Omicidi bianchi e salute: massimo ribasso

Articoli di Marco Caldiroli e Michele Michelino

IL LATO OSCURO DEI MORTI SUL LAVORO (*)

Ogni infortunio sul lavoro è un dramma umano, familiare e una conferma di inadeguatezza delle misure di protezione previste o adottate, per altri è una pratica assicurativa da elaborare e da definire: il ruolo dell’INAIL come elemento dello stato sociale in Italia è ben riassunta nel recente testo di Chiara Giorgi e Ilaria Pavan, Storia dello Stato Sociale in Italia, Il Mulino. Vi sono vicende però in cui il dramma non viene nemmeno considerato perché il fatto non sussiste o non risulta degno di approfondimenti. Sono gli infortuni non presi in carico dalla giustizia, molti volutamente nascosti e non denunciati, altri cancellati dal sistema. Questa è la storia della morte in fabbrica per cause lavorative del Sig. E.G.R. non riconosciuta dai servizi di prevenzione e dall’autorità giudiziaria, ma da INAIL sì.

Un giorno di gennaio 2018 il Sig. E.G.R., che lavora presso l’azienda da quasi vent’anni, viene trovato all’interno della sezione finale di un impianto di trattamento di pelli in provincia di Vicenza. Si trova sotto un sistema di accatastamento dei manufatti, ha una grave compressione del torace tra elementi mobili della macchina di cui uno, un rullo, è uscito dalla sede. Morirà quattro giorni dopo in Ospedale.

I primi accertamenti sono approssimativi il caso è archiviato: non viene preso contatto con il PM, si riportano testimonianze non verbalizzate di un altro operatore che non ha visto nulla, non si chiede copia né si esamina il manuale di istruzioni del macchinario che non viene sequestrato e si lascia quindi che venga manomesso – in pratica messo a norma poche ore dopo dalla ditta produttrice. I tecnici del locale Servizio prevenzione (SPISAL) svolgono un pessimo lavoro e avallano la tesi del malore mentre il datore di lavoro ipotizza una dinamica compatibile con un infortunio, nel corso del procedimento si verifica che l’infortunato non soffriva di alcuna particolare patologia.

Gli approfondimenti vengono svolti dopo oltre tre mesi dai Carabinieri su richiesta del PM con rilievi fotografici e la raccolta di testimonianze, ma i militi ammettono di non essere in grado di arrivare a conclusioni non avendo competenza in materia.

Ciononostante, o proprio per l’incapacità degli inquirenti di svolgere una indagine completa, il caso viene archiviato a luglio 2019 dal GIP basandosi sulla relazione iniziale dello SPISAL e su una perizia medico-legale che escludeva la presenza di traumi da contatto ipotizzando il decesso per cause naturali. Nel procedimento tale ipotesi è contestata dal consulente della famiglia, ma secondo il GIP risulterebbe comunque ininfluente in quanto se anche la causa fosse stata un infortunio sarebbe stata colpa del lavoratore infilatosi nella macchina – condizione che evidenzia soltanto l’assenza di protezioni idonee per evitare gli effetti di un uso scorretto ma prevedibile, rischio da prevenire da parte dei produttori come prescrive la direttiva macchine. Il GIP va controcorrente rispetto alla giurisprudenza della Cassazione in tema di sicurezza sul lavoro, esprimendo un approccio regressivo proprio delle associazioni imprenditoriali: se un lavoratore si infortuna è perché ha sbagliato lui, scambiando così l’elemento soggettivo, quasi sempre presente negli infortuni e che costituisce il fattore immediatamente precedente l’evento, con quello determinante, costituito dal fatto che a monte devono esserci macchine e attrezzature conformi, idonea organizzazione del lavoro, dispositivi di protezione collettivi/individuali, formazione e informazione dei lavori.

In questo caso, poco manca che si parli di malore attivo: il Sig. E.G.R. si sente male e cade sotto la macchina con una giravolta quasi acrobatica danneggiando un cilindro che esce dalla sua sede. La configurazione della parte di macchina interessata solleva molteplici dubbi che meritano un approfondimento nelle sedi competenti al fine di poter accertare la responsabilità del datore di lavoro, ma questo viene negato al Sig. E.G.R. due volte: quando si archivia il caso senza alcuna seria valutazione e quando lo si archivia la seconda volta dopo la richiesta motivata di riaprire le indagini a fronte dell’evidenza delle carenze della prima istruttoria.

Come Associazione abbiamo sostenuto la famiglia chiedendo, invano, la riapertura del procedimento penale. La stiamo ancora sostenendo in ambito civile. La vicenda ci ricorda che, se si concorda con la necessità di incrementare gli operatori (tecnici della prevenzione) sia a livello centrale (Ispettorato Nazionale del Lavoro) sia a livello regionale (ASL/SPISAL), non ci si deve fermare alla quantità, ma garantire anche la qualità professionale e l’etica degli operatori. La professionalità si può ottenere con non meno di tre anni di affiancamento con un tecnico senior; per l’eticità occorrerebbe, come già segnalato su queste pagine, che le rappresentanze dei lavoratori pretendano come prima e dopo l’entrata in vigore della riforma sanitaria del 1978 di avere voce in capitolo nella programmazione e nell’approccio dei servizi di vigilanza USL/ASL in primo luogo. In caso contrario, avremo, al meglio, più vigilanza e rispetto delle norme, ma non un cambio di passo concreto, quotidiano, per la salute innanzitutto nei luoghi di lavoro.

Marco Caldiroli – Presidente Medicina Democratica – Tecnico della Prevenzione

(*) ripreso da Medicina Democratica: è stato pubblicato anche sul quotidiano «il manifesto»

 

#ff0000;">MONETIZZAZIONE DELLA SALUTE E DELEGA


#ff0000;">La linea ufficiale delle organizzazioni sindacali per anni è stata (e in molti casi lo è ancora) quella della monetizzazione della salute.
Il sindacato confederale e i partiti politici che lo controllavano e che tuttora lo controllano, sotto la pressione e le lotte spontanee per la difesa della salute, contro la nocività e per il rispetto della salute e delle norme antinfortunistiche dei lavoratori nei luoghi di lavoro e di vita come è successo anche con il covi19, sono quindi stati costretti a interessarsi della salute assumendosene la “delega”, anche se nessuno l’aveva loro concessa, nel tentativo di togliere il protagonismo ai lavoratori.
Nello scontro col padronato i lavoratori sono stati costretti a sperimentare nuove forme di lotta, a rivendicare i dispositivi di protezione individuali e collettivi, come le pause, 5/10 minuti l’ora di respiro “libero” fuori dai reparti senza mascherine o luoghi nocivi in cui erano ammassati.
I lavoratori da sempre capiscono che dalla loro parte hanno il numero, sono tanti, e comprendono che nell’unità c’è la loro forza d’urto, ma anche che nella fabbrica, in ogni luogo di lavoro per battere il dominio incontrastato del padrone, bisogna sviluppare una propria, autonoma e indipendente capacità critica della complessiva organizzazione capitalistica del lavoro.
Le lotte derivano da contraddizioni reali che i lavoratori vivono e gli scioperi sono frutto delle decisioni preventivamente concordate, dei momenti di discussioni collettive sul contratto, sulla brutalità delle condizioni di lavoro nella fabbrica, sul complessivo sfruttamento cui è sottoposto il lavoratore.
Per il padrone e gli istituti da lui chiamati a controllare la salubrità degli ambienti di lavoro la concentrazione di polvere, gas e fumi, il calore, la rumorosità, la luminosità, i ritmi e la fatica del lavoro, la situazione è sempre normale con o senza Green Pass; per i lavoratori la situazione invece è molto diversa, e tuttora spesso sentono, che questi istituti apparentemente neutri ma pagati del padrone, li imbrogliano e continuano a imbrogliarli.

 


L’indagine operaia e l’organizzazione capitalistica del lavoro.
Se negli anni passati la salute del lavoratore poteva essere in parte tutelata attraverso l’adozione di strumenti protettivi (aspiratori, maschere, tute, ecc.) capaci di preservarci dalle nocività così come s’intende normalmente (calore, rumore, polveri ecc.), oggi in particolare con la pandemia si vede ancora meglio come tutta l’organizzazione del lavoro nella fabbrica è essa stessa nocività. Il cottimo palese o mascherato come premio di risultato, ritmi, orario di lavoro, organici, qualifiche, dislocazione e tipo del macchinario, costituiscono insieme con il rumore, il calore, le polveri, quel tutto unico che significa sfruttamento del lavoratore. Medicina preventiva, rapporto medico-lavoratore, passato e presente. Se in passato le visite periodiche, da parte dei medici di fabbrica si svolgevano in questo modo: «Si va all’infermeria, si viene pesati, viene fatto firmare un documento senza che nessuno spieghi cosa vi sia scritto. Il medico interroga il lavoratore sulle malattie subite nel recente passato, ausculta i polmoni, prova la pressione del sangue: la durata media della visita non supera i 6-7 minuti. Molte volte non c’è neppure fatta togliere la giacca». Oggi la situazione non è molto diversa con il medico competente pagato dal padrone per fare i suoi interessi.
Il lavoratore si reca alla visita per pura formalità: non conoscerà l’esito reale della visita, sa che quella “visita” non c’entra nulla con la tutela della sua salute, essa fa parte di un rapporto privato tra il medico e la Direzione volto ad accertare unicamente l’efficienza produttiva del lavoratore. Col medico di fabbrica ci si confida il meno possibile per il timore di essere dichiarati inidonei al proprio attuale lavoro e di essere spostati in un altro reparto, subendo una decurtazione di salario.
Nel frequente caso di disturbi e malattie ci si rivolge con fiducia al proprio medico curante, ma questi, per la cultura professionale che gli è stata generalmente impartita all’università, non conosce minimamente le condizioni di lavoro cui è sottoposto il suo paziente e quindi, non essendo in grado di stabilire un rapporto tra disturbi denunciati e ambiente di lavoro, non ha, in linea di principio, la possibilità di formulare una diagnosi corretta.
Il medico si trova di fronte a malattie di cui non è in grado di controllare le cause e quindi la sua sfera d’intervento è limitata ad alleviare il dolore del paziente con dei farmaci. Questo valeva per il passato, quando pensiamo all’Italia delle grandi fabbriche diffuse su tutto il territorio, con le centinaia di migliaia di operai che ci lavoravano, ma purtroppo vale anche per il presente.
È quindi necessario istituire un’efficiente medicina preventiva che, ricercando scientificamente il rapporto di causalità tra malattie tipiche della società industriale (disturbi cardiaci, reumatismi, bronchiti, tumori, ecc.) e intervenga sull’ambiente di lavoro per rimuovere le vere cause delle malattie. Sempre più alle vecchie malattie e nocività che colpiscono la classe operaia e i lavoratori si aggiungono le nuove pandemie dovute a un sistema capitalista /imperialista che distrugge gli esseri umani e la natura.
Sulla base della nostra esperienza noi riteniamo necessario un nuovo rapporto fra medico e lavoratore, un confronto dialettico di reciproco arricchimento di cognizioni, un rapporto che li deve vedere entrambi necessari protagonisti di una medicina a favore dell’uomo che lavora e non del padrone o delle multinazionali dei farmaci che non hanno nessun interesse a investire in ricerche per guarire i malati ma solo quello di rendere croniche le malattie per vendere più farmaci. Da sempre noi operai, lavoratori e cittadini, compagni del Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli” e del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, non abbiamo nessuna fiducia nello Stato e nella scienza e medicina del padrone.
Abbiamo sempre lottato in prima persona senza delegare ad altri la difesa dei nostri interessi e diritti raggiungendo con le lotte contro i padroni e l’INAL risultati importanti, per i lavoratori e per le vittime dell’amianto e altre malattie professionali.
La nostra lotta non si è fermata alla fabbrica, l’abbiamo portata anche nei palazzi del potere, davanti al governo, parlamento, in confronti scontri con i medici e persino nelle aule di tribunale pur sapendo che la legge del nemico è contro gli operai e i proletari dimostrando ai nostri compagni che credevano nell’imparzialità delle istituzioni che in una società divisa in classi non esiste neutralità, né della legge, né della scienza né della medicina .
Avendo provato per decenni sulla nostra pelle la medicina del padrone, abbiamo lottato per far mettere al bando l’amianto anche quando era legale e, il governo e tutti i suoi esperti, medici, scienziati ecc del Ministero della Salute dicevano che non era cancerogeno perché pagati anche dalle lobby dell’amianto, fino a farlo mettere fuorilegge con la legge 257 del 1992 grazie alle lotte dei lavoratori dell’Eternit, della Breda, dell’Ilva di Taranto, i Cantieri navali, i portuali, i cittadini di Casale Monferrato e molti altri.

 
Michele Michelino
Comitato per la Difesa della Salute
nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

Redazione
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