Ombre rosse, ancora

recensione a «Il ritorno del pellerossa» di Leslie Fiedler
Indiani è ridicolo; nativi americani complicato. Chiamiamoli pellerossa, pur se la loro epidermide è di vari colori.
A lungo ci sono stati raccontati come gente «senza nome», «senza luogo», «senza anima» e ancora «cannibali», «stupratori», da mettere in manicomio o sterminare. Razza inferiore che sarebbe stata «spazzata via dalla storia» o dai cannoni. Le virgolette sono citazioni di «Il ritorno del pellerossa» di Leslie Fiedler, con il sottotitolo «Mito e letteratura in America» che rimanda a una celebre trilogia: uscì nel 1968, pubblicato da Rizzoli nel 1972 e ora ristampato da Guanda (188 pag per 22 euri) sempre nella traduzione di Luigi Brioschi ma con la nuova introduzione di Claudio Gorlier.
Bisognerebbe dire tutto il bene possibile di Fiedler ma quel che qui interessa è il pellerossa. Titolo originale è «The return of the Vanishing American»: non l’americano scomparso dunque ma disparente, che sta scomparendo. Eppure periodicamente le ombre rosse riappaiono: nella cultura degli anni ’60 cioè quando Fiedler scrive il suo saggio (in certi punti più appassionante di un romanzo) poi nelle rivolte degli anni ’70, in lunghi contenziosi (quasi sempre vittoriosi) con i tribunali e con il Congresso, nelle cronache. Anche se la maggior parte di loro vive in  condizioni di vita che oscillano fra segregazione e degrado. Bush junior fu particolarmente ostile alle rivendicazioni dei pellerossa e al loro autonomo organizzarsi arrivando a bloccare i soldi che alcune fondazioni (non l’amministrazione pubblica dunque) davano per sostenere una sorta di autogestita e itinerante università di lingue e culture native.
«Il ritorno del pellerossa» 45 anni dopo resta carico di suggestioni e provocazioni. Fiedler ci guida nella frontiera che spesso si confonde con la ricerca dell’Eden; nella produzione di leggende; nelle diverse facce del razzismo; soprattutto nei miti. Si dilunga su 4, variamente declinati e travisati: quello «dell’amore nelle foreste» che è poi essenzialmente la vicenda di Pocahontas, tornata in auge grazie a un film (debolino) della Disney; il mito «della donna bianca armata di tomahwak» cioè la storia di Hannah Duston; quello «dei buoni compagni in terra selvaggia»; il mito «del maschio fuggiasco».
A metà del libro Fiedler spiega i perchè del «fallimento del sogno» (sottinteso: americano). Ironizza poi su Hollywood per arrivare all’analisi di alcuni – allora recenti – romanzi fra cui «Qualcuno volò sul nido del cuculo» (non ancora film) di Ken Kesey. Lì la donna cattiva, una costante nell’immaginario yankee, non potendo castrare il ribelle bianco e il «capo indiano» vuole punirli con l’elettrochoc. A salvarsi è il pellerossa: «Io solo sono fuggito, io solo son qui a raccontarvi». Il futuro resta incerto ma quel «disparente» continua a ritornare. Inquietando noi bianchicci, a un tempo spaventati e ammirati dalle ombre rosse in fuga.
Abbandonando Fiedler, è interessante interrogarsi su cosa oggi ci dicano i pellerossa. I sensi di colpa per quel genocidio, primo di una lunga serie? Il perduto legame con la natura? La spiritualtà e l’immaginazione (magari condita di peyote)? Ma come canta la Piapot (cioè pellerossa) canadese Buffy Sainte-Marie: «Pensate che io abbia visioni perchè sono indiana. Io ho visioni perchè ci sono visioni da vedere».
UNA BREVE NOTA
Questa mia recensione è uscita, parola più e parola meno, il 18 febbraio sul supplemento libri del quotidiano «L’Unione sarda» (db)

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