No del Comitato Difesa Risparmiatori al progetto di fusione di CRC in Credit Agricole Cariparma

di Davide Fabbri (*)

   Da poco è terminata l’ultima assemblea dei soci di Cassa Risparmio Cesena, al Palazzetto dello sport di Cesena. I nuovi proprietari della CRC – Crédit Agricole Cariparma – volevano farmi parlare per soli 5 minuti. Mi sono preso tutto il tempo necessario (28 minuti) per spiegare le vere ragioni del progetto di fusione tramite incorporazione di CRC in Crédit Agricole.
Da nessuna parte la nuova dirigenza di Credit Agricole ha l’onestà intellettuale di affermare le autentiche motivazioni principali sul progetto di fusione, e cioè il recupero delle imposte differite, un enorme risparmio fiscale. Un beneficio fiscale frutto dell’incorporazione delle perdite di CRC negli anni del crac di CRC – 2015 e 2016 – in cui veniva svalutato il valore delle azioni di CRC. Questi sono soldi che appartengono agli azionisti CRC: attraverso questa fusione, gli azionisti CRC si vedono sottrarre una parte consistente del loro patrimonio.
Lo scopo principale del progetto di fusione è ottenere nell’immediato ingenti benefici fiscali e di rientrare alla grande dei pochi soldi spesi per l’acquisizione delle tre Casse di Risparmio coinvolte (Cesena, Rimini e San Miniato).
Quanto è costata CRC cioè Cassa Risparmio Cesena a Crédit Agricole Cariparma? Lo scorso anno CRC è stata ricapitalizzata per 280 milioni di euro dal Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi, mediante l’emissione/acquisto di 560 milioni di nuove azioni al valore di euro 0,50 ciascuna.
Anche le altre due banche –  Cassa Risparmio Rimini e S. Miniato – sono state ricapitalizzate e il valore della ricapitalizzazione di tutte e tre le banche raggiunge i 464 milioni di euro. Inoltre le tre banche sono state anche liberate di ben tre miliardi di crediti deteriorati lordi, per cui nei nuovi bilanci le banche non dovranno più preoccuparsi di portare a riserve ingenti capitali per far fronte appunto ai crediti deteriorati. A fronte di questi 464 milioni versati dal Fondo Interbancario e quindi in buona sostanza dal sistema bancario Italiano, Crédit Agricole Cariparma ha versato al Fondo stesso la cifra di 130 milioni di euro per l’acquisto del 95,3% di ciascuna di queste tre banche.
Come questo sia stato possibile – cedere cioè istituti di credito perfettamente risanati con uno sconto incredibile (73% di sconto sulle sole ricapitalizzazioni) – rimane per noi un mistero.
Non solo si è permesso che questo avvenisse ma si sono stesi tappeti di velluto rosso per favorirlo, e questo a partire dai massimi esponenti della politica governativa nazionale, con il plauso dei politici locali e di tutte le forze imprenditoriali e sociali del territorio. Pertanto l’acquirente ha acquistato al valore del 27,65% di quanto ricapitalizzato solo pochi mesi prima, senza considerare il valore effettivo intrinseco delle tre banche. La nostra CRC è stata pagata 56 milioni di euro, una cifra scandalosamente irrisoria.
Ricordiamo che il valore di libro dalla CRC a fine 2016 superava i 320 milioni di euro. La nostra CRC ricapitalizzata, ripulita dai crediti deteriorati, che sono stati tutti alienati, riorganizzata e razionalizzata con la fuoriuscita di 161 dipendenti, ha la potenzialità di rendere – al netto delle tasse – fra i 20 e i 30 milioni di utile all’anno. Crédit Agricole Cariparma ottiene un rendimento che supera il 35% annuo da Cassa Risparmio Cesena, e agli azionisti vessati dopo il crac di CRC questa nuova banca fino ad ora si è resa disponibile a fornire solo qualche briciola, come fosse elemosina. Ovviamente faccio riferimento all’OPA appena conclusasi. La Cassa Risparmio Cesena (come le altre due Casse di Risparmio di Rimini e di S. Miniato) col progetto di fusione viene incorporata in Crédit Agricole Cariparma e porterà nel gruppo i suoi bilanci passati. Pertanto le enormi perdite di CRC vanno a finire nel bilancio del gruppo. Il passivo negli anni 2015 e 2016 dovuto alla CRC di cui Crédit Agricole Cariparma può beneficiare, è quindi di 346 + 98  = 444 milioni di euro.
Crédit Agricole Cariparma lo scorso anno ha guadagnato 208 milioni di euro; quest’anno la redditività del gruppo è di 250 milioni di euro. Quindi quando il gruppo Crédit Agricole Cariparma avrà avuto un utile pari a 444 milioni di euro, anche in più anni (abbiamo notato dagli utili realizzati nel 2015, 2016, 2017 che saranno sufficienti un paio di anni) allora potrà detrarsi dalle tasse i due importi già messi a bilancio, che sono appunto 94 + 30 = 124 milioni di euro.
Il risultato sarà il seguente e sarà stupefacente: a fine del 2018 o al più tardi a fine 2019, Crédit Agricole Cariparma avrà ottenuto un risparmio fiscale per aver incorporato CRC di ben 125 milioni di euro.
Sono tasse che avrebbe dovuto pagare senza l’acquisto di CRC e che non pagherà a causa dei precedenti passivi di CRC. In definitiva: Crédit Agricole Cariparma non ha pagato 56 milioni di euro per acquisire CRC (cifra dal valore comunque risibile); alla fine del 2019 il gruppo francese per acquistare CRC non solo non avrà pagato un centesimo; anzi, avrà ottenuto un beneficio di 125 – 56 = 69 milioni di euro.
(*) Davide Fabbri è blogger indipendente e portavoce del Comitato Difesa Risparmiatori CRC

La “bottega” segue da anni la scandalosa vicenda della CRC. Qui gli ultimi due articoli: Cassa Risparmio Cesena: appello agli azionisti e Opa indecente di Credit Agricole-Cariparma…

LA VIGNETTA – scelta dalla redazione – è di Altan.

 

Davide Fabbri

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