aggiornamenti da Radio Onda d’Urto del 27 febbraio
da Solidaria Bari una iniziativa di solidarietà
a Lozza (VA) una mostra per 10 giorni
una poesia di MOHAMMED ABO SOLTAN
da Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista – una importante lettera rivolta alla presidente del consiglio ed un appello all’umanità seguito da tantissime firme
Emanuela Bavazzano: dare voce alle donne
Dima Shamaly: la guerra contro le donne di Gaza
Elisabeth Di Luca sulla presenza degli atleti israeliani alle olimpiadi
Anna Maria Selini su un ulteriore diritto negato agli studenti palestinesi
Giuditta Mauro: una scuola, solidarietà e tante foto a testimonianza
da Rivoluzione Anarchica e BDS su strani percorsi del petrolio dalla Turchia verso Israele
presentazione del libro “Genocide Bad” di Sim Kern, una espressione di attivismo da una posizione ebraica antisionista
seconda parte delle testimonianze di persone che vivono l’apolidia dal titolo “Perchè la Palestina ti riguarda?”
Genocidio a Gaza – 28 febbraio
Uccisi sette palestinesi in diversi attacchi israeliani, ieri.
Una delle bombe ha ucciso una donna e un bambino, nella loro tenda issata nel cortile di un ex scuola, vicino all’ospedale Nasser, a Khan Younis.
A Beit Lahia, nel nord della Striscia, un giovane di 17 anni e un uomo di 45 sono stati freddati, in due attacchi diversi, dai cecchini israeliani.
Le altre vittime sono cadute a Gaza città e a Mawassi, la tendopoli sulla spiaggia per sfollati.
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Il nostro commento quotidiano fisso:
Ci sono ancora coloro che obiettano che non sitratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.
Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.
Iran/Usa
sabato, 28 febbraio 2026- Ultim’ora: Israele ha attaccato l’Iran
Cisgiordania
Operazioni militari nella maggior parte di città e villaggi palestinesi. Una guerra non dichiarata. Attacchi accompagnati da un’offensiva dei coloni che mirano alla cacciata dei nativi dalla loro terra. È in corso una pulizia etnica, nel silenzio delle cancellerie complici del genocidio.
Libano
Attacchi aerei israeliani all’alba di oggi in sud Libano. Una persona uccisa e decine di altre ferite, secondo il ministero della sanità di Beirut.
Genocidio a Gaza – 27 febbraio
Due palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane fuori dalle loro aree di controllo a sud di Khan Younis, mentre un terzo è stato ucciso nella parte meridionale di Gaza.
Una fonte dell’ospedale Al-Maamadany (Battista) ha riferito che due persone sono state uccise e altre sono rimaste ferite, in un bombardamento israeliano nel quartiere di Al-Tuffah, a est di Gaza città.
Una fonte dei servizi di emergenza ha inoltre riferito che diversi palestinesi sono rimasti feriti a causa del fuoco dei droni israeliani che hanno preso di mira i pescatori sulla spiaggia di Gaza città.
A Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, il corpo di un palestinese ucciso dal fuoco di un drone israeliano è stato trasportato dall’ospedale Shuhadaa Al-Aqsa in un corteo funebre verso il cimitero.
Ogni giorno Israele viola l’accordo di cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025, provocando l’uccisione di 618 palestinesi e il ferimento di altri 1663.
Situazione umanitaria a Gaza
Il relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’acqua potabile, Pedro Araujo Agudo, ha affermato che la Striscia di Gaza sta affrontando una catastrofe umanitaria senza precedenti a causa della distruzione diffusa delle infrastrutture idriche, accusando l’esercito israeliano di utilizzare l’acqua come arma di guerra, in chiara violazione del diritto internazionale umanitario. “Circa il 90% degli impianti di desalinizzazione e di depurazione dell’acqua di Gaza sono stati distrutti o attaccati direttamente durante l’invasione, il che sottolinea che, a quattro mesi dal cessate il fuoco, la fornitura di acqua al settore non è stata adeguatamente ripristinata e persiste una grave carenza di acqua potabile”.
Agudo ha sottolineato che il problema non è solo la mancanza di acqua, ma la mancanza di acqua potabile, e ha messo in guardia contro le epidemie, descrivendo ciò che sta accadendo come una forma di pulizia etnica e l’uso sistematico dell’acqua come arma di guerra contro i civili palestinesi.
Cisgiordania
Due ragazzi di 14 e 15 anni sono stati colpiti con proiettili militari durante l’irruzione dell’esercito di occupazione in un villaggio ad est di Ramallah.
Un altro minore è stato arrestato ad un posto di blocco ad el-Khalil.
Irruzione militare israeliana ieri a Nablus, dove un intero quartiere è stato occupato con ingenti mezzi militari e truppe. Israele ha intensificato i suoi raid sulle città e sui villaggi della Cisgiordania durante il mese del Ramadan, con operazioni che non si sono limitate alle ore notturne ma si sono estese anche alle ore diurne.
Altre irruzioni delle truppe sono avvenute a Khadar, Qabattia e Sabastiye.
Ieri, giovedì l’esercito di occupazione ha preso d’assalto anche il villaggio di Deir, a sud-est di Betlemme, e si è posizionato tra le case dei cittadini, prima di consegnare avvisi di demolizione di 6 case, la maggior parte delle quali abitate, con il pretesto di “costruire senza permesso”.
Nel mese di gennaio 2026, Israele ha effettuato circa 159 operazioni di demolizione che hanno interessato 126 strutture palestinesi, tra cui 77 case abitate, oltre ad aver emesso 40 avvisi di demolizione, la maggior parte dei quali concentrati nella provincia di el Khalil (Hebron).
È un’operazione scientifica premeditata di deportazione dei nativi per far posto ai coloni ebrei arrivati da ogni dove.
Pulizia etnica
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha affermato che le azioni di Israele nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate, comprese le operazioni militari che portano allo sfollamento, mirano a creare un “cambiamento demografico permanente”.
Le azioni congiunte di Israele sono volte a creare un cambiamento demografico permanente a Gaza e in Cisgiordania, alimentando il timore di una pulizia etnica”, ha dichiarato, ieri giovedì, al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra.
Il funzionario ONU ha parlato dei continui attacchi e violazioni israeliani nella Cisgiordania occupata, che hanno causato lo sfollamento di 32.000 palestinesi. Ha aggiunto: “Le forze di occupazione israeliane continuano a usare una forza inutile e sproporzionata” in Cisgiordania.
dalla posta di FuoriOnda del 27 febbraio
PALESTINA – Proprio Netanyahu, approfittando del disinteresse globale, ha colpito oggi tutta la Striscia diGaza, da Khan Yunis a Rafah, da Al Burej a Gaza e Beit Lahia. 8 i palestinesi ammazzati da Israele, dove l’Alta Corte ha sospeso in via temporanea il bando di Tel Aviv a 37 ong – guidate da Medici Senza Frontiere – che da domenica dovrebbero lasciare Gaza e la Cisgiordania, essendosi rifiutate di compilare le liste di proscrizione imposte da Israele, con i nominativi di ogni operatore sanitario, uccisi a centinaia e scientemente dagli occupanti in 2 anni e mezzo di genocidio.
Da Gaza alla Cisgiordania Occupata. A Nablus, nel villaggio di Qusra i coloni, scortati dall’esercito, hanno assalito palestinesi e attivisti internazionali presenti per sostenere i palestinesi, ferendone due. Sono una donna di 71 anni e un uomo di 51 anni, di nazionalità per ora non nota e portati d’urgenza in ospedale, dove sono arrivati anche diversi palestinesi, intossicati da decine di lacrimogeni sparati dai soldati a protezione dei coloni. Intanto nel secondo venerdì di Ramadan le forze di occupazione impediscono ai palestinesi di raggiungere Al-Aqsa, a Gerusalemme, attraverso il valico di Qalandiya. Rapiti 20 palestinesi. E ancora: ad al-Sharqiya, est di Ramallah, in teoria zona controllata dall’altrettanto teorica Anp, gli israeliani hanno ferito 2 minorenni, che cercavano di bloccare i coloni fascisti, impegnati ad aggredire i palestinesi che viaggiavano a bordo delle loro auto sulle strade circostanti
Raccontare la vita quotidiana della resistenza palestinese attraverso le immagini dalla Palestina e le voci dei e delle palestinesi. Questo è l’intento di Hearbeat of the land. Il battito della terra – un documentario autoprodotto sul profondo legame tra il popolo palestinese e la sua terra – che restituisce la visita in Cisgiordania durata due settimana, dal 28 ottobre al 10 novembre 2025, che abbiamo realizzato come Solidaria. Un’opportunità per noi di osservare e riflettere insieme, ascoltare le voci della gente, grazie a Popular Art Centre مــركز الفـــــن الشــــــعبي PAC che ci ha invitato per testimoniare in prima persona le sofferenze, ma soprattutto per vedere da vicino la forza del popolo palestinese, la sua profonda fede nel proprio diritto alla terra e la sua lotta permanente nonostante i continui tentativi dell’occupazione di cancellare e spegnere la speranza durante lunghi anni di oppressione. Un’occasione per vedere l’impatto del sostegno fornito alle cooperative giovanili e femminili e come questa assistenza aiuti i contadini e le contadine a coltivare, proteggere e liberare le loro terre dall’espansione degli insediamenti e dall’ingiustizia.
Abbiamo visto soprattutto lo spirito unico di solidarietà che contraddistingue le persone palestinesi, il modo in cui si sostengono a vicenda, aiutandosi l’un l’altra in condizioni tragiche e complesse, in una vivente espressione di resilienza e fermezza sulla propria terra di fronte allo sfollamento e al genocidio.
Il documentario si inserisce nelle iniziative della “Campagna a sostegno dell’agricoltura contadina e del lavoro in autogestione” che quest’anno sostiene la salsa Sfruttazero (che a sua volta destinerà il 10% del ricavato tramite la cassa di mutuo soccorso alle cooperative agricole palestinesi affiliate a PAC). Le cooperative agricole, insieme al Woman support center e alle scuole di danza che fanno riferimento a PAC a Ramallah e non solo, sono le protagoniste del documentario.
SfruttaZero è la filiera di salsa di pomodoro fuorimercato promossa da persone migranti e native in Puglia che, con la sua cassa di muto soccorso, sostiene percorsi di autorganizzazione e lotta per i diritti e la dignità di chi lavora nelle campagne. Quest’anno, il pomodoro avvolto dalla bandiera palestinese significa sostenere chi difende la propria terra. Il 10% del ricavato delle vendite della Salsa provenienti dagli ordini della campagna sarà destinato alle cooperative agricole palestinesi associate PACE / Popular Art Centre مــركز الفـــــن الشــــــعبي: una rete presente in Cisgiordania e a Gaza che tramite la combinazione tra arte, danza e agricoltura, promuove la nascita e il consolidamento di cooperative giovanili e femminili, supporta chi resiste alla devastazione agricola e pratica un’economia di resistenza. L’agro-ecologia e il lavoro in autogestione sono pratiche politiche trasformative perché ci permettono di costruire relazioni cooperative, un’alternativa concreta allo sfruttamento e al colonialismo. È possibile fare ordini collettivi: solidariadistribuzione@gmail.com e campagnacontadinafm@gmail.com.
📍 Lozza – Sala Polivalente, Via Cesare Battisti 2
📅 Dal 28 febbraio al 9 marzo
INAUGURAZIONE – 28 FEBBRAIO, ore 17:30
Saluti istituzionali del Sindaco di Lozza Matteo Acchini
Introduzione a cura di Michela Focchi, curatrice della mostra
Seguirà un panel moderato da Marilina Castiglioni, Presidente di Sharazade, con interventi di:
Mohammed Abu Shawish, psicologo recentemente giunto a Milano da Gaza
Barbara Archetti, past president dell’associazione Vento di Terra
Marco Rodari – Il Pimpa, Associazione Per Far Sorridere il Cielo che da anni porta il sorriso nei contesti di guerra più difficili
🖼️ HeART of Gaza non è solo una mostra, è un grido silenzioso che chiede di essere ascoltato. Un invito a guardare il mondo con gli occhi di chi, nonostante la violenza, l’occupazione e la distruzione, non ha smesso di sorridere e sognare.
✨ A Lozza, accanto ai disegni dei bambini di Gaza, saranno esposti quelli dei bambini della scuola di Lozza, della stessa età. Sarà quindi un’occasione per riflettere insieme su cosa significhi crescere in contesti opposti, su come i bambini raccontano ciò che vivono e su quanto la pace, la sicurezza e i diritti non siano affatto scontati.
🫂 Questa mostra è un ponte tra comunità. È un dialogo tra bambini. È uno spazio per ascoltare, comprendere, non voltarsi dall’altra parte.
🧆🍪 Il momento inaugurale sarà arricchito da un buffet palestinese.
Durante tutto il periodo espositivo, la mostra accoglierà le scolaresche con laboratori didattici per sensibilizzare i giovani sulla realtà dei loro coetanei a Gaza
POESIA PER IL WEEKEND 1009
LA TEORIA DEL FILO ROSSO INVISIBILE
C’è un filo rosso,
invisibile all’occhio,
non toccato dalla mano,
eppure tira delicatamente il cuore
come la primissima chiamata della vita.
Un filo che si estende da Oriente a Occidente,
attraversa i mari senza bagnarsi,
scivola attraverso i confini senza essere cercato,
vola sopra le lingue come un uccello
che non ha mai imparato l’ortografia,
e si posa nei forzieri
dove i significati vivono prima delle parole.
È un filo che non parla,
eppure comprende ogni dialetto.
Riconosce la lacrima di una madre
anche quando cade nel silenzio,
custodisce la risata di un padre
come un antico canto sacro,
e riunisce i fratelli attorno a un tavolo
anche quando strade, città e anni
li hanno separati.
Questo filo non lega i corpi,
lega il primo fremito del cuore.
Lega la paura quando si stringe,
la speranza quando si stanca,
e ricuce le distanze
ogni volta che si incrinano tra di noi.
Quando la memoria si indebolisce,
ricorda per noi.
Quando tradiamo l’espressione,
esso porta con sé il significato.
È il nome segreto della famiglia,
il tatuaggio invisibile dell’amore,
la promessa che non abbiamo mai firmato
eppure viviamo.
Il filo rosso invisibile
non è un mito.
È l’umanità che si aggrappa a noi.
È l’amore che si rifiuta
di lasciare chiunque da solo.
Siamo noi,
che ritroviamo la strada l’uno verso l’altro,
senza sapere come,
ma sapendo sempre il perché.
MOHAMMED ABO SOLTAN
Lettera aperta al Governo Meloni
Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese
NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!
L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.
Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo di affari.
Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania.
E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese1, l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa.
Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?
Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?
Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità.
Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente?
RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.
Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore:
BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA
Così titolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova Gaza del “Board of peace”.
Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo:
UNO SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ
Durante il convegno del 19 gennaio al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.
Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.
È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.
Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.
Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso.
Non dobbiamo permetterlo.
Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e attivista
Hanno già aderito:
Rete Comitati della Città Metropolitana di Milano
Farid Adly – Irene Agovino . Roberta Agretti – Maria Alampi – Nicoletta Alberio – Mietta Albertini
Nicoletta Albio – Paola Albertelli – Luigi Allocca – Giuseppe Amato – Marina Ascoli – Deborah Arbib
Intervista a Leen, Fondazione Pangea, dopo l’incontro di presentazione del Progetto GAZA LUOGO SICURO avvenuto a Calenzano, lo scorso 25 gennaio 2026.
Sanitari per Gaza Firenze, Associazioni Assieme ed Orto Collettivo di Calenzano hanno scelto insieme di dedicare una giornata al sostegno al Progetto promosso da Fondazione Pangea; l’incontro è nato perché alcune donne si sono ri-trovate a partire dalla volontà di fare conoscere a reti trasversali le diverse comunità territoriali locali (nell’area metropolitana di Firenze) una realtà che concretamente opera a sostegno e soprattutto nella traiettoria dell’auto-determinazione delle popolazioni che restano a vivere nelle loro terre, con l’attenzione volta alla Palestina. L’amministrazione locale di Calenzano ha sostenuto il processo di costruzione di questo percorso che potesse tenere insieme la conoscenza diretta, la condivisione di prassi, comprese quelle promosse da Orto Collettivo, che da sempre attraverso il sostegno alle economiche locali ed attraverso prassi di tipo etico comunitario manifesta coerente impegno a difesa dei popoli e delle popolazioni che sono in difficoltà. Le persone che abitano Calenzano e le persone che dalla vicina Firenze hanno scelto di impegnarsi alla costruzione di questa giornata hanno ritenuto importante collegare prassi concrete all’effettiva possibilità di sostenere, anche economicamente, la progettualità di cui sono state illustrate caratteristiche principali e sulle quali si è avuto l’occasione di dialogare, in un partecipato pranzo insieme (partecipanti almeno 230 persone in presenza), perché conoscere implica il prendere parte e prendere parte significa dare concretezza alla speranza.
Dopo circa un mese, abbiamo scelto di tornare a dialogare con le protagoniste della giornata, in particolare abbiamo recuperato le parole di Leen, donna palestinese di Gaza, che il progetto ha illustrato, e con le sue anche le parole di Manuela, entrambe di Fondazione Pangea, perché riteniamo che possiamo, anche abbiamo il dovere etico di dovere continuare a mantenere alta l’attenzione sulla Palestina, su Gaza, sulle donne, che oltre la resilienza, hanno bisogno di essere accompagnate per un recupero di quella fiducia nel presente e quindi anche nel futuro, oltre la sopravvivenza, sulle donne, sulle ragazze, sulle bambine, che purtroppo spesso sono le vittime designate di un sistema che, trasversalmente, le pone a rischio di violenza, violenza che non è solo quella associata all’essere vittime di genocidio, ma anche di un ripetersi della spirale di quella violenza (anche invisibile) che Leen chiama “femmino-genocidio” e che ricorda quel perpetuarsi di dinamiche di “femminicidio” che abitano i nostri luoghi di vita.
Leen, ci puoi illustrare, dal tuo osservatorio dentro Fondazione Pangea e dal tuo essere donna palestinese, quale sia oggi la condizione delle donne, delle ragazze, delle bambine in Palestina, in particolare a Gaza?
Sono donna palestinese, palestinese di Gaza, vivo in Italia attualmente e faccio parte di Fondazione Pangea, che in questo momento sta sostenendo il Centro antiviolenza, per le ricerche giuridiche per la protezione delle donne palestinesi a Gaza, che è presente in sede dal 2005; si è deciso di sostenere Gaza attraverso questo progetto, “Gaza luogo sicuro”, perché ci sono 700.000 ragazze, donne palestinesi, in età fertile, che non hanno accesso agli assorbenti, all’acqua potabile, al sapone ed alla privacy; sotto il genocidio si soffre oltre che per le bombe anche per la vita quotidiana, per la sopravvivenza sostanzialmente; l’ONU denuncia che oltre 28.000 donne, ragazze sono state uccise dal 2023; è stato dichiarato, già dall’anno scorso, si tratti di “femmino-genocidio”, cioè un genocidio proprio contro le donne e le bambine. Questo porta la rete sociale palestinese all’autodistruzione, che è uno degli aspetti molto particolari in Palestina: la famiglia, il quartiere, la città da noi sono fondamentali per il sostegno a tutte le categorie della società, ma soprattutto per le donne, che passano la maggior parte del tempo con i loro bambini, sia a casa che fuori. L’aumento quindi dei casi della violenza lo stiamo vivendo con le persone che ci contattano, ci chiedono aiuto perché, oltre la violenza subìta dall’esercito israeliano, c’è anche la violenza domestica, in una forma di violenza “a spirale”.
Questo mi fa ripensare alle parole di Samah Jabr: “le donne (…) sono vittime di violenze basate sul genere, che sono in realtà i prolungamenti, le conseguenze di una oppressione strutturale, e di una violenza politica”. Quindi credo che, se proviamo ad agire concretamente per sostenere le donne palestinesi che sono vittime di una spirale di violenza, di fatto promuoviamo una azione politica, che faciliti la resilienza e la resistenza.
Con resilienza, mi riferisco a “la capacità duratura di un individuo o di una comunità a risollevarsi di fronte alle avversità e a utilizzare le sue risorse per sopravvivere e minimizzare l’impatto delle crisi sulla sua vita”; invero mi chiedo se sia possibile anche parlare di resistenza, per le donne, le ragazze, le bambine a Gaza, resistenza quale legittimo diritto non solo a sopravvivere, ma anche a vivere, ed allora ti chiedo di parlarci concretamente del Progetto GAZA LUOGO SICURO.
Questa campagna per Gaza Luogo Sicuro riguarda un atto concreto per fare qualcosa: un progetto concreto per le donne e le bambine a Gaza, con questo centro antiviolenza, che è gestito da una donna giurista, che fa questo lavoro da più di venti anni, ha cambiato Leggi in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania ha operato perché avvenissero cambiamenti positivi; lei gestisce il centro antiviolenza non solo per dare protezione alle donne, ma anche per portare avanti tutti i progetti di tipo psicosociale, promuovendo sessioni di terapia collettiva con le 45 operatrici attive, e porta anche avanti la parte legale, che manca in questo momento a Gaza; esempio le donne divorziate, che hanno bisogno di documenti ufficiali, legali per avere i loro bambini, hanno bisogno di un giudice, così lei invita nella sua sede i giudici, li fa discutere con le donne vittime di violenza, perché siano alleggerite le loro situazioni e possano essere garantiti i loro diritti.
L’obiettivo di questo progetto è creare uno spazio protetto per le donne e le bambine; in specifico questo comporta anche offrire un supporto psicologico alle sopravvissute, oltre che attivare percorsi di formazione per le donne ospiti in questo progetto; il progetto – il “luogo sicuro” – è un terreno su cui hanno costruito tende, che danno un minimo di privacy alle donne ospitate: ci sono un angolo cottura, un bagno, ci sono materassi, perché la privacy è quello che manca a tante donne. Si garantisce così un luogo sicuro alle donne, perché oggi, oltre ad avere uno spazio al chiuso dove dormire, dove stare durante il giorno, ci sono la terapia e i servizi sociali e i servizi legali offerti gratuitamente.
Lo staff, in questo momento, come almeno l’80% della popolazione di Gaza, è sfollato; una delle operatrici racconta (in un messaggio): “io sono stata sfollata più volte e casa mia è stata bombardata almeno due volte, mi sono trovata senza casa e senza tenda, ho dovuto scappare di notte da Gaza a piedi, perché non c’era nemmeno un mezzo di trasporto, comunque ho potuto aiutare le nostre beneficiarie ovunque sono andate: a volte, con tanta fatica, sotto le bombe riuscivo a rimanere in contatto con il nostro centro antiviolenza ed anche con le nostre beneficiarie; grazie a tutte e tutti voi”.
La situazione a Gaza oggi immagino sia complicata, si parla effettivamente di sopravvivere alle bombe, vedere demolite le proprie abitazioni, le tende, i pochi posti rimasti sotto cui trovare riparo li immagino “non sicuri”; come prosegue oggi il Progetto, è rimasto a Gaza, ha coinvolto altre località? E soprattutto quali le strade perché effettivamente si possa pensare alla prospettiva dell’auto-determinazione, anche dopo avere subìto quella spirale della violenza che sembra non lasciare margine di speranza, forse, per noi che osserviamo lontane ma anche vicine spiritualmente e politicamente?
Il terreno è stato individuato a Gaza city all’inizio, poi si è spostato a Khanyounis, quattro mesi fa circa, quando c’era l’ordine di evacuazione da tutta Gaza city; poi si sono trasferite di nuovo a Gaza city, dove c’è ancora l’ufficio attivo, il terreno è lì, vicino, lì possono gestire tutta la parte logistica più facilmente che a Khanyounis.
L’impatto atteso: vogliamo accogliere più di 100 persone tra bambine e donne, più di 200 se maggiormente attive, fornire un sopporto psicologico senza sosta, perché le operatrici non hanno mai smesso di lavorare, e un sostegno sanitario e la distribuzione di cibo, realizzare anche corsi di formazione e attività per bambine e creare un modello replicabile di “luogo sicuro” nelle aree più colpite. Una delle donne ospitate ha detto: “grazie a questo centro antiviolenza sto pensando di fare una piccola attività, di fare la guardia di questo luogo, anche per sentirmi più utile e fare un lavoro”.
Leen, Manuela, ringraziandovi per il lavoro importante che come Fondazione Pangea state portando avanti, nell’impegno a restare in dialogo con voi, nella volontà di sostenere nelle forme possibili per tutte e tutti noi, potete darci i riferimenti per conoscere, diffondere, promuovere oltre le giornate dedicate, come quella che abbiamo condiviso insieme a Calenzano, come altre che sicuramente avete già vissuto e vivrete ancora, perché l’essere sorelle, compagne, solidali comporta agire e l’azione richiede quella solidarietà attiva e rivoluzionaria che è tale solo che modifica, almeno in parte, i vissuti connessi al trauma, perché il trauma di un popolo diviene trauma collettivo, che rischia di farci bloccare nell’impotenza (o, peggio, nell’indifferenza), mentre noi vogliamo provare a testimoniare prassi di riconoscimento e di empatia che non si limitino al sentirsi insieme, perché vogliamo agire insieme.
“Sognavo di diventare una pioniera della scienza, come Marie Curie o Zaha Hadid. Ma poi ho capito che ero nata in uno degli angoli più difficili del mondo, dove anche solo esprimere i propri sogni è sufficiente per seppellirli. Come donna di Gaza, nessuno mi ha mai chiesto cosa volessi… Da ragazze ci siamo abituate a tante cose: se qualcuno ci molesta per strada, ci si aspetta che restiamo in silenzio… Essere una donna a Gaza significa partorire sotto i bombardamenti o fuggire con i propri figli mentre si sanguina… Significa essere costrette a lasciare la scuola a causa della guerra, essere forzate al matrimonio… La mia obiezione riguarda l’uso improprio della religione per giustificare la violenza… Sono stanca di essere sempre considerata una vittima…”. Dima Shamaly è una studentessa di ingegneria biomedica e scrittrice di Gaza: ammessa al Vassar College e all’Università di Edimburgo, non ha potuto frequentare a causa della chiusura delle frontiere. Oggi è sfollata, ma non ha smesso di occuparsi di questioni che riguardano il genere. E della relazione esistente tra patriarcato, religione e occupazione
Foto di Ngar Amini su Unsplash
Dima Shamaly è studentessa di ingegneria biomedica e scrittrice di Gaza. Ammessa al Vassar College e all’Università di Edimburgo, non ha potuto frequentare a causa della chiusura delle frontiere. Attualmente sfollata, si occupa di questioni che riguardano il genere, la salute e i diritti umani nelle zone di conflitto. In questo saggio dimostra come le tradizioni patriarcali, le interpretazioni religiose e la dura realtà dell’assedio si combinino per mettere a tacere e opprimere le donne a Gaza. Attingendo dalle sue esperienze di vita nella striscia, l’autrice spiega come queste forze aggravino le difficoltà delle donne: dalla sistematica emarginazione peggiorata dal conflitto in corso, agli abusi personali giustificati da interpretazioni distorte dei testi religiosi. Il suo obiettivo è quello di offrire una prospettiva onesta dall’interno di Gaza che sfidi le solite narrazioni in un luogo così complesso
Non ho mai capito veramente cosa significasse avere tutta la propria vita dettata dalla geografia. Sentivo spesso dire che Gaza era una prigione a cielo aperto. Sentivo questa verità nel profondo del mio cuore, ma non capivo come un luogo potesse avere il potere di plasmare il tuo passato, intrappolare il tuo presente e rubarti il futuro. Immaginavo il mondo come quello descritto dalla rosa ne Il piccolo principe: un luogo gentile e bellissimo dove tutti venivano trattati con amore e dignità. Ma la realtà si è rivelata ben diversa da quelle storie.
Credevo che avrei avuto la libertà di fare le mie scelte e sognavo di diventare una pioniera della scienza, come Marie Curie o Zaha Hadid. Ma poi ho capito che ero nata in uno degli angoli più difficili del mondo, dove anche solo esprimere i propri sogni è sufficiente per seppellirli.
Come donna di Gaza, nessuno mi ha mai chiesto cosa volessi. C’era sempre qualcuno che decideva per me, che fosse un membro della famiglia, un uomo per strada o qualcuno che predicava alla moschea. La mia voce è sempre stata temuta, la mia mente costantemente repressa e la mia stessa presenza subordinata al mio silenzio. E ogni volta che oppongo resistenza, mi puntano una pistola in faccia in nome dell’onore, della religione e della tradizione. La violenza contro le donne viene giustificata con le Scritture. Le porte ci vengono sbattute in faccia con il pretesto della guerra. E quando parliamo, ci viene detto di essere pazienti, perché “Dio è con coloro che sopportano”.
Da ragazze ci siamo abituate a tante cose: se qualcuno ci molestava per strada, ci si aspettava che restassimo in silenzio, tenessimo la testa bassa e continuassimo a camminare. Ricordo di aver assistito ad aggressioni contro ragazze e di aver pensato che l’unica persona con cui potevo parlare fosse la vittima stessa, perché se anche avessi detto qualcosa, sarei stata ignorata o l’intera faccenda sarebbe stata insabbiata. È diventato inquietantemente normale vedere le mie cugine picchiate o costrette a sposarsi. Le lacrime nei loro occhi dicevano tutto: “Ma io voglio solo finire la scuola”. Eppure nessuno le ascoltava. Pensavo fosse così che dovevano andare le cose, perché c’era sempre una giustificazione: la tradizione, la cultura o la religione. Crescendo, mi sono trasformata da tipica ragazza mediorientale di Gaza in una persona piena di domande e pensieri critici. Con il tempo, le mie domande sono aumentate e nel mio vocabolario sono entrate nuove parole come “diritti delle donne”. Non mi era mai stato insegnato cosa significassero e quando finalmente l’ho capito, mi sono resa conto che non li avevo mai visti messi in pratica.
Durante la guerra, man mano che mi immergevo sempre più in spazi femminili, ho iniziato a vedere cose che prima ritenevo incredibili. Essere una donna a Gaza significa partorire sotto i bombardamenti o fuggire con i propri figli mentre si sanguina. Significa dire addio al proprio marito o al proprio figlio, senza sapere se torneranno mai, e poi essere costrette a essere forti e andare avanti come se nulla fosse. Ci si aspetta che cresciamo i nostri figli per strada, senza riparo né cibo, e che lo facciamo in silenzio. Essere una donna a Gaza significa portare il peso di tutti, mentre ci viene negato il diritto di prendere decisioni sulla nostra vita. Significa essere costrette a lasciare la scuola a causa della guerra, essere forzate al matrimonio perché “è il momento giusto” e vedere i propri sogni derisi come se l’ambizione fosse un lusso riservato a chi non è sopravvissuto ai massacri. Se esci per andare a lavorare, devi affrontare molestie o accuse infinite; se rimani a casa, sei un peso.
Durante il mio esilio in un campo profughi nella parte occidentale di Rafah, le donne si riunivano nella tenda in cui vivevo. Ci sedevamo a bere tè e a parlare di tutto, letteralmente di tutto: politica e religione, passato e presente, femminilità e bellezza, persone e uomini. Ero la più giovane tra loro, ma mi sentivo sempre un po’ come una madre. Non era una sensazione confortante. Quando qualcuno si sente abbastanza al sicuro da mostrarsi vulnerabile con te, inizi a sentirti responsabile del suo dolore e della sua sopravvivenza. Significa che devi essere presente, sempre. È quello che è successo tra me e la mia vicina.
Ogni sera sentivamo suo marito urlare contro di lei, seguito dal suono nauseante delle sue ossa che venivano picchiate. Nessuno di noi osava intervenire. Offrire aiuto non è qualcosa che ci viene insegnato a fare nella nostra società. Al mattino, gli uomini dicevano cose del tipo: “Chissà cosa ha fatto per meritarselo?” o “È sua moglie, che c’entriamo noi?”. La ascoltavo ogni giorno. Era lei che manteneva la famiglia; correva dietro alle organizzazioni umanitarie per procurare cibo ai suoi figli, cucinava, lavava, puliva, faceva tutto in quella tenda angusta, simile a una cantina. Cresceva ed educava i figli e simultaneamente provvedeva al sostentamento della famiglia. E nonostante tutto, veniva maltrattata ogni giorno. Nessuno osava aiutarla. Non le era nemmeno permesso cercare l’aiuto di uno specialista o farsi curare i lividi sul viso e sul corpo. Tutto quello che potevo fare era ascoltarla. Perché cosa può davvero fare una ragazza di 19 anni per cambiare la vita di una donna sulla trentina, se non sedersi accanto a lei e offrirle sostegno emotivo? Eppure non potevo fare a meno di sentirmi in colpa per non essere in grado di aiutarla.
Volevo approfondire le ragioni di tutto questo. Non riuscivo a capire come un essere umano adulto potesse alzare le mani sulla persona che diceva di amare. Il pensiero che qualcuno potesse fare del male al proprio partner era incomprensibile per me. Quello che ho invece sentito ogni giorno ha distrutto tutto ciò che pensavo di sapere. Storie che non avrei mai immaginato: una donna picchiata semplicemente perché la sua molokhia non era di gradimento del marito. Un’altra donna il cui volto è stato sfigurato dal fratello perché era stata vista parlare con suo cugino. Un’altra ancora che è stata molestata in pieno giorno sui mezzi pubblici, che poi è stata chiamata puttana quando ha osato reagire. Quante storie. Quanto dolore. E nessuna scusa che possa giustificare tutto questo.
Ho capito che ci sono molte cause alla base di questa sofferenza. C’è la violenza radicata nell’educazione, quella legata alla possessività e autorità maschile, la violenza esterna della guerra e molte altre ragioni che spingono l’aggressore ad agire in questo modo. Ma non ho mai trovato una sola scusa convincente. Tutte le giustificazioni si nascondono dietro la religione o le usanze e le tradizioni, soprattutto la religione.
La città di Gaza è governata da un’autorità puramente religiosa. È uno dei luoghi più chiusi al mondo, se non il più chiuso in assoluto, il che rende la religione il fondamento di tutto nella società. Non è questo che contesto. La mia obiezione riguarda l’uso improprio della religione per giustificare la violenza e i maltrattamenti contro le donne. Tutte le religioni rivelate onorano le donne. Parlando specificamente di Gaza, qui predomina l’Islam, eppure gli uomini usano versetti del Corano e degli Hadith per giustificare crimini imperdonabili. Si dichiarano studiosi religiosi, maturi e competenti in materia di religione. Si svegliano per la preghiera, mostrano devozione a Dio, poi nel pomeriggio picchiano brutalmente le loro mogli, e nessuno li ritiene responsabili. Quando viene loro chiesto il motivo, rispondono che Dio ha ordinato loro di farlo, citando la frase coranica “ma se persistono, picchiatele” (Sura An-Nisa, 4:34). Ma Dio non ha mai ordinato questo, e si tratta di una falsa interpretazione del versetto. Questa errata interpretazione è sostenuta sia dai leader religiosi che dalla gente comune. L’aggressore crede addirittura che sarà ricompensato ed entrerà in paradiso per ciò che fa.
Un padre stupra sua figlia e nessuno lo punisce. Quando gli viene chiesto perché, risponde che Dio gli ha permesso di sposare o avere rapporti con “quelle schiave in tuo possesso” (cioè le schiave di cui si parla nel Corano). Quindi non vede sua figlia solo come un oggetto sessuale, ma come una schiava. E la cosa viene insabbiata perché “non è nostra usanza o tradizione” riconoscere cose del genere.
Non nasciamo con diritti chiari; nasciamo, piuttosto, in un mondo in cui dobbiamo dimostrare di meritare anche il minimo briciolo di dignità. Molte donne non sanno nemmeno come proteggersi dalla violenza, né all’interno delle loro famiglie né davanti alla legge. La salute mentale e quella riproduttiva sono trattate come un lusso, come se fossimo solo macchine per la riproduzione e la sopportazione, non esseri umani. Le donne di Gaza devono affrontare l’occupazione, la povertà, l’aggressività e la violenza, oltre a subire una sistematica emarginazione all’interno della propria società. Non sono protette, ma ritenute responsabili. Non sono rispettate, ma sorvegliate. Anche la guerra viene usata come scusa per zittirle: “Non è il momento di rivendicare i propri diritti”, “Lasciamo morire le persone mentre voi vi concentrate sull’hijab, l’uguaglianza e la violenza? Ma quando arriverà il momento giusto? Dobbiamo aspettare un’altra morte, un altro sfollamento, prima di essere trattate come esseri umani? La guerra non è mai stata una scusa valida per rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia. Parlarne è proibito. Rivolgersi alla legge è proibito, perché in circostanze normali la legge è nelle mani degli stessi uomini religiosi che abusano delle loro mogli.
In ogni angolo di Gaza che percorro, vedo manifesti di Hizb ut-Tahrir (Partito di liberazione della Palestina) che parlano delle donne: “Il secolarismo corrompe le donne”, “La CEDAW [Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne] umilia le donne”, “Il califfato protegge le donne”. Queste parole non significano nulla, se non che parlano di me senza mai ascoltarmi. Questo partito, e altri gruppi religiosi che riducono la religione al controllo dei corpi delle donne, non si curano della mia situazione reale. Non gli importa che io viva nella paura costante, senza protezione né libertà. Non parlano mai di povertà, guerra o occupazione. Non menzionano mai la violenza che subisco, le molestie o gli stupri. Parlano solo di me, non come essere umano, ma come simbolo che deve essere preservato, purificato o proibito.
Non scrivo questo perché rifiuto la religione o odio la mia società. Scrivo perché sono stanca di essere usata come uno slogan. Stanca di essere ridotta a dibattiti che non hanno nulla a che fare con me. Stanca di essere trattata come un “caso tabù” che nessuno osa affrontare. Sono stanca di essere sempre considerata una vittima, di vedermi negati anche i miei diritti più elementari e di essere costretta a tacere. Non sono una vittima da preservare. Sono una donna che lavora nei campi, una madre in una tenda, una studentessa a scuola, una sopravvissuta alla guerra, ai matrimoni forzati e all’emarginazione. Sono creativa nell’arte e nella musica. Sogno di diventare un’icona scientifica, di aprire un giorno un mio ospedale. Ma nonostante tutto questo, non sono rappresentata nel processo decisionale, non sono rappresentata nel dibattito, non sono nemmeno rappresentata nella mia stessa storia.
Se non iniziamo ad ascoltare le donne, non solo a parlare di loro, ma ad ascoltarle davvero, proteggerle e sostenerle, continueremo a ripetere lo stesso crimine: zittire la donna, ucciderla lentamente, poi mettere un cartello con il suo nome in ogni angolo della città.
Lo scritto è stato pubblicato per la prima volta in in “DEP. Deportate, esuli, profughe”, n. 56/57, Guerra all’infanzia dicembre 2025, pp. 267-270. La traduzione in italiano è di Catia C. Confortini.
In questi giorni si stanno svolgendo i XXV Giochi olimpici invernali, noti anche come Milano Cortina 2026, e, mentre il mondo celebra l’universalità dello spirito olimpico, io cerco i volti dei miei carnefici, fra gli “atleti” israeliani. Come si passa dall’essere un’educatrice che vuole portare aiuti umanitari a una persona che cerca i volti dei propri torturatori in una cerimonia olimpica?
In un mondo giusto io dovrei essere a Gaza a svolgere il mio lavoro di educatrice in emergenza, con il pieno sostegno del mio Stato e protetta dal diritto internazionale. Invece mi ritrovo davanti a uno schermo a scrutare i volti di ex IOF israeliani che sfilano come eroi, per cercare qualsiasi dettaglio che mi permetta di riconoscere chi mi ha fatto del male.
Quando sono partita da Otranto, sulla nave “ospedale” Conscience, ero piena di speranza ma consapevole di non avere la certezza di arrivare a Gaza. Ero anche a conoscenza del “trattamento” riservato dagli israeliani a tutti coloro che cercano di portare aiuti umanitari in Palestina. Non mi sono mai illusa di tornare illesa, ma sapevo che non c’era assolutamente nulla che potessero fare al mio corpo che non avessero già fatto alla mia anima in questi due anni di genocidio. E soprattutto sapevo che qualsiasi cosa sarebbe stata temporanea e infinitamente insignificante rispetto a quello che le mie sorelle e i miei fratelli palestinesi subiscono ogni giorno.
E avevo ragione, su tutto. Ad eccezione di una cosa che non avevo calcolato: le torture e gli abusi fisici finiscono; la violenza istituzionale, no.
Da quando sono tornata ho cercato in tutti i modi di resistere all’identità di “vittima”, anche per mantenere il focus su chi continua a soffrire: quello che ho subito io in pochi giorni, i palestinesi lo subiscono da decenni, e sentire sulla mia pelle parte di ciò che provano mi ha fatto sentire “allineata” per la prima volta in due anni. Ma io sono potuta tornare a casa. Loro no. E per settimane ho vissuto una specie di sindrome del sopravvissuto che mi ha fatto sentire colpevole di non essere ancora lì, impedendomi di raccontare ciò che avevo subito perché troppo “insignificante” se paragonato a quello che vivono a Gaza.
Vedere celebrati come atleti, quasi come eroi, persone che potrebbero avermi torturato mi ha risvegliato da questo limbo emotivo: quello che sto vivendo rappresenta esattamente lo stesso tipo di impunità sistematica che permette ciò che sta accadendo a Gaza.
Non devo scegliere tra di-gnificare il mio dolore e onorare il loro. Entrambi meritano spazio, perché entrambi denunciano lo stesso sistema di violenza e impunità.
Un sistema che si manifesta anche — e forse soprattutto — nelle azioni del mio stesso Stato, attraverso un percorso sistematico di violenza istituzionale che si aggiunge al trauma originario e che si sviluppa su tre livelli progressivi: il mancato riconoscimento di ciò che abbiamo subito, come se la tortura, gli abusi, la violazione dei nostri diritti umani non fossero accaduti o — peggio — non contassero affatto; il victim blaming, ovvero l’accusa di “averlo cercato”, per trasformare un atto di solidarietà in una provocazione che merita punizione; e la celebrazione dei carnefici, presentati come eroi olimpici, anche se potrebbero benissimo essere i nostri aguzzini. Questa progressione non è casuale; al contrario, ha un’intenzione e un messaggio politico preciso: la nostra esperienza non conta e viene delegittimata, mentre chi ci ha fatto del male viene onorato, in una forma di gaslighting istituzionale perfetta che aggiunge trauma psicologico al trauma fisico già subito. Tutto questo ha un nome preciso e delle conseguenze ampiamente documentate nella letteratura scientifica: l’assenza di protezione da parte dello Stato di fronte a un male, unita all’attiva celebrazione di chi potrebbe esserne l’artefice, è tradimento istituzionale, e le conseguenze vanno oltre il trauma originario.
Studi scientifici lo dimostrano da decenni: PTSD (Post traumatic stress disorder) complesso, alienazione dalla tua stessa comunità, perdita totale di fiducia nelle istituzioni, isolamento sociale — perché chi ti crederà se lo Stato stesso ti smentisce? E poi c’è la rivittimizzazione: vedere presentati come eroi “olimpici” ex soldati che potrebbero essere responsabili degli abusi che io e le mie compagne abbiamo subito è un’esperienza traumatica. Il fatto che io debba chiedermi “era lui?”, guardando quelle facce, aggiunge un livello di violenza psicologica alla violenza già subita; vedere i carnefici liberi, o addirittura celebrati, è una forma di ritraumatizzazione riconosciuta dalla ricerca scientifica.
Anche la vittimizzazione secondaria è documentata da oltre vent’anni, mostrando l’impatto psicologico negativo conseguente alle difficoltà affrontate da chi cerca assistenza presso le istituzioni dopo violenze e aggressioni. E quando le istituzioni che dovrebbero aiutarti ti accusano e ti ostacolano, le vittime ritirano le denunce e quelle future imparano a tacere. Si crea così una cultura di complicità, e questa è una scelta: il tradimento istituzionale sistemico non è un errore isolato, ma la dichiarazione politica di quali vite contano e quali no. Io appartengo alla seconda categoria. E Gaza anche. Ma anche fra le persone di serie B esiste chi conta più di altri: quello che è successo a me può essere testimoniato proprio perché sono tornata. I palestinesi non hanno questo privilegio. Le loro testimonianze vengono seppellite sotto le macerie. La differenza tra me e loro non sta solo nella gravità della violenza subita, ma anche nel passaporto che ho in mano e nel colore della mia pelle. Eppure neanche questi privilegi bastano quando usi la tua voce per chi non ne ha una.
Non è solo “mancanza di giustizia”, ma anche perpetuazione del trauma. L’evidente discrepanza tra la retorica pubblica sulla violenza di genere e sulla protezione delle vittime di violenza e la realtà che io e le mie compagne stiamo vivendo dimostra come i principi di tutela delle vittime vengano applicati in modo selettivo quando sono politicamente convenienti e ignorati quando le vittime sono “scomode” o i carnefici servono determinati interessi. Se questo è il trattamento riservato a una cittadina italiana, quale giustizia possono aspettarsi i palestinesi?
Alcuni borsisti del programma Italian universities palestinian students si sono mobilitati per ricordare che nonostante abbiano superato una dura selezione e sostenuto esami in condizioni estreme, 110 di loro sono ancora bloccati nella Striscia e il consolato italiano ha interrotto le comunicazioni con i loro atenei. Le evacuazioni italiane, infatti, sono ferme da dicembre. Negando così una concreta possibilità di futuro
Hamza vuole diventare neurochirurgo e nonostante la sua università sia stata distrutta, come tutte a Gaza, dal 7 ottobre 2023 ha praticamente svolto un “tirocinio” sul campo dando una mano negli ospedali martoriati della Striscia. Shahd invece sogna di diventare professoressa universitaria di matematica e anche se casa sua, come quella di oltre due milioni di persone, è stata spazzata via dalle forze armate israeliane tra uno sfollamento e l’altro ha continuato a studiare e a eccellere. In comune infatti hanno i meriti e la speranza sempre più sottile di raggiungere l’Italia dove si sono aggiudicati due borse di studio universitarie come altri studenti della Striscia: in totale 165 giovani per accogliere i quali e le quali da noi è tutto pronto, manca solo l’uscita da Gaza. E questa volta il blocco non sembra essere israeliano ma piuttosto italiano.
C’è il programma Italian universities palestinian students (Iupals), promosso dalla Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) -e realizzato con il ministero degli Esteri, quello dell’Università e della ricerca e il consolato d’Italia a Gerusalemme-, per consentire a studenti e studentesse residenti nei Territori palestinesi occupati di proseguire i propri studi negli atenei italiani per l’anno accademico 2025-2026.
E già qui iniziano i problemi: perché il primo semestre è praticamente finito e ancora 110 studenti Iupals, che hanno superato una dura selezione, frequentato corsi obbligatori di italiano e sostenuto esami in condizioni estreme, sono ancora a Gaza e il consolato ha interrotto ogni comunicazione con loro e gli atenei. Nelle stesse condizioni si trovano anche altre decine di studenti, principalmente legati a istituzioni come conservatori e accademie, i cosiddetti Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica) i cui diplomi sono equipollenti alle lauree universitarie e per i quali si è aperta solo in un secondo momento la possibilità di studiare in Italia.
Per tutti risultano coperti i requisiti richiesti: il pagamento delle tasse universitarie, vitto e alloggio, assicurazione sanitaria e viaggio aereo. A farsene carico per gli studenti Iupals sono i singoli atenei proponenti, mentre per quelli Afam sono stati coinvolti sponsor come fondazioni e associazioni ma anche privati e singoli enti, spesso grazie all’impegno ostinato e silenzioso di decine di volontari.
Laura Nozza è una di loro, fa parte del Palestinian students support (Pass), un gruppo informale creato per aiutare gli studenti e le studentesse palestinesi con la burocrazia italiana. Nozza segue in particolare quelli dei conservatori e delle accademie: “A dicembre abbiamo segnalato al ministero -tramite il conservatorio di Cagliari ma alcuni istituti e accademie si sono mossi in autonomia- 17 studenti che si trovavano ancora a Gaza. Oltre quest’ultimi ci sono anche diversi familiari al seguito che avrebbero diritto a lasciare la Striscia”.
Attorno a ogni studente è stato costruito un percorso e un supporto ad hoc: “Ci sono privati o associazioni come la Caritas che offrono l’alloggio -continua Nozza- i conservatori e le accademie che garantiscono il pagamento della retta; fondazioni culturali la borsa di studio; festival, scuole o altro che hanno inviato manifestazioni di interesse in una cooperazione a volte davvero ammirevole”.
Tutto molto bello anche se la sensazione ancora una volta, come già per le evacuazioni sanitarie, è che molto sia affidato all’intraprendenza e buona volontà delle persone che si muovono per segnalare alle istituzioni gli aventi diritto. E se non si finisce intercettati da queste reti si rischia di essere esclusi, quando invece il diritto allo studio e alla salute dovrebbero essere garantiti in maniera trasparente ed equa.
Per Gaza non esistono veri corridoi universitari: l’accompagnamento di fatto è stato sostituito dalle borse Iupals o dalla disponibilità di conservatori e accademie, spesso senza tenere conto che tra un Paese in guerra e uno sotto occupazione c’è una bella differenza. Gli studenti di Gaza ad esempio non sono liberi di muoversi né tanto meno di andare a Ramallah, che si trova in Cisgiordania, per sbrigare pratiche burocratiche.
Ma il problema maggiore è che da dicembre le evacuazioni italiane sono ferme, anche se -a quanto riferiscono da Gaza fonti che chiedono l’anonimato- alcuni studenti starebbero uscendo dalla Striscia per recarsi in università straniere, anche europee. Non sarebbe quindi un problema legato alla chiusura dei valichi o alla situazione sul campo che resta comunque pericolosa -nonostante l’annunciato cessate il fuoco, oltre 600 palestinesi hanno perso la vita dal 10 ottobre 2025 per fuoco israeliano- ma sembrerebbe più una questione italiana.
“La gestione operativa sembra essere stata sottratta all’Unità di crisi per essere affidata al ministero dell’Università e della ricerca e all’Ufficio degli italiani all’estero, organi meritevoli ma non dotati delle competenze e dei canali diplomatico-militari necessari per organizzare evacuazioni in territori di guerra”, dice Widad Tamimi, scrittrice con padre palestinese e studi in diritto internazionale, che si occupa di rifugiati e si batte fin dall’inizio per il diritto allo studio dei giovani di Gaza.
Nei giorni scorsi la questione dei borsisti Iupals è tornata alla ribalta grazie a 38 di loro che si sono uniti e fatti sentire via social: Hamza e Shahd fanno parte del gruppo. Raggiunti via WhatsApp, è palpabile l’illusione che la vittoria delle borse di studio ha generato in loro: “Ho perso tutto, ma non lo studio”, dice Hamza che ha continuato a studiare e vivere in una tenda poggiata sopra le macerie della sua vecchia casa. Gli fa eco Shahd: “Continuare la mia istruzione mi ha dato qualcosa a cui aggrapparmi e un motivo per non smettere di credere in un futuro”. Il diritto a un futuro che a Gaza è stato intenzionalmente annichilito.
“L’ottenimento delle borse di studio ha rappresentato per i vincitori l’unica via legale e sicura per lasciare la Striscia e mettersi in salvo, configurandosi non solo come opportunità accademica ma come reale strumento di salvaguardia della vita umana -continua Tamimi-. Un’iniziativa nata per essere un fiore all’occhiello della diplomazia culturale italiana rischia di trasformarsi in una tragica e ingiustificata delusione per giovani a cui l’Italia ha promesso salvezza e futuro, compromettendo inoltre la credibilità del sistema accademico italiano che si è speso con generosità per questo progetto e anche l’onore del nostro Paese verso la comunità internazionale”.
“L’Italia sta lavorando per condurre nuove operazioni di evacuazione di studenti da Gaza -ha fatto sapere nei giorni scorsi la Farnesina-. Allo stato dell’arte per indicazione dei governi di Giordania e Israele, il canale che ha permesso finora di evacuare 157 studenti da Gaza tra settembre e dicembre 2025 risulta bloccato. L’ambasciata d’Italia ad Amman sta esplorando nuove alternative tra cui quella di riattivare i corridori universitari”.
Il ministero degli Esteri fa sapere che è in corso di valutazione anche “la possibilità di attivare canali aggiuntivi rispetto al programma Iupals alla luce delle 165 richieste ricevute non tutte riconducibili a tale programma”.
Il che sarebbe eccellente così come l’attivazione di borse di studio anche per il prossimo anno accademico ormai alle porte, come già hanno fatto altri Paesi. Ma prima di ulteriori annunci sarebbe auspicabile rispettare le promesse fatte. E non rischiare di rimanere “osservatori” anche qui.
Il movimento BDS chiede un’azione urgente per fermare l’alimentazione del genocidio in corso contro i palestinesi da parte di Israele.
Nel maggio 2024, la Turchia ha annunciato la sospensione di tutte le importazioni ed esportazioni con Israele, citando il peggioramento della crisi umanitaria a Gaza.Nell’agosto 2025, ha annunciato la rottura dei legami economici e commerciali con Israele, chiudendo il suo spazio aereo agli aerei israeliani e vietando alle navi israeliane di attraccare nei porti turchi.I palestinesi hanno accolto con favore entrambe le misure di responsabilità turche.
Tuttavia, 57 spedizioni di petrolio greggio, per un totale di quasi 47 milioni di barili di petrolio, sono state esportate dall’Azerbaigian verso l’Israele genocida attraverso il porto turco di Ceyhan da quando la Turchia ha iniziato a imporre restrizioni commerciali nel 2024, come rivela una nuova indagine del Movimento Giovanile Palestinese, dell’Embargo Energetico per la Palestina e di Progressive International.
Il rapporto identifica navi coinvolte in trasferimenti segreti di energia, la maggior parte dei quali gestiti dalle società greche Kyklades Maritime Corporation e Thenamaris Management Inc. I principali responsabili sono l’Azerbaigian, il principale fornitore statale di petrolio a Israele, e il colosso energetico britannico BP, proprietario e gestore di maggioranza dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che trasporta petrolio al porto di Ceyhan.
Rivela inoltre che le spedizioni vengono occultate disattivando i sistemi di tracciamento delle navi e manipolando i dati di spedizione, vanificando gli sforzi internazionali per far rispettare gli embarghi.
Nel 2025, le importazioni israeliane di greggio azero sono aumentate del 31% rispetto al 2024, raggiungendo il massimo degli ultimi tre anni.L’Azerbaigian fornisce circa il 40% del petrolio israeliano, che viene poi raffinato per essere utilizzato, tra gli altri, dall’esercito israeliano e dagli insediamenti illegali, alimentando e rendendo possibili le atrocità israeliane.
Mentre Israele continua a uccidere palestinesi con il pretesto del “cessate il fuoco”, dobbiamo smettere di alimentare il genocidio.
L’embargo turco è fondamentale per interrompere un’importante via di rifornimento e per esercitare pressione affinché si ponga fine alla fase meno visibile del massacro.
Il movimento BDS chiede un’azione immediata per far rispettare l’embargo commerciale turco del maggio 2024 contro Israele:
Bloccare le navi e le compagnie di navigazione identificate per il trasporto di merci dalla Turchia a Israele.
Indagare sulle violazioni dell’embargo e pubblicare informazioni su tutte le navi e le società coinvolte, insieme alle misure per porre fine a tali violazioni e chiamare a risponderne i responsabili.
Produrre, pubblicare e implementare nuove misure di protezione per prevenire future spedizioni segrete e garantire la piena applicazione dell’embargo commerciale contro Israele.
BDS Turchia ha invitato il popolo turco a fare pressione sul proprio governo affinché imponga un embargo commerciale ed energetico completo contro il paese genocida Israele e interrompa le spedizioni di petrolio greggio da Ceyhan.BDS Turchia ha inoltre esortato i lavoratori portuali del porto di Ceyhan a impedire il flusso di petrolio verso i porti israeliani e a impedire alle navi in transito per il carburante verso Israele di attraccare nei porti turchi.
Il genocidio israeliano contro i palestinesi non si è fermato, e nemmeno noi lo faremo.
Intensifichiamo la pressione BDS ora.
segnalazione via posta elettronica di Elisabetta Castiglioni
IN LIBRERIA DAL 27 FEBBRAIO 2026
SIM KERN
GENOCIDE BAD
Appunti sulla Palestina, la storia ebraica e la liberazione collettiva
Traduzione di Pierfrancesco Prosperi
(Gremese)
50.000 copie vendute in poche settimane
Il caso editoriale che ha acceso il dibattito negli Stati Uniti
Arriva in Italia il libro che ha scosso l’opinione pubblica americana: Genocide Bad, di Sim Kern, pubblicata da Gremese, sarà disponibile dal 27 febbraio in tutte le librerie e piattaforme digitali, Un’opera potente e controversa che intreccia memoria personale, analisi storica e intervento politico in dieci saggi incisivi capaci di raggiungere, con linguaggio diretto e consapevolezza pop, anche le generazioni digitali.
Best seller del New York Times, il volume ha venduto oltre 50.000 copie in poche settimane, imponendosi come uno dei testi più discussi negli Stati Uniti sul conflitto israelo-palestinese e sul ruolo della narrazione nella costruzione del consenso.
In parte memoir attivista, in parte corso intensivo di storia ebraica e palestinese, Genocide Bad affronta senza compromessi i nodi che, secondo l’autrice, hanno accompagnato la costruzione e la difesa del progetto sionista. Tracciando collegamenti tra promesse bibliche e contemporaneità, tra persecuzioni storiche e dinamiche politiche attuali, Kern ricostruisce la genealogia del conflitto e l’evoluzione delle politiche di occupazione ed espropriazione che, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948, hanno segnato la vita dei palestinesi fino alla tragedia di Gaza.
Nei giorni successivi al 7 ottobre 2023, il suo attivismo da una posizione ebraica antisionista ha ottenuto attenzione internazionale, generando un vasto dibattito pubblico, ma anche attacchi personali e minacce. In questo libro Kern attraversa gli orrori degli stermini passati e presenti, interrogando il rapporto tra memoria, identità e responsabilità politica, e rivendica una speranza fondata sugli esempi di coraggio, resilienza e testimonianza di fronte alla violenza.
Con uno stile immediato, ironico e graffiante, l’autrice analizza propaganda, colonialismo e imperialismo moderno, mostrando come le narrazioni dominanti abbiano contribuito a plasmare il presente. Al tempo stesso racconta il proprio percorso: dalle discriminazioni vissute in adolescenza alla mobilitazione virale sui social nell’ottobre 2023, che ha coinvolto milioni di persone e raccolto oltre mezzo milione di dollari per Gaza.
Genocide Bad è un libro destinato a far discutere: un intervento netto nel dibattito internazionale, una riflessione sulla storia e sul presente, e un invito a immaginare la possibilità di una liberazione collettiva.
Sim Kern è giornalista, book influencer e attivista ebrea antisionista. Autrice del bestseller The Free People’s Village (selezionato da Indie Next), utilizza i social media per diffondere contenuti educativi sulla Palestina e sui temi della giustizia sociale.
Prefazione di Enrico: l’articolo che segue si compone complessivamente di sei interventi. Sono le testimonianze di persone che hanno subito l’apolidia (l’apolidia è la condizione giuridica di chi non è riconosciuto come cittadino da alcuno Stato secondo la propria legislazione) che hanno deciso di prendere posizione rispetto alla domanda: “Perchè la Palestina ti riguarda?
Una protesta in solidarietà con la Palestina a Londra, 15 maggio 2021. Foto di Socialist Appeal su Flickr (CC BY 2.0).
Realizzato in collaborazione con l’Institute on Statelessness and Inclusion, questo articolo collaborativo chiede a persone impegnate in cause di vario tipo perché la Palestina li riguardi — svelando un fil rouge di solidarietà contro l’apolidia, l’oppressione e la violenza coloniale.
Aleksandra Semeriak Gavrilenok, ex non-cittadina della Lettonia
Cresciuta senza uno stato, come non-cittadina della Lettonia, ho imparato presto cosa significhi che i diritti esistono soltanto sulla carta, solo per quanti sono ritenuti idonei, solo per quanti appartengono per etnia e non per nascita. Con il passare degli anni, ho imparato che questa esclusione non era accidentale, che era stata creata consapevolmente ed era tenuta in piedi da dinamiche di potere ingiuste e attori statali che pensavano di poter ignorare lo stato di diritto.
L’assenza di uno stato priva le persone del loro senso di appartenenza, del potere sociale e politico, dell’accesso alla giustizia e persino del riconoscimento della loro esistenza. Eppure da essere umano, ho il diritto di esistere. Ecco perché la Palestina mi riguarda.
Qui in Spagna, ho assistito anche alle lotte della comunità Saharawi [it]. Per decenni, i Saharawi sono stati costretti a lasciare le loro terre e gli sono stati negati il diritto a una nazione e alla auto-determinazione. Tanto in Palestina quanto nel Sahara Occidentale, l’apolidia aggravata da una colonizzazione e sistematica deumanizzazione che rivelano quanto inefficace e indifferente sia diventato l’ordine internazionale.
Sì, i meccanismi internazionali esistono, ma sono stati resi inutili. Le risoluzioni delle Nazioni Unite, purtroppo, somigliano ormai più a lettere di condoglianze che ad azioni concrete per prevenire le violazioni dei diritti umani e ricordare i loro doveri agli oppressori. Eppure, da persona che ancora crede nella promessa “di preservare le generazioni future dal flagello della guerra,” sulla quale l’Onu si fonda, voglio continuare a sperare che la giustizia prevarrà. Ecco perché la Palestina mi riguarda.
In Europa e nel mondo, ho avuto la fortuna di incontrare una comunità molto eterogenea e ancora unita di persone che hanno vissuto esperienze di apolidia. Le loro storie, tanto belle quanto dolorose, mi hanno insegnato molto sui molteplici livelli di discriminazione e lotte intersezionali. Ho visto come le persone che non hanno uno stato, con poche risorse, continuassero e ancora continuano a sfidare e cambiare il sistema. Questo mi ha messo di fronte a una verità: non si avranno giustizia, riconoscimento e diritti uguali per tutti soltanto grazie alle istituzioni, ma anche per la solidarietà collettiva. Da persona che è stata apolide, sono solidale con quanti la subiscono. Ecco perché la Palestina mi riguarda.
Mi avete chiesto perché la Palestina mi riguarda, piuttosto perché non interessa a voi?
Fawzi Abdul Fayaz, attivista Rohingya
La Palestina mi riguarda molto perché la causa del suo popolo risuona profondamente con quella della mia comunità, i Rohingya [it]. Tanto i palestinesi quanto i Rohingya hanno subito per decenni una persecuzione sistematica, espropriazioni e sono stati costretti a lasciare la loro terra. A unirci non è solo la nostra comune esperienza di esilio, ma anche la continua rimozione delle nostre identità attraverso la violenza di stato e crimini atroci. La Palestina non è solo “la loro” causa; è anche lo specchio della nostra. L’Arakan — la patria dei Rohingya — è spesso descritto come la “Palestina dell’Est” per via della somiglianza sorprendente con le tragedie del nostro popolo, dovute alla migrazione forzata e al genocidio.
I Rohingya sono spesso descritto come il “popolo più perseguitato al mondo“. Privati della cittadinanza dalla legge 1982 del Myanmar, privati dei loro diritti fondamentali, e sottoposti a ondate di campagne militari, abbiamo affrontato un genocidio che è ancora in atto. Le atrocità del 2017 — uccisioni di massa, violenza sessuale sistematica e il rogo di centinaia di villaggi — hanno costretto più di 700.000 Rohingya a fuggire in Bangladesh. Oggi, la maggior parte dei bambini Rohingya nascono in esilio, in campi rifugiati sovrappopolati come quello di Cox’s Bazar, senza mai mettere piede nella loro terra ancestrale dell’Arakan. Eppure, per noi come per i palestinesi, il legame con le nostre terre resta intatto.
Essere nato e cresciuto in esilio significa ereditare tanto una perdita quanto la resilienza. I nostri genitori e avi ci tramandano storie dei nostri villaggi, della nostra lingua e delle nostre tradizioni, assicurandosi che la nostra identità sopravviva ai tentativi di cancellarla. Questa memoria intergenerazionale è più che nostalgia; è resistenza. Proprio come i palestinesi conservano le chiavi delle loro case, le canzoni e le storie orali, così noi Rohingya conserviamo la nostra cultura e il nostro nome come un atto di resistenza contro il genocidio.
Questo legame duraturo con la nostra terra forma identità, memoria e resistenza. Ci ricorda che venire cacciati dalla nostra patria non pone fine all’appartenenza — la rafforza. Essere Rohingya o palestinese in esilio significa incarnare il rifiuto di essere dimenticati, portare con sé tanto il dolore dell’espropriazione quanto l’irriducibile speranza nella giustizia e nel ritorno.
Boicottare i datteri israeliani è una campagna internazionale rivolta anche alle comunità musulmane, che aumentano il consumo di datteri durante il mese di Ramadan. Non comperare datteri israeliani significa danneggiare l’economia di guerra israeliana.
Una catena commerciale ha avviato una pubblicità promozionale di datteri delle colonie israeliane, presentandole con un linguaggio solidale. Per coprire la loro vergogna hanno assunto come partner Emergency alla quale verrebbe destinata una quota del 4% del ricavato. Un’elemosina per farsi belli. Per fortuna, nel 2026, Emergency non ha rinnovato il partenariato, in seguito anche a molte segnalazioni di attivisti e volontari. Per approfondire il tema:
BDS
Boicottare i datteri israeliani è una campagna internazionale rivolta anche alle comunità musulmane, che aumentano il consumo di datteri durante il mese di Ramadan. Non comperare datteri israeliani significa danneggiare l’economia di guerra israeliana.
Una catena commerciale ha avviato una pubblicità promozionale di datteri delle colonie israeliane, presentandole con un linguaggio solidale. Per coprire la loro vergogna hanno assunto come partner Emergency alla quale verrebbe destinata una quota del 4% del ricavato. Un’elemosina per farsi belli. Per fortuna, nel 2026, Emergency non ha rinnovato il partenariato, in seguito anche a molte segnalazioni di attivisti e volontari.
Per approfondire il tema vai in rete e clicca “BDS: campagna internazionale di boicoattaggio dei datteri israeliani”.
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BOICOTTARE I DATTERI DELLE COLONIE
comunicato BDS
Boicottare i datteri israeliani è una campagna internazionale rivolta anche alle comunità musulmane, che aumentano il consumo di datteri durante il mese di Ramadan. Non comperare datteri israeliani significa danneggiare l’economia di guerra israeliana.
Una catena commerciale ha avviato una pubblicità promozionale di datteri delle colonie israeliane, presentandole con un linguaggio solidale. Per coprire la loro vergogna hanno assunto come partner Emergency alla quale verrebbe destinata una quota del 4% del ricavato. Un’elemosina per farsi belli. Per fortuna, nel 2026, Emergency non ha rinnovato il partenariato, in seguito anche a molte segnalazioni di attivisti e volontari. Per approfondire il tema:
BDS
Boicottare i datteri israeliani è una campagna internazionale rivolta anche alle comunità musulmane, che aumentano il consumo di datteri durante il mese di Ramadan. Non comperare datteri israeliani significa danneggiare l’economia di guerra israeliana.
Una catena commerciale ha avviato una pubblicità promozionale di datteri delle colonie israeliane, presentandole con un linguaggio solidale. Per coprire la loro vergogna hanno assunto come partner Emergency alla quale verrebbe destinata una quota del 4% del ricavato. Un’elemosina per farsi belli. Per fortuna, nel 2026, Emergency non ha rinnovato il partenariato, in seguito anche a molte segnalazioni di attivisti e volontari.
Per approfondire il tema vai in rete e clicca “BDS: campagna internazionale di boicoattaggio dei datteri israeliani”.