua al recensore.
    Non fermarti!

    Vince

  • Francesco Masala

    Johnny Sheetmetal, nun ce lascìà

  • Mi accodo agli appelli: Johnny, per favore, continua. Johnny, be good.

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