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La Bottega del Barbieri

Palestina: una terra che vuole vivere

Oggi potete leggere:

  1. aggiornamenti da Anbamed del 28 e 27 febbraio
  2. aggiornamenti da Radio Onda d’Urto del 27 febbraio
  3. da Solidaria Bari una iniziativa di solidarietà
  4. a Lozza (VA) una mostra per 10 giorni
  5. una poesia di MOHAMMED ABO SOLTAN
  6. da Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista – una importante lettera rivolta alla presidente del consiglio ed un appello all’umanità seguito da tantissime firme
  7. Emanuela Bavazzano: dare voce alle donne
  8. Dima Shamaly: la guerra contro le donne di Gaza
  9. Elisabeth Di Luca sulla presenza degli atleti israeliani alle olimpiadi
  10. Anna Maria Selini su un ulteriore diritto negato agli studenti palestinesi
  11. Giuditta Mauro: una scuola, solidarietà e tante foto a testimonianza
  12. da Rivoluzione Anarchica e BDS su strani percorsi del petrolio dalla Turchia verso Israele
  13. presentazione del libro “Genocide Bad” di Sim Kern, una espressione di attivismo da una posizione ebraica antisionista
  14. seconda parte delle testimonianze di persone che vivono l’apolidia dal titolo “Perchè la Palestina ti riguarda?”

Genocidio a Gaza – 28 febbraio

Uccisi sette palestinesi in diversi attacchi israeliani, ieri.

Una delle bombe ha ucciso una donna e un bambino, nella loro tenda issata nel cortile di un ex scuola, vicino all’ospedale Nasser, a Khan Younis.

A Beit Lahia, nel nord della Striscia, un giovane di 17 anni e un uomo di 45 sono stati freddati, in due attacchi diversi, dai cecchini israeliani.

Le altre vittime sono cadute a Gaza città e a Mawassi, la tendopoli sulla spiaggia per sfollati.

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Il nostro commento quotidiano fisso: 

Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.

Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.

Iran/Usa

sabato, 28 febbraio 2026- Ultim’ora: Israele ha attaccato l’Iran

 

Cisgiordania

Operazioni militari nella maggior parte di città e villaggi palestinesi. Una guerra non dichiarata. Attacchi accompagnati da un’offensiva dei coloni che mirano alla cacciata dei nativi dalla loro terra. È in corso una pulizia etnica, nel silenzio delle cancellerie complici del genocidio.

Libano

Attacchi aerei israeliani all’alba di oggi in sud Libano. Una persona uccisa e decine di altre ferite, secondo il ministero della sanità di Beirut.

 

Genocidio a Gaza – 27 febbraio

Due palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane fuori dalle loro aree di controllo a sud di Khan Younis, mentre un terzo è stato ucciso nella parte meridionale di Gaza.

Una fonte dell’ospedale Al-Maamadany (Battista) ha riferito che due persone sono state uccise e altre sono rimaste ferite, in un bombardamento israeliano nel quartiere di Al-Tuffah, a est di Gaza città.

Una fonte dei servizi di emergenza ha inoltre riferito che diversi palestinesi sono rimasti feriti a causa del fuoco dei droni israeliani che hanno preso di mira i pescatori sulla spiaggia di Gaza città.

A Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, il corpo di un palestinese ucciso dal fuoco di un drone israeliano è stato trasportato dall’ospedale Shuhadaa Al-Aqsa in un corteo funebre verso il cimitero.

Ogni giorno Israele viola l’accordo di cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025, provocando l’uccisione di 618 palestinesi e il ferimento di altri 1663.

Situazione umanitaria a Gaza

Il relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’acqua potabile, Pedro Araujo Agudo, ha affermato che la Striscia di Gaza sta affrontando una catastrofe umanitaria senza precedenti a causa della distruzione diffusa delle infrastrutture idriche, accusando l’esercito israeliano di utilizzare l’acqua come arma di guerra, in chiara violazione del diritto internazionale umanitario. “Circa il 90% degli impianti di desalinizzazione e di depurazione dell’acqua di Gaza sono stati distrutti o attaccati direttamente durante l’invasione, il che sottolinea che, a quattro mesi dal cessate il fuoco, la fornitura di acqua al settore non è stata adeguatamente ripristinata e persiste una grave carenza di acqua potabile”.

Agudo ha sottolineato che il problema non è solo la mancanza di acqua, ma la mancanza di acqua potabile, e ha messo in guardia contro le epidemie, descrivendo ciò che sta accadendo come una forma di pulizia etnica e l’uso sistematico dell’acqua come arma di guerra contro i civili palestinesi.

Cisgiordania

Due ragazzi di 14 e 15 anni sono stati colpiti con proiettili militari durante l’irruzione dell’esercito di occupazione in un villaggio ad est di Ramallah.

Un altro minore è stato arrestato ad un posto di blocco ad el-Khalil.

Irruzione militare israeliana ieri a Nablus, dove un intero quartiere è stato occupato con ingenti mezzi militari e truppe. Israele ha intensificato i suoi raid sulle città e sui villaggi della Cisgiordania durante il mese del Ramadan, con operazioni che non si sono limitate alle ore notturne ma si sono estese anche alle ore diurne.

Altre irruzioni delle truppe sono avvenute a Khadar, Qabattia e Sabastiye.

Ieri, giovedì l’esercito di occupazione ha preso d’assalto anche il villaggio di Deir, a sud-est di Betlemme, e si è posizionato tra le case dei cittadini, prima di consegnare avvisi di demolizione di 6 case, la maggior parte delle quali abitate, con il pretesto di “costruire senza permesso”.

Nel mese di gennaio 2026, Israele ha effettuato circa 159 operazioni di demolizione che hanno interessato 126 strutture palestinesi, tra cui 77 case abitate, oltre ad aver emesso 40 avvisi di demolizione, la maggior parte dei quali concentrati nella provincia di el Khalil (Hebron).

È un’operazione scientifica premeditata di deportazione dei nativi per far posto ai coloni ebrei arrivati da ogni dove.

Pulizia etnica

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha affermato che le azioni di Israele nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate, comprese le operazioni militari che portano allo sfollamento, mirano a creare un “cambiamento demografico permanente”.

Le azioni congiunte di Israele sono volte a creare un cambiamento demografico permanente a Gaza e in Cisgiordania, alimentando il timore di una pulizia etnica”, ha dichiarato, ieri giovedì, al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra.

Il funzionario ONU ha parlato dei continui attacchi e violazioni israeliani nella Cisgiordania occupata, che hanno causato lo sfollamento di 32.000 palestinesi. Ha aggiunto: “Le forze di occupazione israeliane continuano a usare una forza inutile e sproporzionata” in Cisgiordania.

 

dalla posta di FuoriOnda del 27 febbraio

PALESTINA – Proprio Netanyahu, approfittando del disinteresse globale, ha colpito oggi tutta la Striscia di Gaza, da Khan Yunis a Rafah, da Al Burej a Gaza e Beit Lahia. 8 i palestinesi ammazzati da Israele, dove l’Alta Corte ha sospeso in via temporanea il bando di Tel Aviv a 37 ong – guidate da Medici Senza Frontiere – che da domenica dovrebbero lasciare Gaza e la Cisgiordania, essendosi rifiutate di compilare le liste di proscrizione imposte da Israele, con i nominativi di ogni operatore sanitario, uccisi a centinaia e scientemente dagli occupanti in 2 anni e mezzo di genocidio.

Di sanitari, salute e condizioni di vita di oltre 2 milioni di palestinesi, quelli intrappolati a Gaza, Radio Onda d’Urto ha parlato con Muhannad Abu Hilal, medico palestinese dei Sanitari per Gaza e di Palmed Italia.

Da Gaza alla Cisgiordania Occupata. A Nablus, nel villaggio di Qusra i coloni, scortati dall’esercito, hanno assalito palestinesi e attivisti internazionali presenti per sostenere i palestinesi, ferendone due. Sono una donna di 71 anni e un uomo di 51 anni, di nazionalità per ora non nota e portati d’urgenza in ospedale, dove sono arrivati anche diversi palestinesi, intossicati da decine di lacrimogeni sparati dai soldati a protezione dei coloni. Intanto nel secondo venerdì di Ramadan le forze di occupazione impediscono ai palestinesi di raggiungere Al-Aqsa, a Gerusalemme, attraverso il valico di Qalandiya. Rapiti 20 palestinesi. E ancora: ad al-Sharqiya, est di Ramallah, in teoria zona controllata dall’altrettanto teorica Anp, gli israeliani hanno ferito 2 minorenni, che cercavano di bloccare i coloni fascisti, impegnati ad aggredire i palestinesi che viaggiavano a bordo delle loro auto sulle strade circostanti

Solidaria Bari – per Comune-info.net

POESIA PER IL WEEKEND 1009
LA TEORIA DEL FILO ROSSO INVISIBILE
C’è un filo rosso,
invisibile all’occhio,
non toccato dalla mano,
eppure tira delicatamente il cuore
come la primissima chiamata della vita.
Un filo che si estende da Oriente a Occidente,
attraversa i mari senza bagnarsi,
scivola attraverso i confini senza essere cercato,
vola sopra le lingue come un uccello
che non ha mai imparato l’ortografia,
e si posa nei forzieri
dove i significati vivono prima delle parole.
È un filo che non parla,
eppure comprende ogni dialetto.
Riconosce la lacrima di una madre
anche quando cade nel silenzio,
custodisce la risata di un padre
come un antico canto sacro,
e riunisce i fratelli attorno a un tavolo
anche quando strade, città e anni
li hanno separati.
Questo filo non lega i corpi,
lega il primo fremito del cuore.
Lega la paura quando si stringe,
la speranza quando si stanca,
e ricuce le distanze
ogni volta che si incrinano tra di noi.
Quando la memoria si indebolisce,
ricorda per noi.
Quando tradiamo l’espressione,
esso porta con sé il significato.
È il nome segreto della famiglia,
il tatuaggio invisibile dell’amore,
la promessa che non abbiamo mai firmato
eppure viviamo.
Il filo rosso invisibile
non è un mito.
È l’umanità che si aggrappa a noi.
È l’amore che si rifiuta
di lasciare chiunque da solo.
Siamo noi,
che ritroviamo la strada l’uno verso l’altro,
senza sapere come,
ma sapendo sempre il perché.
MOHAMMED ABO SOLTAN

Lettera aperta al Governo Meloni

Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese

NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!

L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.

Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo di affari.

Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania.

E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese1, l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa.

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?

Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità.

Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente?

RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.

Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace

Maiindifferenti6@gmail.com

www.maiindifferenti.it

LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista è su Facebook e Ig

laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com

 

APPELLO ALL’UMANITÀ

 Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore:

BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA

Così titolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova Gaza del “Board of peace”.

Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo:

UNO SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.

È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso.

Non dobbiamo permetterlo.

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e attivista

Hanno già aderito:

Rete Comitati della Città Metropolitana di Milano

Farid Adly – Irene Agovino . Roberta Agretti – Maria Alampi – Nicoletta Alberio – Mietta Albertini

Nicoletta Albio – Paola Albertelli – Luigi Allocca – Giuseppe Amato – Marina Ascoli – Deborah Arbib

Nadia Baher – Silvia Banfi – Margherita Bani – Giorgio Basevi – Maddalena Basevi – Roberto Battistini

Andrea Bellelli – Daniela Benarolo – Lucia Bertolini – Sergio Bevilacqua – Anthony Gad Bigio

Marina Bozza – Mauro Brazzo – Anna Biocca – Stefania Bonaldi – Laura Bosio – Gianfranco Bottoni

Riccardo Bottoni  – Jean Bourboulis – Maddalena Benelli – Anna Bresciani – Grazia Maria Bertini

Isabella Barato – Daniela Bezzi – Cristina Boni – Annarosa Buttarelli – Vincenzo Cadoni

Cecilia Cagnola – Monica Campioli – Giorgio Canarutto – Daniele Canarutto – Rosa Caprino

Daniela Carbone – Chiara Casella – Luca Cauda – Guido Celentano – Michela Chambry

Annina Chiarloni – Renato Colli – Roberto Ceccarelli – Stefania Civolani – Renata Colorni

Vita Cosentino – Grazia Casagrande – Alessandro Corti Nan – Carla Valeria Contini

Nicoletta Cosentino – Francesco Catalano – Cecilia Comuzio – Milva Maria Cappellini

Giada Caracristi – Jonathan Chiesa – Rita Compagnoni – Leonardo Coen – Grazia De Benedetti

Elio De Capitani – Giovanni Ciniselli – Carlo Cortese – Valentina Del Vecchio – Daniela Dentico

Iris Deutsch – Claudio Dharmapala Torrero – Marco Di Castro – Laura Di Donato – Luigi Elli

Marina Ergas  – Francesca Fabris – Anna Maria Fagnoni – Lucia Fagnoni – Mariannina Failla

Anna Fazi – Luca Fè d’Ostiani – Lorenzo Feltrin – Paola Fermo – Alessandra Filippi – Luigi Fioravanti

Alberto Fiz  – Silvana Ferrari – Assunta Ferrari – Claudia Ferrandes – Ida Finzi – Carla Forti

Antonio Furlan – Saby Fresko – Susanna Fresko – Roberta Foresta – Michele Frova – Saverina Gangere

Francesco Gangere – Fabia Garatti – Ugo Giannangeli – Stefano Gidoni – Jolanda Gigli – Rosaria Guacci

Liliana Gandus – Nicoletta Gandus – Marco Gatti – Donatella Gazzoni – Massimo Gentili-Tedeschi

Franco Ghidini – Stefania Giannotti – Francesca Graziani – Giuseppe Grigenti – Simonetta Gottlieb

Annalisa Gozzo – Bella Gubbay – Gabriella Guerci – Cecilia Herskovits – Nadira Haraigue

Joan Haim – Sveva Haertter – Noga Kadman – Marianta Kalin – Laura Incantalupo

Francesca Incardona – Alessio Lattuca – Paola Leoni – Giovanni Levi – Tomaso Levi

Lucetta Levi Momigliano – Simon Levis Sullam – Danielle Levy – Stefano Liebman – Claudio Lombardi

Marco Lombardi – Paolo Losco – Stefano Levi Della Torre – Miriam Lavoratorini – Monica Macchi

Giovanna Majno – Myriam Marino – Floriana Maris – Gianluca Maris – Flavio Massa

Sarah Mustafa – Silvia Motta – Luciano Marchetti – Vincenzo Mauro – Claudio Minoia

Dino Mondoni – Virginia Montrasio – Lella Moreschi – Elisabetta Marzorati – Luciano Martinengo

Giordana Masotto – Paola Mattioli – Patrizia Menici – Laura Minguzzi – Piero Morpurgo

Gaddo Morpurgo – Loretta Mussi – Francesca Nannelli – Antonella Nappi – Nuccia Nunzella

Tiziana Nasali – Giuseppe Nardiello – Anna Nogara – Maso Notarianni – Gianni Oropallo – Bice Parodi

Sergio Palmiero – Rossana Papagni – Enrico Palumbo – Ennio Pattarin – Paolo Paolini – Carla Panera

Francesca Pasini – Marcella Pepe – Paolo Peri – Rosangela Pesenti – Marina Piazza – Silvano Piccardi

Rino Pirovano – Anna Maria Piussi – Anna Polo Pressenza – Stefano Poli – Fulvia Premoli – Eliana Princi

Raffaella Puccio – Luciano Pulcrano Liliana Rampello – Fabrizio Repetto – Patrizia Rigoni

Marina Romani – Augusto Rossari – Chiara Rossi – Anna Rota – Gigliola Rovasino – Marta Roversi

Monika Rossetti – Carla Revelli – Luciana Rebecchi – Stefania Rossotti – Aldo Sachero – Guia Sambonet

Maria Luisa Sciarra – Marianna Saraceno – Marina Santini – Scilla Sonnino – Paul Sears – Marina Serina

Samir Shomali – Simone Sollazzo –  Renata Sarfati – Stefano Sarfati – Daniela Scotto di Fasano

Alessandro Soria – Fausto Sacerdote – Pierfrancesco Sacerdoti – Eva Schwarzwald

Emanuela Sestieri – Giorgio Seveso – Marc Silver – Sergio Sinigaglia – Stefania Sinigaglia

Susanna Sinigaglia – Gabriela Soltz – Stefano Sotgia – Eleonora Stillitani – Laura Tagliabue

Arturo Tagliacozzo – Mario Tedeschi – Jardena Tedeschi – Benedetto Terracini – Claudio Treves

Fabrizia Termini – Gianfranco Tolve – Luciana Tavernini – Tullia Todros – Ruben Tolentino – Lorenza Torri

Daniela Trollio – Andrea Urbini – Edgardo Valerio – Enrica Valabrega – Paolo Valabrega

Roberto Veneziani – Sandro Ventura – Giancarla Venturelli – Rosaria Venturi – Amabile Villa

Virginia Volterra – Savina Zanardo – Valeria Zulbati Petrillo

 

1 Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio.

Emanuela Bavazzano per Pressenza

Gaza luogo sicuro: dare voce alle donne, dare concretezza alla speranza

gaza luogo futuro

Intervista a Leen, Fondazione Pangea, dopo l’incontro di presentazione del Progetto GAZA LUOGO SICURO avvenuto a Calenzano, lo scorso 25 gennaio 2026.

Sanitari per Gaza Firenze, Associazioni Assieme ed Orto Collettivo di Calenzano hanno scelto insieme di dedicare una giornata al sostegno al Progetto promosso da Fondazione Pangea; l’incontro è nato perché alcune donne si sono ri-trovate a partire dalla volontà di fare conoscere a reti trasversali le diverse comunità territoriali locali (nell’area metropolitana di Firenze) una realtà che concretamente opera a sostegno e soprattutto nella traiettoria dell’auto-determinazione delle popolazioni che restano a vivere nelle loro terre, con l’attenzione volta alla Palestina. L’amministrazione locale di Calenzano ha sostenuto il processo di costruzione di questo percorso che potesse tenere insieme la conoscenza diretta, la condivisione di prassi, comprese quelle promosse da Orto Collettivo, che da sempre attraverso il sostegno alle economiche locali ed attraverso prassi di tipo etico comunitario manifesta coerente impegno a difesa dei popoli e delle popolazioni che sono in difficoltà. Le persone che abitano Calenzano e le persone che dalla vicina Firenze hanno scelto di impegnarsi alla costruzione di questa giornata hanno ritenuto importante collegare prassi concrete all’effettiva possibilità di sostenere, anche economicamente, la progettualità di cui sono state illustrate caratteristiche principali e sulle quali si è avuto l’occasione di dialogare, in un partecipato pranzo insieme (partecipanti almeno 230 persone in presenza), perché conoscere implica il prendere parte e prendere parte significa dare concretezza alla speranza.

Dopo circa un mese, abbiamo scelto di tornare a dialogare con le protagoniste della giornata, in particolare abbiamo recuperato le parole di Leen, donna palestinese di Gaza, che il progetto ha illustrato, e con le sue anche le parole di Manuela, entrambe di Fondazione Pangea, perché riteniamo che possiamo, anche abbiamo il dovere etico di dovere continuare a mantenere alta l’attenzione sulla Palestina, su Gaza, sulle donne, che oltre la resilienza, hanno bisogno di essere accompagnate per un recupero di quella fiducia nel presente e quindi anche nel futuro, oltre la sopravvivenza, sulle donne, sulle ragazze, sulle bambine, che purtroppo spesso sono le vittime designate di un sistema che, trasversalmente, le pone a rischio di violenza, violenza che non è solo quella associata all’essere vittime di genocidio, ma anche di un ripetersi della spirale di quella violenza (anche invisibile) che Leen chiama “femmino-genocidio” e che ricorda quel perpetuarsi di dinamiche di “femminicidio” che abitano i nostri luoghi di vita.

Leen, ci puoi illustrare, dal tuo osservatorio dentro Fondazione Pangea e dal tuo essere donna palestinese, quale sia oggi la condizione delle donne, delle ragazze, delle bambine in Palestina, in particolare a Gaza?

Sono donna palestinese, palestinese di Gaza, vivo in Italia attualmente e faccio parte di Fondazione Pangea, che in questo momento sta sostenendo il Centro antiviolenza, per le ricerche giuridiche per la protezione delle donne palestinesi a Gaza, che è presente in sede dal 2005; si è deciso di sostenere Gaza attraverso questo progetto, “Gaza luogo sicuro”, perché ci sono 700.000 ragazze, donne palestinesi, in età fertile, che non hanno accesso agli assorbenti, all’acqua potabile, al sapone ed alla privacy; sotto il genocidio si soffre oltre che per le bombe anche per la vita quotidiana, per la sopravvivenza sostanzialmente; l’ONU denuncia che oltre 28.000 donne, ragazze sono state uccise dal 2023; è stato dichiarato, già dall’anno scorso, si tratti di “femmino-genocidio”, cioè un genocidio proprio contro le donne e le bambine. Questo porta la rete sociale palestinese all’autodistruzione, che è uno degli aspetti molto particolari in Palestina: la famiglia, il quartiere, la città da noi sono fondamentali per il sostegno a tutte le categorie della società, ma soprattutto per le donne, che passano la maggior parte del tempo con i loro bambini, sia a casa che fuori. L’aumento quindi dei casi della violenza lo stiamo vivendo con le persone che ci contattano, ci chiedono aiuto perché, oltre la violenza subìta dall’esercito israeliano, c’è anche la violenza domestica, in una forma di violenza “a spirale”.

Questo mi fa ripensare alle parole di Samah Jabr: “le donne (…) sono vittime di violenze basate sul genere, che sono in realtà i prolungamenti, le conseguenze di una oppressione strutturale, e di una violenza politica”. Quindi credo che, se proviamo ad agire concretamente per sostenere le donne palestinesi che sono vittime di una spirale di violenza, di fatto promuoviamo una azione politica, che faciliti la resilienza e la resistenza.

Con resilienza, mi riferisco a “la capacità duratura di un individuo o di una comunità a risollevarsi di fronte alle avversità e a utilizzare le sue risorse per sopravvivere e minimizzare l’impatto delle crisi sulla sua vita”; invero mi chiedo se sia possibile anche parlare di resistenza, per le donne, le ragazze, le bambine a Gaza, resistenza quale legittimo diritto non solo a sopravvivere, ma anche a vivere, ed allora ti chiedo di parlarci concretamente del Progetto GAZA LUOGO SICURO.

Questa campagna per Gaza Luogo Sicuro riguarda un atto concreto per fare qualcosa: un progetto concreto per le donne e le bambine a Gaza, con questo centro antiviolenza, che è gestito da una donna giurista, che fa questo lavoro da più di venti anni, ha cambiato Leggi in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania ha operato perché avvenissero cambiamenti positivi; lei gestisce il centro antiviolenza non solo per dare protezione alle donne, ma anche per portare avanti tutti i progetti di tipo psicosociale, promuovendo sessioni di terapia collettiva con le 45 operatrici attive, e porta anche avanti la parte legale, che manca in questo momento a Gaza; esempio le donne divorziate, che hanno bisogno di documenti ufficiali, legali per avere i loro bambini, hanno bisogno di un giudice, così lei invita nella sua sede i giudici, li fa discutere con le donne vittime di violenza, perché siano alleggerite le loro situazioni e possano essere garantiti i loro diritti.

L’obiettivo di questo progetto è creare uno spazio protetto per le donne e le bambine; in specifico questo comporta anche offrire un supporto psicologico alle sopravvissute, oltre che attivare percorsi di formazione per le donne ospiti in questo progetto; il progetto – il “luogo sicuro” – è un terreno su cui hanno costruito tende, che danno un minimo di privacy alle donne ospitate: ci sono un angolo cottura, un bagno, ci sono materassi, perché la privacy è quello che manca a tante donne. Si garantisce così un luogo sicuro alle donne, perché oggi, oltre ad avere uno spazio al chiuso dove dormire, dove stare durante il giorno, ci sono la terapia e i servizi sociali e i servizi legali offerti gratuitamente.

Lo staff, in questo momento, come almeno l’80% della popolazione di Gaza, è sfollato; una delle operatrici racconta (in un messaggio): “io sono stata sfollata più volte e casa mia è stata bombardata almeno due volte, mi sono trovata senza casa e senza tenda, ho dovuto scappare di notte da Gaza a piedi, perché non c’era nemmeno un mezzo di trasporto, comunque ho potuto aiutare le nostre beneficiarie ovunque sono andate: a volte, con tanta fatica, sotto le bombe riuscivo a rimanere in contatto con il nostro centro antiviolenza ed anche con le nostre beneficiarie; grazie a tutte e tutti voi”.

La situazione a Gaza oggi immagino sia complicata, si parla effettivamente di sopravvivere alle bombe, vedere demolite le proprie abitazioni, le tende, i pochi posti rimasti sotto cui trovare riparo li immagino “non sicuri”; come prosegue oggi il Progetto, è rimasto a Gaza, ha coinvolto altre località? E soprattutto quali le strade perché effettivamente si possa pensare alla prospettiva dell’auto-determinazione, anche dopo avere subìto quella spirale della violenza che sembra non lasciare margine di speranza, forse, per noi che osserviamo lontane ma anche vicine spiritualmente e politicamente?

Il terreno è stato individuato a Gaza city all’inizio, poi si è spostato a Khanyounis, quattro mesi fa circa, quando c’era l’ordine di evacuazione da tutta Gaza city; poi si sono trasferite di nuovo a Gaza city, dove c’è ancora l’ufficio attivo, il terreno è lì, vicino, lì possono gestire tutta la parte logistica più facilmente che a Khanyounis.

L’impatto atteso: vogliamo accogliere più di 100 persone tra bambine e donne, più di 200 se maggiormente attive, fornire un sopporto psicologico senza sosta, perché le operatrici non hanno mai smesso di lavorare, e un sostegno sanitario e la distribuzione di cibo, realizzare anche corsi di formazione e attività per bambine e creare un modello replicabile di “luogo sicuro” nelle aree più colpite. Una delle donne ospitate ha detto: “grazie a questo centro antiviolenza sto pensando di fare una piccola attività, di fare la guardia di questo luogo, anche per sentirmi più utile e fare un lavoro”.

Leen, Manuela, ringraziandovi per il lavoro importante che come Fondazione Pangea state portando avanti, nell’impegno a restare in dialogo con voi, nella volontà di sostenere nelle forme possibili per tutte e tutti noi, potete darci i riferimenti per conoscere, diffondere, promuovere oltre le giornate dedicate, come quella che abbiamo condiviso insieme a Calenzano, come altre che sicuramente avete già vissuto e vivrete ancora, perché l’essere sorelle, compagne, solidali comporta agire e l’azione richiede quella solidarietà attiva e rivoluzionaria che è tale solo che modifica, almeno in parte, i vissuti connessi al trauma, perché il trauma di un popolo diviene trauma collettivo, che rischia di farci bloccare nell’impotenza (o, peggio, nell’indifferenza), mentre noi vogliamo provare a testimoniare prassi di riconoscimento e di empatia che non si limitino al sentirsi insieme, perché vogliamo agire insieme.

Un luogo sicuro per le donne sopravvissute e sole con i loro figli e figlie a Gaza – Fondazione Pangea ETS https://share.google/sdn3tmWYiEAmazqNM

Il diritto di studiare in Italia è ancora negato ai giovani di Gaza.

Chi rompe il silenzio sul blocco

Alcuni borsisti del programma Italian universities palestinian students si sono mobilitati per ricordare che nonostante abbiano superato una dura selezione e sostenuto esami in condizioni estreme, 110 di loro sono ancora bloccati nella Striscia e il consolato italiano ha interrotto le comunicazioni con i loro atenei. Le evacuazioni italiane, infatti, sono ferme da dicembre. Negando così una concreta possibilità di futuro

Hamza vuole diventare neurochirurgo e nonostante la sua università sia stata distrutta, come tutte a Gaza, dal 7 ottobre 2023 ha praticamente svolto un “tirocinio” sul campo dando una mano negli ospedali martoriati della Striscia. Shahd invece sogna di diventare professoressa universitaria di matematica e anche se casa sua, come quella di oltre due milioni di persone, è stata spazzata via dalle forze armate israeliane tra uno sfollamento e l’altro ha continuato a studiare e a eccellere. In comune infatti hanno i meriti e la speranza sempre più sottile di raggiungere l’Italia dove si sono aggiudicati due borse di studio universitarie come altri studenti della Striscia: in totale 165 giovani per accogliere i quali e le quali da noi è tutto pronto, manca solo l’uscita da Gaza. E questa volta il blocco non sembra essere israeliano ma piuttosto italiano.

C’è il programma Italian universities palestinian students (Iupals), promosso dalla Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) -e realizzato con il ministero degli Esteri, quello dell’Università e della ricerca e il consolato d’Italia a Gerusalemme-, per consentire a studenti e studentesse residenti nei Territori palestinesi occupati di proseguire i propri studi negli atenei italiani per l’anno accademico 2025-2026.

E già qui iniziano i problemi: perché il primo semestre è praticamente finito e ancora 110 studenti Iupals, che hanno superato una dura selezione, frequentato corsi obbligatori di italiano e sostenuto esami in condizioni estreme, sono ancora a Gaza e il consolato ha interrotto ogni comunicazione con loro e gli atenei. Nelle stesse condizioni si trovano anche altre decine di studenti, principalmente legati a istituzioni come conservatori e accademie, i cosiddetti Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica) i cui diplomi sono equipollenti alle lauree universitarie e per i quali si è aperta solo in un secondo momento la possibilità di studiare in Italia.

Per tutti risultano coperti i requisiti richiesti: il pagamento delle tasse universitarie, vitto e alloggio, assicurazione sanitaria e viaggio aereo. A farsene carico per gli studenti Iupals sono i singoli atenei proponenti, mentre per quelli Afam sono stati coinvolti sponsor come fondazioni e associazioni ma anche privati e singoli enti, spesso grazie all’impegno ostinato e silenzioso di decine di volontari.

Laura Nozza è una di loro, fa parte del Palestinian students support (Pass), un gruppo informale creato per aiutare gli studenti e le studentesse palestinesi con la burocrazia italiana. Nozza segue in particolare quelli dei conservatori e delle accademie: “A dicembre abbiamo segnalato al ministero -tramite il conservatorio di Cagliari ma alcuni istituti e accademie si sono mossi in autonomia- 17 studenti che si trovavano ancora a Gaza. Oltre quest’ultimi ci sono anche diversi familiari al seguito che avrebbero diritto a lasciare la Striscia”.

Attorno a ogni studente è stato costruito un percorso e un supporto ad hoc: “Ci sono privati o associazioni come la Caritas che offrono l’alloggio -continua Nozza- i conservatori e le accademie che garantiscono il pagamento della retta; fondazioni culturali la borsa di studio; festival, scuole o altro che hanno inviato manifestazioni di interesse in una cooperazione a volte davvero ammirevole”.

Tutto molto bello anche se la sensazione ancora una volta, come già per le evacuazioni sanitarie, è che molto sia affidato all’intraprendenza e buona volontà delle persone che si muovono per segnalare alle istituzioni gli aventi diritto. E se non si finisce intercettati da queste reti si rischia di essere esclusi, quando invece il diritto allo studio e alla salute dovrebbero essere garantiti in maniera trasparente ed equa.

Per Gaza non esistono veri corridoi universitari: l’accompagnamento di fatto è stato sostituito dalle borse Iupals o dalla disponibilità di conservatori e accademie, spesso senza tenere conto che tra un Paese in guerra e uno sotto occupazione c’è una bella differenza. Gli studenti di Gaza ad esempio non sono liberi di muoversi né tanto meno di andare a Ramallah, che si trova in Cisgiordania, per sbrigare pratiche burocratiche.

Ma il problema maggiore è che da dicembre le evacuazioni italiane sono ferme, anche se -a quanto riferiscono da Gaza fonti che chiedono l’anonimato- alcuni studenti starebbero uscendo dalla Striscia per recarsi in università straniere, anche europee. Non sarebbe quindi un problema legato alla chiusura dei valichi o alla situazione sul campo che resta comunque pericolosa -nonostante l’annunciato cessate il fuoco, oltre 600 palestinesi hanno perso la vita dal 10 ottobre 2025 per fuoco israeliano- ma sembrerebbe più una questione italiana.

“La gestione operativa sembra essere stata sottratta all’Unità di crisi per essere affidata al ministero dell’Università e della ricerca e all’Ufficio degli italiani all’estero, organi meritevoli ma non dotati delle competenze e dei canali diplomatico-militari necessari per organizzare evacuazioni in territori di guerra”, dice Widad Tamimi, scrittrice con padre palestinese e studi in diritto internazionale, che si occupa di rifugiati e si batte fin dall’inizio per il diritto allo studio dei giovani di Gaza.

Nei giorni scorsi la questione dei borsisti Iupals è tornata alla ribalta grazie a 38 di loro che si sono uniti e fatti sentire via social: Hamza e Shahd fanno parte del gruppo. Raggiunti via WhatsApp, è palpabile l’illusione che la vittoria delle borse di studio ha generato in loro: “Ho perso tutto, ma non lo studio”, dice Hamza che ha continuato a studiare e vivere in una tenda poggiata sopra le macerie della sua vecchia casa. Gli fa eco Shahd: “Continuare la mia istruzione mi ha dato qualcosa a cui aggrapparmi e un motivo per non smettere di credere in un futuro”. Il diritto a un futuro che a Gaza è stato intenzionalmente annichilito.

“L’ottenimento delle borse di studio ha rappresentato per i vincitori l’unica via legale e sicura per lasciare la Striscia e mettersi in salvo, configurandosi non solo come opportunità accademica ma come reale strumento di salvaguardia della vita umana -continua Tamimi-. Un’iniziativa nata per essere un fiore all’occhiello della diplomazia culturale italiana rischia di trasformarsi in una tragica e ingiustificata delusione per giovani a cui l’Italia ha promesso salvezza e futuro, compromettendo inoltre la credibilità del sistema accademico italiano che si è speso con generosità per questo progetto e anche l’onore del nostro Paese verso la comunità internazionale”.

“L’Italia sta lavorando per condurre nuove operazioni di evacuazione di studenti da Gaza -ha fatto sapere nei giorni scorsi la Farnesina-. Allo stato dell’arte per indicazione dei governi di Giordania e Israele, il canale che ha permesso finora di evacuare 157 studenti da Gaza tra settembre e dicembre 2025 risulta bloccato. L’ambasciata d’Italia ad Amman sta esplorando nuove alternative tra cui quella di riattivare i corridori universitari”.

Il ministero degli Esteri fa sapere che è in corso di valutazione anche “la possibilità di attivare canali aggiuntivi rispetto al programma Iupals alla luce delle 165 richieste ricevute non tutte riconducibili a tale programma”.

Il che sarebbe eccellente così come l’attivazione di borse di studio anche per il prossimo anno accademico ormai alle porte, come già hanno fatto altri Paesi. Ma prima di ulteriori annunci sarebbe auspicabile rispettare le promesse fatte. E non rischiare di rimanere “osservatori” anche qui.

© riproduzione riservata

da una lettera di Giuditta Mauro

Cari e care,

anche il mese di febbraio sono continuate le attività scolastiche nelle scuole tenda di Shaty camp e Nuseirat.

 70 bambini e bambine che non hanno mai potuto andare a scuola, per la prima volta siedono in classe con entusiasmo e voglia di imparare.

Questo grazie alla vostra solidarietà.

Continuate a sostenere il progetto “scuola tenda”

Grazie

Fonti di Pace Odv

IBAN IT45N0103001656000002624683

causale: Emergenza Gaza

da RivoluzionaAnarchica.it

Scorre attraverso la Turchia: rivelate spedizioni segrete di petrolio verso Israele, paese genocida

dal sito bdsmovement.net

Il movimento BDS chiede un’azione urgente per fermare l’alimentazione del genocidio in corso contro i palestinesi da parte di Israele.

Nel maggio 2024, la Turchia ha annunciato la sospensione di tutte le importazioni ed esportazioni con Israele, citando il peggioramento della crisi umanitaria a Gaza. Nell’agosto 2025, ha annunciato la rottura dei legami economici e commerciali con Israele, chiudendo il suo spazio aereo agli aerei israeliani e vietando alle navi israeliane di attraccare nei porti turchi. I palestinesi hanno accolto con favore entrambe le misure di responsabilità turche.

Tuttavia, 57 spedizioni di petrolio greggio, per un totale di quasi 47 milioni di barili di petrolio, sono state esportate dall’Azerbaigian verso l’Israele genocida attraverso il porto turco di Ceyhan da quando la Turchia ha iniziato a imporre restrizioni commerciali nel 2024, come rivela una nuova indagine del Movimento Giovanile Palestinese, dell’Embargo Energetico per la Palestina e di Progressive International.

Il rapporto identifica navi coinvolte in trasferimenti segreti di energia, la maggior parte dei quali gestiti dalle società greche Kyklades Maritime Corporation e Thenamaris Management Inc. I principali responsabili sono l’Azerbaigian, il principale fornitore statale di petrolio a Israele, e il colosso energetico britannico BP, proprietario e gestore di maggioranza dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che trasporta petrolio al porto di Ceyhan.

Rivela inoltre che le spedizioni vengono occultate disattivando i sistemi di tracciamento delle navi e manipolando i dati di spedizione, vanificando gli sforzi internazionali per far rispettare gli embarghi.

Nel 2025, le importazioni israeliane di greggio azero sono aumentate del 31% rispetto al 2024, raggiungendo il massimo degli ultimi tre anni. L’Azerbaigian fornisce circa il 40% del petrolio israeliano, che viene poi raffinato per essere utilizzato, tra gli altri, dall’esercito israeliano e dagli insediamenti illegali, alimentando e rendendo possibili le atrocità israeliane.

Mentre Israele continua a uccidere palestinesi con il pretesto del “cessate il fuoco”, dobbiamo smettere di alimentare il genocidio.

L’embargo turco è fondamentale per interrompere un’importante via di rifornimento e per esercitare pressione affinché si ponga fine alla fase meno visibile del massacro.

Il movimento BDS chiede un’azione immediata per far rispettare l’embargo commerciale turco del maggio 2024 contro Israele:

  • Bloccare le navi e le compagnie di navigazione identificate per il trasporto di merci dalla Turchia a Israele.
  • Indagare sulle violazioni dell’embargo e pubblicare informazioni su tutte le navi e le società coinvolte, insieme alle misure per porre fine a tali violazioni e chiamare a risponderne i responsabili.
  • Produrre, pubblicare e implementare nuove misure di protezione per prevenire future spedizioni segrete e garantire la piena applicazione dell’embargo commerciale contro Israele.

BDS Turchia ha invitato il popolo turco a fare pressione sul proprio governo affinché imponga un embargo commerciale ed energetico completo contro il paese genocida Israele e interrompa le spedizioni di petrolio greggio da Ceyhan. BDS Turchia ha inoltre esortato i lavoratori portuali del porto di Ceyhan a impedire il flusso di petrolio verso i porti israeliani e a impedire alle navi in ​​transito per il carburante verso Israele di attraccare nei porti turchi.

Il genocidio israeliano contro i palestinesi non si è fermato, e nemmeno noi lo faremo.

Intensifichiamo la pressione BDS ora.

segnalazione via posta elettronica di Elisabetta Castiglioni

 

IN LIBRERIA DAL 27 FEBBRAIO 2026

SIM KERN

GENOCIDE BAD

Appunti sulla Palestina, la storia ebraica e la liberazione collettiva

Traduzione di Pierfrancesco Prosperi

(Gremese)

50.000 copie vendute in poche settimane
Il caso editoriale che ha acceso il dibattito negli Stati Uniti

Arriva in Italia il libro che ha scosso l’opinione pubblica americana: Genocide Bad, di Sim Kern, pubblicata da Gremese, sarà disponibile dal 27 febbraio in tutte le librerie e piattaforme digitali, Un’opera potente e controversa che intreccia memoria personale, analisi storica e intervento politico in dieci saggi incisivi capaci di raggiungere, con linguaggio diretto e consapevolezza pop, anche le generazioni digitali.

Best seller del New York Times, il volume ha venduto oltre 50.000 copie in poche settimane, imponendosi come uno dei testi più discussi negli Stati Uniti sul conflitto israelo-palestinese e sul ruolo della narrazione nella costruzione del consenso.

In parte memoir attivista, in parte corso intensivo di storia ebraica e palestinese, Genocide Bad affronta senza compromessi i nodi che, secondo l’autrice, hanno accompagnato la costruzione e la difesa del progetto sionista. Tracciando collegamenti tra promesse bibliche e contemporaneità, tra persecuzioni storiche e dinamiche politiche attuali, Kern ricostruisce la genealogia del conflitto e l’evoluzione delle politiche di occupazione ed espropriazione che, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948, hanno segnato la vita dei palestinesi fino alla tragedia di Gaza.

Nei giorni successivi al 7 ottobre 2023, il suo attivismo da una posizione ebraica antisionista ha ottenuto attenzione internazionale, generando un vasto dibattito pubblico, ma anche attacchi personali e minacce. In questo libro Kern attraversa gli orrori degli stermini passati e presenti, interrogando il rapporto tra memoria, identità e responsabilità politica, e rivendica una speranza fondata sugli esempi di coraggio, resilienza e testimonianza di fronte alla violenza.

Con uno stile immediato, ironico e graffiante, l’autrice analizza propaganda, colonialismo e imperialismo moderno, mostrando come le narrazioni dominanti abbiano contribuito a plasmare il presente. Al tempo stesso racconta il proprio percorso: dalle discriminazioni vissute in adolescenza alla mobilitazione virale sui social nell’ottobre 2023, che ha coinvolto milioni di persone e raccolto oltre mezzo milione di dollari per Gaza.

Genocide Bad è un libro destinato a far discutere: un intervento netto nel dibattito internazionale, una riflessione sulla storia e sul presente, e un invito a immaginare la possibilità di una liberazione collettiva.

Sim Kern è giornalista, book influencer e attivista ebrea antisionista. Autrice del bestseller The Free People’s Village (selezionato da Indie Next), utilizza i social media per diffondere contenuti educativi sulla Palestina e sui temi della giustizia sociale.

SCHEDA

Titolo: Genocide Bad

Autrice: Sim Kern

Casa editrice: Gremese

Collana: Dialoghi

Formato: 15 x 21 cm

Pagine: 240

EAN: 978-88-6692-243-8

Prezzo: € 19,90

GREMESE

Mail: ufficiostampa@gremese.com

Sito web: gremese.com

Prefazione di Enrico: l’articolo che segue si compone complessivamente di sei interventi. Sono le testimonianze di persone che hanno subito l’apolidia (l’apolidia è la condizione giuridica di chi non è riconosciuto come cittadino da alcuno Stato secondo la propria legislazione) che hanno deciso di prendere posizione rispetto alla domanda: “Perchè la Palestina ti riguarda?
Oggi dunque la seconda parte.

Perchè la Palestina ti riguarda? 

Palestine solidarity demonstration, London, May 15, 2021. Photo by Socialist Appeal on Flickr (CC BY 2.0).

Una protesta in solidarietà con la Palestina a Londra, 15 maggio 2021. Foto di Socialist Appeal su Flickr (CC BY 2.0).

Realizzato in collaborazione con l’Institute on Statelessness and Inclusion, questo articolo collaborativo chiede a persone impegnate in cause di vario tipo perché la Palestina li riguardi — svelando un fil rouge di solidarietà contro l’apolidia, l’oppressione e la violenza coloniale.

Aleksandra Semeriak Gavrilenok, ex non-cittadina della Lettonia

Cresciuta senza uno stato, come non-cittadina della Lettonia, ho imparato presto cosa significhi che i diritti esistono soltanto sulla carta, solo per quanti sono ritenuti idonei, solo per quanti appartengono per etnia e non per nascita. Con il passare degli anni, ho imparato che questa esclusione non era accidentale, che era stata creata consapevolmente ed era tenuta in piedi da dinamiche di potere ingiuste e attori statali che pensavano di poter ignorare lo stato di diritto.

L’assenza di uno stato priva le persone del loro senso di appartenenza, del potere sociale e politico, dell’accesso alla giustizia e persino del riconoscimento della loro esistenza. Eppure da essere umano, ho il diritto di esistere. Ecco perché la Palestina mi riguarda.

Qui in Spagna, ho assistito anche alle lotte della comunità Saharawi [it]. Per decenni, i Saharawi sono stati costretti a lasciare le loro terre e gli sono stati negati il diritto a una nazione e alla auto-determinazione. Tanto in Palestina quanto nel Sahara Occidentale, l’apolidia aggravata da una colonizzazione e sistematica deumanizzazione che rivelano quanto inefficace e indifferente sia diventato l’ordine internazionale.

Sì, i meccanismi internazionali esistono, ma sono stati resi inutili. Le risoluzioni delle Nazioni Unite, purtroppo, somigliano ormai più a lettere di condoglianze che ad azioni concrete per prevenire le violazioni dei diritti umani e ricordare i loro doveri agli oppressori. Eppure, da persona che ancora crede nella promessa “di preservare le generazioni future dal flagello della guerra,” sulla quale l’Onu si fonda, voglio continuare a sperare che la giustizia prevarrà. Ecco perché la Palestina mi riguarda.

In Europa e nel mondo, ho avuto la fortuna di incontrare una comunità molto eterogenea e ancora unita di persone che hanno vissuto esperienze di apolidia. Le loro storie, tanto belle quanto dolorose, mi hanno insegnato molto sui molteplici livelli di discriminazione e lotte intersezionali. Ho visto come le persone che non hanno uno stato, con poche risorse, continuassero e ancora continuano a sfidare e cambiare il sistema. Questo mi ha messo di fronte a una verità: non si avranno giustizia, riconoscimento e diritti uguali per tutti soltanto grazie alle istituzioni, ma anche per la solidarietà collettiva. Da persona che è stata apolide, sono solidale con quanti la subiscono. Ecco perché la Palestina mi riguarda.

Mi avete chiesto perché la Palestina mi riguarda, piuttosto perché non interessa a voi?

Fawzi Abdul Fayaz, attivista Rohingya

La Palestina mi riguarda molto perché la causa del suo popolo risuona profondamente con quella della mia comunità, i Rohingya [it]. Tanto i palestinesi quanto i Rohingya hanno subito per decenni una persecuzione sistematica, espropriazioni e sono stati costretti a lasciare la loro terra. A unirci non è solo la nostra comune esperienza di esilio, ma anche la continua rimozione delle nostre identità attraverso la violenza di stato e crimini atroci. La Palestina non è solo “la loro” causa; è anche lo specchio della nostra. L’Arakan — la patria dei Rohingya — è spesso descritto come la “Palestina dell’Est” per via della somiglianza sorprendente con le tragedie del nostro popolo, dovute alla migrazione forzata e al genocidio.

I Rohingya sono spesso descritto come il “popolo più perseguitato al mondo“. Privati della cittadinanza dalla legge 1982 del Myanmar, privati dei loro diritti fondamentali, e sottoposti a ondate di campagne militari, abbiamo affrontato un genocidio che è ancora in atto. Le atrocità del 2017 — uccisioni di massa, violenza sessuale sistematica e il rogo di centinaia di villaggi — hanno costretto più di 700.000 Rohingya a fuggire in Bangladesh. Oggi, la maggior parte dei bambini Rohingya nascono in esilio, in campi rifugiati sovrappopolati come quello di Cox’s Bazar, senza mai mettere piede nella loro terra ancestrale dell’Arakan. Eppure, per noi come per i palestinesi, il legame con le nostre terre resta intatto.

Essere nato e cresciuto in esilio significa ereditare tanto una perdita quanto la resilienza. I nostri genitori e avi ci tramandano storie dei nostri villaggi, della nostra lingua e delle nostre tradizioni, assicurandosi che la nostra identità sopravviva ai tentativi di cancellarla. Questa memoria intergenerazionale è più che nostalgia; è resistenza. Proprio come i palestinesi conservano le chiavi delle loro case, le canzoni e le storie orali, così noi Rohingya conserviamo la nostra cultura e il nostro nome come un atto di resistenza contro il genocidio.

Questo legame duraturo con la nostra terra forma identità, memoria e resistenza. Ci ricorda che venire cacciati dalla nostra patria non pone fine all’appartenenza — la rafforza. Essere Rohingya o palestinese in esilio significa incarnare il rifiuto di essere dimenticati, portare con sé tanto il dolore dell’espropriazione quanto l’irriducibile speranza nella giustizia e nel ritorno.

In “bottega” cfr i nostri ultimi dossier (il sabato): Palestina: la tregua che non c’è (21 febbraio), Per la Palestina – Sumud Flottilla e non solo. (14 febbraio), Palestina: la nuova Flottilla, lo sciopero dei porti… (7 febbraio), Palestina e memoria: non dimentichiamo, mai! (del 31 gennaio) , Con la Palestina nel cuore e nelle lotte  (24 gennaio),  Palestina: resistenza, solidarietà, coraggio, dignità (del 17 gennaio), Palestina – lo sguardo non si abbassa (10 gennaio),  Tutti solidali con la Palestina (3 gennaio) e molti altri in precedenza che, attraverso i TAG, è facile rintracciare.

Enrico Semprini

Un commento

  • BOICOTTARE I DATTERI DELLE COLONIE
    comunicato BDS

    Boicottare i datteri israeliani è una campagna internazionale rivolta anche alle comunità musulmane, che aumentano il consumo di datteri durante il mese di Ramadan. Non comperare datteri israeliani significa danneggiare l’economia di guerra israeliana.
    Una catena commerciale ha avviato una pubblicità promozionale di datteri delle colonie israeliane, presentandole con un linguaggio solidale. Per coprire la loro vergogna hanno assunto come partner Emergency alla quale verrebbe destinata una quota del 4% del ricavato. Un’elemosina per farsi belli. Per fortuna, nel 2026, Emergency non ha rinnovato il partenariato, in seguito anche a molte segnalazioni di attivisti e volontari. Per approfondire il tema:

    BDS

    Boicottare i datteri israeliani è una campagna internazionale rivolta anche alle comunità musulmane, che aumentano il consumo di datteri durante il mese di Ramadan. Non comperare datteri israeliani significa danneggiare l’economia di guerra israeliana.

    Una catena commerciale ha avviato una pubblicità promozionale di datteri delle colonie israeliane, presentandole con un linguaggio solidale. Per coprire la loro vergogna hanno assunto come partner Emergency alla quale verrebbe destinata una quota del 4% del ricavato. Un’elemosina per farsi belli. Per fortuna, nel 2026, Emergency non ha rinnovato il partenariato, in seguito anche a molte segnalazioni di attivisti e volontari.
    Per approfondire il tema vai in rete e clicca “BDS: campagna internazionale di boicoattaggio dei datteri israeliani”.

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