Nicaragua: quindi uscimmo a riveder le stelle…

di Bái Qiú’ēn

Yo nací en un país en donde, como en casi toda América, se practicaba la hechicería y los brujos se comunicaban con lo invisible.

Rubén Darío

I

Se un giorno vi capitasse casualmente di andare a zonzo in una zona popolare di Managua, del tutto fuori da qualunque rotta turistica, nel quartiere orientale San Luis Sur potreste imbattervi in una costruzione decisamente bizzarra.

Ha l’aspetto esteriore di un cubo, con la parete frontale leggermente inclinata verso l’alto e quasi le sembianze di un tempio, con tanto di pitture in stile egizio sulla facciata: un paio di Anubi accolgono il visitatore ai lati del portone d’ingresso. Con due fiaccole elettriche per illuminare il buio della notte. Il fregio dell’architrave è adornato con il famoso simbolo egizio della vita eterna detto «Ankh», dorato e ripetuto una trentina di volte. Su uno dei muri perimetrali del cortile d’ingresso si possono ammirare altre immagini ispirate a quelle delle piramidi, con relativi geroglifici. Dei quali non conosciamo il significato. Nel corso degli anni, varie volte ci siamo passati davanti, restando stupiti da questa astrusità, ma non siamo mai entrati. Per cui, è solo una nostra ipotesi che l’interno sia addobbato nello stesso stile «piramidale».

È la sede dei Rosacroce. Meglio, secondo la denominazione ufficiale, del Centro cultural Rosacruz «Martha Lewis» o Amorc (Antigua y Mística Orden de la Rosa-Cruz).

Essendo il Paese delle contraddizioni, facendo poche decine di passi verso nord, in direzione del lago Xolotlán, sul lato opposto della strada trovereste l’Università privata «Jean Jacques Rousseau» (Unijjar). Il diavolo e l’acqua santa, verrebbe da dire.

L’Ordine dei Rosacroce del Nicaragua, sorto a Masaya e organizzato dall’avvocato Juan María Castro Silva, è ufficialmente registrato nel 1955, trovando l’iniziale ospitalità presso una loggia massonica. E non ha mai subìto vessazioni da parte del potere di turno, durante circa settanta anni (Marcia Traña Galeano, Breve reseña histórica de la orden Rosacruz en Nicaragua, 2005). Del resto, quanto meno in apparenza, non mostra alcuna opposizione a qualsiasi tipo di sistema politico. Nel corso degli anni ha aperto altre sedi in giro per il Paese.

Quando nel nostro vagabondare capitiamo davanti a questa costruzione, ci tornano in mente le parole scritte da José Román, uno scrittore e soprattutto un giornalista che in gioventù ebbe l’opportunità di parlare lungamente con Sandino, al termine della vittoriosa guerra contro le truppe di marines che occupavano il Paese. Nelle pagine di Maldito país racconta che il Generale degli Uomini Liberi «a volte camminando, altre volte seduto, ha continuato a parlare di reincarnazione, dei rosacroce, dello spiritismo, dello yoga, della teosofia, dalle quali ha avuto molte e preziosissime ispirazioni intuitive durante guerra».

Al tempo stesso, pensiamo che ogni epoca storica ha visto sorgere religioni che davano ai relativi credenti un senso specifico di identità: «Proprio come uno che guardando il cielo e risalendo di piano in piano nello spazio che la scienza ha misurato, sente sempre maggiori difficoltà al suo fantastico vagabondare nell’infinito, e arriva al vuoto e non può concepire questo vuoto assoluto, e allora inconsciamente lo popola di creature divine, di entità soprannaturali che coordinano il movimento vertiginoso e pur logico dell’universo» (Antonio Gramsci, 29 agosto 1916).

L’emblema classico rosacrociano sovrappone quattro elementi: in primo piano compare una rosa bianca circondata da una corona di sette rose rosse (un piccolo rosaio), collocate all’incrocio delle braccia di una croce latina e sullo sfondo una stella equilatera dorata a cinque punte. Esistono delle varianti, ma gli elementi sono sempre gli stessi.

Nel corso del tempo, a questa immagine con i relativi elementi sono state fornite svariate interpretazioni simboliche. Mescolando religioni di varia origine, mitologie di ogni tempo e latitudine, esoterismo e chi più ne ha più ne metta, partendo dalla leggendaria Atlantide a oggi. Senza tralasciare, naturalmente, il Sacro Graal e i Cavalieri del Tempio. Se qualcuno dei lettori ha tempo da perdere e voglia di cercare in internet, può sbizzarrirsi a piacere. Oppure potrebbe leggere, o rileggere, Il pendolo di Foucault di Umberto Eco e si troverebbe immerso in un metafisico mondo parallelo.

Potremmo fare riferimento a Carl Gustav Jung, che ne parla con cognizione di causa, essendo lui stesso un rosacroce (si dice) e figlio di un massone: «la ragion d’essere delle società segrete è quella di salvaguardare un segreto che ha perduto la sua vitalità, e che quindi dev’esser mantenuto in vita solo formalmente» (Psicologia e alchimia, 1944). Da parte nostra, però, oggi non abbiamo molta voglia di essere troppo seri. Per la sanità mentale, ogni tanto è necessario staccare la spina. Leggendo queste righe, vi suggeriamo di fare altrettanto e di non prenderci troppo sul serio.

Per quanto i Rosacroce siano presenti in tutti i Paesi dell’America Latina, una particolarità distingue il Nicaragua, dove vive e soprattutto opera una signora assai stravagante. Nonostante abbia già una certa età (il 22 giugno compie settanta anni: Cancro), da parecchi anni, forse da decenni, coltiva una vera ossessione per l’esoterismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Alcuni denigratori l’hanno battezzata «la signora degli anelli», poiché ne indossa regolarmente parecchi, come pure bracciali e collane di svariati colori. Non è questione di civetteria femminile. Tutt’altro. Hanno una simbologia ben precisa e sono veri e propri talismani: tipo di pietra, colore, forma… Qualcuno si è preso la briga di contarli: sette collane, sette braccialetti e ventotto anelli (sette per quattro, come gli antichi elementi della vita: terra aria, acqua e fuoco). Con una numerologia più o meno legata alle sefirot della kabbalah.

Uno dei colori preferiti per la sua chincaglieria è il turchese (azzurro tendente al verde), assai utilizzato nell’esoterismo buddhista, che dovrebbe scacciare la sfortuna e attrarre l’abbondanza. Avrebbe pure il potere di placare l’animo, trasformando l’ira in calma. A quanto pare, però, questa trasmutazione alchemica non funziona granché nell’anziana signora.

Sfoggia pure abiti sgargianti, di stile ormai fuori tempo massimo, da «figlia dei fiori», e in qualunque occasione pubblica, non mancano distese di fiori di vari colori: «Flower Power». E a volte inforca occhialini tondi alla John Lennon. Tutti i giorni, a mezzogiorno, puntuale come un orologio svizzero (del resto, ha studiato arte nell’istituto «Le manoire», nei pressi di Berna) e in concorrenza con l’Angelus papale, predica un suo personale vangelo, adattando i testi biblico-cristiani a proprio uso e consumo. Peraltro assai distante dallo spiritualismo hippy degli anni Sessanta. Gli eroi e i martiri della Rivoluzione sono i santi del suo Pantheon: «La Patria libre, la Patria linda, la Patria bendita! ¡Oh cuánta Bendición! ¡Cuánto Prodigio! ¡Cuánto Milagro!» Di costoro invoca in ogni occasione possibile e immaginabile lo spirito protettore: «Y hoy 26 de Febrero, nuestro Corazón evoca la inmortal y heroica Gesta de Monimbó. […] invoca a esos Espíritus Grandes a acompañar desde el Cielo todos los esfuerzos que hacemos l@s nicaragüenses de Buena Voluntad». Comprensibile anche senza traduzione.

Non serve proseguire: avete già capito di chi si tratta.

Per quanto sia nata a Managua, ha le proprie origini familiari nella zona dei cosiddetti «Pueblos blancos», nell’attuale dipartimento di Masaya, a una quarantina di chilometri a Sud-est della capitale. Sono pure denominati «Pueblos brujos», città-stregonesche: Catarina, Diriá, Diriomo, Nandasmo, Niquinohomo e San Juan de Oriente. Fra mito e leggenda, pare comunque che tuttora vi siano uomini e donne che dalla brujería traggono il loro sostentamento.

Qualche suo denigratore afferma che conquistò le attenzioni del primo marito facendogli bere una pozione magica. E sarebbe facile raccogliere tutto il chismerío, il pettegolume che circola, ma preferiamo attenerci a ciò che è documentabile.

Negli anni Ottanta, quando ancora era in corso la guerra di aggressione finanziata dagli Stati Uniti, non era raro incrociare dei monaci buddisti che pregavano o degli Hare Krishna che cantavano i loro inni sotto la Loma de Tiscapa, dove un tempo c’era il bunker di Somoza e oggi sorge un centro commerciale. Si poteva incontrare di tutto all’epoca.

Vero o falso che sia, si vocifera che poco tempo prima della sconfitta elettorale del 1990, Rosario Murillo stesse organizzando un congresso internazionale di professionisti brujos e curanderos. Ufficialmente per recuperare le pratiche ancestrali dei popoli precolombiani. Propendiamo per la falsità di questa informazione, nonostante all’epoca fosse stata pubblicata su giornali seri, ma…

…ma alla metà degli anni Novanta la Direzione del Frente Sandinista decide di interrompere la formazione politica dei propri militanti. Senza alcuna ragione apparente, chiude i battenti di quella che era la scuola-quadri organizzata a livello nazionale. Rinunciando alla possibilità di avere una classe dirigente capace e pronta a reggere le sorti del partito e del Paese. Restavano attive alcune scuole-quadri locali, come a León, però a cosa servivano quando una «energia» superiore dirigeva il partito ed era destinata a reggere le sorti del Paese dopo l’inevitabile ritorno al potere?

Negli anni del cosiddetto gobierno desde abajo, dal razionalismo laico originario il Frente Sandinista ha subito un profondo mutamento genetico (trasmutazione alchemica?), avvicinandosi sempre più a una specie di fondamentalismo del tutto particolare, sfruttando e manipolando il profondo senso religioso della popolazione, sincreticamente connesso alle credenze precolobiane. E sotterrando del tutto la ormai inservibile teologia della liberazione e la Iglesia popular, compagna di strada per vari anni.

In pochi sanno che, immediatamente dopo la vittoria elettorale che ha riportato Daniel alla presidenza nel gennaio del 2007, lei ha pensato bene di trasformare lo scudo del Nicaragua in un disegno hippy, o meglio psichedelico: Lucy in the Sky with Diamonds… Provocando le inutili proteste della Asamblea Nacional, nella quale il Frente Sandinista non aveva la maggioranza assoluta come oggi. Dal 2001 il settore della propaganda è totalmente gestito da Rosario, fino a trasformarsi nel vero volto pubblico prima del partito e poi del governo.

Chi è passato per il Nicaragua dal 2007 in avanti non ha potuto ignorare il colore con cui erano tinteggiati tutti gli edifici statali e pubblici, per suo ordine: fucsia (detto pure magenta elettrico e, localmente, «rosa chicha»). Come se non bastasse, compare immancabilmente su ogni stampato ufficiale, soppiantando lo storico rojinegro sandinista. La prima «uscita» del rosa chicha fu l’opuscolo contenente il programma elettorale del 2006. In tutto il paese compaiono cartelloni giganteschi con la coppia presidenziale e lo sfondo rosa chicha. Fino all’aprile del 2018, quando furono tutti raschiati, la stessa immagine e lo stesso colore compariva in manifestini incollati a ogni palo della luce. Non sappiamo con esattezza quale messaggio subliminale volesse trasmettere, però questo colore, che per lunghi anni ha letteralmente abituato i nicaraguensi a una visione monocromatica del mondo, indica simbolicamente il successo e la tenacia nel realizzare i propri obiettivi: ¡ni un paso atrás!

Si dice che dietro a ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna. Oggi, in Nicaragua, i termini sono capovolti e qualcuno paragona la coppia presidenziale a Franck e Claire Underwood, il duo machiavellico della serie House of Cards. Dal canto loro, gli oppositori più reazionari e più beceri sono portati a vedere dietro ogni scelta politica della Presidenza della Repubblica, la longa manus di Cuba o del Venezuela. Chissà, invece, se non vi sia la cosiddetta «mano di Fatima» (nota pure come «Khamsa»), simbolo di protezione ebraico e musulmano, con probabili origini nell’antico Egitto. Immagine da lei spudoratamente spacciata come maya e fatta collocare nel 2006 su uno dei muri della sede centrale del Frente Sandinista, annessa alla loro stessa casa-bunker. Forse con l’intento di proteggere Daniel dall’attacco dei famelici leoni, in una sorta di possibile reincarnazione del suo omologo biblico.

Nei primi anni di governo aveva un alto indice di gradimento, tanto che qualcuno aveva calcolato oltre il 70%, ma, non avendo tenuto in considerazione il problema della sovraesposizione mediatica (Umberto Eco docet), se oggi si domanda a un qualsiasi passante cosa pensa di Rosario, come minimo storce il naso, sbuffa e prosegue nel proprio cammino. La stessa cosa accade con la maggior parte dei dirigenti intermedi del Frente Sandinista: sono davvero pochi coloro che non esprimono una irrefrenabile smorfia di disgusto. Fatta eccezione per i ragazzi e le ragazze della Juventud Sandinista (JS), assolutamente impreparati a livello politico-ideologico, che vedono in lei una vera e propria leader carismatica. E, letteralmente, la adorano. Con la speranza neanche tanto nascosta di avere prima o poi un posto fisso in un ministero o in un ente pubblico.

Nella sua foga «giovanilista», Rosario ha resuscitato pure un simbolo laico degli anni Sessanta, quello della pace, in voga nel periodo della guerra del Vietnam. Che coincide con l’epoca dell’isola di Wight, del libertarismo beatnik «on the road» e del viaggio spirituale in India, rigorosamente via terra e possibilmente su una due cavalli.

Restando ai ricordi dell’epoca del «make Love not War», dalla campagna elettorale del 2006, in ogni occasione politica si ascolta una canzone che è stata voluta… indovinate da chi? Il cui ritornello è sull’aria di una notissimo brano marxista-lennonista che, se non sbagliamo, risale al 1969: Give Peace a Chance. In piena Woodstock: Peace, Love & Music. «Tutto quel che vogliamo è pace, lavoro, riconciliazione». A questa, dalla campagna elettorale successiva, ogni tanto si alterna il rifacimento di Stand by Me con parole della stessa Rosario e relative proteste della Sony per i diritti d’autore mai pagati. «Nicaragua trionferà». E noi restiamo in fervida attesa della nuova versione di We Shall Overcome o di Blowing in the Wind (con immancabili inserti rap).

Tutti o quasi ricordiamo il viaggio in India dei quattro ragazzi di Liverpool, nel periodo in cui erano «più popolari di Cristo», e il loro incontro mistico con Maharishi Mahesh Yogi. Dal canto suo, Rosario era una fedele seguace del predicatore Sathya Sai Baba, dio reincarnato e capace di fare miracoli di ogni genere, ma non di sfuggire alle grinfie della Pelona nell’aprile del 2011. Secondo i detrattori, pratica la santería, la magia nera, il vudù, la lettura cartomantica dei tarocchi e chissà che altro. Consulta con regolarità un certo numero di noti astrologi locali (Donald Casco, Augusto Puertas e altri) e ha come consigliera spirituale una specie di sciamano al femminile, Elba Úbeda Mendoza, ufficialmente specialista in medicina naturale alternativa. Sua testimone al matrimonio con Daniel nel settembre del 2005.

Cosa c’entri tutto questo con la Rivoluzione Popolare Sandinista o con la sinistra in genere non siamo in grado di capirlo, tanto meno di spiegarlo. A causa certamente della nostra mentalità ristretta e razionale (Capricorno). Però, persino storiche testate non sospettabili di tendenze destrorse e ben note a livello internazionale, si sono sbizzarrite su questo aspetto del misticismo statale e del potere «esoterico» in Nicaragua. Che caratterizza la cosiddetta «segunda etapa de la Revolución», detta anche «Revolución rosa».

Per fare un piccolo esempio del livello a cui è giunto questo mutamento genetico-ideologico, basta riflettere sul fatto che persino la parità di genere può essere conquistata dalle donne grazie all’esoterismo: non è raro che i mezzi di comunicazione ufficiali affrontino questa tematica come se fosse la cosa più naturale del mondo (con trasmissioni a cura della Juventud Sandinista). Neppure manca il programma quotidiano con la locale Wanna Marchi che legge i tarocchi. Del tutto casualmente, su uno dei canali che trasmettono le omelie meridiane della vicepresidenta (Viva Nicaragua – Canal 13).

El sueño de la razón produce monstruos.

Francisco Goya

II

Fino a pochi anni fa, Rosario Murillo era invaghita di un simbolo biblico assai noto, parte integrante dell’imaginario collettivo: l’albero della vita. Quello posto da Yehowa al centro del Paradiso terrestre, il cui frutto Adamo ed Eva non riuscirono a mordere: secondo una interpretazione kabalistica, è la croce di Cristo realizzata con il suo stesso legno. Questo simbolo-talismano lo ha malamente ripreso da un mosaico murale che l’austriaco Gustav Klimt aveva realizzato nella sala da pranzo di un ricco finanziere e mercante d’arte. A ben osservare, poco o nulla hanno in comune con l’opera artistica queste malecopie di metallo alte una ventina di metri e collocate sia a Managua sia in altre località. Disegnati da lei stessa, nella sola capitale dal 2013 in poi erano stati «posti a dimora» circa duecento ammassi di ferraglia dipinta con vari colori sgargianti (ognuno a tinta unita) e di notte illuminati con migliaia di lampadine: in totale circa due milioni e mezzo, in un Paese dove gli apagones (black-out) sono quotidiani. Con un neologismo dispregiativo erano e sono definiti arbolatas, alberi di latta. Il cui costo unitario si aggirava sui ventimila dollari. Il progetto simil-faraonico della novella Nefertari era di riforestare tutto il Paese con questi elementi «estetici», spesso e volentieri collocandoli dove fino al giorno prima viveva un inutile, ingombrante e per nulla esoterico albero secolare.

Parecchi anni fa, un carissimo amico giornalista di sicura fede sandinista «hasta la cacha», purtroppo non più fra noi, chiacchierando del più e del meno ci disse sorridendo: «Non so proprio dire se la Chayo sia danielista. Di certo, però, Daniel è chayista». Tanto che è stato persino coniato il verbo amurillarse, essere succube di Rosario Murillo. Ragionateci sopra, direbbe Crozza-Zaia.

Con le proteste del 2018, una trentina di arbolatas furono abbattuti dai manifestanti e le immagini fecero il giro del mondo. I «protestantes», come erano definiti, li identificavano con la «signora degli anelli»: sebbene la storia non si ripeta, qualcuno ricordò l’abbattimento nel luglio del 1979 della statua equestre di Somoza davanti allo stadio nazionale di baseball. Da allora è pure cessata sia l’illuminazione notturna sia la manutenzione sia la vigilanza H24. Per la vigilanza e per l’illuminazione, ormai ridotta alle sole feste comandate e alla centrale Avenida Bolívar, poco male: non solo è un risparmio per la collettività (si calcola oltre un milione di dollari all’anno), ma forse qualcuna di quelle lampadine, opportunamente asportate, adesso illuminerà le case di cartone che ancora esistono nella capitale del secondo Paese più povero del continente, dopo Haití. Se pensate che a causa della mancata manutenzione potrebbero sorgere problemi di staticità e causare cedimenti sul tipo di qualche ponte o funivia italiana, tranquillizzatevi. C’è sempre la suprema protezione di Api, di Zeus, di YHW, di Quetzalcóatl, di Pachamama, di Siddharta… che si danno convegno nella «Nicaragua siempre Bendita…»

Se è meglio non proseguire con la piantagione dei metallalberi della vita, che cadendo fanno un eccessivo rumore, è indispensabile trovare dei sostituti. Altrimenti va a farsi benedire quella che Michel Foucault chiamava «psichiatrizzazione della vita quotidiana», la presenza sistematica e persistente del potere in funzione del controllo. Il Grande Fratello, per intenderci. Che in Nicaragua ha assunto le sembianze di una Grande Sorella.

Ignoriamo se vi sia un collegamento linguistico-esoretico fra l’abbattimento di questi orribili monumenti allo spreco e il nuovo simbolo prescelto come rimpiazzo. Chiederemo lumi a Ferdinand de Sausurre in una prossima seduta spiritica che abbiamo organizzato nell’abitazione di Romano Prodi (specialista nel genere). Però, il rapporto fra il verbo riflessivo «estrellarse» (schiantarsi) e il sostantivo «estrella» (stella) ci pare indicativo di una sorta di reincarnazione, quanto meno verbale.

Infatti, da un paio di anni la sacerdotessa suprema della neo-religione orwelliana nella quale entra di tutto (New Age?) e che dal suo stesso appellativo prende il nome (chayismo), ha prontamente identificato un nuovo simbolo mistico-esoterico al quale dedicarsi anima e corpo: proprio la stella equilatera a cinque punte. Simbolo positivo, senza dubbio, indicante luce e speranza. Realizzate per alcune celebrazioni, come quella floreale per l’anniversario della Rivoluzione il 19 luglio 2020, queste immagini cosmiche in molti casi erano però provvisorie.

D’altro canto, altre stelle meno effimere sono spuntate come funghi e ogni occasione è buona per piazzarne una o più. Lungi da noi voler farne l’elenco completo. Giocando sull’uso della parola «stella» per indicare il divo o la diva del cinema, nel marzo del 2019 sul lungo-lago è stato inaugurato il Paseo de las Estrellas e all’inizio dello scorso anno si è celebrato il cinquantesimo anniversario della fondazione del «Teatro Rubén Darío», provvedendo a cementarne una nel selciato. A parte un piccolo sfasamento di date, visto che l’inaugurazione avvenne il 6 dicembre 1969 con uno spettacolo del Ballet de las Américas (Messico), chissà se questa stella ha contribuito a proteggere il Paese dalla pandemia: tutto ciò che accade nel Paese è «volontà divina». O, forse, è servito di più il pitagorico numero sette, con la scelta di comunicare la situazione epidemiologica una volta a settimana. Il martedì (il pianeta Marte simboleggia la determinazione), a mezzogiorno: pure il dodici ha un significato magico-esoterico. Ma, forse, è solo l’ora di pranzo. Senza scordare l’apporto insostituibile dei curanderos e delle curanderas, parte integrante dell’attuale sistema sanitario nazionale.

Poiché la volta stellata è in costante movimento, i rosacroce ritengono che nei momenti avversi occorra fare affidamento sulla stella fissa, immobile nel cielo: la stella polare, che indica ai marinai la direzione sicura di approdo. Nulla è casuale nelle decisioni di Rosario: cosa può essere più fisso di una stella cementata sul selciato?

Il bello è che, nella sua autobiografia, il poeta accenna a un incontro a Parigi con l’allora celebre occultista rosacrociano Gerard Encausse, detto Papus. Però, ci informa che ritiene conveniente allontanarsi subito dalle scienze occulte: «no he seguido en esa clase de investigaciones por temor justo a alguna perturbación cerebral» (La vida de Rubén Darío escrita por él mismo, 1915 [cap. XLVI]).

Come se non bastassero i riferimenti quasi quotidiani alle stelle nelle omelie televisive della «señora de los anillos», pochi mesi fa è stata ufficialmente annunciata la creazione di un ente pubblico dedicato agli affari ultraterresti (come se il Nicaragua non avesse questioni più gravi e più urgenti da risolvere sul pianeta Terra). Chissà se con aspirazioni di conoscenza scientifica o dei misteri astrologici nei quali ricercare il riflesso dei loro stessi spiriti. Quasi in contemporanea, nell’ex centro storico della capitale, nella Plaza de la Revolución di fronte all’ex Palacio Nacional (da anni trasformato in Biblioteca Nacional), è stato inaugurato un monumento in onore di Rubén. Qualcuno che è stato a Managua obietterà: ma c’era già, l’ho visto con i miei occhi. Sì, è lì dal 1933. Pieno di insulse e viete allegorie classico-poetiche come delfini, imbarcazioni, muse ispiratrici e angeli alati svolazzanti… nulla di esoterico.

A pochi passi di distanza, adesso vi sono anche sette fiaccole perennemente accese, ognuna all’interno di una stella a cinque punte. Collocate su un lieve pendio che ricorda la parete frontale dell’edificio che abbiamo descritto all’inizio di questo nostro frivolo divertissement, e disposte su due file parallele: quella più in alto con quattro e l’altra con tre. Che cosa esattamente significhino, non è dato sapere (sia il tre, sia il quattro, sia il sette hanno una infinità di interpretazioni simboliche). Neppure si comprende cosa questa numerologia abbia a che fare con Rubén che, temendo giustamente per la sua stessa sanità mentale, aveva lasciato perdere la faccenda. In ogni caso, se la fiaccola è uno dei tanti simboli della vita, fin dalla antichità il sette è considerato un numero magico. Lo sappiamo tutti: i sette cieli, i sette mari, i sette colori dell’arcobaleno, i sette giorni della settimana, i sette peccati capitali, le sette vite dei gatti (o sono nove?), i magnifici sette, le sette spose per i sette fratelli… e le rose rosse nel simbolo dei rosacroce. Alle quali si possono aggiungere le sette fasi della evoluzione spirituale alchemica, il Magnum Opus (dal piombo all’oro). Il sette è la somma di due numeri: il tre è il numero perfetto, quello della Trinità divina (non solo nel Cristianesimo) e il quattro indica gli elementi di cui è composta la vita: aria, acqua, terra e fuoco. Però, sono numeri che con il poeta nulla hanno a che spartire. Almeno a quanto ne sappiamo.

Per le stelle è un altro discorso: qual è il poeta che non ha mai messo una stella nelle sue poesie? O la luna? Ma da ciò all’esoterismo e all’ente per le faccende ultraterrestri, ce ne passa: fra le stelle del cielo cantate dai poeti e le cinque punte che indicano gli elementi metafisici (terra, aria, acqua, fuoco e spirito) c’è un abisso.

Il prossimo anno sarà il bicentenario della Indipendenza della Mesoamerica dal colonialismo spagnolo. E, poco distante dalle sette stelle suddette, entro il prossimo 19 luglio sarà terminato il parco dedicato a questo anniversario. All’interno di un laghetto bislungo ve ne saranno altre due con relative fontane in corrispondenza degli angoli di ciascuna. Al centro di ogni stella, ancora una fiaccola accesa. Come la rosa bianca dei rosacroce circondata da quelle rosse e con la perfetta allegoria dei quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria.

Se nei «riccioli» dei metallalberi della vita qualcuno con la fantasia contorta e una scarsa conoscenza della simbologia aveva visto l’occhio di Horus, simbolo egizio di protezione e di prosperità, mentre altri vi leggevano il 666 dell’Apocalisse, ossia il numero della Bestia, oggi nella stella c’è chi vede il pentacolo di Satana, il Sigillo del Baphomet. Di certo traviato dagli accattivanti romanzi di Dan Brown. «Ma mi faccia il piacere…», direbbe qualcuno con la testa ben attaccata al collo.

In ogni caso, qualcun altro potrebbe ricordare l’esistenza di un grande quadro a olio collocato sulla parete sinistra di un edificio religioso, appena dopo il portone d’entrata, raffigurante Cristo e le tentazioni del demonio nel deserto. È la chiesa di San Rafael del Norte, nella quale il Generale degli Uomini Liberi sposò la locale telegrafista, nel lontano maggio del 1927. Il pittore austriaco che la realizzò alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, diede a Satana le sembianze di Daniel. Aggiungendo solo le corna sulla testa, le ali da pipistrello sulla schiena e la inevitabile coda. Pura casualità, senza dubbio, ma possiamo garantire che la somiglianza è strabiliante, avendolo visto con i nostri occhi. Comunque, per certuni… era una premonizione, tanto che divenne un cavallo di battaglia della opposizione nelle elezioni del 1990 (Guillermo Cortés Domínguez, La lucha por el poder, 1990 [all’epoca giornalista di Barricada]).

Di certo, ben prima delle proteste del 2018, in svariate occasioni ci è capitato di sentire il soprannome che è stato affibbiato a Rosario: «la Chamuco». Che in Messico e in America Centrale è il demonio, il Satana che preferisce comandare all’inferno, piuttosto che essere servo in paradiso.

Tornando alla nostra stella a cinque punte, è di solito utilizzata per raffigurare quelle del firmamento. Chi fa il presepe, mette sul fondo un foglio che raffigura il cielo notturno stellato e chi fa l’albero, ne colloca una sulla cima. Però, a livello simbolico «laico» indica la vittoria e la vita. Con questo senso per nulla esoterico era presente nelle bandiere dell’Urss e del Pci, assieme alla falce e al martello. E ce ne sono ben cinque in quella della Cina.

Se a qualcosa sono servite le proteste popolari del 2018, organizzate o meno da Washington è del tutto irrilevante in questo contesto, di certo hanno fatto capire alla vicepresidenta che era meglio realizzare le sue fantasie esoteriche pubbliche a livello del suolo. La loro distruzione, ammesso che possa avvenire in un futuro più o meno lontano, non sarà così spettacolare come l’abbattimento degli arbolatas. Notte di San Lorenzo a parte, una estrella no se estrella, una stella non si schianta (de Sausurre ed Eco abbiano pietà di noi). «Sarà pazzia, eppure c’è del metodo in essa».

A questo punto, proviamo per un istante, per un istante solo, a metterci nella sua testa, infarcita di nozioni astruse e mescolate fra loro con una perfetta logica illogica che farebbe inorridire il vulcaniano Spok. La seconda moglie di Rubén Darío era registrata all’anagrafe come Rosario Emelina Murillo. Aria di famiglia, a tutti gli effetti. Attraverso un semplice processo di reincarnazione, lo spirito della prima Rosario passa nella seconda Rosario, assieme ovviamente a quello del poeta (un due per uno al supermercato dell’occulto), trasformandola in una poetessa creatrice di versi che in pochi hanno letto e che nessuno ricorda: «Imagino a Sandino, de pié, / con el Árbol de la Vida de fondo» (Sandino, pájaro, calicanto!). Non a caso, uno dei primi metallalberi fu piantato al lato della silhouette di Sandino che giganteggia sulla Loma de Tiscapa, visibile da ogni punto della capitale. In questa sorta di metempsicosi credono fermamente i rosacroce: l’anima del defunto si trasferisce in un livello cosmico, grazie a cui si realizzano successive reincarnazioni fino al raggiungimento della completa e definitiva liberazione.

Se nei lontani tempi dell’assolutismo monarchico, il potere del regnante veniva direttamente da Dio, qualche malalingua afferma che Rosario sia fermamente convinta che suo figlio minore Juan Carlos è la reincarnazione del generale Sandino. A quanto si narra, fu Sai Baba a vedere in lui la iconica figura del generale. Del resto è sicuro che lei stessa è una sua discendente, per via di madre. E su questo non si discute: la documentazione anagrafica è inoppugnabile. Afferma di essere la pronipote pure di Rubén, ma su questo ci sono dei dubbi. Per il momento, Juan Carlos si limita a suonare la chitarra in un gruppo rock, a comporre canzoni pseudo-politiche per i vari anniversari della Rivoluzione e a dirigere un canale televisivo diretto ai giovani (Canal TN8). Ultimamente è entrato in politica, accusando catonianamente gli oppositori, orrore degli orrori, di sputare sull’autobus.

Tranquilli, amici lettori, fra un attimo abbandoneremo i suoi neuroni e le sue sinapsi. Non senza prima aver ricordato che nell’emblema dei rosacroce per lei il passo è assai breve per vedervi simboleggiata… sé stessa. È la rosa bianca al centro, circondata dai sei figli avuti assieme a Daniel più un settimo da lui riconosciuto (Carlos Enrique, detto Tino). Il rosaio di Rosario. Nomen homen, dicevano i latini. E la rosa, secondo la tradizione, è un simbolo della vita eterna, come il famoso albero del paradiso terrestre. La croce, simbolo dei quattro elementi per gli egizi, è anche lo strumento di morte che si trasforma in allegoria della resurrezione: una continua e infinita rinascita, in aeternum. Pure la stella è la vita eterna, con annesso il potere. E, secondo i tarocchi, simboleggia la quiete dopo la tempesta (quella del 2018?).

In tutto questo ambaradan, Daniel dove lo mettiamo? Bella domanda. Per quanto non sia proprio in perfetta forma fisica a causa di una malattia autoimmune che lo obbliga a evitare i raggi solari in un paese tropicale (alcuni sostengono che sia il lupus, ma è un segreto di Stato), nell’emblema rosacrociano non riusciamo proprio a farcelo entrare, neppure di striscio. Eppure nella realtà esiste, «e mangia e bee e dorme e veste panni», secondo la descrizione dantesca. Per quanto, come malevolmente dicono gli oppositori, sia ormai «el coma-andante», e di certo soffra di ecolalia: l’impero gringo, ripete come un mantra, vuole eliminarlo dalla scena politica. Se tutto ciò che accade di positivo è dovuto alla «volontà divina», qualunque cosa non funziona, sia pure lo sciacquone del bagno, o qualunque disgrazia avviene, sia pure una eruzione vulcanica o un terremoto, la responsabilità è di Washington. Una copia sbiadita del Daniel del 1979. Ma, spesso, è sufficiente far finta di dire qualcosa di sinistra per essere automaticamente di sinistra.

Sì, Daniel esiste, ma solo e soltanto come simbolo indispensabile per poter consentire a Rosario di continuare a comandare dietro le quinte. Troppe volte lo abbiamo visto con lo sguardo perso nel vuoto, per poter pensare che sia ancora in grado di reggere le sorti di un Paese se non sotto l’effetto di potenti medicinali eccitanti che gli consentano un certo periodo di «presenza attiva».

Un simbolo è immortale, Jung lo chiamerebbe archetipico, per cui il giorno in cui Daniel entrerà fisicamente «en otro plano de vida», come esotericamente direbbe la stessa Rosario, grazie a una abile propaganda riuscirà a convincere i sostenitori che è sempre lui a ispirare i pensieri e le azioni della vedova ufficialmente inconsolabile, ma ben felice di non essere più la vice. Come ogni spirito in attesa di reincarnarsi, Daniel le parlerà in sogno o in trance o durante i suffumigi sotto lo zopilote impagliato. Saecula saeculorum, perché se la leggenda narra che i rosacroce avessero il potere non solo di curare gli infermi, ma persino di mantenersi giovani e di poter prolungare la loro stessa vita, lei è caduta da piccola nel pentolone con l’alchemico elisir di lunga vita…

La Bottega del Barbieri

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