Non lavorare per niente, non lavorare tutti

di Gianluca Cicinelli

Troppo tempo libero non rende felici, afferma una ricerca dell’università della Pennsylvania, secondo cui oltre un certo limite diventa insoddisfazione e quindi il tempo libero non dovrebbe mai superare un limite di due ore. Lo studio, basato sulle risposte di 35 mila statunitensi, è stato pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology da Marissa Sharif, docente di marketing alla Wharton School della University of Pennsylvania. Non solo: l’analisi dedotta dal questionario rivela che il campione si sente più felice quando è “indaffarato”. Addirittura il tempo che si è liberato per gli individui a causa dello smart working avrebbe provocato maggior disagio e infine, nel caso ci fossero dubbi su cosa s’intenda con tempo occupato, si parla di tempo “produttivo”, cioè legato alla produzione e quindi al lavoro. Insomma, oltre agli aspetti economici necessari a vivere, il lavoro viene visto come una linea di confine tra chi trova un senso alla vita lavorando e chi non ne ha perchè non lavora.

Tra i molti motivi per cui non sono mai stato un buon comunista anche quando aderivo a gruppi comunisti, c’è il disprezzo per la cultura del lavoro che provo da sempre. Si tratta di una questione concettuale che non vuole offendere chi sta lottando con tutte le sue forze per conservarlo il lavoro, al contrario è proprio la necessità di uscire da un paradigma destinato per politica e tecnologia a mutare comunque nel futuro prossimo. E’ lo stesso meccanismo per cui quando parliamo del clima immaginiamo gli scenari da qui ai prossimi trenta o cinquanta anni, che dovrebbe costringere tutti a chiedersi quanto potrà durare ancora il modello di sopravvivenza basato su una retribuzione legata esclusivamente al tempo dedicato alla produzione di merci e alla dequalificazione dei servizi a merce così come al pagamento “a pezzo” per la produzione e la consegna delle merci. La precisazione non servirà a evitare fraintendimenti ma è doverosa, perchè disprezzare il lavoro significa difendere i lavoratori con molta più forza di quanto permettano oggi i rapporti di forza completamente a favore del padronato che ha ormai inglobato culturalmente la quasi totalità del mondo sindacale.

La liberazione delle energie individuali, creative o semplicemente di benessere, non risiede affatto nel lavoro. O meglio ci sono lavori, come l’artigiano ad esempio, che confinano con la creatività, o i lavori con le parole o le cosiddette “scienze umane”, o comunque quelle attività che non sentiamo come lavori in quanto tra noi e il prodotto finale c’è poca distanza, ci sentiamo parte della stessa merce che abbiamo prodotto e diffuso in quando dentro c’è la nostra soggettività. Ma la maggior parte del mondo è alle prese con lavori ripetitivi e stancanti sia sul piano fisico che su quello nervoso, il cui unico scopo è fornirti quel minimo o tanto di soldi necessari a compiere tra i tre e i cinque pasti al giorno, farti possedere o affittare una casa, formare una famiglia come entità economica più che affettiva per unire due stipendi alla ricerca di un lieve benessere o almeno del minimo necessario per vivere.

E allora è particolarmente grave che la grande massa sfruttata si senta realizzata e dia un senso di completezza alla propria esistenza tramite il lavoro. Poniamo un’ipotesi, che però nei prossimi decenni si tramuterà necessariamente in realtà. Il traguardo dei mille euro al mese, dei tre pasti e di un tetto sopra la testa, erogati in quanto diritto a vivere, i vari redditi di sussistenza chiamati nei modi più diversi, non è lontanissimo. Ci si dovrà arrivare per forza, noi in occidente non riusciamo a vedere quanti miliardi di persone siano ancora lontani non solo dal benessere dei tre pasti ma dall’accaparramento dell’acqua potabile. E’ un problema che non si risolve offrendo un lavoro ma garantendo come prima cosa beni e servizi essenziali senza un profitto immediato. E’ interesse del capitale stesso evitare rivolte sociali e avere garantito un esercito di mano d’opera in buona salute a cui attingere. Di conseguenza affrontare il problema in quella parte del mondo porta come risultato a catena una ridiscussione del concetto di lavoro in occidente.

Si parla spesso, per le persone a cui il reddito viene garantito tramite strumenti sociali staccati dalla produzione di lavori “socialmente utili”. A parte la sottile ironia della definizione, che per negazione sancisce che la maggior parte dei lavori sia socialmente inutile, il senso dell’utilità in questo caso viene messo in rapporto a due obiettivi che esulano dalla produttività: la qualità della vita del lavoratore e la qualità della vita della collettività da migliorare con l’azione dei lavoratori “utili”. Torna quindi centrale la questione del ruolo dello Stato in questo processo, che diventa l’ente obbligato a garantire ai suoi cittadini la sopravvivenza tramite l’erogazione economica di quanto necessario a vivere sotto un tetto e mangiare. Assolto quel compito a noi non resterebbe che cercare la nostra strada verso la felicità o qualcosa che ci assomigli. Intanto non sarebbe più necessario sposarsi o convivere per dividere l’appartamento, che non è una professione di libertinaggio ma di civiltà, poi ognuno farebbe ciò che vuole dividendo lo stesso tetto con chi vuole ma senza il ricatto di finire in miseria o perdere il bene in caso di separazione.

Il sindacalista Aboubakar Soumahoro parla esplicitamente di un reddito minimo svincolato dal lavoro. Un reddito di esistenza lo definisce, ed è una descrizione perfetta del senso che assume. Perchè, come spiega lui stesso, è questa la strada proprio per ridare dignità al lavoro, dai braccianti alle finte partite iva. Non stiamo parlando quindi di un’utopia ma di un’istanza concreta e su cui costruire conflitto, che nasce tra chi subisce maggiormente ai giorni nostri il ricatto di una vita schiacciata sull’angoscia di non trovarlo il lavoro, e colpisce appunto che Aboubakar Soumahoro metta insieme uno dei lavori più pesanti, il bracciante, con i lavori quasi sempre non fisici delle partite iva. Una nuova società sarà possibile soltanto quando l’utilità di svincolare l’esistenza dal lavoro, con tutta la retorica che ne consegue, sarà chiara a tutte le parti in causa. E non è la rivoluzione nè il socialismo, soltanto un passo in avanti per l’umanità senza bisogno di arrivare sulla luna.

“Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui domina la civiltà capitalistica. È una follia che porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli stanno torturando la triste umanità. Questa follia è l’amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie … Eppure il proletariato … tradendo i suoi istinti, misconoscendo la sua missione storica, si è lasciato pervertire dal dogma del lavoro. Il suo castigo è stato terribile e tremendo. Tutte le miserie individuali e sociali sono nate dalla sua passione per il lavoro”.
Paul Lafargue, Il diritto all’ozio, 1883. (Paul Lafargue era il genero di Karl Marx, sposò Laura Marx, testimone di nozze fu Friedrich Engels)

ciuoti

3 commenti

  • Pingback: Il lavoro è necessario ma va disprezzato, capovolgiamo il paradigma • Kulturjam

  • Paul Lafargue non aveva ancora letto, o capito, Marx e la differenza sostanziale che Marx coglie tra artigiano e operaio della grande industria, tra cretinismo del mestiere del produttore artista e la noia, alienazione e sottomissione alle macchine dell’operaio moderno.
    Come definire invece il saccente e appagato produttore di lavoro intellettuale? Camus lo definisce come “qualcuno il cui cervello guarda se stesso”
    Sergio

  • Passare al plurale. Il lavoro è qualcosa che si declina e si coniuga in tutti i lavori. Così come accade per il capitalismo oppure per il socialismo. Ecco la questione più cogente da affrontare. Invece ci stiamo facendo dettare l’ordine del giorno da chi ha interesse a imporre il proprio modello (di conquista dei mercati e delle coscienze) o il proprio anti-modello, altra astrazione invalidante. Non guarderei tanto una contrapposizione tra saggi e saccenti, quanto alla confusione “naturale”, ovvero consustanziale alla modernità, che ci dovrebbe suggerire la necessità di andare oltre, perché siamo in un’altra era.

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