Nicaragua: il precipizio del sandinismo

L’ondata di arresti che ha travolto buona parte della vecchia generazione di militanti di primo piano del Frente sandinista rappresenta un punto di non ritorno. Ortega e Murillo gestiscono il paese alla stregua di un clan familiare, utilizzano ancora una retorica rivoluzionaria, ma non si differenziano molto dal somozismo che hanno combattuto. Gli ideali del sandinismo culminati nella storica lotta per la presa di Managua non esistono più.

di David Lifodi

                                                   Foto: https://socompa.info/

46 anni fa rischiai la vita per tirar fuori dal carcere Daniel Ortega e altri compagni prigionieri politici, ma così sono le giravolte della vita, e quelli che un giorno accolsero i principi oggi li hanno traditi. Ai seguaci più sensati del Frente sandinista il mio messaggio è che aprano gli occhi, che li stanno portando nel precipizio”.

La caduta nel precipizio dell’attuale Frente sandinista, evocata dall’ex generale Hugo Torres, protagonista nel 1974 della toma della casa di «Chema» Castillo (uno dei ministri fedelissimi del somozismo) e nel 1978 dell’operazione guerrigliera “Operación Chanchera”, conclusasi con la liberazione di molti prigionieri politici del Fsln, è evidente ormai da molti anni.

Certo, ci sono alcuni settori dell’opposizione che sono impresentabili almeno quanto quelli della destra venezuelana, ma il repulisti generale ordinato dall’orteguismo allo scopo di mettere a tacere anche qualsiasi forma di dissenso proveniente da quella generazione di combattenti sandinisti contro il dinosauro somozista assume ogni giorno dei contorni sempre più inquietanti.

Tra gli ultimi esponenti storici del sandinismo, insieme ad Hugo Torres sono stati arrestati Dora María Téllez, comandante dell’”Offensiva Finale” del 1979 nella città di León e l’ex vicecancelliere Víctor Hugo Tinoco. Per loro tre, come del resto per tutti gli altri oppositori dell’orteguismo prelevati e incarcerati senza troppi complimenti, la Polizia ha fatto sapere di aver agito nell’ambito dell’ambigua “Legge di difesa dei diritti del popolo all’indipendenza, la sovranità e l’autodeterminazione per la pace”, approvata a fine 2020 dalla maggioranza orteguista: “Le persone arrestate sono indagate per aver realizzato atti che danneggiano l’indipendenza, la sovranità e l’autodeterminazione”.

Da tempo, aldilà di una retorica e di un linguaggio rivoluzionario di facciata, la coppia presidenziale Ortega-Murillo sta purtroppo ricalcando le orme del peggior somozismo, opera con una mentalità che dà la sensazione di godere di un’impunità assoluta, ma soprattutto agisce secondo la logica di una sorta di dittatura familiare e all’insegna del cosiddetto amiguismo. In pratica, la gestione del paese da parte di Daniel Ortega e Rosario Murillo assomiglia molto a quella di un clan.

Gli attuali vertici del sandinismo sono stati abili a fondere insieme apparato militare e partito di governo, facendo in modo, nei fatti, che si rafforzasse una elite ristretta, una nuova oligarchia che amministra il potere e gode di enormi privilegi non troppo diversa da quella di altri paesi del Centroamerica. Opportunismo e arrivismo hanno soppiantato, all’interno del Frente, quelle speranze che il sandinismo aveva suscitato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta nel continente latinoamericano e non solo.

L’ondata di arresti che ha colpito non solo ex dirigenti storici del sandinismo, ma tutta l’opposizione, è stato definito dal Centro Nicaraguense dei Diritti Umani (Cenidh) “un assalto criminale che non ha precedenti” e ha suscitato la preoccupazione della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh), che ha parlato di “imputazioni arbitrarie e senza prove” a carico degli arrestati, ma l’interesse dell’Osa (Organizzazione degli stati americani) per il Nicaragua non promette bene, vista l’ambiguità dell’organizzazione il cui segretario è il poco credibile Luis Almagro.

Quella nicaraguense era una rivoluzione che valeva la pena difendere. Una volta. Certo, il sostegno economico di Usaid ad una parte dell’opposizione è stato testimoniato da più parti, come del resto è di dominio pubblico il viaggio compiuto in direzione Washington da alcuni esponenti del movimento studentesco riunitisi con rappresentanti dell’ultradestra Usa quali Marco Rubio, Ted Cruz e Ross Lethinem, ma la repressione politica avvenuta in quest’ultimo periodo in Nicaragua non si può spiegare o giustificare soltanto con la sindrome dello stato d’assedio.

Mónica Baltodano, altra esponente storica del sandinismo, ha parlato inequivocabilmente di ola de exterminio político riferendosi agli arresti, tra gli altri, dei precandidati alle presidenziali Cristiana Chamorro, Arturo Cruz, ambasciatore a Washington nel 2007, Juan Sebastián Chamorro, ex Presidente della Fundación Nicaragüense para el Desarrollo Económico Social, Félix Maradiaga, ex presidente dell’Instituto de Estudios Estratégicos y Políticas Públicas e di gran parte della dirigenza del partito Unamos, composta dalle voci più critiche verso l’attuale sandinismo come Ana Margarita Vigil, Suyen Barahona e Tamara Dávila, femmiste e figlie di vecchi dirigenti del Frente. Per loro le accuse sono di terrorismo e tradimento della patria. Sotto attacco si trova anche un altro militante di primo piano del vecchio sandinismo, Sergio Ramirez, oggi giornalista che, insieme ad altri colleghi, rischia di veder applicata nei suoi confronti la Ley de Ciberdelitos.

L’ultima ondata di arresti, definita “Operación Danto 2021” in omaggio all’operazione condotta contro la contra, nel 1988, dall’ Ejército Popular Sandinista, rappresenta un pessimo segnale sia in vista delle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo novembre sia un avvertimento a quella società civile composta da giovani, campesinos, donne e movimenti sociali costretti a fare i conti con la repressione orteguista.

Negli ultimi anni l’adesione al sandinismo è arrivata da persone con valori ben lontani da quelli che avevano ispirato le battaglie del Frente, finendo per dar vita ad una nuova classe sociale abbagliata dal potere e dai facili guadagni grazie alla volontà di mantenere un’alleanza con quel grande capitale che pure, a parole, dicono di combattere, in un paese dove la disoccupazione (principalmente giovanile), la corruzione, la scarsa presenza di sindacati indipendenti, la povertà e le forti disuguaglianze sociali la fanno da padrone.

L’orteguismo ha fatto un solo boccone del sandinismo autentico. “Nel 1980 il Fronte sandinista vince nelle strade e nei quartieri in America latina”, cantava il gruppo punk-rock Ghetto ‘84 in una canzone del 1996. Oggi le tante speranze che aveva suscitato la rivoluzione sandinista non ci sono più. Una volta c’era il sandinismo raccontato da Gioconda Belli nei suoi libri coinvolgenti ed emozionanti “La donna abitata” e “Il paese sotto la pelle”, ma oggi non esiste più.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

Un commento

  • Giuseppe Scuto

    MAH? NELLA STESSA SETTIMANA NOTIZIE DI FATTI CHE DESCRIVEREBBERO I FALLIMENTI DEL SOCIALISMO CUBANO E DI QUELLO NICARAGUENSE. NON SO CHE PENSARE: SARA’ PROPAGANDA DEI FILO U. S.A. o dello stresso governo americano; ci sarà (senza dubbio) qualcosa di vero che viene usato per preparare un attacco generale ai paesi che non subiscono lo strapotere yankee?
    E’ vero che le rivoluzioni rivoluzionano la vita dei popoli in modo molto attivo. Sarà forse abitudine e complicità con la storia umiliante dei paesi soggetti al controllo dell’America? Droga, puttane e gangsters? Non credo che ci sia altra spiegazione se non quella della propaganda occidentale: la faccia del Capitalismo violento che ci adombra da decenni. Volgarmente: vaffanculo agli americani. Ciao, Giuseppe Scuto

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