Nicaragua: Frente Sandinista o Frente Danielista?

di David Lifodi

 

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Poco più di tre mesi fa Daniel Ortega ha conquistato, per la terza volta di fila, la presidenza del Nicaragua, ma il suo successo elettorale è stato interpretato nei modi più disparati. Per alcuni la vittoria dello storico leader sandinista rappresenta un’affermazione in un momento di difficoltà per le sinistre latinoamericane, che arrancano dopo il boom dei primi anni Duemila. Per altri, invece, Ortega è definito come il nuovo Somoza, il dittatore che, insieme alla sua famiglia, per decenni ha governato e fatto il bello e il cattivo tempo in Nicaragua.

Essere paragonati all’uomo che i sandinisti sconfissero dopo anni e anni di repressione entrando trionfalmente a Managua nel luglio del 1979 non deve essere piacevole per Ortega, però è piuttosto evidente come al sandinismo si sia progressivamente sostituito il cosiddetto danielismo, o orteguismo. I figli di Ortega si trovano tutti in ruoli di primo piano dello Stato (ad esempio Laureano Ortega dirige i lavori per la costruzione del canale transoceanico che dovrebbe fare concorrenza al canale di Panama)e la moglie, Rosario Murillo (figura assai controversa), riveste il ruolo di vicepresidente, ma, ciò che inquieta maggiormente, è la parabola del sandinismo, passato da speranza della causa terzomondista e anticolonialista a una sorta di casta che si è avvicinata molto alle destre, nonostante il suo linguaggio, a parole, resti ammantato da un gergo di sinistra ancora capace di illudere e sedurre. Monica Baltodano, una delle esponenti storiche del Frente Sandinista di una volta, sostiene che l’attuale amministrazione sandinista è più vicina alle banche, alle oligarchie e ai settori più reazionari della gerarchia cattolica (anche qui, che peccato, se si pensa alla rivoluzione cristiano-socialista che tramite Ernesto Cardenal accoglieva Giovanni Paolo II con lo slogan “Benvenuto nel Nicaragua libero, grazie a Dio e alla rivoluzione”) che al popolo. Se la Banca mondiale fa i complimenti ad Ortega per i risultati ottenuti in ambito economico è evidente che qualcosa non torna, eppure proprio sotto il presidente, la povertà estrema è scesa dal 42% al 30% grazie a politiche assistenzialiste evidentemente apprezzate comunque dalla popolazione. Al tempo stesso, Ortega ha optato per la totale apertura alle multinazionali, al grande capitale e ad una borghesia opportunista, abile a sposare la causa dell’attuale sandinismo, assai diversa da quella del 1979. D’altronde, non si può fare a meno di notare la costante crescita, sotto Ortega, del prodotto interno lordo e di programmi sociali quali Fame Zero, Usura Zero e Plan techo, grazie ai quali il Nicaragua non è paragonabile nemmeno lontanamente, a livello di sicurezza, a paesi come El Salvador o Honduras, dove spadroneggiano le maras, quasi del tutto assenti dalle strade di Managua. Non è un caso che il Nicaragua sia stato definito, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, un paese con “la sicurezza cittadina dal volto umano”. Le politiche contraddittorie di Ortega, che fin dal ritorno al potere ha alternato la firma dei trattati di libero commercio alla presenza nell’Alba, scatenando comunque l’irritazione statunitense per la vicinanza di Managua a Pechino, competitor degli Stati Uniti per il controllo dell’economia mondiale, hanno permesso al Nicaragua, secondo i dati Cepal, di essere il quarto paese dell’area latinoamericana con il maggior tasso di crescita nel 2016 in settori quali turismo, estrazione di materie prime e grandi opere.

Eppure, la rivoluzione sandinista a cui avevano dato impulso, tra gli altri, Ernesto Cardenal, Sergio Ramírez e Gioconda Belli, non esiste più. In molti hanno abbandonato il Frente Sandinista, che invece va fin troppo d’accordo con il grande capitale e, anche questo, non sorprende se si pensa allo scandalo della piñata in cui, nel 1990, furono coinvolti i vertici del sandinismo per il furto di beni dello stato. Quell’anno venne segnato dalla sconfitta elettorale per mano di Violeta Chamorro: fu da allora che il Frente Sandinista cominciò pian piano a snaturarsi. Le elezioni dello scorso novembre sono state vinte da Ortega legalmente, ma sfruttando anche l’assenza di qualsiasi forma di opposizione, dopo che il Tribunale supremo elettorale aveva utilizzato un cavillo per far decadere 28 deputati dell’opposizione, tra cui quelli del Movimiento Renovador Sandinista, che non si riconosceva nell’attuale Frente Sandinista. A quel punto, Ortega ha avuto vita facile nel vincere contro un’opposizione assai debilitata, sfruttando inoltre il sostegno della destra, a partire dalla Confindustria locale, che ha ricordato più volte l’attenzione del Frente Sandinista per il grande capitale. Certo, i programmi sociali mutuati dalle esperienze di Cuba e Venezuela, dall’Operación Milagro a Yo Si Puedo, che hanno permesso a molti cittadini di potersi curare la vista e di sradicare l’analfabetismo, sono stati assai apprezzati dai cittadini. Il Plan techo ha permesso a molte persone di riparare i tetti delle proprie case o di ricevere, finalmente, delle abitazioni, mentre grazie a Usura Zero le persone che vivono nelle zone rurali hanno potuto godere di microcrediti a bassi tassi d’interesse.

Tuttavia, sono in molti a chiedersi cosa ne penserebbe Carlos Fonseca, fondatore del Frente Sandinista, dell’attuale spregiudicatezza , del nepotismo e della troppa vicinanza di Ortega con il grande capitale. Frente sandinista o Frente danielista? Questo è il dilemma.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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