Nicaragua: il comandante Daniel nel suo labirinto

A proposito delle elezioni presidenziali del 7 novembre.

di Bái Qiú’ēn

Fue así como el general se enteró de lo que toda la ciudad sabía: no uno sino varios atentados se estaban fraguando contra él, y sus últimos partidarios aguardaban en la casa para tratar de impedirlo (Gabriel García Márquez).

Non avendo a portata di mano la versione italiana del romanzo storico di Gabo Il generale nel suo labirinto dedicato agli ultimi anni di vita di Simón Bolívar, traduciamo per chi non conosce bene lo spagnolo: «Fu così che il generale apprese ciò che tutta la città sapeva: non uno, ma numerosi attentati si stavano organizzando contro di lui e i suoi ultimi sostenitori stavano proteggendo la casa per tentare di impedirlo».

Un mistero: il numero delle schede elettorali

Diamo un po’ di numeri. Tutti ufficiali: 4.478.334 erano le e i nicaraguensi maggiori di sedici anni chiamati alle urne la domenica 7 novembre appena passata. I seggi sparsi in tutto il Paese erano 13.459, con una media di circa 320 elettori ognuno. Sarà pure la classica media del pollo poeticamente descritta da Trilussa, ma è per dare una idea della macchina elettorale.

Tanto per non smentire la realtà di un mondo capovolto, il Consejo Supremo Electoral (CSE) aveva stabilito che solamente gli scrutatori avessero l’obbligo di indossare le mascherine. Gli elettori, invece, potevano fare come volevano, purché mantenessero il distanziamento tra loro. Evento assolutamente improbabile, per non dire impossibile, stando alle abitudini dei nicaraguensi e agli esempi attuali delle infinite file sui marciapiedi per vaccinarsi. Inoltre, avevano l’obbligo di disinfettarsi le mani prima di entrare. Forse le schede elettorali non erano ritenute igienicamente perfette e potevano trasmettere il virus. Considerando che solamente il 6% della popolazione aveva ricevuto la seconda dose e il 15% solo la prima, meglio non rischiare (per quanto il Governo abbia ricevuto oltre otto milioni di dosi gratuite da vari organismi e Paesi – oltre a quelli chiesti in prestito all’Honduras –, sufficienti per vaccinare il 60% della popolazione con due dosi). Non è dato sapere se agli scrutatori e agli elettori era previsto misurare la temperatura o fare un tampone prima di entrare al seggio.

Però, la decisione più incomprensibile è un’altra.

Non si capisce, infatti, il motivo per cui le schede stampate dalla Inversiones Papeleras S.A. (INPASA) senza alcuna gara come prevede la legge, sempre stando al dato ufficiale fornito dal CSE, siano state 5.383.600. Quasi un milione in più (905.266), circa un quinto oltre i possibili votanti. Ammesso e non concesso che tutti gli aventi diritto si fossero recati alle urne. Evento che, a quanto ne sappiamo, non si è mai verificato in nessun Paese al mondo. In ogni caso, tutto in regola: la legge prevede la possibilità di stamparne un numero superiore, per sostituire quelle eventualmente sporcate, rovinate o altro. Però, considerando che nelle elezioni del 2016 l’astensione raggiuse il 31,8% (dato ufficiale del CSE), trasportando questa percentuale ai votanti del 7 novembre, si poteva ipotizzare la partecipazione alle urne di circa 3 milioni e 250mila elettori. Un terzo in meno degli aventi diritto, con un residuo presumibile di oltre un milione di schede. Anche perché alcuni gruppi della destra avevano ripetutamente invitato all’astensione (paro electoral) e si calcola che almeno centocinquanta mila nicaraguensi siano emigrati negli ultimi mesi. Stima per difetto e non è consentito il voto all’estero.

Stamparne quasi un milione in più rispetto al probabile numero di votanti, quando si poteva prevedere (facile previsione) che un altro milione restasse inutilizzato a causa dell’astensionismo, ci pare decisamente una esagerazione senza alcun senso logico, pure in un mondo capovolto. Possibile che quasi la metà di loro faccia pasticci con la scheda? Che la macchi, che la scarabocchi, che la strappi, che la rolli per farsi una super-canna utilizzandola al posto di una classica Rizla+, che la rovini in qualunque modo possibile e immaginabile? Incidentalmente o volutamente, non importa. Non è certo una visione positiva quella che il CSE esprime, per quanto in modo indiretto, nei confronti dei suoi stessi concittadini.

Qualche nostrano precisino potrebbe obiettare: ma le schede erano riunite e sigillate in pacchi da quattrocento, per cui, il totale fa giusto giusto cinque milioni e rotti. Verissimo, nulla da eccepire a doña matematica che, come sanno pure i sassi, non è una opinione. Per cui, non avendo alcun pensiero proprio, in genere non vota e non è candidata. Del resto, la normativa vigente prevede che ciascuna Junta receptora de votos non superi i quattrocento elettori (art. 23 della #0000ff;">Legge n. 1070 del 4 maggio 2021). È per semplice comodità e risparmio di tempo che si è deciso di inviarne esattamente questa quantità in tutti i seggi? Chiunque si intenda un minimo di arte tipografica, sa che oggi come oggi il costo maggiore è proprio la carta. Speriamo che, per lo meno, fosse riciclata.

In ogni caso, facendo un semplice ragionamento logico e sempre restando nella matematica spicciola, quella della classica massaia di Voghera, togliendo ai 320 il 30% di probabili astensioni, resterebbero 220 elettori che si recano in un seggio. Sempre per la suddetta media del pollo. Le restanti 180 schede ci paiono decisamente troppe per sopperire ai problemi che possono crearsi. Significa che si prevedeva l’80% di possibili sostituzioni…? Se qualcuno tra i lettori è stato scrutatore in una elezione italiana, sa che il numero di schede consegnate a ogni singolo seggio corrisponde esattamente a quello degli elettori. Ma noi siamo un Paese borghese e capitalistico, che non prevede mai ciò che potrebbe accadere. Poi, passa mesi o anni a discutere su come risolvere il problema. Senza riuscirci. Un Paese socialista, cristiano e solidale, invece, vede e prevede.

A quanto ne sappiamo, da parecchi decenni persino la stampante tipografica più scalcagnata è dotata di un contatore automatico, per cui sarebbe stato possibile riprodurre il numero esatto di schede da inviare a ogni seggio. Avendo ancora una discreta memoria, ci ricordiamo che pure i Gestetner usati nel Sessantotto avevano un contatore programmabile… che fermava questi ciclostili elettrici al numero richiesto di manifestini. Forse, però, è come tentare di spiegare a un nicaraguense cosa sia la serie di Fibonacci o come si calcola un anno-luce.

Che questo troppo sia da attribuire proprio alla generalizzata lontananza siderale tra i nicaraguensi e la matematica? Che sia impossibile o solo complicato inviare a ogni seggio il numero esatto delle schede come accade in quasi tutti i Paesi del mondo? Forse in Nicaragua non ci sono più disoccupati da poter assumere pro tempore per contarle, male che andasse con una tipografia non proprio modernamente attrezzata? Forse in pochi sanno davvero contare e del resto non hanno molto da contare o non contano molto. Dubbi esistenziali da analizzare in un collettivo di autocoscienza, modello Sessantotto. Tanto per restare all’epoca…

La mappa politica del 6 novembre

Ai nastri di partenza, i candidati alla presidenza e alla vicepresidenza, in base alla parità di genere imposta per legge un uomo e una donna per ciascun partito o coalizione, erano:

1. Partido liberal constitucionalista (PLC): Walter Eden Espinoza Fernandez e Mayra Consuelo Arguello Sandoval;

2. per il Frente sandinista de liberación nacional (FSLN): José Daniel Ortega Saavedra e María Rosario Murillo Zambrana;

3. per Camino cristiano nicaragüense (CCN): Guillermo Antonio Osorno Molina e Violeta Jannette Martínez;

9. per la Alianza liberal nicaraguense (ALN): Marcelo de Jesús Montiel Fernández e Jennyfer del Carmen Espinoza Blen;

10. per la Alianza por la república (APRE): Gerson Gutiérrez Gasparín e Claudia María Romero Cuadra;

13. per il Partido liberal independiente (PLI): Mauricio Orúe Vásquez e Zobeida del Socorro Rodríguez Díaz.

Tralasciando il fatto che nessuna donna era candidata alla presidenza con un uomo come vice e che, per ovviare al problema Daniel abbia dichiarato che Rosario non è una semplice vice ma la co-presidente (o viceversa?), qualche lettore attento si domanderà per quale recondito motivo si arrivi al numero tredici quando le liste e i rispettivi candidati sono solamente sei. Tre partiti sono stati esclusi nei mesi scorsi con vari cavilli (su richiesta da parte del PLC e di CCN) e quello regionale della Costa Atlantica, Yatama, non ha presentato alcun candidato alla presidenza, ma solamente a deputato.

Per quanto, eccettuato Camino cristiano, siano tutti presenti con i loro scarsi e insignificanti parlamentari all’Asamblea nacional (in totale 20 su 90), persino i nicaraguensi più attenti alla politica nazionale non hanno mai sentito parlare dei candidati proposti dai vari partiti. Tutti perfetti sconosciuti, a malapena noti fra i familiari. Eccetto, ovviamente, Daniel e la Chayo.

A voler essere onesti, qualcuno che abbia una buona memoria storica, ricorderà che il reverendo evangelico Guillermo Osorno, eterno segretario di CCN, era deputato già negli anni ’90 (all’epoca denominato popolarmente: Guillermo Soborno, che significa «corruzione») e nelle ultime due tornate era alleato con il FSLN. Nelle elezioni a cui aveva partecipato come candidato alla presidenza, nel 1996, raggiunse il 4,1% di consensi.

Nell’ultima tornata del 2016 gli altri partiti in gara avevano ottenuto, rispettivamente: PLC 15,03%, ALN 4,31%, APRE 1,40%, PLI 4,51%, per un totale di 25,35%.

Ai nastri di partenza, aggiungendo il CCN, sulla carta l’opposizione aveva circa il 30%, contro il 70% del FSLN. Ovviamente basandosi solo sulla forza dei partiti, non sui nomi poco appetibili degli ignoti candidati. E senza tenere conto che sono trascorsi cinque anni, durante i quali è successo di tutto.

Il 7 novembre

Dalle ore 7 del mattino alle 18 pomeridiane della prima domenica di novembre, come ormai è consuetudine dal 1996, quasi quattro milioni e mezzo di cittadini maggiori di sedici anni potevano recarsi a votare. Per scegliere il Presidente, i deputati all’Asamblea nacional e quelli al Parlamento centroamericano (Parlacen). Su una scheda unica formato lenzuolo, in base alla spending review suggerita probabilmente da un Cottarelli locale. Ciò nonostante, con una spesa assai rilevante, non resa nota, dato l’alto standard di controlli e di sicurezze, con lo scopo dichiarato di evitare possibili truffe da parte degli elettori. Una di queste: una specie di filigrana modello banconote, visibile solo con la cosiddetta «luce nera» o lampada di Wood. Ma, la cosa che a noi pare del tutto assurda, pure in un mondo capovolto, è che ogni singola boleta electoral riportava sia il nome del Comune (come detto, sono 153) sia il numero del seggio al quale era destinata. Strano che non abbiano pure provveduto a numerarle e a inserire il filo metallico magnetico, come accade per le banconote. Si provvederà nel 2026…

Stando così le cose, risulta assai improbabile che qualche elettore tramposo potesse portarsi da casa una scheda fasulla stampata nottetempo nella propria personale tipografia clandestina. Poiché, come diceva qualcuno qui da noi, «uno vale uno» e una singola scheda o poche schede nulla cambiano nel risultato complessivo, per farci che? Cosa cambia se un elettore riceve una scheda in bianco e inserisce nell’urna una scheda già votata? Ovviamente portandosi a casa quella buona come ricordo da incorniciare e appendere a una parete del salotto. Sarà, ma per noi è un ulteriore dubbio amletico per il collettivo di autocoscienza. Assieme all’altro: ogni seggio era dotato di «luce nera» e ogni scheda veniva controllata sia prima sia dopo il voto e prima di essere inserita nell’urna? In caso contrario, a cosa serviva questa eccezionale sicurezza? A verificare post quem che c’erano schede fasulle, ossia quando i buoi erano già scappati?

Comunque, sempre per evitare che qualche elettore facesse il furbo, era stato proibito l’uso dei cellulari all’interno dei seggi. Però, non ci risulta il divieto di introdurre macchine fotografiche e simili… forse era implicito.

Per quanto riguarda gli scrutatori, risulta evidente che non avessero necessità di schede fasulle se, mettendosi d’accordo, volevano fare qualche maneggio: disponevano di quelle buone, con tutte le sicurezze e stampate in una quantità assolutamente sproporzionata senza alcuna ragione apparente. O, quanto meno, senza alcuna motivazione ufficiale.

Gli scrutatori erano 80.754, tra i titolari e i supplenti, metà uomini e metà donne. Tre ogni seggio, dei quali uno fungeva da presidente e un alto da vice. Tutti nominati dai vari partiti e debitamente addestrati in appositi corsi organizzati dal CSE. Non sappiamo se in presenza oppure on-line.

Sempre in base alla legge vigente, i due partiti che nelle elezioni precedenti avevano ottenuto più consensi, nominano la maggior parte dei suddetti scrutatori. Il che significa, il FSLN e il PLC. Gli altri devono accontentarsi delle briciole.

Il collettivo di autocoscienza dovrà ragionare su come possa essere neutrale e obiettivo uno scrutatore direttamente e ufficialmente nominato da un partito. Tanto più un presidente di seggio, il quale ha sempre l’ultima voce in capitolo.

Poco dopo essersi recato al proprio seggio, a mezzogiorno, il comandante Daniel ha convocato i mezzi di comunicazione e, per la prima vota nella storia recente del Paese violando palesemente il silenzio elettorale sancito dalla legge, ha affermato che i nicaraguensi stavano votando contro chi «semina il terrore», «i demòni che non vogliono la pace»: «Poiché stanno cospirando, poiché non volevano queste elezioni che oggi si stanno realizzando, pertanto, queste elezioni di oggi, noi siamo appena rientrati dal seggio, sono grazie a Dio un segnale, un impegno dell’immensa maggioranza dei nicaraguensi di votare per la pace e non per la guerra e non per il terrorismo».

Dal canto suo, Blanca Segovia Sandino Aráuz, detta comunemente Blanquita, la ottuagenaria figlia del General de hombres libres e della telegrafista di San Rafael del Norte, rispettando al pie de la letra il silenzio elettorale, dopo il voto in un seggio di Managua si è limitata a dichiarare che «abbiamo il diritto di votare per eleggere chi vogliamo».

Una rapida occhiata alla storia

Sarebbe decisamente troppo lungo affrontare in modo esaustivo i vari patteggiamenti (compromessi?) tra il somozismo e l’opposizione. Un brevissimo elenco dei due principali ci pare sufficiente.

Il 3 aprile 1950 il generale liberale Anastasio Somoza García e il generale conservatore Emiliano Chamorro siglarono il cosiddetto «Patto dei Generali», che prevedeva per l’opposizione conservatrice un numero sicuro di seggi a prescindere dai voti che riceveva. In funzione di eliminare le altre formazioni che concorrevano. Checché ne dica qualche commentatore nostrano assai male informato, all’epoca esisteva almeno una decina di organizzazioni partitiche di varia tendenza, compreso il Partito socialista (al quale aderì in gioventù lo stesso Carlos Fonseca).

Il 28 marzo 1971 Anastasio Somoza Debayle e il conservatore Fernando Agïero siglarono il cosiddetto «Kupia kumi», che nell’idioma mískito significa «Un solo cuore». Sanciva che, sempre a prescindere dai voti ottenuti, all’opposizione era assegnato il 40% dei deputati.

Con un risultato politicamente identico, alla fine del secolo scorso fu sottoscritto il patto tra Daniel Ortega, all’epoca all’opposizione, e l’allora cleptocrate presidente liberale Arnoldo Alemán, deus ex machina del PLC. Con modifiche sostanziali alla Costituzione, alla legge elettorale e ad altre norme legislative, la spartizione del potere nei vari organismi istituzionali era assicurata. A partire dai dieci membri del CSE (sette titolari e tre sostituti), che nell’attualità è composto da sette rappresentanti del FSLN e uno rispettivamente per il PLC, il PLI e il PC (il 18 maggio lo storico Partito conservatore è stato cancellato con un semplice tratto di penna e la conseguenza decadenza del suo unico deputato).

Il PLC ha provveduto a fare eliminare dalla gara Ciudadanos por la libertad e il CCN, ex alleato di Daniel, ha fatto altrettanto con il Partido de restauración democrática. Solo con la speranza di raccogliere ulteriori consensi tra gli elettori di questi due partiti? O con un do ut des sottobanco da incassare l’8 novembre?

L’8 novembre

Con i presunti organizzatori del golpe in galera da vari mesi e in attesa di giudizio (essendo garantisti non a scartamento ridotto, attendiamo le sentenze e le eventuali condanne prima di ritenerli colpevoli), molti di loro possibili candidati con buone probabilità di ottenere un discreto risultato, restava il problema di come sarebbero andate queste elezioni, le ottave dopo vittoria popolare sul somozismo. Lasciamo da parte i sondaggi che, a seconda di chi li aveva realizzati (M&R Consultores del Nicaragua e Cid-Gallup del Costa Rica), davano numeri decisamente diversi tra loro, pure sulla partecipazione al voto. Per cui non vale neppure la pena accennarne. Sarebbe una pura e semplice perdita di tempo.

Come è pure inutile parlare dei duecento trentadue «accompagnatori elettorali» invitati e spesati dal comandante Daniel, che, se sono tutti come un giornalista romano di nostra conoscenza facente parte del gruppo, di obiettivo hanno solo la lente della macchina fotografica o del cellulare. Quella che Gramsci avrebbe definito «una mobilitazione di tromboni e di tromboncini» (1916).

Meglio vedere direttamente i risultati ufficiali per i candidati alla presidenza dei sei partiti o alleanze. Secondo l’ordine di arrivo comunicato dal CSE, quando lo spoglio delle schede era al 97,74%.

Partito

%

FSLN

75,92

+ 3,48

PLC

14,15

– 0,88

CCN

3,30

ALN

3,15

– 1,26

APRE

1,78

+ 0,38

PLI

1,70

– 3,81

Una vecchia canzone diceva: «Facciamo finta che… tutto va ben, tutto va ben».

Tornando brevemente alle questioni che abbiamo trattato, poiché per nessuna tornata elettorale è mai stato fornito il dato sulle schede bianche e nulle, forse considerate all’interno del non voto, siamo costretti a tralasciare questa informazione. Che avrebbe invece una notevole rilevanza politica, se i numeri fossero elevati: «vado al seggio, ma… all’interno della scheda metto una fetta di salame affumicato magiaro» (come a noi capitò di trovare tanti anni fa).

Comunque, per dare un ultimo numero, il totale delle due forme di non partecipazione al voto, l’astensionismo per protesta e quello per apatia, è ufficialmente salito al 34,77%. Ossia, circa un milione e mezzo di aventi diritto. Il che significa che quasi la metà delle schede è stata stampata inutilmente. A meno che…

A questo punto, qualche lettore si domanderà cosa hanno a che fare Bolívar e Gabo con tutto ciò? Non lo sappiamo, ma forse, oltre a porsi il dubbio, questi lettori potranno trovare una connessione. In ogni caso, poiché il dato relativo non è stato né sarà comunicato, restano ancora le ultime domande per il collettivo di autocoscienza: quante schede sono state sostituite per motivazioni varie? Che fine faranno i circa due milioni e mezzo di schede in più? Si trasformeranno miracolosamente in alberi o andranno tutte alla Chureca (discarica di Managua)? E se Pantalone, una volta tanto, si scocciasse di pagare?

Abbiamo il forte sospetto che tutti i partecipanti a detto collettivo, dopo una attenta e approfondita analisi delle problematiche sul tappeto, giungano alla stessa conclusione della battuta di un vecchio film di Nanni Moretti e in coro esclamino: «Che fareste se io mi suicidassi?»

Redazione
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