Non siamo nati indios, ci hanno resi indios

di Ollantay Itzamna (*)

Nella Abya Yala (*) di oggi si ricorre comunemente alla parola indios per riferirsi alle persone appartenenti ai popoli originari in condizioni di esclusione e di subalternità. In società frammentate come la honduregna o la guatemalteca, i «cittadini» ci chiamano «piccoli indios» per carità cristiana e per addolcire la tolleranza. Per i settori che monopolizzano la costruzione e la riproduzione dei pregiudizi sociali, «l’indio è sempre stato indio e continuerà a essere indio». Ma non si rendono conto che il concetto indio è una categoria di dominazione socio-politica costruita intenzionalmente e “resa naturale” a partire dal XVI secolo. La parola indio è la materializzazione più grossolana del darwinismo socio-politico e culturale che fu applicata intenzionalmente nella colonia e nelle repubbliche che hanno recentemente festeggiato il secondo centenario della loro indipendenza, a noi che siamo gli originari/e al fine di disumanizzarci. Cioè considerarci come non-umani, perfetti per il lavoro nelle nuove terre usurpate. Pertanto, se non contiamo niente come umani, non possiamo avere i diritti o la proprietà. Tanto meno possiamo essere cittadini a pieno titolo (solo elettori, mai governanti). Per questo motivo, quando si sente la parola indio questa diventa automaticamente sinonimo di antiestetico (brutto, sporco), miserabile, indeciso, diffidente, vizioso, ignorante, inutile, superstizioso, fatalista, rassegnato, ubriacone, lussurioso e un lungo ecc. In altre parole, «indio» non è altro che la materializzazione dei vizi. La cosa più triste e irrazionale è che quando un bianco entra in contatto con un nativo dell’America profonda, con lingua, estetica, gusti e odori diversi dai suoi, quasi automaticamente sente disgusto o ripulsa. Il suo inconscio rivela che sta davanti a un «indio». Solo davanti a uno vicino (un simile) si sente amore.

Ma chi è l’indio? I primi europei che sono arrivati in Abya Yala, nel XVI secolo, come Cortes, Pizarro e Alvarado si sono trovati con gli indios? Chi e perché ha costruito / stabilito il concetto di indio in Abya Yala? L’indio è una costruzione socio-politica e culturale della colonia e fissata dalle repubbliche. Gli invasori non hanno trovato in Abya Yala abitanti ignoranti, bruti, rassegnati, pigri. Non hanno trovato nessun indio. Hanno trovato nativi del luogo che nei primi documenti hanno chiamato «naturali». La categoria indio è stata una costruzione coloniale per disumanizzarci filosoficamente, negarci diritti, appropriarsi delle nostre terre e dei nostri beni, e sfruttarci senza eliminarci. «Dicci indigeno, originario, nativo, terra che pensa, che sente, che piange, che sogna, ma non chiamarci indio o straniero».

Ora, voi direte che i monti e le valli del Messico, Guatemala, Ecuador, Perù, Bolivia e altri Paesi sono attualmente abitate da esseri sottomessi, dimessi, diffidenti, sporchi, analfabeti, bruti ecc. In parte sì. Ma non siamo indios. Siamo esseri umani che abbiamo incorporato la dominazione e la stigmatizzazione che ci hanno imposto da diversi secoli. Nel caso in cui alcuni siamo ancora «indios» (colonizzati), noi non siamo nati indios. Ci hanno resi indios. Di conseguenza, non siamo una realtà naturale, innata o definitiva. Siamo una realtà costruita politicamente e siamo nel processo di emancipazione da tale costruzione. Prodotto di nefaste storie irredente e di circostanze a noi avverse, abbiamo assunto (incorporato) in molti casi, ruoli, atteggiamenti, sentimenti e anche una falsa coscienza di essere indios per sempre. Il sistema coloniale e repubblicano ci ha ripetuto (inoculato), in modo attivo e passivo, la nostra situazione di «ignoranti», «bruti», «selvaggi», «rassegnati» sino a farci interiorizzare profondamente un complesso di inferiorità. Ma è solo questo: un complesso. E proprio come è stato costruito dobbiamo anche decostruirlo e liberarci. Se gli invasori durante la Colonia hanno creato la categoria indio per rafforzare i meccanismi dell’espropriazione coloniale, le repubbliche (alcune) nel loro tentativo di costruire la “nazione” hanno insistito per assimilarci e trasformarci in meticci. Per questo scopo hanno istituzionalizzato il razzismo e il disprezzo per gli “indiani” per giustificare l’esclusione dei popoli originari. Nel XVI secolo, hanno raggruppato i nostri avi (che vivevano sparsi nei territori) e organizzato il sistema dei villaggi degli indios (come nel caso del governo coloniale del Guatemala a partire del 1542). Che cos’era un villaggio indio? Nativi racchiusi in villaggi, al fine di organizzare, fornire e distribuire mano d’opera gratuita a quelli cui erano stati concessi diritti sulle terre sottratte ai popoli originari, garantendo così il pagamento dei tributi al re. In cambio ci hanno lasciato il battesimo e la Bibbia.

Durante la Repubblica, diversi rivoluzioni non hanno significato modifiche sostanziali per noi. Le rivoluzioni liberali e le riforme agrarie, in larga misura, sono servite a legalizzare l’esproprio delle terre comuni dei popoli originari. Senza terra, senza diritti, senza opportunità, umiliati, in spaventoso impoverimento, come non avremmo potuto diventare indios? Così come la condizione coloniale è prodotto storico di relazioni di potere, lo status di «indio» è pure una costruzione storica coloniale per rafforzare il sistema di saccheggio e spogliazione. Per questo proposito perverso della categoria indio, costruita per disumanizzarci, non chiamateci indios. Siamo figli della terra come te. Con estetiche, sentimenti e pensieri differenti, ma siamo sempre aperti a imparare dalle/dagli altre/i, se anche loro sono desiderose/i di imparare da noi. Così come non dovremmo chiamare straniero/a qualsiasi figlio/a della Terra. Dopo tutto, anche la categoria di nazionalità (confini) è una costruzione politica per rinchiuderci. Chiamaci originario, nativo, Terra che pensa, che sente, che piange, che sogna, ma non chiamarci indio nè straniero. Solo uniti/e faremo fronte a questo sistema di morte che sta già cambiando in dollari anche la capacità di metabolismo della Madre Terra.

(*) cfr Abya Yala: storia e diffusione di un nome

ALLA FINE DI QUESTO ARTICOLO L’AUTORE SI PRESENTA COSì.

Ollantay Itzamná, indio quechua. Accompagna le organizzazioni indigene e sociali nella zona maya. Ha conosciuto lo spagnolo all’età di dieci anni, quando ha conosciuto la scuola, la strada, la ruota ecc. Scrive da 10 anni non per soldi, ma in cambio delle sue riflessioni che sono i contributi di molti e molte senza il diritto di scrivere. Solo ci lascino dire la nostra verità

COSI’ SI DEFINISCE ATTUALMENTE.

Dr. Ollantay Itzamná, indigeno quechua, laureato in giurisprudenza e teologia, dottorando in antropologia sociale. Con ricerche in diritti umani, comunicazione sociale, politiche pubbliche e diritti delle popolazioni indigene. Coordina il programma socio-politico di formazione / ricerca per le comunità indigene in Guatemala nel quadro della cooperazione internazionale del COISOLA, il Colectivo de Investigaciones Sociales y Laborales. Questa organizzazione fondata da professionisti, accademici e ricercatori sociali nell’ambito dei diritti umani, attraverso team interdisciplinari, da oltre quindici anni si è dedicata alla ricerca, alla formazione e al sostegno nel processo di giustizia, genere e popoli indigeni.

Vedere il suo sito Susurros del silencio https://ollantayitzamna.wordpress.com/

 

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