Ogni essere umano vale 1?

Dipende: a Roma, Torino, Vicenza chi è senzatetto vale meno di zero

Articoli di Gigi Eusebi e Riccardo Bottazzo. A seguire i pensieri di Erri De Luca e una vecchia canzone di Phil Ochs.

La notizia di ieri è che a Torino i vigili hanno cacciato i clochard (come è elegante dirlo in francese): https://www.lastampa.it/torino/2021/02/04/news/blitz-dei-vigili-cacciati-i-clochard-dal-centro-di-torino-1.39859560?ref=fbppt . Ma è solo la tappa di un lungo calvario: c’è il sequestro dei cani dei senzatetto (per alcuni di loro è l’unica compagnia) e c’è il martellamento del quotidiano «La stampa». E pessime notizie arrivano anche da altre città (Roma e Vicenza). Così la redazione della “bottega” ha provato a ricostruire una piccola mappa. Intanto ricostruendo con Gigi Eusebi quello che avevamo pubblicato qualche giorno fa (ma con alcune precisazioni e maggior ordine). Poi con un articolo di Riccardo Bottazzo su Vicenza e linkando quanto scritto da Gianluca Cicinelli su Roma (e non solo). A seguire i pensieri di Erri De Luca a partire dalla solidarietà di un circolo Arci romano per finire con un breve ricordo di Phil Ochs: fu lui a insegnarci che «è solo per caso». [db]

 

 

UNO VALE UNO

di Gigi Eusebi

Sono stato indirettamente coinvolto, per foto pubblicate dal quotidiano La Stampa durante turni di consegne pasti nelle attività di volontariato che svolgiamo da anni in città. Ecco le mie riflessioni.

Affermare che la vita di strada si può rivelare comoda, che può costituire fonte di reddito o almeno di acquisizione di denaro facile, oltre che grottesco, degno di rimozione dall’incarico per chi come il capo della polizia municipale di Torino svolge mansioni direttive in settori che dovrebbero tutelare la popolazione, è soprattutto – tecnicamente parlando – una “vaccata”. Sia per chi dice tali cose sia per chi in modo premeditato e strumentale le pubblica. Certe affermazioni date in pasto al lettore medio turineis de La Stampa, platea composta in parte da classe media, benpensanti, madamine, pensionati con posto fisso al bar (varianti sociologiche in salsa subalpina della mitica “casalinga di Voghera”), possono provocare ulteriori disagi ed esclusione a chi già combatte una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Li chiamiamo senzatetto, senza fissa dimora, barboni, homeless, clochard, quando prima di tutto sono persone, con una storia, un passato, un presente e, insh’allah, un futuro.

Nella genesi delle storie di vita di strada vi sono spesso diritti universali di cittadinanza non concessi, problemi di salute, lavoro, abitazione. A ciò si affiancano fragilità individuali che non reggono il confronto e l’esclusione dal consesso dei “normali”, di un’organizzazione sociale che separa sempre più i “salvati” dai “sommersi”, per citare Primo Levi. Riportando stralci dell’ottimo comunicato dell’Associazione Opportunanda, a commento degli articoli: ”Quando ti ritrovi per strada per sopravvivere devi in qualche modo riprogrammarti; fare la fila per elemosinare un posto in dormitorio, nella speranza che quella sera ci sia un posto, che comunque sarà provvisorio; fare la fila alle mense per elemosinare un pasto, abituarti a saltare spesso la cena; fare la fila per elemosinare dei vestiti che non ti facciano sentire un “barbone”, finchè pur di combattere il freddo ti metti addosso qualsiasi cosa; fare la fila per elemosinare una doccia e per trovare un posto riparato dove passare la giornata, con magari l’obbligo di stare a casa quando c’è il Covid. Di posti dove passare la giornata a Torino ce ne sono due o tre al massimo, tutti privati. Diventa un randagismo urbano che ti sfinisce, ti abbruttisce, “la strada ti entra dentro” e farla uscire diventa difficile”.

  Un comunicato della “difesa”, pur citandomi come parte lesa, ovvero come uno dei due soggetti non consenzienti della foto a mezza pagina pubblicata (in realtà era stata scattata ed usata per un pezzo dell’11 dicembre, scritto e illustrato da giornalisti che ci avevano affiancato in un turno serale di distribuzione pasti) non “graffia” sugli aspetti qualificanti della questione. Il punto più critico non è l’aver riciclato una foto d’archivio a fini redazionali ma aver perseguito in modo premeditato l’ennesima forma di giornalismo spazzatura, che affronta in modo improprio, incompetente, scandalista temi di enorme complessità su cui nessuno, dai diretti interessati agli operatori del settore, ha soluzioni certe. Fra gli svariati paragoni, italiani e mondiali, ho ripensato agli slogan ad effetto tipo i “taxi del mare” e i “migranti in villeggiatura”, con cui il duo Salvini-Di Maio un paio di anni fa apostrofava l’operato delle navi delle Ong nel Mediterraneo

Suggerirei al grancapo della polizia municipale torinese Bezzon, autore principale della “prodezza” e ai giornalisti della redazione (se trovasse posto in coda nell’affollata “reception” dell’Hotel Homeless anche alla vice-sindaca Schellino…) di passare una notte, una sola notte invernale, dormendo per terra vicino ai senza fissa dimora. Nel caso dovessero sopravvivere verificherebbero quanto sia lucrativo, economicamente, fisicamente, psicologicamente “prenotare” una suite con aria fresca, vista strada, piano marciapiede, nel centro città…

A chi legge gli articoli de «La Stampa» di fine gennaio propongo il confronto da… abbonato in prima fila: fresco dopo un turno serale, nel quale ho distribuito una ventina di pasti cucinati da Guarda Oltre in tre zone del centro (con persino dessert di mousse alla panna, schiccheria…).

Il ragazzo in mutande di cui si (s)parla in uno degli articoli è ghanese, si esprime solo in inglese, da un mese staziona giorno e notte, scalzo, su una panchina di via Cernaia, per coprirsi usa un vecchio copriletto, pur con i -7 gradi di alcune notti di gennaio. Ogni volta che passo mi chiedo come riesca a sopravvivere. Qualcuno dei suoi “colleghi” dice che ogni tanto rubacchia, in media rifiuta qualunque approccio; per noi è stato un successo che da qualche settimana accetti almeno il cibo serale che inizialmente non voleva, cacciando a “fuck you” chiunque si avvicinasse. Stasera ero solo, ormai sa chi sono, in bici con il cibo passiamo in pochi, ho provato a parlargli visto che era seduto e non sdraiato come sempre. Il cibo lo ha preso con mucho gusto, gli ho chiesto se stesse decentemente, e lui per la prima volta ha… comunicato. Ha detto che avrebbe bisogno di un sostegno per gli occhi, non solo per due, ma “for 3 eyes” (svelato il mistero del terzo occhio…?). Glielo ho fatto ripetere più volte, pensavo non avessi capito bene, non parla un inglese esattamente oxfordiano. Cercava degli occhiali? “No”. Delle gocce o un collirio? “No”. Un oculista? “No”. Ho detto che avrei provavo a cercare qualcuno che parlasse wolof o una lingua a lui più familiare. “Che fuck dici, ti sto parlando in un inglissccc corretto, ciò che mi serve è scratch for my eyes (letteralmente grattino per gli occhi)”. Ho balbettato: “vedrò cosa riesco a fare” …

In uno degli articoli meno fetenti, si parla di Maria, salernitana a volte logorroica che “frequento” da un anno. La sua storia è abbastanza correttamente raccontata: le sue urgenze del momento sarebbero sgomberare il monolocale dove viveva con il marito defunto da tempo, spazio pieno di cose in parte da buttare in parte da salvare, capire se e a quali misure di reddito potrebbe accedere (la Comunità di S. Egidio le aveva promesso di occuparsene), trovare un riparo notturno che sia meno distante dal centro città rispetto all’attuale location di Moncalieri (cintura di Torino). Ha un accordo con una coppia di anziani che le danno un letto ma nulla più. Maria non sta benissimo, è relativamente anziana, due ore di bus ogni giorno, oltre alle 10/12 ore quotidiane passate al freddo seduta in strada, le pesano.  Si posiziona quasi sempre di fianco al teatro Regio, che da quando è chiuso diffonde nei pressi degli ingressi arie di brani di musica classica ed opere. “La musica mi tiene compagnia”, sorride Maria.

Alcune delle cose che indossa, a strati per ripararsi dalle temperature invernali, vestiti in buone condizioni e non malmessi come si dice nell’articolo, arrivano anche da mia sorella e da amiche solidali. Ogni tanto le faccio un bucato e le stiro la biancheria, però porta con pudore da pulire solo roba bianca perchè le cose colorate se le lava da sé; le piacciono in particolare dolci e frutta, quando possibile la riforniamo. E’ una delle persone all’apparenza più “normali” del circuito, anche se quando comincia a parlare non la fermi più e tende a dire sempre le stesse cose. Ma non andrà mai in un dormitorio o struttura pubblica tipo i container invernali periferici di via Traves ideati in questo inverno dall’assessorato di Sonia Schellino, vicesindaca con delega alle politiche sociali, a fine mandato, la quale non si capisce se sia più incompetente o arrogante. Viene da una “carriera” in campo sociale con la Fondazione San Paolo e per questo è convinta di saperla lunga e di non ascoltare chi si muove ogni notte sul territorio e magari non appartiene alla schiera dei partner storici della Città del terzo settore locale. Persino l’arcivescovo di Torino, un moderato che si chiama Cesare Nosiglia e non sub-comandante Marcos, ha definito questi spazi freddi e di scomodo accesso serale, nei pressi del periferico stadio della Juventus, “più adatti alle bestie che agli umani”.

Spesso prima di addormentarmi al caldo del mio letto ripenso a tanti quasi “amici” di strada: Gabriele, l’intellettuale della truppa, che vanterebbe parentele nobili, che millanta eredità milionarie da riscuotere in Francia, con appresso pile di libri vicino a trolley pieni di vestiti e cibo, che legge un romanzo al dì.  Methodi, bulgaro spesso alticcio che la prima volta che ci siamo visti ha provato a rubarmi la bicicletta; è un agricoltore, ogni tanto riesce a strappare qualche settimana di lavoro nei campi per la vendemmia o la raccolta di pomodori, da mesi vive con ascessi ai denti continui che non riesce a curare, se non con il doping da alcool.  Pedro, carioca di Rio de Janeiro, fisico da capoeira, che vive apparentemente sereno, senza documenti né accumulo di cibo o vestiti.  Cosetta, ex-modella e impiegata in aziende sanitarie, accanita fumatrice con problemi alla schiena, presente a sé stessa; fin troppo, visto che durante il primo lockdown mi aveva “sfanculato” per preoccuparmi troppo di lei; “Tanto non durerò molto”, aveva chiosato congedandosi.  Roxana, alias Kati, alias Janet (dà nomi diversi a seconda dell’interlocutore o volontario di turno), ecuatoriana minuta senza un polmone, che ha cose sue sparse per mezza città, alcuni borsoni pieni di qualunque cosa hanno soggiornato sul mio balcone per mesi; tende a non dire (quasi) mai la verità, forse non sa chi è veramente, non si è capito nemmeno da quanto tempo sia in Italia, lei dice da meno di un anno ma la padronanza della lingua italiana ed uno spagnolo poco fluido sembrano rivelare una presenza più datata. Juàn Pablo, porteno di Buenos Aires, “fuori” come un balcone, distinto signore che non appena incrocia qualcuno inizia discorsi autistici nella sua lingua, dove illustra le sue competenze professionali nei settori dell’ingegneria ed estrazione mineraria; non importa che lo si ascolti o meno, che si provi a rispondere qualcosa; Juan Pablo tira dritto e continua a parlare, parlare, parlare; ma non manca mai di salutare con rispetto ringraziando per anche solo un piccolo panino o frutto. Gruppetti di maghrebini che si ritrovano ogni sera in vari quartieri della città, facendo crocchio e condividendo in modo solidale quanto eventualmente raccolto oltre che le esperienze della giornata. Come nella loro cultura sono attenti ai bisogni degli altri compagni, condividono il cibo, ogni tanto se ne vede qualcuno intento a compiere l’atto di una delle cinque preghiere quotidiane della religione musulmana, riescono sempre a posizionare i tappetini in direzione della Mecca, e se gli chiedi se anche oggi hanno mangiato ti rispondono “Na’am, Al-hamdulillah!” (Sì, secondo la volontà di Dio).

Amalia, pingue rumena con infiniti problemi di infiammazione a pelle ed unghie, infermiera di professione (al punto che ogni volta presenta una lista di costosi farmaci che le servirebbero degne di un farmacista provetto); ogni tanto, specie se riesce a lavarsi in qualche bagno pubblico, trova piccoli incarichi da badante. Mi sono commosso la notte di Natale, quando portandole la cena speciale della festa, a base di un tradizionale piatto venezuelano natalizio – hallaca – confezionato dentro foglie di banano dai creativi chef volontari di Guarda Oltre, dormiva in un materasso ad una piazza e mezza con la schiena appoggiata al muro, stringendo al petto tra le mani una grande scatola. Si trattava del regalo di Natale, piuttosto kitch, che aveva comprato per la figlia adolescente che non vede da anni (probabilmente le è stata tolta e non si sa se sia ancora nei paraggi) e che proteggeva per non farselo rubare.

Nemmeno su numeri e dimensioni del fenomeno dei senza fissa dimora c’è chiarezza, da anni, indipendentemente dal colore politico delle amministrazioni di turno, la tendenza è sottostimare la realtà, anche per la dinamica continua di movimenti e spostamenti. Forze dell’ordine e Assessorati raramente riportano valori superiori a qualche centinaio di unità totali in città, mentre diverse ricerche svolte tra il 2010 ed il 2018, alcune paradossalmente commissionate dallo stesso Consiglio Comunale di Torino, arrivavano a totalizzare circa 2.000 persone. Nel nostro piccolo, durante il primo lockdown avevamo provato a svolgere una mappatura del centro e di alcuni “focolai” strategici – come la nota e triste vicenda di piazza d’Armi e dello sgombero di inizio maggio 2020 – e limitatamente ai quartieri centrali risultavano esserci circa 250-300 persone.

Solo sul punto del donare soldi facili potrei trovarmi parzialmente concorde con poliziotto e vice-sindaca, se l’analisi fosse svolta in modo più professionale e soprattutto empatico. Molte persone senzatetto non sanno gestire denaro e spesso se lo bevono o fumano. Qualcuno ogni tanto sparisce, cambia location se non città/regione, qualche volta quando si mettono insieme 20-30€ si decide di passare un paio di notti “pe’ ripijasse” in una stanza economica in pensioncine sgarrupate vicino alla stazione, purtroppo non poche persone soffrono di patologie a volte gravi, quasi mai curate correttamente. Anche su abiti e cibo a volte scarseggia “cognisiùn”, per usare un piemontesismo: un po’ perchè spesso passano vigili and similar a prendere e buttare via tutto anche in modo aggressivo, richiamati da abitanti della zona, per salvare il decoro urbano; un po’ perchè tendenzialmente chi vive in strada tende a dare poco valore alle cose donate, perfino anche a quelle che ogni tanto essi stessi si comprano con gli spiccioli raggranellati con l’elemosina. Ho perso il conto di quanti cellulari di prima e seconda mano ho distribuito nell’ultimo anno, per dare possibilità di comunicazione o intrattenimento (in diversi punti del centro esiste un intermittente accesso al free wifi), oggetti regolarmente persi, rubati, bagnati, distrutti, o presi da polizia e vigili durante gli sgomberi.

Ogni storia è una storia, c’è di tutto. Sulla strada come fra i “normali” esistono delle specie di caste, in qualche caso con episodi di competizione e violenze, o al contrario con manifestazioni di solidarietà di “classe”. A seconda che il senzatetto sia italiano o straniero, con carta d’identità, passaporto, qualche forma di reddito di emergenza o cittadinanza oppure, per dirla alla latinoamericana, indocumentado, comunitario o extra-UE, giovane o anziano, in discrete condizioni di salute o con patologie non curate, presenze in strada di lungo corso o di recente arrivo, con storie pregresse legate a dipendenze varie o “soggetti” come noi, del tutto simili ai vicini della porta accanto, che in poche settimane hanno perso lavoro, casa, famiglia. Donne, uomini, coppie, trans, ecc. Soli, depressi o confusi.

Come diceva Bergoglio a inizio papato a proposito dei gay?

E chi sono io per giudicare!”.

Amen

 Cfr  Torino: il Bancomat dei senza casa, il giornalismo che… dove ci sono le proteste di Almaterra e di GuardaOltre alle quali fa riferimento Eusebi.

 

Vicenza: chi terrorizza i senzatetto?

di Riccardo Bottazzo (*)

A Vicenza i senzatetto sono poco più di una ventina. Eppure il Comune ha dichiarato guerra in nome del decoro urbano. Abbandonati al freddo, impauriti e annaffiati dalle pompe dei netturbini: così si muore sulle strade di Vicenza. In un solo mese e mezzo, ben 5 persone sono state uccise dal freddo, dal disagio psichico e dalla povertà ma anche dal clima di violenza che le costringe a nascondersi dove possono, terrorizzate dal coprifuoco e dall’esclusione di cui si sentono prigioniere. Può accadere perfino che zelanti netturbini gettino nella spazzatura le coperte che avevano appena regalato loro i volontari…

E con questo sono cinque in un mese e mezzo. L’ultimo è stato un signore cinquantenne, anche lui senza casa, anche lui costretto a vivere al gelo, abbandonato, per le strade di Vicenza, anche lui in precarie condizioni di salute. Se ne è andato qualche giorno fa. I volontari di Welcome Refugees, nei suoi ultimi momenti di vita, erano riusciti a farlo ricoverare in ospedale ma le sue condizioni erano troppo compromesse e non ce l’ha fatta. E prima di lui, altri quattro senzatetto sono morti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, uccisi dalla fame, dal freddo e dalla miseria, portando ad un totale di cinque le vittime mietute dalla povertà, dal disagio psichico e dall’inverno nella città berica. Una percentuale da strage, se si considera che i senza tetto a Vicenza sono poco più di una ventina. Ma è proprio a loro che il Comune ha dichiarato guerra in nome di un concetto di “decoro urbano” che sarebbe tutto da discutere.

Una crociata per il decoro, questa orgogliosamente sbandierata dagli amministratori di Palazzo Trissino, che ha fatto presa anche su fasce violente di bande giovanili, tanto è vero che sono sempre più numerosi gli episodi di brutalità contro di loro.

Le volontarie ed i volontari di Welcome Refugees e delle altre associazioni, come la Caritas, che si occupano di persone senza fissa dimora sono i primi ad aver coscienza di questo diffuso clima di violenza perché non trovano più i loro assistiti nei consueti luoghi in cui si rifugiano per superare il freddo notturno. “Hanno paura e cercano di nascondersi dove possono – spiega Elena Guerra di Welcome Refugees Vicenza – . Dobbiamo cercarli per tutta la città e quando li troviamo sono terrorizzati. Non si fidano più di nessuno. Hanno paura di vessazioni e di ricevere multe per violazione del coprifuoco o per il decoro che non possono pagare. Ma come possono stare a casa se una casa non ce l’hanno? Molti di loro portano addosso il segno delle botte ricevute, oppure stanno tremando dal freddo perché qualcuno gli ha gettato nelle immondizie le coperte che noi gli avevamo portato. E capita anche di trovarli bagnati fradici perché i netturbini che vanno a pulire le strade li hanno annaffiarti con le pompe”.

Accusa molto grave, questa dei volontari di Welcome Refugees, che è rimbalzata nei giornali locali e che è stata subito respinta dal Comune in una nota – non firmata da un assessore specifico o da un dirigente ma, genericamente, dall’amministrazione – in cui si ribatte che “quanto denunciato non trova riscontro nella realtà” ma proviene da un inaffidabile “chiacchiericcio tra i volontari”.

Altro che chiacchiericcio! – ribatte Elena -. Il fatto è ben documentato da tante testimonianze dei senzatetto e anche da operatori della Caritas che hanno assistito ai fatti! I netturbini arrivano con le autopompe scortati dai vigili urbani e aprono il getto senza stare troppo a preoccuparsi di coloro che non sono veloci a scappare”.

Ma quello che ci preme non è fare polemiche con l’amministrazione conclude l’attivista -. Non vogliamo più essere costretti a cercarli per la città con il rischio di trovarli morti per freddo. Questa crociata per il decoro sta causando morti e sofferenze. Lo scorso anno, in cui le strutture di assistenza erano messe peggio di oggi e c’era oltre un centinaio di senza tetto per le strade, abbiamo avuto solo un decesso e per overdose. Quest’anno siamo già a cinque morti e l’inverno è ancora lungo da finire. Invitiamo la Giunta ad affrontare la questione serenamente, a non complicare il nostro lavoro, a non spargere odio contro questa umanità, a mettere in campo interventi capaci di migliorare la loro qualità di vita, a non considerarli più, come ci ha sottolineato uno di loro, ‘auto senza targa’”.

Le testimonianze video https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fwelcomerefugeesvicenza%2Fvideos%2F199771271850638%2F&width=460&show_text=false&height=253&appId

(*) ripreso da Comune-info

 

ENERGIE

di Erri De Luca (**)

Negli anni ‘70 intorno a Roma c’erano migliaia di baracche e accampamenti di fortuna di immigrati italiani. Accanto si costruivano complessi abitativi lasciati vuoti perché i prezzi salivano. Case pronte in faccia ai senza tetto: lo squilibrio era assurdo. Organizzavamo le occupazioni di quegli alloggi con centinaia di famiglie.
La chiamavamo lotta di classe, consisteva in un riequilibro delle disparità.
Questo inverno mi fa tornare a quei ricordi. Per le strade di Roma già dieci persone senza tetto sono morte assiderate. Intorno a loro migliaia di stanze vuote di alberghi chiusi e di locali inutilizzati.
Nell’anno dell’invito pressante a starsene a casa, ci sono persone che vivono per strada.
Il freddo in inverno non è un’emergenza che prende di sorpresa. L’amministrazione cittadina non se ne occupa, lascia che sia. “Let it be” è il ritornello ufficiale.

Negli anni scorsi sono stato invitato da scrittore in un centro culturale di nome Sparwasser, del circuito ARCI, nel quartiere Pigneto. Vengo da loro informato che, non potendo svolgere la regolare attività, hanno deciso di utilizzare i locali per fornire riparo, pasti caldi e dormitorio. Un negozio ha offerto reti, materassi, coperte, alcuni medici volontari effettuano tamponi per accogliere gli ospiti, il quartiere aiuta con piccole offerte di 5, 10 euro, ma numerose.
Questo circolo dimostra che si può pareggiare lo squilibrio tra chi è senza tetto in inverno e le stanze inutilizzate. È il pronto soccorso alla portata  del sentimento civile di una comunità. Essere cittadini consiste nell’appartenere a una società, mettersi insieme.

La piccola fiammiferaia assiderata scritta da Andersen commuove le generazioni dal 1848. In quella notte di capodanno nessuno compra i suoi fiammiferi. Il giorno dopo piangono per la bambina trovata morta di freddo.
Quelli di Sparwasser hanno deciso di risparmiare lacrime tardive.  Il loro motto è: ”Fuori fa freddo, è tempo di calore umano”.
È la migliore tra le energie rinnovabili e pulite.

(**) ripreso da fondazionerrideluca.com

 

Vedi anche La miseria di chi odia i poveri e Come impedire le morti per freddo in una città amministrata dalla Raggi (entrambi di Gianluca Cicinelli)

 

«SOLO PER CASO»: FAMMI VEDERE IL VAGABONDO… FAMMI VEDERE L’UBRIACO

di db

Musicista, giornalista, soprattutto militante. Phil Ochs passava dal registro ironico a quello drammatico con grande efficacia. Nel lungo «sessantotto Usa» (che in realtà era cominciato almeno due anni prima) fu una presenza costante, un punto di riferimento. Alcune sue canzoni – quasi sconosciute in Italia – nell’altra America che lottava contro l’Amerika erano sulla bocca di tutti, alla pari con quelle di Bob Dylan (ben diverso da quello di oggi) e di Joan Baez (lei invece non è passata dall’altra parte). Ochs si è ucciso il 9 aprile del 1976: “era entrato in depressione e beveva sempre più” è la versione ufficiale. Probabilmente andò così ma c’è chi ricorda quanti militanti di quegli anni furono presi di mira in tutti i modi da Fbi, Cia e sbirri di ogni tipo per spingerli verso la pazzia e talvolta (come sappiamo dai documenti «de-segretati») inscenando un falso suicidio o un falso incidente stradale.

Di lui ci restano molte canzoni, alcune cantate ancora oggi in Usa nelle manifestazioni. La più bella, a mio giudizio, è «There But For Fortune» – cioè «Solo per caso»; eccola nella traduzione italiana di Riccardo Venturi:
«Fammi vedere una prigione, fammi vedere una galera,
Fammi vedere un prigioniero con la faccia impallidita
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

Fammi vedere il vicolo, fammi vedere il treno,
Fammi vedere il vagabondo che dorme fuori, sotto la pioggia,
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

Fammi vedere le macchie di whisky sul pavimento,
Fammi vedere l’ubriaco che inciampa fuori dalla porta,
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

Fammi vedere la carestia, fammi vedere la debolezza,
Occhi senza futuro che mostrano i nostri fallimenti,
E io ti farò vedere dei bambini, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quei bambini non siamo io o te, io e te.

Fammi vedere il Paese dove son dovute cadere le bombe,
Fammi vedere le rovine degli edifici una volta tanto alti,
E io ti farò vedere un giovane Paese, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel Paese non siamo io o te, io e te».

 

La Bottega del Barbieri

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