Nera Signora: se il vivere fosse morire…

e noi non ce ne fossimo accorti? Nella puntata 189 di «Ci manca(va) un Venerdì» il noto astrofilosofo Fabrizio Melodia s’imbatte in Borges, Euripide, Alda Merini, Kierkegaard e Shoei Ooka.

«La morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare» scrive il poeta e fingitore argentino Jorge Luis Borges, senza peraltro affermare falsità. Ma quanti di noi praticano il morire prima che la Nera Signora abbia fatto il suo percorso? E quanti camminano insieme a lei, magari intrattenendosi con dolcezza, come si farebbe con un’amante o con l’amico del cuore?
Maschio (il Tristo Mietitore) o femmina (Nera Signora) che sia è sempre con noi, talvolta come sport per sentirsi vivi, altre volte fuggita come la peste (chissà per quale futile motivo, la gente a volte è davvero maleducata).
«Cosa mi manca? Mi mancherebbe tanto di morire, perché io l’inferno della vita me lo sono goduto tutto» scriveva la poetessa Alda Merini. Molte vite hanno il sapore della morte, sprecate nella ricerca di qualcosa che nemmeno si conosce oppure passate sotto i colpi e gli strali della sofferenza e della violenza. Altre vite ancora si buttano via nell’oceano nero della solitudine, in cerca di quell’amore che, a quanto sembra, è raro in una società nevrotica e tecnologizzata come questa.

Il senso stesso della Morte sembra mutato, forse in peggio. Assistiamo spesso al corpo trattato come un tempio, purificato persino dagli odori, tenuto a puntino con palestre e nutrizionisti, pur di esorcizzare quella paura. Eppure basta una epidemia sconosciuta, per sprofondare nel terrore più ancestrale, in un vero crollo della Ragione.
Scrive il filosofo Soren Kierkegaard: «Quando la morte si presenta nella sua vera faccia scarna e truculenta, non la si considera senza timore. Ma quando essa, per burlarsi degli uomini che si vantano di burlarsi di lei, si avanza camuffata, quando soltanto la nostra meditazione riesce a vedere che, sotto le spoglie di quella sconosciuta, la cui dolcezza c’incanta e la cui gioia ci rapisce nell’impeto selvaggio del piacere, c’è la morte — allora siamo presi da un terrore senza fondo
».
L’azione della morte è puro inganno della vita? E chi ci dice – chiamando in causa il drammaturgo Euripide – che « Chi può sapere se il vivere non sia morire / e se il morire non sia vivere?».
Quanti vivono una vita di silenziosa e vuota disperazione, paragonabile a una morte cieca ma non agognata? E quanti davvero possono sentirsi vivi, quando il vuoto spinto giace dentro di loro?

Forse è la vita il destino per coloro che sono morti e non ne sono consapevoli? Per questa annosa domanda lascio la parola allo scrittore giapponese Shoei Ooka: «Anche se non hanno voce, i morti vivono. Non esiste la morte di un individuo. La morte è una cosa universale. Anche dopo morti dobbiamo sempre rimanere desti, dobbiamo giorno per giorno prendere le nostre decisioni».

E come al solito ho concluso senza concludere.

 

Nell’ immagine Gustav Klimt «Morte e vita»: olio su tela (1910-11) conservato al Leopold Museum di Vienna.

 

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

Un commento

  • angelo maddalena

    bello! Non so perché iniziando a leggere pensavo a David Maria Turoldo, di cui sto leggendo Canti ultimi, e a una poesia: Prodigio estremo, alla fine della quale c’è una nota in cui si specifica che lo Spirito per l’ebraismo è prevalentemente femminile e nel cristianesimo è rappresentato da una colomba…

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