Palestina: quel mercoledì

con articoli di Juan Jose Millás, Yumna Patel, Jonathan Cook, Nimer Sultany, David Hearst, Tony Greenstein, Rashid Khalidi, Amira Hass, Michele Giorgio, Francesco Masala, Sarit Michaeli, Gideon Levy, Samah Jabr, Alex Levac, Antonio Mazzeo, Catherine Cornet, Omar Shakir, la lettera di Eran, obiettore di coscienza, e le Gaza Stories, sul canale youtube di InvictaPalestina.

Quel mercoledì – Juan Jose Millás

Se non capisci bene cosa intendiamo quando parliamo di geopolitica, ecco un esempio molto chiaro. Questo corpo bruciato di una ragazza palestinese è geopolitico dalla testa ai piedi. Non andare su Google per controllare la mappa di Gaza. Sulla mappa, non troverai le gambe di questa bambina, di cui non c’è un buco lasciato senza fasciatura, perché non c’è un solo centimetro della sua pelle che si è salvato nel corso di un bombardamento israeliano effettuato il 12 maggio.

Questa non è morale o etica o proporzionalità o giustizia o compassione o antropologia, questa è semplicemente geopolitica. Ci sono stati, nel corso della storia, tanti momenti in cui lo sterminio si è travestito con i concetti già accennati, ma dietro di essi batteva solo un’idea: quella della geopolitica. Leggi, se non hai familiarità, Geography’s Revenge, un saggio di Robert D. Kaplan su un argomento così delicato.

Se guardi il corpo della ragazza e lo osservi dai piedi verso la sua testa, vedrai che la geopolitica ha devastato anche i suoi genitali, il ventre, il petto e tutto il braccio sinistro, oltre che il viso. Il medico palestinese che la cura, con tutta la sua buona volontà, fa quel che può con la geopolitica odierna mentre, alle sue spalle, nel letto che appare sullo sfondo, si intravede un altro corpo, indubbiamente vittima anche lui, non di legittima difesa né di etica né di pietà né di altruismo, solidarietà o affetto per la specie, ma di geopolitica, concetto che rimanda al Neolitico, forse al Paleolitico, periodi storici che si sono succeduti quel mercoledì.

Traduzione di  Invictapalestina.org

da qui

 

 

 

La nostra Resistenza vale, quella degli altri paesi no – Francesco Masala

Vendetta, rappresaglie, omicidi mirati, lesioni permanenti (inflitte scientemente) a molti cittadini palestinesi, detenzione amministrativa (cioè preventiva), prigioni sempre più affollate, occupazione di terre, colonialismo, apartheid, guerra verso i propri cittadini, distruzione di scuole, interruzione di forniture di elettricità, petrolio, acqua e medicine sono alcuni valori fondanti dello stato d’Israele, uno stato ormai fascista.

I paesi europei, nati dalla Resistenza, appoggiano senza vergogna, spesso con entusiasmo, regimi come quello israeliano, turco, libico, egiziano che hanno in comune i valori citati prima (per non allontanarci dal Mediterraneo, in Libia la Resistenza è quella dei migranti, che si ostinano, pensate un po’, a restare vivi) ; in sintesi il loro scopo è schiacciare a qualsiasi costo la Resistenza, pacifica, prevalentemente.

La Storia, che ancora non è morta, giudicherà la vergogna dei paesi occidentali nati dalla Resistenza, contro fascisti e nazisti, per concorrere a uccidere la Resistenza (negli altri paesi), da parte di fascisti e nazisti israeliani, libici, turchi, egiziani.

 

 

 

Palestina: la resistenza come terapia (1-3)

 Conversazione con Samah Jabr, psichiatra e psicoterapeuta palestinese (apparsa il 17 maggio 2021 su lundimatin , un sito informativo in rete, presente ogni lunedì dal 2014 e pure una rivista cartacea semestrale dal 2017)

 

Uno spettro gira per il mondo, lo spettro della Palestina. Ogni volta che una crisi acuta fa riapparire questo tema nei media, occorre prestare attenzione sia alla singolarità del momento sia al processo di lunga durata. Ci si guardi bene, innanzitutto, di pensare che prima dell’evento esistesse una specie di situazione normale, poi turbata da “scontri”, “tumulti”, bombardamenti”, “razzi”, “un bilancio sempre più pesante”, tanto da temere “una conflagrazione in tutta la regione”… Occorre, infine, ricordare la Nakba – la “catastrofe” o il “disastro” occorso al popolo palestinese – come il fatto che “tutto continua come prima”.

 

Questa intervista ad una psichiatra e psicoterapeuta palestinese che vive a Gerusalemme e lavora in Cisgiordania, può esserci d’aiuto. Samah Jabr ha pubblicato centinaia di testi e articoli d’analisi sull’occupazione israeliana e sulla società palestinese, ponendo l’accento sull’impossibilità, per chi vuole capire, di separare il livello interpretativo politico da quello psicologico. Samah ci rammenta che “la Nakba non è un fatto storico, passato, ma un processo che si ripete da oltre 70 anni”…

 

Samah Jabr è la protagonista principale del documentario di Alexandra Dols “Dietro i fronti, resistenza e resilienza in Palestina”, attualmente presentato in varie città italiane.

 

I Palestinesi affrontano una nuova fase d’intensificazione della loro lotta contro l’occupazione. Potresti illustrarci gli elementi che hanno dato origine alla presente situazione e la continuità in cui si situa.

L’identità palestinese-gerosolimitana non ha mai smesso di essere attaccata, ma la fase attuale rappresenta effettivamente un’intensificazione, caratterizzata da tre elementi scatenanti:

Vi è stata dapprima l’occupazione israeliana della piazza antistante la Porta di Damasco (1), impedendo la vita sociale che da sempre i Palestinesi svolgono in quel luogo, normalmente molto vivace, conviviale, animato da attività di piccolo commercio e manifestazioni culturali… La piazza è una specie di anfiteatro davanti alla Porta di Damasco. C’è sempre molto movimento: venditori, musicisti, danze, gente che ci si reca semplicemente per discutere… Ed è pure un luogo di continui scontri con gli Israeliani, quando questi decidono di scacciare i mercanti e la gente che vi sosta. L’anno scorso avevano persino deciso di cambiare il nome alla piazza, che in arabo si chiama Bal ‘ Al Amud (porta della Colonna), dedicandola a due soldati israeliani morti in uno scontro con i Palestinesi. Anche in questo caso, si trattava di un attacco all’identità ed ai simboli del nostro popolo, alla vita sociale e culturale dei Palestinesi di Gerusalemme.

C’è poi stato un altro episodio cruciale, di stampo razzista, tendente alla pulizia etnica, quando le autorità israeliane hanno tentato di espellere i Palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme est – uno schema ormai consueto nella nostra vita. Questo quartiere, in cui vivono rifugiati del 1948 (2), occupa una posizione strategica.

Il tentativo d’espulsione avviene poco tempo prima della commemorazione della Nakba, che in noi provoca sempre sentimenti traumatici. Per questo ci fu una grande mobilitazione e molta solidarietà con Sheikh Jarrah… Recentemente, mentre attraversavo il quartiere, sono rimasta bloccata per due ore a causa degli scontri… era come in guerra, con molta violenza e un elevato livello repressivo. Si potevano vedere i soldati colpire i manifestanti alla testa…

Il terzo elemento è stato l’attacco contro i fedeli venuti a pregare nella moschea Al Asqa, un luogo santo per oltre un miliardo di musulmani. In teoria, 7 milioni di musulmani palestinesi avrebbero il diritto di recarvisi, ma in pratica ciò riesce solo a poche migliaia, a causa degli innumerevoli impedimenti escogitati dagli Israeliani. Coloro che, malgrado tutto, ci arrivano vengono malmenati durante la preghiera, il rientro, il digiuno e pure ciò rappresenta un forte attacco all’identità palestinese e musulmana che ha sconvolto i Palestinesi, specialmente gli abitanti di Gerusalemme. Con il Covid e ancora prima, con le rivolte arabe sfociate per lo più in guerra o colpi di stato, il mondo ha pensato che la questione palestinese fosse da relegare agli archivi storici, ma gli ultimi avvenimenti l’hanno con forza riproposta all’attualità.

 

Puoi dirci qualcosa della Striscia di Gaza?

Gaza è il luogo meglio predisposto per captare le tensioni sorte a Gerusalemme. Da anni assediata da Israele e marginalizzata dal governo palestinese ufficiale, Gaza ha subito guerre ed attacchi ripetuti. La sua gente è inoltre molto attaccata a Gerusalemme. Il 30 aprile il presidente Mahmud Abbas ha deciso di rinviare le elezioni (per la Cisgiordania si trattava delle prime elezioni nazionali in 15 anni), prendendo a pretesto gli scontri che avvenivano a Gerusalemme e la mancata garanzia che si potesse votare anche in quella città. In verità, sappiamo che temeva il responso delle urne se si fosse votato alle date previste… Erano quindi riunite tutte le condizioni perché Gaza reagisse.

Bisogna evitare di interpretare questa reazione riferendosi unicamente all’aspetto islamista dei gruppi di resistenza, perché in tutte le realtà resistenti di Gaza si parla di un fronte comune. Le più popolari, è vero, sono Hamas e la Jihad islamica, ma ci sono anche formazioni meno note, il cui orientamento politico non si base sull’Islam; talune sono d’ispirazione marxista, altre nazionaliste arabe… La decisione di scatenare una risposta armata, è stata  opera di un “fronte comune delle brigate”. Nel loro comunicato, esse non menzionano solo l’attacco alla moschea, ma pure la pulizia etnica in corso a Gerusalemme est e la situazione alla Porta di Damasco. Fanno parte del fronte comune sia membri del marxista Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP), sia elementi legati a Fatah (ma non più ritenuti membri del partito); è un fronte largo, che va oltre i movimenti islamisti.

Ora però, i media vogliono far credere che si tratti solo di Hamas. Quando c’è una risposta verbale e politica della resistenza, Nethanyahu ribatte che a Gaza Israele si  confronta  solo con Hamas… È chiaro che cercano di ridurre il conflitto ai soli aspetti religiosi ed è altrettanto evidente che ciò genera confusione, permettendo di affermare che si tratta solo di reprimere un movimento islamista, ecc.

Inizialmente c’era quindi stata l’intenzione di espellere gli abitanti palestinesi da Sheikh Jarrah e di demolirne le case per far posto a una nuova colonia ebraica. Questo fatto è spesso presentato da Israele e da coloro che ne riprendono l’argomentazione come una semplice questione giuridica o un contenzioso immobiliare. Ma per i Palestinesi esso fa parte di una lunga storia di spoliazione, comprensibile solo con riferimento a termini quali Nakba e “diritto al ritorno”. Potresti soffermarti sul senso di queste nozioni e sul modo in cui esse si ripropongono nei recenti avvenimenti?

Nakba è il temine impiegato per descrivere i fatti che precedettero la dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele, azioni criminali di spoliazione, espulsione, demolizioni e massacri che portarono alla cacciata di due terzi del popolo palestinese. Una parte fu espulsa dai confini della propria terra, diventando rifugiati, altri si ritrovarono in altre località della Palestina lontane dai loro villaggi o in campi profughi. Ci fu poi la legge israeliana del 1950, detta dell’”assenteismo”, che considera tutte queste persone come assenti e dà al governo israeliano il diritto di confiscane i beni e impedisce loro in seguito di rivendicarli.

È pur vero che nel periodo ottomano o il mandato britannico – quindi prima della Nakba – degli ebrei avevano dei possedimenti in Palestina. Questa gente era comunque un’infima minoranza e godeva dei favori delle autorità mandatarie. A quei tempi, era pure in vigore un sistema di affitto o d’uso esclusivo tramite il quale era possibile utilizzare una data proprietà per un certo periodo. Alcuni Ebrei venuti in Palestina come rifugiati hanno potuto usufruire di questo sistema di locazione….

Oggi, nel mondo arabo, con il discorso della normalizzazione dei rapporti con Israele, circola l’idea che gli ebrei abbiano acquistato la Palestina, non che l’abbiano occupata! Come dire che se dei Tunisini o Algerini comperano dei terreni in Francia, l’Algeria o la Tunisia possono più tardi occupare la Francia, è la stessa logica. In realtà, la Palestina è stata occupata in maniera pianificata, per mezzo della pulizia etnica e dei crimini perpetrati in modo particolare dalle milizie ebraiche. So che son cose difficili da udire, ma è esattamente come ciò che ha fatto l’ISIS in Siria e in Iraq: ricorrere al terrore perché gli abitanti abbandonino i loro villaggi; fu questa la modalità di vuotare e occupare la Palestina. Allora, il diritto internazionale e l’ONU hanno da una parte riconosciuto lo Stato d’Israele e dall’altra dichiarato il diritto al ritorno dei Palestinesi. Un diritto sempre misconosciuto da Israele, che d’altronde disconosce la maggior parte delle decisioni della stessa ONU.

Tu lavori come psichiatra e psicoterapeuta in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est. Nei tuoi interventi pubblici e nei tuoi scritti hai spesso sottolineato l’impossibilità di separare gli aspetti politici e psicologici per quanto riguarda la società palestinese. In che modo il tuo lungo lavoro pratico sul campo ti dà la possibilità di capire ciò che sta succedendo?

Ci sarebbe molto da dire in proposito… ma voglio affrontare la questione partendo da un caso particolare: prendiamo per esempio la risposta di Gaza. Attualmente, la gente partecipa alla resistenza soprattutto per ragioni psicologiche, sono di questo tipo le motivazioni principali. Quando si parla dei Palestinesi dediti alla resistenza, ci si riferisce d’un lato alla resistenza popolare messa in atto dai giovani gerosolimitani, dall’altro a coloro che resistono in modo più formale come a Gaza… Non si tratta di considerazioni finanziarie o di mero calcolo – calcolo in vite umane perse, in danni materiali subiti o in possibili vantaggi… No, le ragioni sono psicologiche, perché i Palestinesi si vedono attaccati nella propria dignità, nelle loro convinzioni profonde, in ciò che credono – e non mi riferisco qui alla religione istituzionale, ma alla fede nel loro diritto a questa terra. Per questo è difficile voler gestire la resistenza del nostro popolo. Perché limitandoci al solo calcolo dei rischi, gli Israeliani non possono aspettarsi una simile resistenza, data l’enorme differenza delle forze in campo…

Oggi Gaza è diventata uno spazio di guerra senza via d’uscita, sorvolata da 160 aerei militari che potrebbero demolirla interamente – lo si è visto nel 2014. C’è inoltre il divario sul numero dei morti, del tutto sproporzionato: nel 2014 i bombardamenti israeliani hanno ucciso più di 2000 persone, mentre dal lato israeliano ve ne furono una dozzina… Eppure, malgrado ciò, questo confronto letale per i Palestinesi prosegue, a causa della prevalenza degli aspetti psicologici, della giustizia, della dignità umana. Per mezzo della resistenza i Palestinesi ritrovano la loro capacità d’agire, rifiutano di vedersi reificati e disumanizzati, esprimono la loro soggettività. Se non si capisce ciò, le azioni palestinesi risultano insensate ed è per questo che la resistenza appare incomprensibile a molti governi e istanze internazionali, che la riducono ad atti suicidari sfocianti nell’autodistruzione della loro stessa causa. Invece, come detto, esistono aspetti psicologici decisivi: con la resistenza individuale o collettiva si ripristina l’umanità e la dignità dell’intero popolo palestinese.

Hai appena toccato un punto importante, menzionando l’approccio alla questione a livello internazionale. Nella maggioranza dei discorsi ufficiali e nei media ci si concentra soprattutto, se non esclusivamente, sulle fasi di crisi acuta, come quella attuale, la quale avrà una ripercussione sul lungo periodo che ti prego di evidenziare. Che cosa puoi dirci, inoltre, dei vari livelli, anche quelli silenziosi, psicologici e mentali, in cui opera la guerra a bassa intensità?

Generalmente, ogni colonizzazione ha la necessità di ammazzare un buon numero di colonizzati. Ma, siccome non può ucciderli tutti, tenta almeno di ridurli a vivere come ombre, privi di capacità d’agire, di volontà, d’identità, soprattutto privi d’identità collettiva…

Agli Israeliani torna utile se tu rinunci ad ogni sentimento collettivo, ad ogni volontà di esprimerti. Le due alternative sono la morte fisica – vieni ucciso – o la morte della coscienza, della soggettività. È ciò che succede a lungo termine. Israele esercita il suo controllo sul popolo palestinese per mezzo dell’intimidazione. Ma una crisi come questa arriva quando la gente supera la paura ed affronta la situazione.

Palestinesi intimiditi, sconfitti e ridotti al silenzio non disturbano nessuno, ma se cominciano ad affermare la loro identità, il loro desiderio di liberazione, allora gli Israeliani si sentono molto turbati e reagiscono brutalmente… Una consuetudine perdurante negli anni è, invece, la totale intimidazione dei Palestinesi. Un esempio: quando taluni hanno iniziato a mobilizzarsi, a recarsi a Sheikh Jarrah e alla moschea Al Asqa, hanno ricevuto messaggi per mezzo dello stesso software impiegato per la prevenzione Covid e le relative restrizioni, messaggi del tipo: “Sei stato identificato nei pressi di Al Aqsa, sarai punito”.

Esiste una specie di dicotomia: o tu sei completamente succube e privo di soggettività o allora rischi di morire, perché nella loro follia e nella loro ideologia gli Israeliani ci vedono come barbari e terroristi oppure sottomessi e disumanizzati.

Il primo punto è dunque questa intimidazione permanente, mirante a sopprimere la nostra soggettività.

Il secondo punto, per noi, che siamo sempre impegnati nella resistenza – non solo nei momenti di crisi – riguarda la necessità di uscire dalla posizione di vittime. Spesso, sul piano internazionale ci sono manifestazioni in nostro favore quando il sangue palestinese scorre a fiotti. Lo scontro attuale è però un po’ diverso del solito: i Palestinesi mostrano la loro capacità d’agire e riescono a contrastare le intenzioni israeliane. Il mio appello alla comunità internazionale è di smettere di sostenerci solo per le disgrazie che ci capitano e in quanto vittime, ma di supportare pure la nostra tenacia nel resistere, la volontà di preservare la nostra dignità e la capacità di agire. Quest’appello lo vado ripetendo senza sosta, perché si smetta di vederci solo come terroristi o vittime! Noi non vogliamo essere dei terroristi, vogliamo ritrovare la nostra soggettività, cambiare la situazione, riprenderci la nostra libertà individuale e collettiva.

Per quanto concerne gli effetti a lungo termine dell’occupazione, io li constato continuamente, sia nella mia vita privata, sia nel mio lavoro di psichiatra. L’occupazione ha delle gravi conseguenze traumatiche per i Palestinesi, conseguenze che non corrispondono alla corrente definizione del PTSD (disturbo da stress post-traumatico) nei manuali di psicologia occidentali… Poiché, come ho avuto occasione di affermare più volte, per i Palestinesi le cause oggettive del trauma non sono rimosse, esse sono sempre presenti e peggiorano. Noi siamo permanentemente minacciati, perseguitati, espulsi, incarcerati o massacrati dagli Israeliani… In quest’ottica, la Nakba non è un evento storico passato, ma un processo che continua da oltre 70 anni. Volendo fare un paragone, questo tipo di trauma assomiglia a quello subito da donne o bambini vittime di stupro o di violenza domestica o coniugale, costretti a convivere con i loro aggressori (3).

Il livello di depressione e d’angoscia è molto alto, come pure una diffusa sofferenza sociale… Va però precisato che non bisogna patologizzare troppo rapidamente l’esperienza palestinese, poiché questi disturbi derivano da una realtà oggettiva, cioè dall’occupazione. L’angoscia, la depressione, il lutto possono essere reazioni a fatti gravi, come la perdita di una persona cara, la distruzione della propria casa, casi di violenza…

Io lavoro tra l’altro con Médecins sans frontières, segnatamente nel campo dell’aiuto a persone che hanno subito violenze di tipo politico. L’effetto dell’occupazione non si fa sentire solo a livello individuale, ma si ripercuote sui legami e le relazioni sociali. Senza resistenza, questo stato di cose genera una società che interiorizza il sentimento d’oppressione, sviluppa sfiducia tra i suoi membri, soffre di un basso senso di autostima e fiducia in se stessa.. Le persone competono tra loro per riuscire a farsi curare in un ospedale israeliano, dove c’è più posto… Si tratta di condizioni create dall’occupazione, che distruggono la fiducia collettiva; al punto che qualcuno finisce coll’accettare l’impotenza e la condizione di vittima…

Io penso che la resistenza contribuisca a neutralizzare questi effetti. Da un lato, essa rende almeno un po’ di dignità e fiducia in se stessi, anche quando non riesce a raggiungere i suoi obiettivi… Come dice un proverbio arabo, “La cosa essenziale per l’uomo è di avanzare sulla propria strada, non di raggiungere il traguardo”.

Quindi, per riprendere il discorso sul “calcolo”, io credo che obbedisca ad una logica economica, una logica di business… Un tale discorso non funziona quando si voglia ritrovare giustizia e dignità: occorre allora un calcolo d’altro tipo, un’altra logica, in cui rientra a pieno titolo l’aspetto spirituale, simbolico, psicologico.

da qui

 

 

Palestina: la resistenza come terapia (2-3)

 

 

In quanto tu stessa abitante di Gerusalemme, puoi illustrarci in che modo ti vedi confrontata con l’occupazione?

Al pari di tutti gli abitanti arabi di Gerusalemme, non sono cittadina di nessun luogo. I miei documenti ufficiali non parlano affatto di cittadinanza. Assomigliano al documento di soggiorno che può richiedere uno straniero residente in Italia. Ciò è già un’importante privazione, che porta a sentirsi permanentemente minacciati…

Inoltre, la maggior parte dei Gerosolimitani è assai povera. Molti di loro non possono vivere in città per questioni economiche e mancanza di spazio… Per noi, continuare a vivere a Gerusalemme è una lotta perenne. Io ho fatto una scelta difficile, per il fatto che, pur continuando a vivere in città ho deciso di non collaborare con le istituzioni israeliane e quindi lavoro in Cisgiordania, il che comporta difficoltà di tipo economico…

Va poi detto che, essendo cresciuta a Gerusalemme ho potuto osservare gli effetti dell’occupazione, per esempio il modo in cui gli uomini vengono umiliati per strada dalla polizia e dai soldati israeliani, che li perquisiscono apposta per offendere la loro virilità. Parlo soprattutto degli uomini, perché vedo che sono i più colpiti nella quotidiana interazione, nelle quotidiani frizioni con l’occupante. Naturalmente, a Gerusalemme ciò può accadere a qualsiasi persona araba….

Alla fine, con la mia famiglia abbiamo deciso di acquistare un appartamento in città. La ricerca è iniziata nel 2003 ed è terminata nel 2021, un periodo che ha consumato molta energia e risorse mie e dei miei genitori.

Del tutto diverso è invece il caso della colonia chiamata Ramat Shlomo, situata nei pressi del nostro quartiere di Shuaffat, la quale s’è enormemente espansa negli ultimi anni. Se si confronta la velocità dello sviluppo edilizio delle colonie israeliane con la mancanza di case per i Palestinesi e gli ostacoli per accedervi, si rimane basiti. Solo noi Gerosolimitani siamo confrontati a ciò giorno dopo giorno oltre a dover affrontare un sacco di restrizioni economiche, giuridiche e amministrative – tutte di natura politica – per il solo desiderio di trovare una casa.

La mia famiglia ha avuto la fortuna di riuscirci, ma il fatto è molto raro. E le generazioni che ci seguiranno, i miei nipoti e le mie nipoti, ad esempio, non avranno più i mezzi per vivere a Gerusalemme. Si pensi, poi, che io lavoro duramente (nell’ambiente della psicologia palestinese mi chiamano “the Shark, lo squalo”! [Samah ride]), svolgo da anni vari impieghi nello stesso tempo, onde mettere qualcosa da parte e garantirmi l’autonomia finanziaria per tutte le ragioni appena elencate…

La colonia di Ramat Shlomo è stata costruita nell’area di Shuaffat in tempi rapidissimi, come ho detto, e s’è estesa al punto da inglobare l’intero quartiere. Che cosa hanno fatto gli Israeliani dopo l’occupazione del 1967? Per prima cosa si sono impossessati del 10% dei terreni della Cisgiordania attigui a Gerusalemme – che considerano la “capitale eterna d’Israele”. In secondo luogo hanno costruito le colonie in modo da frammentare la zona araba, che avrebbe invece dovuto rimanere connessa, creando ulteriori difficoltà di movimento per gli Arabi, cui non è più permesso transitare nei pressi di queste colonie. Tra il mio quartiere di Shuaffat e quello di Sheikh Jarrah, per esempio, ci sono le colonie Ramat Shlomo e Colline Française, un fatto che fa incollerire i Palestinesi di Gerusalemme.

Una delle strategie dell’occupazione è la frammentazione del popolo palestinese, fra gli abitanti della Cisgiordania, i Gazawi, i Gerosolimitani, i Palestinesi del 48, (che l’occupante chiama “arabi israeliani”) ed i Palestinesi della diaspora… In che misura la presente rivolta riesce a sormontare questa divisione? Mi riferisco particolarmente alla partecipazione del Palestinesi del 48 alla protesta, i quali di solito sono meno attivi nella lotta contro l’occupante…

Hai ragione, è vero che Israele ha pianificato contro il nostro popolo un sistema di frammentazione molto efficace. Ma in una fase come questa tale sistema va in crisi ed i Palestinesi serrano i ranghi… è il motivo per cui abbiamo visto Gaza intervenire e rispondere agli attacchi contro i Gerosolimitani, mentre le autorità palestinesi ufficiali non l’ha fatto, sebbene la geopolitica ufficiale consideri Gerusalemme parte della Cisgiordania e l’ANP dovrebbe proteggerla… Nel caso presente, il fatto più importante è comunque l’intervento dei Palestinesi del 48. Penso che la presenza di alcuni di loro quando fu attaccata la grande moschea ha favorito la mobilizzazione di molta gente… Anche perché ciò avvenne poco prima della commemorazione della Nakba, che tocca ferite aperte in molti Palestinesi del 48. Siamo di fronte ad un momento assai importante per la loro ripoliticizzazione. E poi, sì, Israele ha lungamente tentato di neutralizzarli, d’intimidirli fortemente onde impedire loro d’intervenire con efficacia quando in Cisgiordania o a Gaza ci sono scontri. C’erano tante buone intenzioni, ma nessun atto concreto, perché ciò era severamente punito. Conosco parecchi colleghi medici, palestinesi del 48 o di Gerusalemme impiegati nel sistema sanitario israeliano che in questo momento rischiano di perdere il posto per il solo fatto di avere espresso la loro opinione su quanto sta succedendo…

Anche alcuni miei pazienti di Gerusalemme o del 48 che hanno effettivamente perso il lavoro a causa della loro presa di posizione su Facebook o per aver partecipato a manifestazioni; sono in questa posizione da parecchi anni e non possono quindi più lavorare per gli Israeliani, poiché questo implica avere una “attestazione di buona condotta” rilasciata dalla loro polizia!

Ci sono giovani Gerosolimitani impossibilitati di viaggiare all’estero e di ottenere un lavoro per il fatto di avere espresso il loro attivismo una sola volta nella loro vita. Anche questa è una maniera d’intimidire, di ridurre, di ammaestrare, di controllare i comportamenti individuali frequentemente praticata verso i Palestinesi del 48 o di Gerusalemme est: toccarli nella loro esistenza con minacce inerenti il lavoro o i loro mezzi di sussistenza… D’altro canto, in questi giorni nella Palestina dei 48 si assiste ad attacchi fisici diretti d’estrema crudeltà. A Tel Aviv, per esempio, s’è visto un’ottantina d’Israeliani continuare a picchiare un Palestinese che già era a terra e così sfinito da non riuscire ad opporsi alle botte… Un fatto che ha scioccato pure certi Israeliani. Sebbene le autorità tentino di presentare la faccenda come una lite tra giovani, in realtà questi giovani israeliani possono agire in tutta impunità, tanto è vero che alcuni pestaggi sono avvenuti sotto gli occhi di soldati e poliziotti che non sono intervenuti. C’è una palese complicità tra coloni e soldati. Nethanyahu, dal canto suo, da un lato chiede ai militari di portare la calma nella Palestina del 48 e dall’altro assicura loro che non dovranno temere nessuna commissione d’inchiesta… ecco il messaggio comunicato loro! Non è difficile immaginare come lo intrepreteranno i coloni, che si vedono concessa totale impunità di sfogare la loro crudeltà e ferocia.

È pensabile, secondo te, che l’attuale conflitto possa servire a riportare all’ordine del giorno il diritto al ritorno dei Palestinesi? O, più in generale, esiste una loro prospettiva sul piano giuridico?

Sul piano giuridico israeliano no di certo! Perché Israele ha creato un arsenale di mezzi al servizio dell’occupazione. Il suo sistema giuridico è concepito in modo da impedire l’applicazione del diritto internazionale in favore della Palestina, per esempio per implementare l’Accordo di Ginevra, che vieta ad Israele d’insediarsi in un territorio occupato e dichiara illegali le colonie… mentre le leggi israeliane lo permettono. La situazione attuale rimette quindi al centro del discorso quest’aspetto della causa palestinese. Sono stati citati tre fatti: Cheikh Jarrah, la Porta di Damasco e l’attacco alla moschea Al Aqsa. Sono solo tre tappe, tre soglie o gradi di un lento processo costantemente in atto a Gerusalemme, dove la nostra identità è sempre sotto attacco. Si pensi alle leggi, introdotte già da molto tempo, miranti a limitare o ad impedire del tutto il raggruppamento famigliare… Se sei un Palestinese di Gerusalemme che sposa una donna di Ramallah, non puoi portarla a vivere con te in città, mentre se vai a vivere a Ramallah, i tuoi figli non saranno riconosciuti come cittadini di Gerusalemme e non potranno mai venire a viverci.

Come ho già detto prima, i Palestinesi che ci vivono subiscono ogni sorta d’angheria a tutti i livelli e in ogni momento. L’ultima scena è come un risveglio, un appello a tutti noi perché alziamo la testa, ritroviamo la nostra dignità, riprendiamo l’azione politica, ma è pure un richiamo al mondo a vedere quello che succede in Palestina. Questi avvenimenti hanno avuto luogo durante il Ramadan, un mese in cui ci si sarebbe potuto aspettare un po’ più d’attenzione da parte dei musulmani… Perché quando si parla dei fatti di Cheikh Jarrah, o della Porta di Damasco, ad essere presa di mira è l’identità araba e musulmana.

Per ritornare alla tua domanda: sì, il diritto al ritorno è importante, ma il problema è più ampio; ci sono cose più attuali e spinose che noi tutti tentiamo di affrontare. Sai perfettamente anche tu che i fatti del 48 sono successi in un’epoca ancora priva di internet e di tutte le odierne possibilità offerte dalla comunicazione di massa. Oggi ognuno è in grado di sapere. Che Israele possa approfittare dell’impunità per compiere le stesse cose che faceva in Palestina negli anni Trenta o Quaranta del secolo scorso, è un fatto per noi insopportabile, tanto per questa sua impunità quanto per la capitolazione o la complicità internazionale. Gli si lascia mano libera pur assistendo in diretta a quanto succede…. Ma qui non posso non accennare all’oscuramento da parte di Facebook e Instagram, delle testimonianze e delle campagne “Save Cheikh Jarrah”.

Hai appena menzionato la coscienza araba e musulmana, l’identità araba sotto attacco, che dovrebbe risvegliarsi. Ma non pensi che, in una fase come questa, l’appello alla solidarietà internazionale deve superare la differenza tra Arabi e Musulmani (che si ritengono più vicini alla causa palestinese per ragioni politiche, storiche, religiose o altre) e altri popoli o categorie identitarie? Suppongo che in Europa molte persone potrebbero chiedersi come mai ti appelli all’identità araba e musulmana e non in forma più generale all’umano senso di ribellione di fronte a ciò che succede?

Il problema ha varie facce… Non è possibile fare astrazione dell’attacco all’identità araba e musulmana, come non si può negare che si tratti di una guerra etnica contro i Palestinesi. C’è comunque pure una grave violazione dei diritti umani e tutti i popoli che hanno vissuto la colonizzazione sanno esattamente di cosa parlo. Ma, ripeto, non si può eludere la volontà di negazione ed il disprezzo di stampo coloniale, questo disprezzo che Israele esprime per l’identità culturale del nostro popolo, il quale è, di fatto, arabo e musulmano, sebbene potrebbe essere altro.

La situazione di risveglio da me menzionata va vista in contrapposizione al recente avvicinamento a Israele da parte di quattro regimi arabi – il Marocco, il Bahrein, gli Emirati Arabi ed il Sudan. Il pretesto addotto era che tramite i trattati di pace e gli accordi di pace sarebbe possibile normalizzare le relazioni con Israele senza cadere in contraddizione. Così almeno i dirigenti politici hanno tentato di giustificarsi davanti ai loro popoli. I fatti hanno però svelato le loro menzogne. È per questo che insisto sul livello arabo-musulmano. Penso che nessuna colonizzazione può imporsi senza disprezzare, schiacciare, negare l’identità culturale del colonizzato. È precisamente ciò che Israele fa con i Palestinesi e questo fatto non riguarda solo loro, ma tocca tutti coloro che s’identificano nella stessa identità culturale.

Ma sul piano della violazione dei diritti dell’uomo, dell’ingiustizia è chiaro che chiediamo alla solidarietà internazionale di cogliere l’occasione per ampliare l’impegno politico contro questa forma tutta speciale di colonizzazione, che estirpa gli indigeni dalla loro terra per insediarvi estranei. Si tratta di un livello di colonizzazione ben più grande e grave del corrente concetto del fenomeno o di ciò che si definisce con il termine di apartheid.

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Palestina: la resistenza come terapia (3-3)

 

 

In molti Paesi occidentali la gente comune non riesce a cogliere la dimensione religiosa e simbolica del conflitto, usata sovente per ridurlo ad una guerra di religione, per suggerire una falsa simmetria e mettere i due contraenti sullo stesso piano o – peggio – per associare i Palestinesi al terrorismo islamico… Ovviamente, non voglio ridurre le cause delle numerose rivolte palestinesi a questa dimensione, ma spiegami qual è il senso simbolico e religioso di Gerusalemme e dei luoghi santi nel conflitto.

Ritorno a ribadire la grande importanza della fede e dell‘aspetto simbolico, ma c’è dell’altro… Gerusalemme per molti suoi abitanti è il loro quartiere, il fulcro della loro vita. Prendiamo la moschea Al Aqsa: essa è molto cara per esempio ai bambini… Io, da piccola ci andavo a fare pic-nic con mia nonna. Quindi per noi è come un foyer, è la nostra casa. Ci sono cose non riducibili alla sola dimensione religiosa e simbolica. È la nostra geografia, il luogo dove siamo cresciuti, tutte cose da non sottovalutare. Ho accennato poc’anzi alla Porta di Damasco: c’è una canzone che ce ne dà un bel quadro, evocando la venditrice di caffè e altri commercianti emblematici, s’intitola Bab Al-Amoud, di Maggie Youssef (4)

Ci fa capire che la Porta di Damasco non ha un mero valore personale, individuale, un legame con talune persone particolari. Essa possiede ai nostri occhi qualcosa di bello e sacro, si riflette nelle nostre canzoni, nei detti popolari, è un riferimento d’obbligo per tutti noi… infine, la sentiamo come un luogo archetipico.

Tutto ciò è parte integrante dell’identità individuale e collettiva palestinese e di altre persone, anche fuori dalla Palestina. E noi, che ben sappiamo come Israele ha rubato la nostra terra e impedisce a molti di accedere a questi nostri luoghi, sentiamo un dovere di responsabilità verso i Gerosolimitani, il dovere di preservare l’identità del luogo, di salvaguardare il suo aspetto storico, simbolico e religioso… Conosco parecchie persone non credenti o non praticanti, persone dediti alla droga, che non frequentano la moschea. Ma che sono accorsi a proteggere Al Aqsa. Partecipano alle manifestazioni, difendono coloro che vanno in moschea a pregare perché si sentono parte della stessa identità culturale. Ci tengo inoltre a dire che quando i Palestinesi mancano di tante cose, quando subiscono fortemente le privazioni, allora il simbolico assume una dimensione più rilevante. Evidentemente, il simbolico è importante per tutti, ma predomina quando ci si vede privati dei diritti essenziali…

Da Gaza sono stati lanciati razzi contro Israele, che ha risposto con bombardamenti che hanno provocato dozzine di morti e centinaia di feriti (5). Lo scontro tende ad essere associato ad altre crisi simili, per esempio a quella del 2014… pare che Nethanyahu ed i dirigenti israeliani siano più a loro agio a gestire questo tipo di conflitto, in termini di comunicazione sul piano internazionale e di politica interna, che l’aspetto del sollevamento della gioventù di Gerusalemme. Dal punto di vista strategico, questa militarizzazione conveniva veramente ai Palestinesi? Mi pare di assistere al tentativo di soffocare e sviare la dimensione insurrezionale, spontanea e popolare della rivolta, la quale per Israele era forse più pericolosa che uno scontro con le organizzazioni armate della resistenza a Gaza.

Questo ci riporta alla questione del calcolo. Ti ho spiegato il perché non sia possibile applicare un calcolo dei rischi del tipo “costi-benefici”, perché siamo in presenza di motivazioni psicologiche importanti. Ma se proprio vogliamo fare questo calcolo, direi che è solo quando Israele ha cominciato ad essere toccato nel vivo che il mondo ha capito la portata di ciò che era successo a Gerusalemme. Fin tanto che c’erano solo scontri quotidiani alla Porta di Damasco o a per Cheikh Jarrah, i media statunitensi, per esempio, vi hanno dedicato ben poco spazio e Instagram e Facebook hanno bloccato la diffusione di testimonianze… Quando i Palestinesi protestavano disarmati, quando le loro manifestazioni popolari venivano represse, quando i soldati israeliani li colpivano alla testa nelle strade di Gerusalemme si rimaneva muti… Fu soltanto quando Israele ha iniziato a subire danni, quando ha dovuto chiudere l’aeroporto di Tel Aviv che i media internazionali si sono svegliati. A quel punto persino l’ONU si è mosso per dare l’impressione di occuparsi della faccenda. Ogni dirigente politico si è sentito obbligato a fare una dichiarazione pubblica. Ormai ci siamo abituati… Penso inoltre che se non ci fosse stato l’intervento di Gaza, i Palestinesi non avrebbero potuto pregare nella grande moschea alla festa dell’Aid, e il tribunale israeliano non avrebbe rimandato la decisione in merito a Cheikh Jarrah, che scadeva il 10 maggio. Allora, Israele può sì reprimere ogni sollevamento popolare ed il mondo continuare a fare come le tre scimmiette, ma quando Israele sente su di sé la pressione della resistenza i riflettori si accendono. Certo, Israele può utilizzare la stessa macchina mediatica, la stessa propaganda per diabolizzare la resistenza a Gaza – l’ha già fatto altre volte – ma non si deve scordare che dopo ogni attacco a Gaza la resistenza palestinese si rafforza, mentre i vari attacchi venivano lanciati con il pretesto di annientarla. D’altro canto, come ho già detto, la resistenza di taluni individui o di qualche gruppo, ristabilisce la coscienza di un collettivo efficace e capace d’agire. Ciò umanizza i Palestinesi, nonostante tutti i discorsi subiti pronti a diabolizzarne la resistenza.

Noi Palestinesi non condividiamo il parere dominante a livello internazionale sulla nostra resistenza. Non possiamo condividerlo perché noi facciamo un’esperienza di prima mano, diretta, nella vita di tutti i giorni. Malgrado tutte le riserve che possiamo addurre in merito alla politica delle varie organizzazioni e fazioni, credo che ci sia consenso per quanto riguarda l’importanza della resistenza, di tutte le forme di resistenza messe in atto dal popolo palestinese. Perché nessuno, né l’ONU, né i regimi arabi o i democratici di tutto il mondo, è in grado di proteggere il nostro popolo, di ricostruirne la dignità e l’umanità; questo compito solo la resistenza in tutte le sue svariate forme può svolgerlo.

A questo proposito voglio ribadire che ritengo valida ogni forma di resistenza. Per un popolo occupato, la resistenza è un diritto umano, oserei dire un dovere. E il quando e il come della scelta dei modi è cosa che compete solo agli stessi Palestinesi. Sta a noi decidere quale forma privilegiare e quando possiamo metterla in pratica.

Ultimamente abbiamo visto taluni paesi arabi normalizzare le loro relazioni con Israele o perlomeno riavvicinarglisi diplomaticamente. È poi stato detto a più riprese che la questione palestinese avesse perso peso. Nell’assenza di un forte sostegno statale, sia ne Paesi arabi che altrove, e di fronte al discredito dei loro governanti, la lotta dei Palestinesi assomiglia sempre più ad un sollevamento popolare, il quale non è interpretabile solo nei termini dell’appartenenza identitaria (araba o islamica), di scontro tra fazioni interne o di rivalità geopolitiche… Paradossalmente ciò potrebbe rivelarsi un vantaggio, di fronte alla superiorità militare di Israele?

Penso che per i Palestinesi ciò sia allo stesso tempo un punto di forza e di debolezza. Da un lato, la resistenza gode di un sostegno diffuso, non ufficiale, il che impedisce d’imbrigliarla per mezzo della cooptazione, la corruzione o l’intimidazione. Essa saprà sempre rinnovarsi e rinvigorirsi, grazie al suo carattere popolare. È dunque un bene che non si tratti di una resistenza finanziata da alcuni Stati, gli Emirati Arabi, ad esempio, o l’Arabia Saudita, così che non la si può né ricattare né intimidire. Ci saranno sempre forze nuove, dei giovani pronti a tenere testa agli Israeliani, nei campi profughi, nella città vecchia di Gerusalemme, in tutta la Palestina. D’altro canto manca una dirigenza decente, che sappia esprimere le aspettative popolari, sviluppare ulteriormente questa resistenza e cogliere l’occasione per realizzare obiettivi politici…

Tu denunci un’assenza di dirigenza… Nello stesso tempo, se pensiamo a ciò che è successo negli ultimi anni, si vedono un po’ ovunque sollevamenti, rivolte, specialmente prima della crisi del Covid… e la mancanza di una dirigenza capace, cioè la crisi della rappresentanza politica si nota nella maggior parte dei casi. Oggi c’è una sanguinosa repressione in parecchie città della Colombia, che ricorda la serie di rivolte del 2019, a Hong Kong, in Cile, Honduras, Algeria, Iraq, Libano e pure i sollevamenti nei Paesi arabi nel 1911. Più recentemente, ci sono stati i tumulti negli USA dopo l’assassinio di George Floyd. Dappertutto, si è trattato di grandi e diffusi movimenti popolari, che offuscavano i partiti, i gruppi tradizionali, l’appartenenza politica istituzionalizzata o addirittura geopolitica… C’era diffidenza verso la dirigenza, un po’ come ciò che è successo inizialmente in Palestina con il sollevamento di Gerusalemme est e pure all’inizio della Grande Marcia del Ritorno del 2018, che non era inquadrata da un gruppo o da un partito. D’un tratto, sebbene la situazione palestinese sia particolare, non ti sembra che queste somiglianze tra vari tipi di contestazione che sfuggono a ogni forma di direzione, possa fare emergere nuove forme di solidarietà, di risonanze, di nuove prospettive di lotta per i Palestinesi?

Sì, penso che nella lotta palestinese contro l’occupazione si possa riconoscere un carattere universale. La nostra lotta può ispirare molte persone in tutto il mondo e, inversamente, noi possiamo imparare molto dalle lotte di altri popoli colonizzati, occupati o repressi, altri popoli che hanno fatto molti sacrifici per la giustizia e contro l’oppressione. Secondo me, la situazione contemporanea permette soprattutto di poter ricorrere a tali sollevamenti popolari quando non abbiamo una dirigenza politica che faccia proprie le nostre speranze…

La mia critica è rivolta soprattutto ai dirigenti palestinesi ufficiali. Questi non rappresentano le aspettative e la volontà del popolo palestinese; momenti come questo permettono quindi l’emergere di altre opzioni politiche, di altre opportunità, di altri leader più meritevoli di rappresentare i Palestinesi.

Io sostengo che l’occupazione tenti con ogni mezzo di contrastare il processo democratico in Palestina. Israele ha avuto quattro elezioni in meno di un anno e mezzo, eppure ha impedito la prima elezione che da noi doveva tenersi dopo 15 anni. Ecco l’enorme squilibrio tra le due parti.

Che si tratti della scelta dei dirigenti o delle forme di resistenza, i Palestinesi devono essere in grado di decidere… Naturalmente, io sono favorevole alla discussione, al dibattito, alle opzioni riguardanti le forme di resistenza. Ma ciò dev’essere fatto fra Palestinesi, fra tutti i Palestinesi dei vari frammenti geografici creati dall’occupazione e pure fra i Palestinesi della diaspora. Non tocca a capi di Stato stranieri e nemmeno a leader non eletti democraticamente decidere al posto del nostro popolo.

La solidarietà internazionale è comunque molto importante. Voglio dire in particolare agli abitanti di paesi democratici che la loro solidarietà può giovarci molto: può perlomeno contribuire alla sopravvivenza della nostra identità e quindi dare fastidio a Israele, impedirgli di godersi un’occupazione tranquilla. Inoltre, la solidarietà internazionale ha un effetto terapeutico per il nostro trauma collettivo, perché esprime un’affermazione della nostra umanità, della nostra soggettività e capacità di agire, un riconoscimento della nostra esperienza e dei nostri sentimenti. Essa si fa portavoce della nostra narrazione e ci aiuta a liberarci dello statuto di vittime per diventare attori di cambiamento…

Vedendo quello che sta succedendo sotto i nostri occhi, quale sarebbe, per te, il migliore scenario possibile? Come l’immagini tu la liberazione della Palestina?

[Samah ride] Penso che la situazione attuale offra l’occasione di una ripoliticizzazione, sia per i Palestinesi, sia per coloro che ne sostengono la causa. Spero che questa situazione crei imbarazzo ai regimi ufficiali, non solo a quelli arabi, ma in tutto il mondo, a regimi ipocriti che continuano a permettere l’uccisione dei bambini di Gaza solo per confortare la cattiva coscienza europea in relazione ai massacri degli Ebrei commessi sotto il nazismo. Spero che questo mutamento di coscienza costringa Israele a rendere conto dei suoi atti e porti alla modifica dello statu quo, permettendo ai Palestinesi di diventare indipendenti e più liberi. Penso pure che sia arrivato il momento di un rinnovamento politico in Palestina, perché la nostra società non è sterile al punto di accettare la dirigenza attuale… Se la comunità internazionale smette d’intervenire negativamente nell’agenda politica del nostro popolo, questo sarà capace di darsi il personale politico più capace di esprimere il suo desiderio di libertà e di liberazione.

  

  1. Una delle porte della città vecchia di Gerusalemme, detta Bab Al Amud in arabo (Porta della Colonna).
  2. Data della proclamazione dello Stato di Israele, accompagnata dall’espulsione in massa e di massacri di Palestinesi, e che ha prodotto centinaia di migliaia di profughi. Per il popolo palestinese questo fatto è la “Nakba”, cioè la catastrofe o il disastro. Nel seguito, il testo porterà alcune precisioni in merito.
  3. Si veda pure https://www.middleeasteye.net/opinion/what-palestinians-experience-goes-beyond-ptsd-label.
  4. https://www.youtube.com/watch?v=-02fSTUb0Qs&list=RD-02fSTUb0Qs&start_radio=1&rv=-02fSTUb0Qs&t=40.
  5. Quasi 200 morti e oltre mille feriti in data 16 maggio. In questo solo giorno i bombardamenti israeliani hanno ucciso almeno 42 persone. (N.d.T. Il bilancio finale, dopo la tregua, è di circa 230 morti, fra cui 65 bambini, 39 donne e 17 anziani e ben 1’710 feriti)

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I palestinesi chiedono il rilascio di Khalida Jarrar per partecipare ai funerali di sua figlia Suha – Yumna Patel

  Una foto scattata il 28 febbraio 2019. Khalida Jarrar, membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), con sua figlia Suha (a destra) e il marito Ghassan (a sinistra) dopo il suo rilascio da una prigione israeliana, nella città di Ramallah. Ora, le autorità israeliane rifiutano la richiesta di Jarrar di essere scarcerata per partecipare ai funerali di Suha, morta ieri per un improvviso attacco di cuore. (Foto: Ahmad Arouri/immagini APA)

Israele ha negato la richiesta di rilascio della parlamentare palestinese Khalida Jarrar dopo la morte improvvisa di sua figlia. Secondo quanto riferito, Israele non consente nemmeno a Jarrar di telefonare alla sua famiglia.

I palestinesi chiedono il rilascio della parlamentare e leader palestinese Khalida Jarrar dalla prigione israeliana in seguito alla morte improvvisa di sua figlia e sostenitrice dei diritti umani, Suha Jarrar.

Traduzione della lettera scritta da Khalida Jarrar, prigioniera politica palestinese, in occasione del funerale di sua figlia Suha a cui non ha potuto partecipare a causa del suo stato di detenzione imposto dal regime israeliano.

Incarcerata ma Libera.

Provo molto dolore, figlia mia, solo perché mi manchi.

Provo molto dolore, figlia mia, solo perché mi manchi.

Dal profondo del mio dolore, ho raggiunto e abbracciato il cielo della nostra patria attraverso le finestre della mia cella nella prigione di Damon, a Haifa.

Non ti preoccupare, figlia mia. Rimarrò a testa alta, e fedele, nonostante le catene del mio carceriere. Sono una madre addolorata che desiderava vederti un’ultima volta.

Questo non accade da nessuna altra parte nel mondo, se non in Palestina.

Ciò che desideravo era concedere a mia figlia un ultimo saluto, dandole un bacio sulla sua fronte, e dirle che la amo quanto amo la Palestina.

Figlia mia, perdonami per non essere stata presente durante la celebrazione della tua vita, per non esserti stata accanto durante i tuoi ultimi dolorosi momenti.

Il mio cuore ha raggiunto l’altezza del cielo desiderando di vederti, di accarezzarti e di baciarti sulla fronte, attraverso la piccola finestra della mia cella di prigione.

Suha, mio tesoro. Mi hanno negato la possibilità di darti un ultimo bacio di addio. Ti porgo un addio con un fiore.

La tua assenza è a dir poco dolorosa, un dolore atroce. Ma rimango a testa alta e forte, come le montagne della nostra amata Palestina.

Khalida Jarrar – 13 Luglio 2021

 

Suha Ghassan Jarrar, 30 anni, è stata trovata morta domenica sera nel suo appartamento nella città occupata di Ramallah, in Cisgiordania, secondo i media locali. Secondo quanto riferito, è morta per cause naturali.

Sua madre, Khalida Jarrar, è membro del Consiglio legislativo palestinese (PLC) e leader del partito laico Marxista-Leninista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).

Khalida è attualmente un prigioniero politico in Israele, che sta scontando una condanna a due anni per il “reato di ricoprire un incarico nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”.

Dopo aver appreso la notizia dai suoi avvocati mentre era in prigione, secondo quanto riferito Khalida ha dichiarato: “La notizia è molto dolorosa. Fa male perché mi manca Suha, la mia dolce metà. Saluta tutti e lascia che si prendano cura l’uno dell’altro. Fai sapere loro che sono forte”.

Suha, ricercatrice legale e advocacy officer, ha lavorato con il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq e si è specializzata in questioni di genere, ambiente e cambiamento climatico. È la più giovane delle due figlie di Khalida e Ghassan Jarrar.

In un necrologio pubblicato lunedì, Al-Haq ha descritto Suha come “una decisa sostenitrice dei diritti del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla libertà e alla dignità”.

“Suha rimarrà un’eredità e un modello nella sua forza, pazienza, disponibilità e sfida all’oppressione affrontata dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane”, si legge nel necrologio.

Al-Haq, insieme ad altri gruppi per i diritti come Addameer e il comitato dei prigionieri del Consiglio legislativo palestinese (PLC) hanno dichiarato lunedì che stavano lavorando per garantire il rilascio incondizionato di Khalida in modo che potesse partecipare al funerale di sua figlia, che si terrà martedì 13 luglio.

In una dichiarazione di lunedì, Al-Haq ha affermato che il gruppo ha inviato “dozzine di lettere” a Stati terzi e al Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), chiedendo “il rilascio urgente, immediato e incondizionato” di Khalida, in modo che avrebbe potuto partecipare al funerale di Suha e “piangere con dignità umana”.

Un folto gruppo di manifestanti palestinesi si è riunito lunedì pomeriggio fuori dalla prigione militare di Ofer a Ramallah e ha organizzato una protesta, chiedendo il rilascio di Khalida. Secondo quanto riferito, le forze israeliane hanno minacciato i manifestanti con la forza prima di sparare gas lacrimogeni contro la folla.

Gli attivisti hanno anche diffuso una petizione online chiedendo il rilascio di Khalida, affermando che gli attivisti palestinesi hanno anche diffuso una petizione online chiedendo il suo rilascio, “in modo che possa seppellire e piangere sua figlia ed esercitare i suoi diritti umani più fondamentali”.

Lunedì sera il giornalista di Haaretz Jack Khoury ha twittato che il commissario dell’Israel Prison Service (IPS) aveva deciso di non rilasciare Khalida e di non permetterle di partecipare al funerale di Suha.

Lunedì sera Al-Haq ha riferito che le autorità israeliane avevano negato a Khalida di chiamare suo marito Ghassan e la figlia maggiore Yafa.

Khalida dovrebbe essere scarcerata a settembre. È stata arrestata nell’ottobre 2019, appena nove mesi dopo essere stata rilasciata da un’altra pena detentiva.

Dal 2014 Khalida ha trascorso gran parte del suo tempo dentro e fuori dal carcere, anche in base a ordini di detenzione amministrativa, durante i quali è stata trattenuta senza accuse o processo.

È una dei 12 parlamentari palestinesi attualmente imprigionati da Israele ed è tra i 5.300 prigionieri palestinesi attualmente nelle carceri israeliane.

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Ricordando Suha Jarrar, pioniera dei difensori dei diritti dei palestinesi – Omar Shakir

Una foto di Suha Jarrar  mostrata in occasione della sua commemorazione a Ramallah nella Cisgiordania occupata da Israele il 12 luglio 2021

 

La scorsa notte, Suha Jarrar, ricercatrice e advocacy presso l’organizzazione palestinese per i diritti umani al-Haq, è morta nella sua casa di Ramallah, nella West Bank occupata da Israele. Durante i suoi 31 anni, Suha ha avuto un impatto indelebile sulla difesa dei diritti umani in Palestina.

Suha  aveva condotto una ricerca innovativa sugli impatti ambientali dell’occupazione israeliana, incluso un rapporto del 2019 in cui sostiene che le politiche e le pratiche discriminatorie israeliane impediscono ai palestinesi della Cisgiordania occupata di adattarsi ai cambiamenti climatici. Come persona di punta sulle questioni di genere per al-Haq, ha rappresentato l’organizzazione quando il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne ha deliberato sulla situazione delle donne in Palestina. Ha ricercato, sostenuto e spinto senza paura a favore dell’integrazione  all’interno della società civile palestinese dell’intera gamma di questioni relative ai diritti relative al genere e alla sessualità, anche laddove pericolose e proscritte.

Suha è morta senza sua madre accanto, poiché Khalida Jarrar si trova in una prigione israeliana. Per la maggior parte degli ultimi sei anni, le autorità israeliane hanno detenuto Khalida, 58 anni, membro eletto del Consiglio Legislativo Palestinese, per il suo attivismo politico con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Una delle oltre 400 organizzazioni che le autorità israeliane hanno messo al bando, il FPLP comprende sia un partito politico che un braccio armato. Il braccio armato ha attaccato soldati e civili israeliani. Le autorità israeliane non hanno mai accusato Khalida di coinvolgimento in attività armate.

Khalida ha trascorso lunghi periodi, compreso tra luglio 2017 e febbraio 2019, in detenzione amministrativa senza processo e accusa. Nel marzo 2021, un tribunale militare israeliano l’ha condannata a due anni di carcere per “appartenenza a un’associazione illegale”, sulla base di un patteggiamento, con le autorità militari israeliane che riconoscevano che “non si occupava degli aspetti organizzativi o militari dell’organizzazione”. Detenere Khalida per il suo attivismo politico viola la sua libertà di associazione, come ha documentato Human Rights Watch. La sospensione dei diritti civili ai milioni di palestinesi che vivono nei Territori palestinesi occupati è una parte centrale dei crimini contro l’umanità dell’apartheid e della persecuzione del governo israeliano.

Il sorriso contagioso di Suha non è mai svanito, anche se per gran parte della sua vita adulta sua madre è stata ingiustamente dietro le sbarre. Secondo quanto riferito, le autorità israeliane hanno negato a Khalida di partecipare ai funerali di Suha. Avendo ripetutamente detenuto Khalida in violazione dei suoi diritti, le autorità israeliane avrebbero almeno dovuto permetterle di salutare sua figlia.

 

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org

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Dalla Palestina una storia esemplare di umiliazioni e sacrifici di una vita distrutti in un attimo

Si legge tutto di un fiato. E per chi sogna di diventare un buon giornalista è una lezione sul come si possa coniugare giornalismo di narrazione e giornalismo d’inchiesta. E il reportage scritto a quattro mani da Gideon Levy, icona vivente del giornalismo “radical” israeliano, e Alex Leval.

Una storia familiare

Dal reportage per Haaretz, emerge l’umiliazione palestinese. E’ una storia familiare paradigmatica di una condizione generale, Sogni e sacrifici di una vita che vengono demoliti in un attimo con la demolizione della propria casa da parte dell’esercito israeliano. “La scena è tanto stupefacente quanto sconcertante: una spettacolare torta di marzapane su cui qualcuno si è seduto con tutto il suo peso, schiacciandola completamente La torta è implosa e rimane solo un livello della sua struttura originale, schiacciato e ripiegato su se stesso”.

Inizia così il reportage di Levy e Leval.

“Forse è il lusso, se non la sfarzosità, della casa che richiama alla mente una torta di marzapane. Forse sono le torrette con le tegole rosse: Anche ora, dopo che la dinamite israeliana ha fatto saltare l’edificio in mille pezzi, i cumuli di rovine trasudano ancora una certa ostentazione. Qui c’è un gruppo di tegole rosse, laggiù gli ornamenti di gesso rimasti dal tetto sporgono dalle macerie. Aste d’acciaio che si aggrovigliano verso il cielo tra i pannelli di cemento sembrano chiedere aiuto. Una casa di lusso schiacciata – forse una delle case più lussuose che Israele ha demolito nei territori occupati.

È più difficile vedere una grande villa che è stata rasa al suolo che un misero tugurio per rifugiati che ha subito lo stesso destino? È una scelta difficile. Ma una casa che è stata ordinata di radere al suolo come punizione collettiva – un crimine di guerra in sé – lasciando i suoi occupanti, compresi i bambini totalmente innocenti che ci vivevano, senza casa, avrebbe dovuto generare una discussione pubblica in Israele. Ma Israele langue nel suo implacabile torpore morale, sotto la copertura e con l’incoraggiamento dell’Alta Corte di ‘Giustizia’ che, come un automa, approva ogni misura delittuosa dell’esercito d’occupazione, tanto che la demolizione delle case delle famiglie dei terroristi è percepita come un atto obbligatorio e talvolta persino motivo di festa.

E quasi nessuno protesta. Nemmeno quando c’è una punizione attuata alla maniera di uno stato di apartheid: Il terrorista ebreo a cui viene demolita la casa della famiglia deve ancora nascere. Le case degli assassini della famiglia Dawabsheh e dell’adolescente Mohammed Abu Khdeir – come le case di Ami Popper, Haggai Segal e altri della loro razza – stanno orgogliosamente intatte. Ma la casa della famiglia Shalabi nella ricca città cisgiordana di Turmus Ayya, a nord di Ramallah, è stata demolita la settimana scorsa.

Non tutti sono uguali davanti alla legge.

Era la casa di Sanaa Shalabi, la moglie separata di Muntasir Shalabi, un cittadino palestinese degli Stati Uniti che, a maggio, ha sparato e ucciso lo studente della yeshiva Yehuda Guetta e ne ha feriti altri due alla Tapuah Junction, vicino ad Ariel in Cisgiordania. Sanaa Shalabi viveva qui con tre dei suoi figli, Sara di 9 anni e i suoi fratelli Mohammed, 15, e Ahmed, 18. Ahmed è stato preso in custodia per due settimane nel tentativo di fare pressione su suo padre, che all’epoca era ancora nascosto. Siamo stati nella casa tre settimane prima che fosse demolita. Era lussuosa fuori e lussuosa dentro. La sua facciata esterna era ricoperta di pietra, i suoi pavimenti erano di marmo, i mobili tradivano prestigio e ricchezza. I muri erano già stati perforati dai soldati israeliani in preparazione dei demolitori che sarebbero venuti. Tutto era pronto per il grande spettacolo pirotecnico messo in scena dalle Forze di Difesa Israeliane. La demolizione è stata davvero un evento pirotecnico abbagliante, che non avrebbe fatto vergognare il team degli effetti speciali di nessun film di guerra. Le stanze sono state fatte saltare in aria in rapida successione dai soldati tramite un telecomando: Lampi e boati hanno sradicato una stanza dopo l’altra, ogni piano a turno, e in pochi secondi il lavoro è stato fatto e la casa è crollata su se stessa, mandando la polvere verso il cielo. Qualcuno ha gridato, invano, ‘Allahu akbar’  ma qui, a Turmus Ayya, ciò che è grande non è Allah ma l’Idf (le Forze di difesa israeliane, ndr). Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha rilasciato una dichiarazione che condanna la demolizione della casa. ‘Il segretario e altri alti funzionari qui al Dipartimento di Stato negli ultimi giorni hanno sollevato queste preoccupazioni direttamente con alti funzionari israeliani, e continueremo a farlo finché questa pratica continuerà’, ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price. L’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme ha aggiunto: ‘Come abbiamo dichiarato numerose volte, la casa di un’intera famiglia non dovrebbe essere demolita per le azioni di un solo individuo’. Per un momento sembrò che la demolizione sarebbe stata rimandata – ma solo per un momento. Quando la mattina dopo la dichiarazione ufficiale americana è spuntata l’alba, la casa non era più in piedi. La sensibilità degli Stati Uniti riguardo alla preservazione dei diritti umani, specialmente nel caso di cittadini americani – tutti i membri della famiglia Shalabi hanno passaporti americani – non ha aiutato minimamente. L’intervento degli americani è stato solo un inutile servizio verbale per placare l’ala sinistra del Partito Democratico? Apparentemente, perché il fatto è che Israele non ha rimandato la demolizione dopo che il primo ministro Naftali Bennett ha detto che era necessario a causa di ‘considerazioni di sicurezza dello Stato di Israele’.

La cosiddetta considerazione di sicurezza che riguardava Israele era un edificio di due piani di 17 anni. Da quando gli Shalabis si sono separati nel 2008, quattro dei loro sette figli vivono in America e Muntasir, 44 anni, ha sposato altre tre donne: Ingrid, dalla Repubblica Dominicana, che viveva con lui a Santa Fe prima di essere arrestato in Cisgiordania; Roxana, una donna americana, e Arcila, dal Messico. Sanaa viveva da sola con gli altri tre bambini nella casa di Turmus Ayya. Muntasir vi soggiornava quando andava in vacanza, come ha fatto di recente. Sanaa ci ha raccontato tutta la storia un mese fa, quando ci ha mostrato anche la camera da letto principale, che era completamente vuota.

Sanaa, 40 anni, vive ora con dei parenti a Turmus Ayya. Nessuno l’ha sospettata di essere coinvolta nell’attacco di maggio o di saperne qualcosa. Quando i giudici della Corte Suprema – Isaac Amit, David Mintz e Ofer Grosskopf – non hanno trovato alcun impedimento alla distruzione della villa, anche se hanno riconosciuto che il marito straniero di Sanaa ci viveva solo due mesi all’anno durante le visite dei familiari, e hanno anche escluso la possibilità che sia malato di mente (anche se non è chiaro su quali basi lo abbiano determinato), Sanaa ha capito che la sua casa era condannata. L’avvocato Nadia Daqqa di Hamoked – Centro per la difesa dell’individuo, che ha presentato la petizione in tribunale a nome di Sanaa, l’ha chiamata e le ha consigliato di iniziare a svuotare la residenza. Sanaa non ha lasciato nulla all’interno – ha spostato tutte le sue cose a casa della sua famiglia, che non è lontana. ‘Da quel giorno, il 1° luglio, ho vissuto con l’aspettativa che potessero venire da un momento all’altro a demolire la casa, perché l’esercito non ci ha dato un giorno preciso per la demolizione’, ci ha raccontato questa settimana. ‘Una settimana dopo l’esercito è venuto a demolirla. Truppe e veicoli pesanti sono arrivati e hanno circondato la casa della mia famiglia’.

‘La demolizione è andata avanti dalle 22:30 fino alle 6 del mattino successivo’, continua. ‘La prima detonazione non è riuscita a demolire la casa, e in seguito l’esercito ha piazzato esplosivi più potenti e l’ha fatta saltare una seconda volta. Non mi aspettavo un’esplosione e una distruzione del genere… Ci hanno portato via tutti i dolci ricordi della casa dove abbiamo vissuto dal mio primo giorno con i bambini dopo che mio marito se n’è andato e siamo rimasti da soli. I bambini erano molto tristi. Tutti i loro ricordi, le feste che si tenevano nella casa, i matrimoni che vi si svolgevano – tutto è svanito. La demolizione della casa li ha colpiti psicologicamente in modo molto forte. Ora sto cercando di dare loro un senso alla vita. Io dico: Inshallah, ci abitueremo a una nuova casa, la cosa principale è che siamo tutti sani e tutto va bene. Questo è l’importante’.

Jessica Montell, direttore esecutivo di Hamoked – Centro per la difesa dell’individuo, che ha accompagnato la famiglia nel processo legale, ha detto questa settimana: ‘La demolizione punitiva delle case è una reliquia del periodo del Mandato britannico. È una vergogna che nel 2021 la Corte Suprema di Israele continui ad autorizzare la punizione collettiva di un’intera famiglia che non ha fatto nulla di male, per azioni commesse da un singolo individuo. Questa è una politica insostenibile che sarebbe dovuta sparire dal mondo molto tempo fa’. La casa è spianata. Sulle macerie ora si vedono bandiere della Palestina e fotografie di Muntasir Shalabi. Ora il marito allontanato, ancora in attesa di giudizio, è un eroe locale. Ogni tanto un’auto di curiosi si ferma per vedere cosa ha fatto l’esercito e per mostrare i loro figli. Un bar di fortuna blocca l’ingresso, una sedia di vimini è appollaiata accanto. La vasca da bagno della famiglia Shalabi sembra essere l’unica cosa rimasta intera, appollaiata in cima a un cumulo di terra.

Camminare tra le rovine è pericoloso. Alcune delle finestre della casa dei vicini sono in frantumi; le pietre lanciate in aria dall’esplosione sono atterrate nel loro cortile. I riparatori sono arrivati per occuparsi dei danni alla proprietà dei vicini. Due giovani guardano dalla casa dei vicini con uno sguardo molto sospettoso.

Nell’angolo del cortile della casa che non c’è più c’è una bouganville viola – polverosa, appassita, morente, che sembra vergognarsi”.

Si conclude così il reportage di Haaretz.

“Abbandonati dal mondo”.

Quattro bambini su cinque si sentono “abbandonati dal mondo” dopo la demolizione delle loro case; tristezza, paura, depressione e ansia i principali segni di disagio mostrati dai più piccoli. Sono solo alcuni dei dati che emergono dal nuovo rapporto di Save the children sulla condizione dei minori in Cisgiordania e Gerusalemme Est. L’organizzazione esorta il governo israeliano a porre fine alla demolizione di case e proprietà nei Territori Palestinesi occupati. Il rapporto, intitolato “Speranza sotto le macerie: l’impatto delle politiche di demolizione israeliane sui bambini palestinesi e sulle loro famiglie”, è stato redatto grazie al coinvolgimento da parte dell’organizzazione di 217 famiglie palestinesi, tra cui 67 bambini tra i 10 e i 17 anni, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, le cui case sono state demolite dalle autorità israeliane negli ultimi dieci anni. L’80% dei bambini intervistati ha affermato di non avere più fiducia nella capacità non solo della comunità internazionale, ma anche delle autorità e persino dei loro genitori di aiutarli e proteggerli. Il rapporto ha anche rilevato che la maggior parte dei genitori (76%) e degli operatori sanitari si sente impotente e incapace di proteggere i propri figli dopo aver perso la casa. Provano vergogna (75%), irritazione e rabbia (72%), oltre ad essere emotivamente distanti dai loro figli (35%). “Questi risultati scioccanti dovrebbero essere un segnale di avvertimento per la comunità internazionale: i bambini e le loro famiglie si sentono sconfitti e impotenti. Dal 1967, le autorità israeliane hanno demolito 28.000 case palestinesi. Ogni demolizione ha sradicato un’intera famiglia, distruggendo i sogni e le speranze di 6.000 bambini e delle loro famiglie negli ultimi 12 anni. Queste demolizioni – denuncia il rapporto – non solo violano il diritto internazionale, ma rappresentano anche un ostacolo al diritto dei bambini di avere una casa sicura e di poter andare a scuola in sicurezza. In quanto Paese occupante, Israele deve proteggere i diritti di coloro che vivono sotto l’occupazione, in particolare i bambini”, ha dichiarato Jason Lee, direttore di Save the Children per i Territori Palestinesi occupati. La maggior parte dei bambini intervistati ha mostrato “evidenti segni di disagio, tra cui tristezza, paura, depressione e ansia. La maggior parte delle famiglie (80%) ha dichiarato che l’impatto sulle loro condizioni economiche è stato devastante: oltre un quarto di loro ha perso il lavoro dopo la demolizione e la situazione è aggravata dall’aumento vertiginoso del costo della vita. Nonostante ciò, pochissime famiglie dicono di aver ricevuto un risarcimento o un sostegno finanziario per ricostruirsi una vita”. “I bambini devono poter sperare di nuovo. Senza speranza non c’è possibilità per i bambini di vivere in pace. Il cessate il fuoco del mese scorso arrivato dopo l’aumento delle violenze a Gaza e nel sud di Israele è solo il primo passo. La comunità internazionale non può dimenticare il suo obbligo di difendere i diritti dei bambini palestinesi e di fare pressione per una soluzione a lungo termine a un conflitto decennale”, ha aggiunto Jason Lee. Da qui l’appello al nuovo governo israeliano “a porre immediatamente fine alla demolizione di case e proprietà nei Territori Palestinesi occupati e a revocare le politiche che contribuiscono a creare un ambiente coercitivo e aumentano il rischio di trasferimento forzato delle comunità palestinesi”.

Un appello “demolito”. Come la casa di Sanaa Shalabi.

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La spudorata complicità dell’Unione Europea nei crimini di Israele – David Hearst

Due mesi dopo che i palestinesi sono insorti per difendere la moschea di al-Aqsa e contestare gli sgomberi nella Gerusalemme Est occupata, il conflitto si registra a malapena sulla scena mondiale. La copertura mediatica è sporadica e selettiva. È tutto tranquillo sul fronte occidentale.

Il nuovo Ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, è diventato ancora una volta il volto accettabile del rifiuto israeliano. Consegnando lo stesso messaggio dei suoi predecessori, Lapid ha avuto un giro tranquillo al Consiglio Affari Esteri, il principale organo di politica estera dell’Unione Europea, a Bruxelles questa settimana.

Si sentiva a suo agio nel dire all’UE che non esisteva la possibilità di uno Stato palestinese. Era così a suo agio che agitava il dito al suo pubblico europeo. “C’è una cosa che dobbiamo ricordare. Se ci sarà uno Stato palestinese, deve essere una democrazia in cerca di pace. Non potete chiederci di costruire con le nostre mani un’altra minaccia per le nostre vite”, ha detto Lapid.

Nessuno nel Consiglio lo ha contraddetto. Nessuno ha ricordato a Lapid ciò che Israele sta facendo attivamente, giorno e notte, per abbattere le case palestinesi, con le proprie mani, e seppellire la possibilità uno Stato palestinese.

Quello che segue è un breve (e quasi certamente incompleto) elenco di ciò che accade in Palestina quando non succede nulla.

Quando non succede niente

L’11 giugno, due ragazzi palestinesi sono stati uccisi durante le proteste settimanali a Beita, vicino a Nablus, alla comparsa di un insediamento illegale sulla collina sopra il villaggio di Evyatar. In base a un accordo, i coloni hanno accettato di andarsene, ma le loro capanne e la base dell’esercito rimangono.

Mohammed Said Hamayel, 15 anni, è stato colpito. Quando gli abitanti del villaggio hanno cercato di evacuare il ragazzo ferito, gli è stato sparato contro. Quando raggiunsero il suo corpo, era già morto, secondo i testimoni oculari.

Un secondo ragazzo della stessa famiglia, Mohammed Nayaf Hamayel, è stato colpito e ferito. Queste non erano semplici ferite. Il danno interno che il ragazzo ha ricevuto è stato immenso: la sua milza è stata gravemente danneggiata a causa dei proiettili usati dagli israeliani, che si frammentano ed esplodono all’interno del corpo. Un totale di quattro palestinesi di Beita sono stati uccisi nelle manifestazioni.

Il 29 giugno è stata demolita una macelleria ad al-Bustan, nel quartiere di Silwan, la prima delle 20 unità che hanno ricevuto ordini di demolizione il 7 giugno. La polizia israeliana ha sparato proiettili di gomma per disperdere una folla che cercava di proteggere le proprie case.

Il 3 luglio, Mohammed Hasan, di 21 anni, stava finendo i lavori nella sua casa a Qusra quando è stato attaccato da dozzine di coloni armati. Stavano tentando di irrompere nella casa. Un gruppo di soldati è arrivato per circondare la casa mentre l’attacco dei coloni continuava. Hasan chiuse a chiave le porte e andò sul tetto, dove lanciò pietre per respingere l’attacco. È stato ucciso dai soldati. I medici e le ambulanze palestinesi non sono riusciti a raggiungere il suo corpo.

Il 7 luglio, l’Amministrazione Civile israeliana è tornata alla comunità di pastori palestinese di Humsa nella Valle del Giordano, accompagnata dai militari. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, hanno demolito 27 strutture fra abitazioni, ricoveri di animali e serbatoi d’acqua. Hanno requisito tutto il cibo e il latte per i bambini, compresi i pannolini e i giocattoli. Undici famiglie, decine di persone, sono rimaste sfollate nel deserto. Le temperature variavano da 37 a 42 gradi Celsius durante il periodo di sfratto.

Altri arresti

Mentre questo stava accadendo, la Knesset stava discutendo la Legge sulla Cittadinanza e l’Ingresso, che blocca quasi 45.000 famiglie palestinesi all’interno di Israele e Gerusalemme Est occupata dal ricongiungersi con i loro coniugi e figli.

Senza documenti israeliani, queste persone non possono avere un’assicurazione sanitaria o un vaccino contro il Covid-19 e non possono viaggiare. La legge non è stata rinnovata ma, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, ogni richiesta presentata da famiglie palestinesi dovrà affrontare il rifiuto automatico del Ministro dell’Interno Ayelet Shaked.

L’8 luglio, Ghandanfar Abu Atwan, 28 anni, è stato rilasciato da 10 mesi di detenzione amministrativa, dopo 65 giorni di sciopero della fame. È stato trasferito in un ospedale nella Cisgiordania occupata, dove i medici lo hanno descritto come aggrappato alla vita. Abu Atwan è stato arrestato 10 mesi fa e trattenuto senza accusa. Il governo israeliano non ha l’obbligo di presentare alcuna prova per giustificare un arresto o una detenzione. È uno dei 520 palestinesi detenuti nelle carceri militari senza accusa né processo.

Lo stesso giorno, le forze israeliane hanno demolito la casa di famiglia di Montaser Shalabi, un palestinese americano accusato di essere coinvolto in una sparatoria che ha ucciso uno studente israeliano e ferito altri due lo scorso maggio. La villa a due piani a Turmus Ayya è stata rasa al suolo in un’esplosione controllata.

Nel frattempo, nella città di Akka in Israele, più di 200 palestinesi sono stati arrestati o detenuti, a seguito delle manifestazioni di maggio. La madre di uno dei detenuti ha detto: “Più di 30 agenti di polizia armati hanno fatto irruzione nella nostra casa all’alba. Hanno arrestato mio figlio di 16 anni, lo hanno ammanettato, gli hanno coperto gli occhi con del nastro adesivo nero e lo hanno trascinato in un’auto della polizia. Hanno fatto lo stesso con più di 20 ragazzi”.

Tutto questo ha suscitato solo una dichiarazione di condanna. Veniva dall’ambasciata americana a Gerusalemme per la demolizione punitiva di una casa palestinese americana. Ha invitato tutte le parti ad astenersi da misure unilaterali che aggravino le tensioni, tra cui “la demolizione punitiva delle case palestinesi”.

Valori comuni UE-Israele

Ora, per favore, ditemi come è stato permesso a Lapid di dire all’UE questa settimana che Israele e l’Unione Europea condividono valori comuni. Lapid ha elencato questi valori come “diritti umani, diritti per la comunità LGBT, un impegno per le componenti fondamentali della democrazia, una stampa libera, un sistema giudiziario indipendente, una forte società civile e libertà di religione”, insieme a “lottare insieme contro il cambiamento climatico, terrorismo internazionale, razzismo ed estremismo”.

Ma ciò che Lapid ha omesso di menzionare, e ciò che i suoi ospiti non gli hanno ricordato, erano gli altri valori di Israele: giustizia sommaria, trasferimento forzato, punizione collettiva, demolizioni illegali di case e villaggi, sparatorie per uccidere, mutilazione dei bambini e detenzione senza processo.

Né Lapid ha menzionato che a luglio la Corte Suprema ha stabilito che la legge dello Stato-Nazione di Israele era costituzionale e non negava il carattere democratico dello Stato. Questa legge fondamentale stabilisce che il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unicamente per il popolo ebraico. Discrimina apertamente i cittadini cristiani e musulmani di Israele.

La sua non è stata una visita di basso livello. Lapid ha incontrato domenica Josep Borrell, Alto Commissario per gli Affari Esteri, seguito dai Ministri degli Esteri di Germania, Francia, Olanda e Repubblica Ceca e dal Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg.

Quali valori comuni condivide Israele con l’Unione Europea? Linciaggi di coloni protetti da soldati armati? Demolizioni illegali di case e villaggi? Politiche spara per uccidere rivolte ai bambini? L’uso di proiettili a frammentazione per dilaniare i corpi dei feriti? L’impedire ai medici di assistere i feriti? L’approvazione di leggi razziste? Ai cittadini israeliani non viene impedito di unirsi ai loro coniugi inglesi, francesi o tedeschi, ma lo sono se capita che siano palestinesi.

È questo che l’Unione Europea o la NATO chiamano valori comuni? Nulla di ciò che le varie armi dello stato israeliano, i loro coloni, i loro soldati, la loro polizia, i loro amministratori o i loro tribunali hanno fatto ai palestinesi nelle ultime settimane è nuovo.

Tuttavia, non è come al solito.

Dialogo con i proiettili

La Cisgiordania è in fermento con manifestazioni settimanali, tanto contro la sempre più autoritaria Autorità Palestinese (AP) quanto contro gli stessi occupanti israeliani. L’AP ha solo un’ulteriore repressione come risposta alla richiesta democratica popolare di elezioni, che l’anziano e irrealista presidente, Mahmoud Abbas, sicuramente perderà.

L’ultimo avvertimento è stato dato da Mahmoud Aloul, vicepresidente di Fatah e vice di Abbas. Ha detto: “Non provocate Fatah perché se lo fate, Fatah non sarà misericordioso con nessuno”. Questa autorità non tiene elezioni da 14 anni. Il fatto di non tenere elezioni per 14 anni fa parte dei valori europei? L’Autorità Palestinese è finanziata dall’Unione Europea.

L’UE continua a guardare dall’altra parte. Coloro che guardano dall’altra parte sono responsabili di questi eclatanti crimini di occupazione quanto coloro che li commettono.

Mi piacerebbe davvero sapere come i Ministri degli Esteri tedesco Heiko Maas, francese Jean-Yves Le Drian, l’olandese Sigrid Kaag, o Jakub Kulhanek, il Ministro degli Esteri ceco, giustificano la stretta di mano con Lapid. Una dichiarazione dell’UE afferma: “Hanno discusso dell’importanza di rafforzare le relazioni UE-Israele e hanno considerato come affrontare le sfide esistenti per raggiungere questo obiettivo comune”.

Hanno anche parlato di “come portare avanti il ​​dialogo con i palestinesi”.

Con ordini di sfratto, bulldozer e proiettili di gomma?

David Hearst è cofondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato corrispondente all’estero del Guardian in Russia, Europa e Belfast. È approdato al Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

Traduzione di Beniamino Rocchetto -Invictapalestina.org

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Sequestro di terre da parte del nuovo governo israeliano: dov’è l’UE? – Sarit Michaeli

Mercoledì scorso (7 luglio), soldati israeliani e personale dell’Amministrazione Civile sono arrivati ​​nella comunità di Khirbet Humsah, hanno dichiarato l’area zona militare chiusa e hanno negato l’accesso a giornalisti, attivisti per i diritti umani e diplomatici (Foto: B’Tselem)

Un lungo convoglio di mezzi diplomatici ha percorso due volte le strade sterrate che portano alla comunità palestinese di Khirbet Humsah dallo scorso novembre, quando le ruspe israeliane l’hanno devastata, nella prima di quella che è diventata ormai una serie di ben sei demolizioni.

La visita dei capi missione dell’Unione Europea in questo remoto villaggio nella valle del Giordano occupata, è stata annunciata come un forte segnale dall’UE, che si oppone –e vuole sfidare apertamente– l’intenzione dichiarata di Israele di spazzare via il villaggio.

I diplomatici hanno detto ai residenti e ai media che l’UE e paesi affini come il Regno Unito e la Norvegia, vedono la demolizione progettata da Israele come una chiara violazione dei suoi obblighi ai sensi delle leggi di occupazione, che essi respingono l’affermazione israeliana che quest’area è vietata ai Palestinesi perché è stata dichiarata zona di addestramento militare e che stanno fianco dei residenti e di tutte le comunità palestinesi a rischio di trasferimento forzato.

L’UE non ha solo inviato diplomatici di alto livello a vedere il relitto di Humsah. Ha inoltre fornito assistenza umanitaria ai residenti che –come praticamente tutte le altre comunità di pastori in “Area C” (il 60% della Cisgiordania occupata che rimane sotto il pieno controllo di Israele)– affrontano un’intensa pressione israeliana, intesa a impedire loro di svilupparsi secondo le esigenze della comunità.

Le restrizioni all’ottenimento di permessi di costruzione legali, le demolizioni di case e le confische di proprietà e strutture che generano mezzi di sussistenza sono descritte dalle Nazioni Unite come formazione di un “ambiente ostile” che cerca di costringere le persone ad allontanarsi dalla terra.

L’UE, attraverso il Consorzio di Protezione della Cisgiordania, ha finanziato sistemi di elettricità solare e servizi igienici mobili, tra le altre forme di assistenza, per consentire ai residenti di Humsah di resistere in questo ambiente ostile.

I diplomatici europei hanno protestato contro la condotta di Israele anche presso il ministero degli Esteri israeliano, con un’iniziativa diplomatica del febbraio 2021, che includeva anche l’onnipresente richiesta che Israele restituisca qualsiasi materiale finanziato da donatori europei che sia stato confiscato.

Quello stesso mese, la posizione europea è stata consegnata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quando sei membri attuali e precedenti hanno chiesto a Israele di fermare le sue continue demolizioni del villaggio.

La raffica di attività diplomatiche chiaramente non ha impressionato le autorità di occupazione israeliane.

Mercoledì scorso (7 luglio), soldati e personale dell’Amministrazione Civile sono arrivati ​​nella comunità, hanno dichiarato l’area zona militare chiusa e hanno negato l’accesso a giornalisti, attivisti per i diritti umani e diplomatici.

Le forze armate hanno smantellato e sequestrato strutture residenziali e agricole appartenenti a nove famiglie, che contano un totale di 61 membri, di cui 34 minori. Le forze armate hanno anche distrutto serbatoi d’acqua, recinzioni e attrezzature agricole.

Gli effetti personali dei residenti sono stati caricati su camion che li hanno trasportati alla comunità di ‘Ein Shibli, che si trova a ovest di Khirbet Humsah, ai margini dell’Area C, che Israele ha destinato al loro trasferimento forzato permanente, un crimine di guerra.

Ma i residenti di Humsah hanno resistito: i membri della comunità sono fuggiti sulle montagne con i loro greggi, rimanendo sulla loro terra con nient’altro che i vestiti che indossavano e alcune bottiglie d’acqua portate da attivisti palestinesi e israeliani. Nei giorni successivi all’operazione, i soldati israeliani continuano a impedire ogni accesso alla comunità devastata.

Silenzio UE

Incredibilmente, questa volta l’UE non ha detto nulla a proposito di questo crimine di guerra israeliano. Anzi.

Nei giorni successivi ci sono stati diversi sviluppi riguardo alle relazioni bilaterali: il nuovo ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, ha partecipato a uno “scambio informale di opinioni ” in un pranzo con i 27 ministri dell’UE al Comitato Affari Esteri del 12 luglio, presieduto dall’Alto Rappresentante UE per gli affari esteri, Josep Borrell, che ha avuto anche lui un incontro bilaterale con Lapid.

L’incontro di Bruxelles è stato il primo del suo genere in più di un decennio e segna un disgelo delle difficili relazioni UE-Israele sotto i governi Netanyahu: “un nuovo inizio”, secondo la dichiarazione ufficiale dell’UE.

Nell’incontro, Lapid aveva il compito di promuovere l’ingresso di Israele nell’Europa Creativa, uno strumento di finanziamento della Commissione Europea per le arti creative, in cui è inclusa una clausola territoriale che vieta la partecipazione delle entità che si trovano negli insediamenti israeliani.

Secondo la formula proposta, Israele potrà aderire al programma rifiutando contemporaneamente la posizione più generale dell’UE, che si basa sul fatto che i suoi insediamenti sono illegali.

Nei suoi commenti dopo l’incontro, l’Alto Rappresentante Borrell non ha detto se i ministri hanno sollevato con Lapid l’abbattimento israeliano di Khirbet Humsa. In questi casi, i partecipanti normalmente riferiscono una “conversazione schietta e onesta”.

Borrell ha usato la dizione “scambio di ampio respiro e onesto” e anche “scambio amichevole, aperto e costruttivo” e si è rallegrato del fatto che Israele ora “ha pubblicamente sostenuto la ‘soluzione dei due stati’”.

Solo a parole

Ma il sostegno a parole dell’Europa ai diritti umani palestinesi, alla stessa politica dell’UE e al diritto internazionale non riesce a nascondere il fatto evidente che il totale disprezzo da parte di Israele delle iniziative dell’UE non ha portato a conseguenze di sorta: il più recente, sesto, tentativo di trasferimento forzato è stato perpetrato dal nuovo governo sotto il ministro della difesa Benny Gantz, della “coalizione del cambiamento” di Lapid, non del governo Netanyahu.

Questo sarà giustamente visto qui in Israele come nient’altro che acquiescenza alla politica del governo di distruggere le comunità palestinesi, per facilitare ulteriormente l’acquisizione della loro terra.

Perché un politico israeliano razionale dovrebbe considerare questa totale mancanza di coerenza nei confronti degli obiettivi di politica estera dell’UE e dei suoi principi sui diritti umani, come qualcosa di diverso da una licenza per continuare a inviare bulldozer per rimuovere i Palestinesi da una terra che l’UE considera parte di una possibile futura Palestina, e una licenza per confiscare gli aiuti dell’UE?

Dopo le demolizioni della scorsa settimana, le strade che portano alle rovine di Humsah hanno visto pochi veicoli diplomatici. Chiaramente, non è in corso alcuna visita di alto livello, e giustamente. Dopo la totale incapacità di far pagare a Israele la sua continua devastazione della comunità, qualsiasi dichiarazione europea di solidarietà con il popolo palestinese che vive sotto l’occupazione israeliana sarebbe vista come nient’altro che vuota retorica.

Sarit Michaeli è advocacy officer internazionale presso B’Tselem, il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati.  

https://euobserver.com/opinion/152448

Traduzione di Donato Cioli – AssoPacePalestina

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Le nuove voci palestinesi – Catherine Cornet

La lotta degli abitanti del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme contro gli sgomberi forzati operati dalle forze israeliane ha creato un momentum: è tempo di ascoltare queste nuove voci palestinesi in cerca di unità e dignità, che parlano con un tono molto libero e rifiutano le affiliazioni politiche.

A Gaza, il bombardamento israeliano della torre residenziale Al Jalaa, che ospitava le redazioni dell’Associated Press e di Al Jazeera, preceduto due giorni prima dal bombardamento della torre Al Shorouq, che ospitava altri sette mezzi d’informazione locali e internazionali, ha portato a un totale di 23 sedi giornalistiche distrutte nel giro di una settimana dall’esercito israeliano, denuncia Reporters sans frontières.

Con meno di tre ore di elettricità al giorno e la maggior parte delle infrastrutture dei provider di internet distrutta, Gaza – e i suoi due milioni di abitanti – ha perso la voce, scrive l’attivista per i diritti umani Mustafa Ibrahim nella sua lettera da Gaza, pubblicata dal sito Daraj. Ibrahim descrive il suo terrore durante i bombardamenti, scusandosi per l’editing del suo testo mentre il suo computer si spegne per mancanza di elettricità.

Gli abitanti della Striscia, i gazawi, si sono così impossessati, per quanto possibile, dei social network per raccontare l’inferno che stanno vivendo tra i bombardamenti e la pandemia. I sopravvissuti raccontano gli ultimi minuti con i loro cari: un ragazzo voleva chiedere la sua fidanzata Shaima in matrimonio poche ore prima di perderla nel bombardamento; un padre di famiglia filma la stanza da letto mentre i bambini si svegliano per il rumore delle bombe.

Molti utilizzano i social network per consegnare le loro ultime parole, come riporta il sito +972 Magazine: un ragazzo di Gaza chiede perdono per le offese fatte, un altro dice di azzerare i conti dei suoi debitori. Altri fanno le liste dei morti con nomi e cognomi, nell’ultimo tentativo di umanizzare i defunti: si leggono i necrologi di medici, del più importante specialista di covid di Gaza e di almeno 48 bambini.

Ma se gli abitanti di Gaza provano nell’emergenza a rendere leggibile dall’esterno la loro esistenza, le parole sono usate anche per creare un “nuovo dizionario che racconti il trauma mentale ed emotivo che viviamo, la distruzione che ci circonda”, spiega Abier al Masri, ricercatrice di Human rights watch residente a Gaza. Questo nuovo vocabolario si sta facendo strada in una nuova narrativa di palestinesi che lottano per i loro diritti a Gerusalemme e in Cisgiordania.

La terribile guerra di Gaza non deve tuttavia nascondere il ruolo centrale che riveste Gerusalemme per questo nuovo movimento di protesta pacifico che cerca l’unità di tutti i palestinesi – palestinesi d’Israele, residenti dei territori occupati, rifugiati in Giordania o in Libano, nonché la diaspora sparsa per il mondo – dando luce a nuovi input intellettuali e politici, come testimoniano lo sciopero generale del 18 maggio in tutte le città della Cisgiordania e le grandi manifestazioni pacifiche a sostegno della Palestina nel mondo.

La chiave del futuro
Il contrattacco palestinese si rivela prima di tutto nella presenza di attivisti e intellettuali nelle tv statunitensi. Intervistati dalla Cnn e dalla Cbs rifiutano di piegarsi all’esercizio della “simmetria”, cioè alla condanna che equipara le due parti del conflitto. La loro strategia ricorda molto quella del movimento Black lives matter. Sulla Cnn, Mohamed al Kurd, un giovane poeta palestinese che appartiene a una delle quattro famiglie che resistono agli sgomberi forzati nel quartiere di Sheikh Jarrah, si è rifiutato di condannare le proteste di chi sostiene le famiglie palestinesi. Mohamed risponde chiedendo all’intervistatrice: “E lei condanna lo sgombero violento della mia famiglia da casa nostra?”. Silenzio imbarazzato della giornalista. La notte successiva all’intervista, Mohamed al Kurd è stato arrestato in casa dalle forze di sicurezza israeliane.

Questa nuova generazione tra diaspora e Cisgiordania parla benissimo l’inglese, padroneggia i codici culturali occidentali e sta tentando di cambiare la narrativa dei mezzi di comunicazione occidentali e soprattutto statunitensi, perché l’appoggio statunitense alla politica di Benjamin Netanyahu è la chiave del loro futuro. Pochissima attenzione, giustamente, dedicano alla silenziosa Europa.

È anche una nuova generazione di palestinesi che sa di dover combattere da sola, spiega il ricercatore Mouin Rabbani: abbandonati dalla comunità internazionale che rinnega, quando si tratta di Palestina, anche i princìpi basilari del diritto umanitario e internazionale, recentemente abbandonati anche dai paesi arabi che hanno accettato la normalizzazione del piano Trump, ora hanno conquistato una certa libertà di azione e di espressione.

Mariam Barghouti, ricercatrice palestinese, una delle voci più ascoltate di questa nuova generazione, spiega la forza di questo movimento anche con la consapevolezza di non avere più niente da perdere: “Questa generazione non vuole solo criticare la copertura mediatica, intende rovesciare decenni di negazioni: apartheid, colonialismo, occupazione, repressione militare. Non riusciamo più a respirare, e l’ultima cosa che ci è rimasta è che il mondo ci accetti per quel che siamo”.

Recuperare la narrativa storica
Questa nuova narrazione palestinese esiste da decenni, ma gli eventi di Sheikh Jarrah creano le condizioni per sentirla nella sua complessità.

Innanzitutto, ricorda il sito di approfondimento Raseef22, questo periodo corrisponde all’anniversario della nakba del 1948, quando 250mila palestinesi – la metà della popolazione della Palestina storica – furono sgomberati dalle loro case. Se il mondo ha dimenticato, il trauma è ancora molto presente nella psiche palestinese, e anche nel mondo digitale si stanno organizzando per ricordarlo, scrive Saeed Amouri: “I palestinesi che nel 1948 sono stati cancellati dalla carta geografica, ora si stanno organizzando per digitalizzare la loro storia e, in un certo modo, scriverla”. Dopo la nakba, lo stato israeliano ha costruito la sua storia sulla narrativa del sionismo, che unisce tutti gli ebrei israeliani, mentre “finora i palestinesi non erano ancora riusciti a produrre una storia unita del loro popolo. Questo sta cambiando”.

Diversi progetti storici ambiziosi come il Palestine digital activism aorum del 7amleh Center o ancora il sito Untold Palestine hanno cominciato a digitalizzare la memoria palestinese, per poterla raccontare, ma anche creare un legame tra “i palestinesi di Gerusalemme, Cisgiordania, Gaza e l’importante diaspora palestinese”. Salim Abu Zahir, direttore del progetto Palestinian museum digital archive presso il Palestinian museum, a Bir Zeit, ha digitalizzato quasi duecentomila documenti dal 2018, per “creare una nuova prospettiva che rafforzi un’identità nazionale inclusiva”.

Suicidio morale
Su un altro sito di approfondimento, Arabi 48, Gad Qadan, un dottorando palestinese all’università di Tel Aviv, spiega quanto sia importante riuscire a rovesciare la narrazione odierna sul conflitto, anche per gli stessi israeliani: “Quello che sta accadendo in Palestina oggi mostra quanto l’occupazione abbia un prezzo morale molto alto che non lascia indenne la società occupante. Questa mentalità patologica è evidente nelle strade e nei mezzi di comunicazione israeliani. La chiamerei ‘isteria di massa’, un movimento in cui un consistente gruppo di persone perde il contatto con la realtà e vive secondo la propria logica di illogicità totale”.

“I gruppi che non conoscono la loro storia si somigliano”, continua Qadan. “Se i gruppi dell’estrema destra israeliana avessero più cultura storica, si vergognerebbero della strana similitudine tra le loro azioni attuali e ciò che i loro antenati hanno affrontato nella Germania nazista durante la notte dei cristalli. La scena di cento ebrei che tentano il linciaggio di un arabo a Bat Yam solo perché arabo è orribile, e spiega come la costruzione del nemico sotto l’occupazione finisca per far dimenticare la sua umanità”.

L’uso dei social network non è sempre facile per i palestinesi. Molti account degli attivisti di Sheikh Jarrah sono stati chiusi mentre erano in diretta streaming. La presa di posizione di Bella Hadid – la modella statunitense di origine palestinese che ha postato sul suo account Instagram seguito da 42 milioni di persone le foto della sua partecipazione alla manifestazione per la Palestina – è stata accompagnata da molte critiche. È invece essenziale ricordare l’importanza dell’attivismo delle donne palestinesi e la creatività digitale dei giovani manifestanti, che hanno saputo replicare e distribuire su diverse piattaforme – con meme o video su TikTok – le proprie rivendicazioni.

Negli Stati Uniti, dalle tv nazionali ai think tank di Washington, dall’aula del congresso alle proteste di strada a Boston, Chicago, New York, Los Angeles, Washington e perfino Miami, Porto Rico, Cleveland e Oklahoma, “il dibattito sta cambiando”, spiega il sito americano Prospect. “Lontano dalle difese del ‘diritto di Israele a esistere’, dalle accuse di ‘terrorismo’ e ‘antisemitismo’ si fa strada un nuovo riconoscimento dei diritti dei palestinesi”.

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Israele addestra l’Italia all’utilizzo dei droni killer – Antonio Mazzeo

Due settimane di super addestramento in Israele per l’Aeronautica Militare italiana utilizzando i più moderni e famigerati droni da guerra. Il 12 luglio ha preso il via nella base aerea e missilistica di Palmachim, nei pressi della città israeliana di Rishon LeZion, a sud di Tel Aviv, l’esercitazione “Blue Guardian”, presentata con enfasi dall’Israeli Air Force (IAF) come la “prima attività addestrativa internazionale al mondo con i velivoli a pilotaggio remoto”. Ai war games con i droni, oltre ai reparti specializzati dell’Aeronautica israeliana, partecipano pure quelli di Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Il ministero della Difesa italiano ha mantenuto sino ad oggi il più stretto riserbo sull’imbarazzante missione addestrativa in Israele, ma è più che presumibile che a Palmachim siano stati schierati gli uomini e i velivoli senza pilota del 32° Stormo dell’Aeronautica militare di stanza nella base di Amendola…

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I Palestinesi non vogliono, e non possono, essere ignorati – Rashid Khalidi

Un rinnovato movimento nazionale palestinese potrebbe ribaltare lo status quo.

L’intensa ondata di violenza in Israele e Palestina a maggio ricorda episodi simili degli ultimi decenni. Ma ha anche diversi tratti distintivi, primo fra tutti la ritrovata unità dei Palestinesi ovunque. I Palestinesi si sono sollevati insieme contro le divisioni che Israele ha imposto loro e contro quelle create dalla miope partigianeria dei loro leader. Hanno organizzato manifestazioni in tutto il paese in risposta alla repressione israeliana nel quartiere di Sheikh Jarrah e alla moschea di al Aqsa a Gerusalemme e ai bombardamenti su Gaza che hanno ucciso oltre 250 persone. Israele ha cercato di reprimere queste proteste, portando a esplosioni di violenza di massa dirette principalmente contro i Palestinesi nelle città che si trovano all’interno di Israele come Acri, Haifa e Jaffa. Le forze israeliane hanno ucciso decine di manifestanti palestinesi in Cisgiordania. Poi, il 18 maggio, i Palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, all’interno di Israele e nelle comunità della diaspora in Libano, Giordania e altrove, hanno organizzato uno sciopero generale, il primo a coinvolgere tutta la Palestina storica dallo sciopero generale di sei mesi del 1936.

Tuttavia, le carte in tavola rimangono sfavorevoli per i Palestinesi, e il nuovo governo israeliano non sembra più propenso del precedente a porre fine ai suoi abusi e alle politiche che hanno reso remota ogni prospettiva di una soluzione politica giusta e accettabile. Ma il fermento di una nuova generazione di Palestinesi offre qualche motivo di speranza. Un movimento nazionale palestinese rianimato può fare a meno dei postulati e dei fallimenti delle generazioni precedenti e chiarire, con le sue azioni e i suoi messaggi, che lo status quo non è più sostenibile.

Cambio di corso

Per anni, esperti e politici hanno dichiarato che i Palestinesi erano sconfitti e demoralizzati e che la loro causa aveva perso visibilità. L’amministrazione del presidente USA Donald Trump ha tradotto questa visione in politiche anti-palestinesi ancor più brutali delle precedenti. Quest’idea che i Palestinesi potevano essere tranquillamente dimenticati è stata anche alla base della normalizzazione delle relazioni tra Israele e quattro paesi arabi nel 2020. Ma la rivolta in Cisgiordania, lo sciopero generale in tutto il paese e la solidarietà della diaspora palestinese hanno prodotto un chiaro messaggio: i Palestinesi non possono essere ignorati.

Anche la copertura mediatica occidentale degli eventi di maggio si è discostata dalla norma. Per una volta, emittenti e giornali non hanno ripetuto ciecamente il discorso israeliano sul lancio indiscriminato di razzi terroristici palestinesi contro i civili israeliani, affermando che i provocatori e i colpevoli sono i Palestinesi, una litania che tali media invocano ritualmente non appena viene lanciato il primo razzo di Hamas, cancellando 54 anni di occupazione militare israeliana e 73 anni di espropriazione ai danni dei Palestinesi. Invece, proprio questi storici modelli di cronica ingiustizia e abuso sono apparsi in modo prominente sia nei media tradizionali che nei social media. Ad esempio, molti articoli hanno spiegato che le famiglie di Sheikh Jarrah previste per lo sgombero da parte dei coloni ebrei con il sostegno delle forze di sicurezza israeliane erano rifugiati sfollati dalle città di Acri e Haifa nel 1948. I resoconti dei media hanno anche notato che sebbene gli Ebrei israeliani siano autorizzati a rivendicare proprietà nella Gerusalemme est araba occupata e nella Cisgiordania, ai Palestinesi è vietato fare rivendicazioni analoghe su qualsiasi delle loro numerose proprietà confiscate da Israele in tutto il paese negli ultimi settant’anni.

Accanto a questo risveglio dei media, le persone in Occidente sembravano più consapevoli delle vere politiche messe in atto in Palestina. Naturalmente gli apologeti di Israele a Washington, Londra e Berlino hanno tirato fuori i cliché standard sul diritto di Israele all’autodifesa, ma non hanno potuto mascherare il cambiamento di tono sia nell’arena politica che nelle grandi manifestazioni a sostegno dei Palestinesi in Australia, Canada, Regno Unito, Stati Uniti e altrove. Forse per la prima volta, il discorso pubblico in tutti e quattro questi paesi (che condividono un’eredità di espropriatori dei popoli indigeni) ha caratterizzato la discussione sulla natura colonialista di generazioni di politiche israeliane nei confronti dei Palestinesi. Gli attivisti hanno rafforzato le analogie con l’oppressione evidenziata dal movimento Black Lives Matter e molti giovani americani ora collegano l’ingiustizia che hanno visto in luoghi come Ferguson, nel Missouri, a ciò che hanno visto a Sheikh Jarrah e in altri luoghi in cui le forze di sicurezza usano gli stessi gas lacrimogeni made in USA e le stesse tattiche militarizzate di polizia.

Naturalmente, anche in precedenza ci sono stati cambiamenti nella copertura mediatica e nell’opinione pubblica che sembravano oscillare a favore dei Palestinesi, e quindi non ci si può aspettare necessariamente qualche significativo cambiamento politico. Ad esempio, tali cambiamenti si sono verificati al tempo dell’assedio israeliano di Beirut nel 1982, durante la feroce repressione della prima Intifada disarmata iniziata nel 1987, e durante le tre guerre di Israele contro la Striscia di Gaza dal 2008 al 2014 (l’ultima delle quali ha ucciso oltre 2.200 persone). Ogni volta, l’assiduo lavoro di pubbliche relazioni del governo israeliano e dei suoi amici ha per lo più riparato la lacera cortina che protegge le pratiche israeliane da un vero scrutinio. In questo momento è in corso uno sforzo frenetico per fare la stessa cosa. Ma ci sono ragioni per credere che le cose potrebbero andare diversamente questa volta.

Un punto di svolta?

Il recente sconvolgimento ha portato a un momento unico, sia per il cambiamento nell’opinione pubblica internazionale sia per la nascente riunificazione del popolo palestinese a livello di base. I Palestinesi hanno un’occasione per ripristinare il loro logoro movimento nazionale, unificare i loro ranghi e concordare un’agenda strategica che si possa comunicare chiaramente a livello globale. Per realizzare questo arduo compito, dovranno sostituire le strutture politiche esistenti –in particolare il quadro messo in atto dagli accordi di Oslo, compresa la creazione dell’Autorità Palestinese– che hanno prodotto solo una generazione di leader falliti, governi repressivi, clientelismo, corruzione, smobilitazione popolare e nessuna strategia di liberazione. I due partiti politici che hanno a lungo dominato la politica palestinese, Fatah e Hamas, sembrano strutturalmente più deboli e meno popolari che mai, nonostante il notevole sostegno esterno che ricevono. Questo è vero anche per un Hamas attualmente vivace, i cui sondaggi interni prevedevano che avrebbe perso alle elezioni previste per maggio ma che sono state rinviate dal presidente dell’Autorità Palestinese, il cui mandato legale è terminato oltre un decennio fa.

Una nuova generazione di giovani attivisti palestinesi non ha tempo per gli slogan, la politica e i leader del passato. Questi attivisti operano sulla stessa lunghezza d’onda in tutta la Palestina e nella diaspora. Oggi i giovani stanno prendendo l’iniziativa politica, innescando una nuova fase dello sforzo per la liberazione della Palestina, come hanno fatto ripetutamente in passato, ad esempio lanciando lo sciopero generale del 1936 e l’intifada del 1987. Dovranno affrontare il duro compito di rovesciare la vecchia generazione di leader e le vaste strutture di sicurezza e finanziarie che proteggono questi ultimi. Ma la situazione sta cambiando, come è evidente nella recente rabbia popolare diretta contro la leadership palestinese. Nizar Banat, un severo critico dell’Autorità Palestinese, è morto mentre era sotto arresto a giugno, scatenando disordini diffusi che hanno sottolineato l’estrema fragilità del potere di questi leader.

È incoraggiante anche la volontà di molti Americani di avere uno sguardo più critico e approfondito su Israele e Palestina. I giovani, inclusi molti della comunità ebraica, sono più critici di quanto lo fossero le generazioni precedenti nei confronti dei miti che hanno a lungo protetto Israele da ogni controllo, come, ad esempio, le nozioni che “Dio ha dato questa terra agli Israeliani”; che prima della creazione dello stato israeliano, la Palestina era “una terra senza popolo”; che solo Israele “ha fatto fiorire il deserto”; e che Israele è “l’unica democrazia mediorientale”. I social media sono molto più avanti dei media tradizionali in questo senso, diffondendo immagini video indelebili delle forze israeliane che sparano gas lacrimogeni e granate stordenti nella moschea di al Aqsa, il santuario musulmano più sacro della Palestina, mentre i fedeli erano in preghiera durante il mese sacro di Ramadan; la distruzione di interi edifici a più piani a Gaza; orde ebraiche violente che si aggirano per i quartieri arabi di Gerusalemme Est e nelle città israeliane; e manifestanti palestinesi in Cisgiordania uccisi con proiettili veri. Queste cose non possono rimanere invisibili.

Queste vivide immagini hanno contribuito a perforare il bozzolo che la copertura mediatica ha fedelmente mantenuto intorno ai 54 anni di occupazione militare “temporanea” e al raffinato sistema di dominio in vigore sia all’interno di Israele che nei territori palestinesi occupati. Termini che non sono mai stati utilizzati in passato su Israele, come “razzismo sistemico”, “supremazia ebraica”, “colonialismo di insediamento” e “apartheid”, vengono dibattuti e stanno diventando parte delle conversazioni pubbliche statunitensi e israeliane di sinistra. Questo rimane vero nonostante il tentativo sempre più disperato dei difensori di Israele di dipingere il sostegno ai diritti dei Palestinesi o le critiche alle politiche di uno stato straniero come “antisemiti”. Questi cambiamenti nel discorso corrente negli Stati Uniti e in Europa potrebbero avere potenti conseguenze politiche, anche se non sembra probabile un cambiamento immediato. In definitiva, potrebbero portare a un declino dell’immenso sostegno militare, diplomatico e finanziario di cui Israele gode dai suoi alleati occidentali.

Se tutto questo sembra nuovo, e può costituire un punto di svolta, molte cose non sono cambiate. Sia negli Stati Uniti che a livello globale, rimane un attaccamento quasi irrazionale alla pretesa di una “soluzione a due stati”, l’idea che l’unico modo per portare una pace duratura nella regione sia attraverso la creazione di uno stato palestinese indipendente accanto a Israele. I fautori della soluzione dei due Stati rifiutano di riconoscerne il presupposto essenziale: la demolizione dei formidabili impedimenti strutturali, sia fisici che amministrativi, che i leader israeliani di ogni tipo hanno eretto dal 1967 per impedire la creazione di uno Stato palestinese sovrano e contiguo. Questi sforzi metodici hanno comportato l’effettiva annessione della maggior parte dei territori occupati e il trasferimento illegale di quasi 750.000 coloni (oltre il dieci percento della popolazione ebraica di Israele) in questi territori, nel contesto della massiccia costruzione di insediamenti coloniali, strade riservate, sistemi idrici e di comunicazione: il più grande progetto infrastrutturale nella storia del paese dopo il 1967.

Senza il capovolgimento dell’incorporazione strisciante di ciò che resta della Palestina nella più grande terra di Israele – incorporazione che è l’obiettivo principale della maggior parte dei partiti politici israeliani, compresi quelli che rappresentano forse 100 dei 120 membri della Knesset – l’invocazione di una soluzione a due Stati è solo una foglia di fico per l’interminabile espropriazione del popolo palestinese. Attualmente non c’è alcuna prospettiva di uno sforzo internazionale per annullare i fatti sul terreno che Israele ha creato per rendere impossibile uno stato palestinese vitale. Tuttavia, l’ostinata resistenza del popolo palestinese agli sforzi per espropriarlo e cancellarlo dalla storia potrebbe aver forzato una svolta. Sta prendendo forma un nuovo paradigma, basato su uguali diritti per tutti in Palestina e Israele, sia collettivamente che individualmente, sia attraverso una soluzione a due stati sempre più improbabile, un unico stato o entità binazionale, un quadro federale, cantonale o altro. Un numero crescente di Palestinesi e di Israeliani comprende le alte probabilità che una soluzione a due stati sia impossibile e sta esplorando alcune di queste alternative. I sostenitori di tali schemi devono offrire un’esposizione completa di come queste opzioni funzionerebbero nella pratica prima che possano rappresentare una reale attrazione. Ma la persistente opposizione di Israele a uno stato palestinese veramente indipendente rende paradossalmente ancora più urgente la necessità di queste alternative.

Questo nuovo paradigma emergente probabilmente non avrà un impatto a breve termine sulle politiche statunitensi o di altri potenti paesi. I politici statunitensi e i mandarini della politica estera, i sionisti liberali e la maggior parte degli attori internazionali sono troppo coinvolti nella soluzione dei due stati per poter abbandonare tale approccio da un momento all’altro. Nel frattempo, i principali attori internazionali, tra cui gli Stati Uniti in primis, hanno mostrato scarso interesse a impedire a Israele di bloccare il percorso verso una soluzione a due Stati. Questa acquiescenza permette a Israele di continuare la sua brutale “gestione” del suo problema palestinese, rifiutando ogni movimento verso una vera soluzione, un approccio che l’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha perfezionato durante i suoi molti anni in carica.

Il nuovo governo del primo ministro Naftali Bennett seguirà probabilmente il corso tracciato dal suo predecessore, poiché la sua coalizione di governo è così disparata che non è possibile un nuovo consenso sulla questione palestinese. Nella Knesset rimane una solida maggioranza di destra su entrambe le ali del parlamento a sostegno della colonizzazione in corso nei territori occupati e della negazione dei diritti nazionali e di ogni altro tipo al popolo palestinese. Questa posizione intransigente è tra i maggiori ostacoli al cambiamento. È improbabile che un nuovo paradigma, anche quando più pienamente sviluppato, possa avere un effetto immediato nel persuadere gli Ebrei israeliani ad abbandonare uno status quo così sfavorevole per i Palestinesi.

Un movimento nazionale rinnovato 

Tuttavia, i Palestinesi hanno la capacità di cambiare questa situazione. Un movimento nazionale palestinese rianimato potrebbe sfidare e alla fine trasformare l’attuale insostenibile status quo. Un tale movimento richiederebbe cambiamenti politici estremamente difficili e una fredda rivalutazione della strategia e degli obiettivi palestinesi, possibilmente sotto la spinta di nuovi e più giovani leader che possano tracciare un nuovo approccio. Ciò comporterebbe diversi sforzi importanti. I Palestinesi devono mostrare con forza, e idealmente in modo non violento, l’insostenibilità dello status quo, cosa che hanno fatto con successo durante la prima intifada nonviolenta dal 1987 al 1991. E devono far rivivere le possibilità moribonde dell’indipendenza nazionale palestinese accanto a Israele o, più probabilmente, tracciare la visione di un futuro palestinese inserito in una nuova struttura politica postcoloniale condivisa con i loro vicini israeliani. Gli attori esterni che vogliono mantenere un’influenza sui loro clienti e alleati palestinesi favoriti possono resistere a tali cambiamenti, ma in passato i Palestinesi hanno mostrato la capacità di superare questi interventi esterni –come hanno fatto sotto la guida di Yasser Arafat dalla fine degli anni ’60 fino agli anni ’80– e potrebbero farlo di nuovo.

Il cambiamento positivo già osservato nel discorso globale sulla Palestina è in gran parte dovuto all’efficacia delle iniziative della società civile palestinese e all’attivismo giovanile sul campo, nei territori palestinesi occupati, negli Stati Uniti e altrove. Un movimento nazionale palestinese ringiovanito, unificato e democratico guidato da una nuova generazione e costruito attorno a una solida serie di obiettivi politici moltiplicherebbe tale impatto sull’opinione pubblica israeliana, statunitense e internazionale. Un messaggio politico palestinese presentato in modo autorevole, radicato nel principio di uguaglianza e sostenuto da un’azione politica, diplomatica e di massa, dimostrerebbe in modo decisivo l’insostenibilità della continua oppressione israeliana sui Palestinesi.

Queste trasformazioni nella società e nella politica palestinese possono essere lente a venire, o potrebbero arrivare rapidamente, o potrebbero non avvenire affatto. Senza tali trasformazioni, il confronto congelato tra Israele e i Palestinesi continuerà a sciogliersi, ma molto più lentamente. In ogni caso, è già palesemente chiaro che un sistema coloniale superato come quello israeliano, basato sulla supremazia di un’etnia e sulla subordinazione di un’altra, è incompatibile con i valori della democrazia e dell’uguaglianza. Sebbene siano ferocemente contestate, democrazia e uguaglianza rimangono i valori guida del ventunesimo secolo. Un movimento nazionale palestinese che si evolvesse con questi valori al centro potrebbe avere solo effetti positivi a livello locale e globale.

https://www.foreignaffairs.com/articles/middle-east/2021-06-30/palestinians-will-not-and-cannot-be-ignored

Traduzione di Donato Cioli – AssoPacePalestina

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Deserto gentrificato – Michele Giorgio

(tratto da: https://ilmanifesto.it/deserto-gentrificato/)

Israele. Circa 200mila beduini che vivono nel deserto del Neghev si battono per il riconoscimento dei loro villaggi e contro i piani governativi di spostarli nelle township

Pelle scura e bruciata dal sole, volto rugoso, Attiya Al Hassan ci aspetta su una piccola altura. Ci stringe la mano, quindi disegna con un dito una curva immaginaria mentre osserva l’area di Khashe Zanna. «Quello è il mio villaggio» ci dice proteggendosi con una mano gli occhi dalla forte luce del sole. «Intorno nel giro di pochi chilometri – prosegue – ci sono alcuni dei 35 villaggi e insediamenti beduini che Israele non riconosce. Alcuni di quei villaggi sono lì da prima che fosse creato questo paese, eppure per lo Stato non

esistono e non hanno diritto a servizi essenziali come l’acqua potabile e la corrente elettrica». Davanti alla vista mozzafiato Al Hassan si accovaccia e ci invita a fare altrettanto. «Un tempo, prima del 1948 – racconta guardando verso Beersheva, la «capitale del deserto» – i beduini erano 110mila sparsi per i 12 milioni di dunum (1.200 chilometri quadrati, ndr) qui nel Naqab (il Neghev in arabo, ndr). Decine di migliaia furono cacciati via o fuggirono durante la guerra trovando rifugio in gran parte in Giordania. Altri sono finiti nella Striscia di Gaza. E chi è riuscito a sfuggire a quella sorte ha poi quasi sempre affrontato un destino amaro e difficile».

Sono cittadini israeliani i beduini del Neghev e parecchi di loro, a differenza dei palestinesi in Israele, svolgono su base volontaria il servizio di leva. Ciò non risparmia loro di dover combattere, ormai da decenni, una battaglia per il riconoscimento dei loro villaggi e contro i piani avviati da vari governi israeliani per costringerli ad abbandonare le terre, dove hanno vissuto per secoli, e a trasferirsi a Rahat, 80mila abitanti, la più grande città beduina al mondo e a concentrarsi nelle sette township (Hura, Tel Saba, Ararat an-Naqab, Lakiya, Kuseife e Shaqib al-Salam) create proprio per rimuoverli da terre definite come «demaniali». Attiya Al Hassan è stato uno dei protagonisti di questa battaglia. «In tanti anni – ricorda – purtroppo siamo riusciti a far riconoscere solo 12 dei 47 villaggi mentre intorno a noi sono spuntati come funghi città e insediamenti destinati agli israeliani ebrei, senza limiti di spazio. A noi invece hanno dato appena 680mila dunum (68mila ettari), ossia il 2.8% delle terre». Tra gli avversari più difficili da affrontare, prosegue Al Hassan, «c’è la commissione governativa per la questione beduina che più che ascoltare le nostre richieste e riferirle, si rappresenta come una sorta di filtro tra noi e il governo, impedendoci di far conoscere per una via diretta le nostre proposte».

Annuiscono Elianne e Odelia, due attiviste ebree del Negev Coexistence Forum for Civil Equality, una ong che appoggia la lotta delle comunità beduine non riconosciute. «È evidente che la strategia di tutti i governi è stata quella di favorire lo sviluppo nel Neghev delle comunità di israeliani ebrei e di restringere lo spazio destinato ai centri abitati beduini», spiega Odelia sottolineando che l’elevato numero di demolizioni di abitazioni e altre strutture ordinate dalle autorità nei villaggi beduini, oltre 100mila nel corso degli anni, circa 2mila nel 2020. Umm al Hiram è una delle vittime principali del Piano Prawer, presentato dieci anni fa e approvato in via definitiva nel 2013. Prevede il trasferimento di 70 mila beduini nelle township. L’attuale premier Naftali Bennett qualche anno fa fece della sua approvazione una condizione centrale per l’ingresso nel governo del suo partito. Le autorità vorrebbero trasferire gli abitanti di Umm al Hiram a Hura, per fare posto alla cittadina ebraica di Hiran. La stessa sorte potrebbe subire il vicino Atir per permettere l’espansione del bosco di Yatir. Nel frattempo, proseguono le demolizioni del villaggio di Al Araqib, divenuto un simbolo della resistenza beduina per la determinazione degli abitanti nel ricostruirlo ogni volta. Israele vorrebbe anche espandere le aree verdi nel Neghev e piantare foreste, di fatto sopra le rovine di villaggi demoliti. Così lo Stato nega i servizi di base ai 35 villaggi non riconosciuti per costringere i suoi abitanti a rinunciare alla loro terra ancestrale e a uno stile di vita legato ad antiche tradizioni.

Al centro comunitario di Tel Saba, a pochi chilometri da Beersheva, Heba Abu Hasah, studentessa universitaria e madre giovanissima di due bimbi, ha trovato il posto ideale per studiare. Vive a Bir Abu Hamam, non riconosciuto dallo Stato. «Abbiamo generatori di elettricità privati che, a causa del costo del carburante, possiamo tenere accesi solo per un certo numero di ore, in prevalenza quando scende la sera – ci spiega –, pertanto riesco ad usare ad intermittenza il mio computer. Tutte le volte che posso vengo qui, perché c’è sempre la corrente e, soprattutto, ho accesso continuo a internet, fondamentale per le mie ricerche».  Il direttore del centro, Khader Abu Rustum, sottolinea che il 60% della popolazione beduina nel Neghev ha meno di 18 anni e che l’evasione scolastica resta elevata a causa anche delle difficoltà che migliaia di ragazzi hanno nel raggiungere le scuole dai villaggi non riconosciuti, per la mancanza di trasporti pubblici. «Ma abbiamo anche un 11-12% di giovani beduini nelle università – precisa Abu Rustum – nonostante i costi elevati dell’istruzione superiore e le difficoltà logistiche. A questi giovani, tra cui tante ragazze, lo Stato dovrebbe dedicare attenzione e risorse ma le cose vanno nella direzione opposta».

I beduini del Neghev guardano con scetticismo alla presenza nel nuovo governo israeliano del partito islamista Raam, sebbene il suo leader, Mansour Abbas, abbia fatto del riconoscimento di tre dei 35 villaggi non riconosciuti una bandiera della sua ultima campagna elettorale e una delle ragioni della sua alleanza con partiti di destra apertamente disinteressati alla condizione dei cittadini arabi. «Abbas non è nella condizione di poter influire nelle scelte del premier Bennett e dei vari ministri, ha ricevuto tante promesse per ottenere il suo appoggio alla maggioranza ma non credo che saranno mantenute, a cominciare dal riconoscimento dei villaggi» prevede Mohammad, 37 anni di Tel Saba. Paventa contraccolpi pericolosi Walid, di Kuseife: «Mansour Abbas forse riuscirà a strappare il riconoscimento di tre villaggi ma in cambio potrebbero chiedergli di approvare lo sgombero di quelli non riconosciuti. Avrebbe dovuto tenersi a distanza dal governo».

Ad Azzarnug, 5mila abitanti ma in giro per le sue strade non asfaltate e polverose se ne devono non più di una dozzina, non c’è alcuna aspettativa. Il villaggio resta a rischio demolizione. Però i suoi abitanti sono riusciti a costruire e a far riconoscere dalle autorità la scuola e un poliambulatorio, gli unici edifici in tutto il villaggio ben rifiniti all’esterno. «Non è stato facile ma ci siamo riusciti, grazie anche all’aiuto di attivisti ebrei» ricorda Amir Abu Queide, 30 anni con studi fatti in Germania. «Tuttavia», aggiunge «sappiamo che presto o tardi (il governo) cercherà di realizzare i piani annunciati da lungo tempo. Azzarnug non si arrenderà – avverte – la nostra battaglia non si ferma, non riusciranno a strapparci da queste terre, le sentiamo nostre da tante generazioni. Alla fine, ce la faremo».

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Israele-Palestina: l’ordine naturale dell’occupazione sta volgendo al termine – David Hearst

Una nuova generazione di palestinesi, nata dopo Oslo e scollegata dalla leadership di Ramallah, sta alimentando un cambiamento fondamentale

I perdenti della guerra di Gaza – Israele e l’Autorità Palestinese (AP) – hanno risposto ciascuno alle manifestazioni che hanno avuto luogo a Gerusalemme, Ramallah e in tutta la Cisgiordania occupata durante quegli 11 giorni con l’uso della massima forza. La “calma” è stata ripristinata nei quartieri palestinesi di città e villaggi in Israele e nella Cisgiordania occupata attraverso arresti di massa.

Secondo l’ultimo conteggio, le forze israeliane avevano arrestato più di 2.100 palestinesi all’interno di Israele, 1800 nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme e all’interno di Israele dallo scorso aprile. Inoltre, il Lawyers for Justice di Ramallah riferisce che 20 palestinesi sono stati arrestati dalla sicurezza preventiva dell’AP, principalmente per “incitamento a conflitti settari” e “calunnia” contro l’AP.

La polizia della stazione di Nazareth ha creato quella che Adalah, il centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, ha chiamato una “sala delle torture”. Secondo quanto riferito, i detenuti sono stati condotti in una stanza sul lato sinistro del corridoio d’ingresso della stazione e costretti a sedersi sul pavimento ammanettati e ad abbassare la testa verso il pavimento.

Gli agenti di polizia poi “hanno iniziato a picchiarli su tutte le parti del corpo, usando calci e mazze, sbattendo la testa contro muri o porte e altro ancora. Gli agenti hanno ferito i detenuti, li hanno terrorizzati e chiunque avesse osato alzare la testa ha rischiato di essere picchiato di nuovo dagli agenti. Secondo gli affidavit, il pavimento della stanza era coperto di sangue dalle percosse”, ha osservato Adalah.

Secondo l’Autorità per gli affari dei prigionieri e degli ex detenuti palestinesi, i recenti arresti in tutto il paese “sono stati accompagnati da attacchi brutali, inclusi insulti, percosse e atti di vandalismo sui contenuti delle case e delle proprietà dei cittadini”.

Ma né Israele né l’AP sono ancora riusciti a ristabilire l’ordine nel modo in cui hanno tradizionalmente inteso il concetto. Questo perché stanno scoprendo che non c’è una “nuova normalità” a cui tornare; qualcosa è radicalmente cambiato.

Il mito dei due stati si sgretola
Lo status quo che per decenni ha servito gli interessi espansionistici di Israele e quelli dei suoi sostenitori occidentali, che hanno nutrito il mito che una soluzione a due stati potrebbe essere raggiunta con il giusto allineamento delle stelle, si sta sgretolando.

Questo status quo è consistito in un ciclo completo del combustibile nucleare: sfratti palestinesi e insediamenti ebraici a fette di salame; brevi campagne di bombardamenti per “falciare il prato” della resistenza armata palestinese; e colloqui che estraggono concessioni cumulative dalla leadership palestinese, ponendo le basi per ulteriori insediamenti, poiché i negoziatori palestinesi avevano già ceduto sul punto.

Molto prima del piano di Netanyahu di annettere gli insediamenti nella Gerusalemme Est occupata, il defunto negoziatore palestinese Saeb Erekat aveva già offerto al suo omologo israeliano, Tzipi Livni, “il più grande Yerushalayim [Gerusalemme] della storia”.

L’ordine naturale dell’occupazione sta volgendo al termine. Sia da parte israeliana che palestinese, il crollo di questo ordine sta avvenendo simultaneamente in processi collegati, ma ancora indipendenti l’uno dall’altro.

Dopo quattro elezioni inconcludenti, lo stesso Israele è in fermento. Al primo ministro designato, Naftali Bennett, e al suo vice a Yamina, Ayelet Shaked, è stata assegnata una protezione extra della polizia poiché il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, ha avvertito che l’aumento dell’incitamento sui social media potrebbe portare a “azioni violente” .

Si stanno facendo parallelismi con l’assassinio di Yitzhak Rabin – ma a differenza di quei giorni, quando Israele era dominato da due partiti principali, Laburista e Likud, oggi la Knesset è divisa in vari piccoli partiti. Il più grande è il Likud, che ha vinto 30 seggi nelle ultime elezioni.

Proprio a destra
L’incitamento è orchestrato dal clan attorno al primo ministro uscente, Benjamin Netanyahu. Hagi Ben-Artzi, fratello di Sara Netanyahu, la moglie del primo ministro, ha affermato che l’intenzione di Bennett di collaborare con il centrista Yair Lapid ha incontrato la definizione biblica di “tradimento”. Il figlio di Netanyahu, Yair, ha visto i suoi account Instagram e Twitter sospesi temporaneamente dopo aver pubblicato l’indirizzo di casa di Nir Orbach, un membro della Knesset del partito Yamina.

Facendo eco al rifiuto dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump di riconoscere la sconfitta, Netanyahu ha affermato che Israele è stato testimone della “più grande frode elettorale” della storia. Netanyahu sta trattando la sua imminente cacciata come una minaccia esistenziale per lo stesso Israele, invocando persino la storia di Mosè; quelli che gli si opponevano furono puniti da Dio quando la terra si aprì e li inghiottì.

Eventi apocalittici simili attendono lo stesso Israele. Netanyahu ha descritto il nuovo governo guidato dall’estrema destra di Bennett come un “pericoloso governo di sinistra” sostenuto da “sostenitori del terrore” che sarebbero incapaci di resistere ai nemici di Israele, come l’Iran (uno di quei “sostenitori del terrore”, Mansour Abbas, è un membro palestinese della Knesset che Netanyahu stesso ha assiduamente curato.)

Meron Rapoport, analista politico, veterano e commentatore di MEE, ha affermato che mentre Netanyahu ha costruito la sua base politica su un’estrema polarizzazione, il discorso dell’odio sta ora mangiando la stessa destra.

“L’incitamento è molto, molto aggressivo. Ma ciò che è interessante è che questo discorso di polarizzazione è entrato nel campo giusto”, ha detto Rapoport, osservando che Netanyahu crede che il suo unico modo per mantenere il potere sia chiamare Bennett un traditore, mentre allo stesso tempo i suoi sostenitori minacciano di uccidere membri della Knesset. “Poiché provengono dallo stesso campo di destra ed erano vicini l’uno all’altro, la rabbia e il senso di tradimento sono ancora più forti”.

Un altro commentatore di MEE, Orly Noy, ha osservato: “Netanyahu ha rotto tutto ciò che era considerato di proprietà statale, come il sistema giudiziario e la polizia. Ciò significa caos completo in tutti i sistemi. Ha rotto tutti gli strumenti che un tempo preservavano lo stato ebraico. E ora stiamo vedendo i frutti del suo lavoro”.

Per Orit Malka Strook, membro della Knesset per il Partito Sionista Religioso, se Netanyahu riuscirà a distruggere il governo di coalizione prima che abbia prestato giuramento, Israele stesso diventerà uno stato fallito. “La metà degli israeliani che hanno votato per il cambio di governo penserà che il governo di Netanyahu sia illegittimo in una situazione che è vicina a come i palestinesi vedono il regime in Israele”, ha detto. “Israele si avvicinerà alla disintegrazione, quindi siamo in un momento drammatico. Se cerca di impedire il cambio di governo, penso che le istituzioni siano abbastanza forti da sovrapporsi a Netanyahu, ma non è certo. È [un] momento molto drammatico e uno dei membri della Knesset potrebbe essere ferito”.

Crollo della leadership
Il crollo della leadership politica non è meno significativo da parte palestinese a Ramallah. La leadership dell’AP in generale, e il presidente Mahmoud Abbas in particolare, sta tentando di soffocare un’ondata di rabbia a tutti i livelli di Fatah. La maggior parte sta circolando su gruppi WhatsApp privati.

Un lealista di Fatah, che un tempo ricopriva una posizione di alto livello e parlava in condizioni di anonimato, ha detto a MEE: “La gente di Fatah è molto arrabbiata. Ciò che Hamas sta facendo ora è ciò che fece Fatah durante la Prima Intifada. Fatah credeva nella lotta contro l’occupazione, nella liberazione, nella lotta armata. Ciò che Abu Mazen ha fatto è svuotare Fatah di qualsiasi significato, scopo, lotta per la libertà o la liberazione.

“I tanzim di Fatah sul campo non sono contenti di Abu Mazen e della sua gente. La leadership vuole mantenere lo status quo perché vuole i soldi; vogliono preservare i loro investimenti in accordi di terra. Vogliono mantenere l’occupazione così com’è, perché senza di essa non hanno alcun ruolo”.

Per Biden e Blinken il messaggio è chiaro: sono finiti i giorni in cui la leadership del popolo palestinese poteva essere fissata in anticipo da un candidato gradito a loro e a Israele.
La maggior parte di quella frustrazione è sotto la superficie, ma parte di essa è pubblica. Nasser al-Qudwa, ex membro del comitato centrale di Fatah, rappresentante palestinese presso le Nazioni Unite e ministro degli esteri, è stato espulso da Fatah per essersi rifiutato di candidarsi in una lista guidata dal presidente palestinese, ma si considera ancora membro di “Fatah fino all’osso”. È il nipote del defunto leader palestinese Yasser Arafat.

Gli ho chiesto se l’85enne Abbas fosse ancora in grado di guidare il suo popolo dopo aver rinviato quelle che sarebbero state le prime elezioni palestinesi in 14 anni. Qudwa ha risposto: “Beh, non vorrei personalizzare le cose, ma penso che la situazione attuale sia insostenibile. Abbiamo bisogno di cambiare, e cambiare nella mia mente significa cambiare persone, personalità; cambiare le politiche, così come cambiare le posizioni. La continuazione di ciò che abbiamo ora porterà solo a più problemi e più catastrofi per il popolo palestinese».

Se quelle elezioni fossero andate avanti, Qudwa non ha dubbi che la sua lista avrebbe fatto meglio di quella di Abbas – e che se fossero seguite le elezioni presidenziali e Marwan Barghouti avesse presentato il suo nome dalla prigione israeliana, avrebbe vinto.

I fallimenti di Abbas
Un altro segno dell’autorità prosciugante di Abbas è stata una recente lettera che lo invitava a dimettersi, scritta da importanti accademici palestinesi. Da allora ha raccolto più di 3000 firme. Era, ovviamente, più di una semplice lettera; fu l’inizio di una campagna per ricostruire l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

La loro dichiarazione ha rilevato che Abbas è stato l’assente più significativo durante gli eventi recenti, tra cui una rivolta a Gerusalemme per gli sfratti a Sheikh Jarrah e le incursioni di coloni armati nella moschea di al-Aqsa.

“Dopo che la battaglia era finita, Abbas ha aggiunto al suo curriculum politico un altro fallimento non mostrando solidarietà con la sofferenza del popolo palestinese”, affermava la lettera. “Non si è preoccupato di visitare le famiglie dei martiri a Gaza e in Cisgiordania. È stata un’occasione nazionale e d’oro per visitare la Striscia di Gaza, cogliendo questo momento e considerandolo l’inizio della fine della divisione, ma invece ha rivelato la profondità dell’autoparalisi in cui si è messo il presidente».

Una nuova generazione di palestinesi sta alimentando questo cambiamento. Sono nati dopo Oslo e sono completamente disconnessi da Ramallah e dalla sua leadership. Anche Ramallah, considerata la Tel Aviv della Cisgiordania occupata, ha visto manifestazioni di migliaia di palestinesi in un visibile affronto al suo presidente silenzioso e assente. Questo fa male perché è vero, e non viene da Hamas.

Questa generazione si considera un popolo dal fiume al mare. Mentre Abbas chiede il permesso a Israele ogni volta che si sposta con i suoi servizi di sicurezza all’interno della Cisgiordania occupata, questa generazione non si limita ai muri e ai posti di blocco imposti dalla potenza occupante. I gerosolimitani e i palestinesi del 1948 non sono sotto il controllo di Abbas, per non parlare di quello di Fatah o della defunta OLP.

Messaggio chiaro
Abbas non ha nulla da dire a questi palestinesi perché non ha ottenuto nulla per loro. Tre decenni di colloqui dopo il riconoscimento palestinese di Israele non hanno ottenuto altro che la disintegrazione di tutte le istituzioni palestinesi coinvolte nel dialogo: il Consiglio nazionale palestinese, l’OLP e il Consiglio centrale.

“Abbiamo il diritto di fermarci ora e chiederci: qual è il risultato? E cosa ha ottenuto il presidente per il suo popolo? Che diritti ho?” chiedeva la dichiarazione degli accademici palestinesi.

Abbas dovrebbe davvero andare, se non altro per preservare l’eredità di Fatah come organizzazione di liberazione. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il suo segretario di Stato Tony Blinken – altri due proprietari assenti del conflitto palestinese – non lo salveranno, né lo salverà tutto il denaro delle tasse che Israele gli dà e tutto il patrocinio che ne deriva.

Per Biden e Blinken il messaggio è chiaro: sono finiti i tempi in cui la leadership del popolo palestinese poteva essere fissata in anticipo da un candidato gradito a loro e a Israele. Il modo più rapido per porre fine a questo conflitto è permettere alla leadership di rinnovarsi e lasciare che rappresenti il popolo palestinese.

Abbas e l’intera attuale leadership dell’AP non possono fare né l’uno né l’altro. Mantenerli al potere significa mantenere uno degli ingredienti essenziali dell’occupazione israeliana.

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LE RESTRIZIONI ISRAELIANE IMPEDISCONO LA RIPARAZIONE DEL SISTEMA IDRICO DI GAZA – Amira Hass

A causa del divieto imposto circa due mesi fa dal Ministro della Difesa Benny Gantz di introdurre materie prime, materiali da costruzione e articoli “non umanitari” nella Striscia di Gaza, la maggior parte dei danni alle sue infrastrutture idriche e fognarie causati dalla guerra di maggio non sono stati riparati.

Allo stato attuale, è anche impossibile svolgere attività di essenziale manutenzione ordinaria nell’enclave. Gli impianti di desalinizzazione e depurazione dell’acqua funzionano solo parzialmente e sono stati interrotti i progetti di sviluppo ed ampliamento. Questo deterioramento sta avvenendo dopo diversi anni di grandi sforzi da parte dell’Autorità Palestinese per l’Acqua, delle autorità della Striscia e dei paesi donatori per migliorare le infrastrutture.

“Non solo il cibo è un bisogno umanitario”, afferma Maher al-Najjar, vicedirettore dei Servizi Idrici dei Comuni Costieri di Gaza. “Non c’è niente di più umanitario di una fornitura regolare di acqua potabile, ma non possiamo garantirla, a causa del divieto di importare materie prime di base e materiali da costruzione nella Striscia”.

Najjar afferma che a causa dei danni alle infrastrutture, il consumo domestico di acqua per persona, per bere, fare il bagno e pulire, è sceso da circa 80 litri al giorno prima del conflitto a 50-60 litri al giorno. La quantità minima giornaliera raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è di 100 litri al giorno. Anche la qualità dell’acqua è stata compromessa, con un significativo aumento del livello dei cloruri. Il livello raccomandato dall’OMS è di 250 milligrammi per litro e nella Striscia il livello è ora di 800-1.000 milligrammi per litro invece dei 400-600 milligrammi prima dei combattimenti di maggio. I residenti segnalano un sapore di ruggine e affermano che l’acqua rovina la pelle e i capelli.

Circa un terzo delle tubature è stato danneggiato nel conflitto più recente e non sono ancora state adeguatamente riparate. Circa un terzo delle acque reflue non viene adeguatamente trattato. Una parte si raccoglie in pozzanghere vicino ai centri abitati e penetra nelle falde acquifere sotterranee, mentre una parte sfocia in mare. Questo pericolo colpisce sia i palestinesi, per molti dei quali fare il bagno in mare è l’unica via di fuga dal caldo estivo, sia gli israeliani, che soffrono anche loro per l’inquinamento dell’acqua marina, dice Najjar.

Lunedì, il Ministero della Difesa ha annunciato un “allentamento” delle restrizioni per consentire il transito dei prodotti nella Striscia. Ma anche se ciò viene fatto immediatamente, il processo di presentazione delle offerte per l’acquisto dei materiali richiesti e la ricezione di un permesso israeliano è lungo e significa che non ci sarà un rapido miglioramento delle infrastrutture idriche e fognarie. Alcuni dei permessi sono già scaduti e gli appaltatori dovranno presentare nuove richieste. Nella migliore delle ipotesi, i primi elementi necessari arriveranno tra circa un mese.

Il sistema idrico e fognario di Gaza attualmente manca di circa 5.000 elementi necessari per riparare i gravi danni, nonché per la regolare manutenzione, l’aggiornamento e il completamento dei progetti di sviluppo ed espansione. Gli articoli più urgenti sono le valvole e i tubi dell’acqua e delle fognature, tutti materiali in plastica e metallo. A causa di questa carenza, le offerte che gli appaltatori hanno vinto per svolgere il lavoro sono state congelate e non è possibile avviare una nuova procedura di gara. Durante la pandemia, è stata fornita più acqua in modo che le persone potessero lavarsi le mani più frequentemente. Ora, a causa delle interruzioni idriche, è più difficile mantenere i protocolli di igiene necessari, afferma Najjar.

L’approvvigionamento idrico nella Striscia, 100 milioni di metri cubi l’anno, proviene da tre fonti: la maggior parte proviene dalla falda acquifera di Gaza, circa il 10% viene acquistato da Israele e circa il 5% è desalinizzato in tre diversi impianti, uno finanziato dall’Europa, uno dal Kuwait e uno dall’USAID. Le quantità di acqua desalinizzata devono essere urgentemente aumentate perché con l’aumento della popolazione nel corso degli anni, si ha un eccesso di estrazione dalla falda acquifera, che porta l’acqua marina a penetrare nelle falde acquifere e provoca il collasso interno del suolo.

Prima della guerra, a maggio, è iniziato l’ampliamento di uno degli impianti per aumentare la quantità di acqua desalinizzata di circa un terzo entro la metà del prossimo anno. Ma il progetto è stato interrotto a causa della carenza di materiali da costruzione e perché Israele non ha ancora concesso i visti di ingresso a sette ingegneri turchi che dovrebbero supervisionare il progetto.

Najjar teme anche che con la mancanza di materiali e pezzi di ricambio, il servizio idrico non sarà in grado di effettuare le riparazioni in tempo, il che comporterebbe un aumento del pericolo di inondazioni e un rischio di crollo degli edifici in inverno.

Nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, oltre il 95% dell’acqua della Striscia non è potabile, quindi viene miscelata con acqua desalinizzata e sottoposta a depurazione. Il regolare funzionamento di tutte le strutture, i pozzi e gli impianti di desalinizzazione e depurazione, è stato interrotto perché i danni causati dal conflitto non potevano essere riparati, e anche per la carenza di pezzi di ricambio, materiali necessari per la regolare manutenzione delle tubazioni, pompe, quadri di sorveglianza ed elettricità.

A causa delle perdite nelle tubature danneggiate durante i combattimenti, anche se Israele fornisce l’intera quantità di acqua per cui pagano i palestinesi, una percentuale significativa non raggiungerà gli utenti. Gli impianti di desalinizzazione producono solo circa la metà della loro capacità massima. “Inoltre, ogni giorno scopriamo nuovi danni stati causati durante la guerra di cui non sapevamo”, afferma Najjar. “Per esempio, le bombe soniche sganciate da Israele che sono penetrate nel terreno hanno fatto entrare la sabbia nei pozzi. Ora stiamo pompando acqua con la sabbia”.

Il Servizio Idrico dei Comuni Costieri di Gaza dipende dai pagamenti delle municipalità. A causa dell’alto tasso di povertà, la maggior parte dei residenti non riesce a pagare i propri oneri. Il processo di impoverimento è peggiorato durante la pandemia di COVID-19 ed è stato poi aggravato dai combattimenti. L’azienda idrica non si limita a pagare ai suoi dipendenti la metà dei loro stipendi (e a volte anche meno). Manca anche il denaro necessario per acquistare il carburante per i generatori che funzionano durante le ore in cui non c’è elettricità, circa dalle 8 alle 12 ore al giorno. Gli impianti di depurazione richiedono un funzionamento 24 ore su 24 e il loro parziale arresto giornaliero per mancanza di carburante spiega le grandi quantità di liquami non trattati che si riversano in mare.

Najjar teme che le organizzazioni internazionali che donano ai palestinesi esiteranno nel continuare a finanziare progetti iniziati prima di maggio e poi congelati. Anche se i valichi di frontiera iniziassero a funzionare oggi come prima della guerra, dice: “Il lavoro per riportare il sistema ad uno stato relativamente migliorato rispetto alle condizioni in cui era prima della guerra, richiederà da quattro a sei mesi.”

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Il terrore nel cuore della notte – Jonathan Cook

I video sono ovunque su Youtube. Soldati israeliani mascherati assaltano la casa di una famiglia palestinese nel cuore della notte. I genitori, vestiti con indumenti da notte, sono improvvisamente circondati da uomini pesantemente armati con il passamontagna.

I bambini piccoli sono costretti a svegliarsi. Con un misto di confusione e paura, sono costretti a rispondere alle domande poste loro in un arabo stentato da questi sconosciuti senza volto e armati. Vengono allineati in una stanza mentre i soldati li fotografano con in mano la carta d’identità. E poi, proprio come sono arrivati, gli uomini mascherati scompaiono nella notte.

Non ci sono domande oltre all’identificazione delle persone in casa. Nessuno viene “arrestato”. Non c’è uno scopo ovvio; solo il senso di sicurezza di una famiglia distrutto per sempre.

Per la maggior parte delle persone che guardano questi video sconvolgenti, tali scene sembrano un incubo orwelliano. E di sicuro Israele ha dato a questa procedura un nome orwelliano: “Intel Mapping” (“Mappatura delle Informazioni”).

La scorsa settimana, su pressione dei tribunali, l’esercito israeliano ha annunciato di aver posto fine alla pratica della “mappatura”, a meno che, e questa sarà una scappatoia facilmente sfruttabile, non vi siano “circostanze eccezionali”.

Dato che le famiglie le cui case, intimità e dignità vengono violate non sono sospettate di alcun reato, è difficile immaginare quali “circostanze eccezionali” potrebbero mai giustificare queste incursioni umilianti e terrificanti.

Intrusi mascherati

Nell’annunciare la sua decisione, l’esercito israeliano ha affermato che nell’era digitale c’erano altri strumenti che poteva usare per ottenere informazioni sui palestinesi, oltre a invadere casualmente le loro case con le armi spianate nel cuore della notte. Un comunicato ha aggiunto che si tratta di un gesto umanitario volto a “mitigare lo sconvolgimento della vita quotidiana dei cittadini”.

Tranne, naturalmente, che i palestinesi non sono “cittadini” israeliani; sono soggetti senza diritti che vivono sotto una belligerante occupazione militare. E non si tratta di “disagi”, i palestinesi non stanno affrontando un ritardo imprevisto del treno, ma una forma di punizione collettiva, e quindi un crimine di guerra.

Come osserva un rapporto di tre organizzazioni israeliane per i diritti umani pubblicato lo scorso novembre, “è altamente dubbio che qualsiasi caso di mappatura possa essere considerata legale ai sensi del diritto internazionale”. Tuttavia, queste invasioni domestiche sono all’ordine del giorno. Sono parte integrante della politica dell’esercito israeliano di sorveglianza, controllo e persecuzione dei palestinesi.

Secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha effettuato circa 6.400 “operazioni di ricerca o di arresto” solo nel 2017 e nel 2018, ciascuna operazione potenzialmente comprendente più di una casa. Una ricerca di Yesh Din, un gruppo israeliano per i diritti umani, mostra che la stragrande maggioranza di tali operazioni inizia tra mezzanotte e le cinque del mattino.

In un quarto dei casi i soldati sfondano la porta per entrare e in un terzo dei casi un familiare viene aggredito fisicamente. Due terzi delle famiglie hanno subito queste invasioni più di una volta.

Le operazioni di “Intel Mapping” sono state particolarmente difficili da giustificare per l’esercito su qualsiasi tipo di motivo di sicurezza. Ciò ha portato all’inizio di quest’anno a un esame non gradito da parte della Corte Suprema israeliana, che ha dato tempo all’esercito fino ad agosto per divulgare la formulazione del suo protocollo di “mappatura”. La cancellazione della pratica da parte dell’esercito la scorsa settimana significa che la logica per traumatizzare migliaia di famiglie palestinesi per molti anni continuerà a essere un segreto.

Crimini di guerra abituali

La realtà è che la “mappatura” non ha mai riguardato la costruzione di un’immagine più accurata della società palestinese. Ha molti altri scopi, molto più sinistri.

In termini pratici, viene utilizzato per addestrare giovani soldati israeliani, familiarizzandoli con le tecniche di invasione delle case palestinesi e di intimidazione dei palestinesi, il tutto in un ambiente sicuro per i soldati. L’esercito sa che i genitori palestinesi si occuperanno principalmente di proteggere i propri figli dalla terrificante presenza di intrusi armati in quello che dovrebbe essere lo spazio più sicuro della famiglia.

In una testimonianza di Breaking the Silence, un’organizzazione di ex soldati israeliani che rivelano il loro passato nell’esercito, un soldato ha osservato: “Raramente c’è una motivazione operativa per questo. Spesso, la motivazione è pratica, il che significa che per la prima volta abbiamo uno strumento di violazione per forzare porte aperte; nessuno ha un programma, quindi decidiamo di irrompere in una casa in qualsiasi momento.”

Ma ci sono altri scopi, anche più oscuri, dietro queste incursioni casuali di “mappatura”. Fanno parte del processo graduale attraverso il quale l’esercito forma i suoi giovani soldati ad una vita di costanti crimini di guerra. Abbatte il loro senso della moralità e ogni residuo di compassione dopo anni di esposizione nel sistema scolastico israeliano al razzismo anti-palestinese.

Terrorizzare i palestinesi, anche i bambini, diventa rapidamente parte della monotona routine dei “doveri” militari.

Guerra psicologica

Ma soprattutto, le irruzioni nelle abitazioni traumatizzano i palestinesi con modalità studiate per consolidare l’occupazione e renderla permanente. Sono una forma di guerra psicologica, una campagna di terrore, contro le famiglie e le comunità in cui vivono. Rafforzano il messaggio che l’esercito israeliano è ovunque, controllando i più piccoli dettagli della vita dei palestinesi.

I soldati prendono a cuore queste indicazioni. Uno ha detto di aver capito che lo scopo di nascondere il volto “era quello di essere più intimidatorio, più spaventoso, e quindi forse trovare meno resistenza”.

L’attività di “mappatura” è progettata per far credere ai palestinesi che qualsiasi tipo di opposizione all’occupazione è inutile o controproducente. Le invasioni domestiche lasciano cicatrici permanenti, poiché le donne spesso descrivono di sentirsi violate e di perdere un senso di orgoglio nella loro casa, mentre gli uomini soffrono del trauma associato all’incapacità di proteggere mogli e figli. I bambini soffrono di ansia e disturbi del sonno e fanno fatica a scuola.

C’è un ulteriore obiettivo in queste operazioni di “mappatura” quando gli insediamenti ebraici sono stati costruiti vicino alle famiglie palestinesi prese di mira. Le invasioni domestiche avvengono regolarmente per queste famiglie, servendo come forma di pressione per incoraggiarle ad abbandonare le loro case in modo che i coloni possano occuparle.

Un sondaggio delle Nazioni Unite del 2019 su un’area di Hebron ambita dai coloni ha rilevato che in un periodo di tre anni, il 75% delle case palestinesi nel quartiere era stato “mappato”. Un residente la cui casa è stata perquisita più di 20 volte ha detto ai ricercatori di Yesh Din: “Penso che le irruzioni dei soldati siano solo un deterrente, per cacciarci di casa”.

Spiare i palestinesi

Persino alcuni ex soldati capiscono che le motivazioni della raccolta di informazioni per queste invasioni sono fasulle. Molti hanno detto ai gruppi per i diritti umani che le informazioni presumibilmente ottenute da queste operazioni non sono mai state utilizzate in seguito.Nessuno è stato in grado di indicare una banca dati in cui venivano archiviate le informazioni.

Anche se le operazioni di mappatura riguardavano principalmente la raccolta di informazioni, l’esercito ha mezzi molto più efficaci per spiare e controllare la popolazione palestinese nei territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Il lavoro dell’Unità 8200, una delle tante squadre dell’esercito per raccolta di informazioni, include l’ascolto delle comunicazioni palestinesi per trovare segreti che possono essere usati per ricattare ed estorcere ai palestinesi la collaborazione con le autorità di occupazione.

Una cosiddetta unità informatica nel Ministero della Giustizia israeliano ha il compito di spiare Internet e le comunicazioni sui social media dei palestinesi. E Israele ha infinite altre fonti di informazione sui palestinesi: collaboratori, il registro della popolazione palestinese che controlla, documenti di identità biometrici, tecnologia di riconoscimento facciale, interrogatori ai posti di blocco, uso di droni e sequestro di palestinesi per interrogatori.

Complicità dei tribunali

Ancora più importante, l’esercito sa che può continuare come prima con queste invasioni domestiche usando altri pretesti. Comprenderà le operazioni di “mappatura” all’interno di tipologie ancora più violente di incursioni notturne, come la ricerca di armi, gli interrogatori di bambini sul lancio di pietre o gli arresti.

Purtroppo, i tribunali israeliani hanno sempre mostrato la volontà di colludere con l’esercito proprio in questo tipo di inganni salva-faccia e ciniche manipolazioni del linguaggio. Non c’è motivo di credere che il sistema giuridico israeliano farà qualcosa di concreto per garantire che le invasioni domestiche, sia per “mappatura” che per qualsiasi altro scopo, abbiano fine.

I resoconti dei tribunali israeliani sono stati costantemente pessimi nel proteggere i palestinesi dagli abusi dell’esercito israeliano. Anche quando i tribunali si pronunciano tardivamente contro i protocolli militari che violano palesemente il diritto internazionale, l’esercito trova invariabilmente il modo di indebolire la sentenza, di solito con la complicità del tribunale. Per anni, l’esercito ha continuato a usare i palestinesi come scudi umani, trascinando avanti procedimenti legali riqualificando la pratica come una cosiddetta “procedura di vicinato” o “preavviso”.

Non è difficile immaginare che “l’intel mapping” possa ricevere un simile rifacimento linguistico usando un nuovo gergo. E c’è un motivo in più per essere scettici: Più di 20 anni fa, l’Alta Corte israeliana ha vietato la tortura dei detenuti palestinesi, eppure, è continuata quasi senza sosta perché la Corte ha creato una scappatoia per i casi definiti come “bombe ad orologeria”, quando cioè gli interrogatori presumibilmente devono affrontare una corsa contro il tempo, a causa di un pericolo imminente, per estorcere informazioni “necessarie” per salvare vite umane.

La realtà è che quando Israele tratta la sua occupazione come permanente, allora preservare l’infrastruttura dell’occupazione, per sorveglianza, controllo, intimidazione e umiliazione, diventa una necessità assoluta. Quando l’occupante cerca inoltre di cacciare i palestinesi per sostituirli con la propria popolazione di coloni, il marciume è ancora più profondo. Uomini, donne e bambini palestinesi sono ridotti a nient’altro che pedine da spazzare via da una scacchiera.

Per questo motivo, le invasioni domestiche, il terrore delle famiglie nel cuore della notte da parte di soldati mascherati, continueranno, qualunque sia l’eufemismo usato per giustificarli.

Jonathan Cook è un giornalista britannico che vive a Nazareth dal 2001, in passato ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo.

La versione originale di Middle East Eye

Traduzione in italiano di Beniamino Rocchetto per Invictapalestina.org

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La coesistenza pacifica non è andata in frantumi: è sempre stata un mito – Nimer Sultany

Il pezzo che segue è apparso sul Guardian, il 19 maggio 2021. Nimer Sultany è docente di diritto pubblico alla SOAS di Londra. Prima di entrare a far parte della SOAS, ha esercitato la professione di avvocato nel campo dei diritti umani in Israele/Palestina.

Martedì 18 maggio, nella mia città natale di Tira, situata all’interno dei confini israeliani precedenti al 1967, i negozi erano chiusi e le strade vuote. Era stato dichiarato uno sciopero generale per protestare contro le politiche israeliane, dalla pulizia etnica a Sheikh Jarrah, all’assalto alla moschea di al-Aqsa e all’attacco a  Gaza.

Mentre il bilancio delle vittime palestinesi continua a salire, i commentatori lamentano il crollo della convivenza tra cittadini palestinesi ed ebrei all’interno di Israele. Tuttavia, nella mia esperienza di cittadino palestinese in Israele, una convivenza del genere non è, in primo luogo, mai esistita. La coesistenza implica uno sfondo di uguaglianza, libertà e rispetto reciproco. Nel contesto del governo di Israele su di noi, tuttavia, la convivenza è una finzione che nasconde una realtà fatta di vite separate e ineguali.

Come la stragrande maggioranza dei Palestinesi all’interno di Israele, sono cresciuto in una comunità araba separata e ho frequentato un sistema scolastico arabo separato, dall’asilo al liceo. Studente di giurisprudenza, non riuscii ad affittare un appartamento nella città di Rishon LeZion a causa delle mie origini ed ebbi bisogno dell’aiuto di un amico di famiglia, ebreo, che firmò il contratto di locazione al posto mio – per aggirare i pregiudizi dei proprietari. Da giovane avvocato, nell’ottobre 2001, finii al pronto soccorso dopo essere stato aggredito da agenti di polizia armati di manganello: i residenti della mia città natale stavano protestando contro la confisca delle terre, comprese quelle appartenenti alla mia famiglia. Ogni volta che mi sono recato all’estero per studiare, all’aeroporto ho subito discriminazioni razziali.

Ho sempre trovato sconcertante che così tanti sostengano che il problema consiste semplicemente nell’occupazione israeliana del 1967 della Cisgiordania e di Gaza. Ma i fatti sono lì per chiunque li voglia vedere. Il sistema politico e giuridico di Israele è fondamentalmente ineguale. Omette palesemente il principio formale di uguaglianza dalla carta dei diritti; consente a centinaia di comunità ebraiche di escludere i non Ebrei dalla residenza; la sua legge costituzionale dichiara che gli insediamenti sono un valore supremo per lo Stato; e i leader israeliani affermano ripetutamente che Israele non è uno stato di tutti i suoi cittadini perché è uno stato ebraico. I tribunali israeliani sono parte del problema in quanto hanno sancito la colonizzazione delle nostre terre e la nostra generale subordinazione, la nostra esclusione dai diritti fondamentali.

Tira era una città agricola. Decenni di confische, demolizioni di case, incarcerazione e discriminazione nell’istruzione, nell’occupazione e nel welfare hanno trasformato la mia città, come praticamente ogni città palestinese in Israele, in un ghetto con scuole scadenti e alti tassi di povertà e criminalità. Quasi il 50% delle famiglie palestinesi in Israele vive al di sotto della soglia di povertà – e sebbene dal 2009 costituiamo circa il 20% della popolazione, rappresentiamo il 50% di quella carceraria. Tira è diventata un centro della criminalità organizzata in cui la guerra tra bande e il pagamento del pizzo sono fin troppo frequenti. Gli slogan dello stato di diritto in Israele suonano vuoti per coloro che vivono in una situazione di costante insicurezza e illegalità.

Un recente rapporto di Human Rights Watch ha giustamente definito le politiche di “giudaizzazione” del Negev e della Galilea come parte di un sistema di apartheid. Ma questa politica è evidente anche in altre parti del Paese, comprese le cosiddette città miste che ora sono diventate teatro di rivolte. “Miste” è un’altra frase che nasconde la realtà dei muri di cemento che separano i quartieri palestinesi ed ebraici a Lydda e Ramleh. Non c’è coesistenza quando la giudaizzazione di queste città miste e l’espulsione dei cittadini palestinesi vengono abitualmente invocate nelle elezioni municipali. Con l’aiuto dell’Israel Land Administration, i coloni della Cisgiordania e i fanatici religiosi stabilirono un insediamento per soli ebrei a Lydda. Anche la costante minaccia di demolizioni di case nei quartieri palestinesi di Lydda e nel villaggio vicino e non riconosciuto di Dahmash non sono esempi di convivenza.

La minoranza palestinese ha sperimentato tali politiche per decenni e ha protestato contro di esse per decenni. Queste proteste sono spesso accolte con violenza letale da parte della polizia, senza che essa sia chiamata a rispondere per gli illeciti commessi. Negli ultimi giorni, i miei concittadini hanno condiviso il video di arresti di giovani e di brutalità commesse dalla polizia senza che fosse stata provocata – pratiche che ricordano l’attività della polizia a Gerusalemme est. Benjamin Netanyahu ha pubblicamente assicurato agli agenti di non preoccuparsi delle indagini e delle commissioni d’inchiesta. L’incitamento ha portato ad attacchi da parte di coloni armati e gruppi organizzati di estrema destra a Lydda e altrove. Il canto di “morte agli arabi” di questi gruppi suona  familiare ai cittadini palestinesi negli stadi di calcio di tutto il Paese.

L’ allontanamento forzato, la confisca di terre, l’inferiorità davanti alla legge e l’incarcerazione sono realtà condivise da tutti i Palestinesi, non soltanto nei territori occupati ma anche “all’interno” di Israele. È semplicemente sbagliato affermare che una convivenza preesistente sia stata infranta. I Palestinesi all’interno di Israele stanno protestando contro le politiche israeliane a Sheikh Jarrah e il bombardamento di quel campo di prigionia densamente popolato di profughi che è Gaza,  perché vedono l’unità e la continuità nel sistema coloniale di oppressione su tutti i Palestinesi. La nostra protesta sta affermando l’unità di una lotta anticoloniale per l’uguaglianza e la libertà.

(Traduzione di Giovanni Pillonca)

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Scriviamo una lettera di sostegno a Eran che è in un carcere militare israeliano perché si rifiuta di servire nell’esercito

(da: Refuser Solidarity Network)

Mi chiamo Eran, ho 19 anni e vivo a Tel Aviv. Mi rifiuto di essere arruolato nell’esercito israeliano perché non sono disposto a prendere parte all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ho già scontato 14 giorni di carcere militare e domenica scorsa sono stato condannato ad altri 20 giorni di carcere.

Fin da ragazzo, mi sono sforzato di comprendere la situazione politica in Israele e le relazioni di potere tra Israeliani e Palestinesi. Dopo aver studiato l’argomento, sono arrivato a capire la realtà quotidiana dei Palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana. Più ho appreso del blocco di Gaza e della mancanza di diritti umani fondamentali per i Palestinesi in Cisgiordania, più è stato chiaro per me che non potevo accettare di diventare un soldato e prendere parte all’oppressione del popolo palestinese.

Nella mia dichiarazione al Comitato dell’esercito per la concessione di esenzioni per motivi di coscienza, ho dichiarato le ragioni del mio rifiuto del servizio militare:

  • Rifiuto perché ritengo che sia immorale e irragionevole tenere il popolo palestinese sotto controllo militare e sotto un blocco continuo, senza concedergli diritti civili e politici e violando costantemente i suoi diritti umani.
  • Mi rifiuto perché credo che tutti gli esseri umani dovrebbero essere governati da istituzioni che li rappresentano.
  • Mi rifiuto perché credo che l’arruolamento nell’esercito legittimi l’occupazione e la serva.
  • Rifiuto perché credo che Israele potrebbe e dovrebbe porre fine immediatamente all’occupazione, sia con un accordo, sia con il ritiro, sia concedendo la cittadinanza al popolo palestinese e stabilendo uno stato binazionale sia per i Palestinesi che per gli Israeliani.
  • Mi rifiuto perché rispetto le regole e le norme del diritto internazionale e della comunità internazionale, che rifiutano l’occupazione israeliana.

Il giorno della mia leva, mi sono rifiutato di essere arruolato e sono stato rinviato a giudizio in un tribunale militare. Uno degli ufficiali mi ha detto che voleva evitarmi di andare in prigione e che aveva una soluzione che mi avrebbe permesso di fare il servizio militare se mi univo alle forze di polizia israeliane. Ho accettato, credendo che in quel modo avrei potuto servire il paese senza prendere parte all’occupazione. Sono stato invitato a un colloquio per le forze di polizia nel quartier generale nazionale a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est occupata. Ho rifiutato perché non voglio invadere i territori palestinesi. Di conseguenza, sono stato respinto dalla polizia come obiettore di coscienza e sono stato rimandato al tribunale militare. L’ufficiale che mi aveva suggerito di entrare nella polizia era arrabbiato per la mia “testardaggine”, ma ha detto che avrebbe cercato di cambiare la decisione della polizia. Sono stato chiamato per un’altra intervista a Gerusalemme Ovest. Lì, sono stato respinto per aver affermato che non avrei segnalato o utilizzato informazioni riguardanti i territori occupati che avessi ricevuto durante il mio servizio di polizia. Sono stato processato ancora una volta dal tribunale militare e condannato a 14 giorni di carcere. Dopo i falliti tentativi dei militari di trovare per me una possibilità di servizio che non fosse contro la mia coscienza, la mia conclusione è che non è possibile prestare servizio nell’esercito o nella polizia senza prendere parte all’occupazione. Dopo 54 anni, l’occupazione è penetrata in tutte le posizioni di sicurezza in Israele. Questo è inevitabile e cesserà solo quando l’occupazione stessa avrà fine.

In solidarietà,

Eran

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Cannes: gli attori palestinesi protestano contro “la cancellazione culturale” della Palestina

Ci opponiamo ad ogni forma di repressione da parte del regime israeliano, che impedisce al popolo palestinese di vivere, esistere e creare”, hanno dichiarato i dodici attori principali del film ‘Let there be morning’.

(Middle East Eye)

Gli attori palestinesi del lungometraggio Let there be morning [Che sia mattina] hanno boicottato il Festival di Cannes che si sta attualmente svolgendo per protestare contro “la cancellazione culturale” della Palestina.

“Non possiamo ignorare la contraddizione della presentazione del film a Cannes con la dicitura ‘film israeliano’, mentre Israele continua a condurre da molti decenni la sua campagna coloniale di pulizia etnica, espulsioni e apartheid contro di noi, il popolo palestinese”, hanno dichiarato i dodici attori in una lettera indirizzata alla direzione del festival.

“Noi resistiamo ad ogni forma di oppressione coloniale israeliana contro il diritto del popolo palestinese a vivere, esistere e creare”, proseguono gli attori Alex Bakri, Juna Suleiman, Ehab Elias Salameh, Salim Daw, Izabel Ramadan, Samer Bisharat, Yara Jarrar, Marwan Hamdan, Duraid Liddawi, Areen Saba, Adib Safadi e Sobhi Hosary, che denunciano “la cancellazione pregiudizievole che viene inflitta ai palestinesi” nel momento in cui il loro lavoro viene presentato sui media come “israeliano”.

“Ogni volta che l’industria cinematografica ritiene che noi e il nostro lavoro ricadiamo sotto la dicitura etnico-nazionale di “israeliano”, viene per prima cosa perpetuata una realtà inaccettabile che assegna a noi, artisti palestinesi con cittadinanza israeliana, un’identità imposta dalla colonizzazione sionista per mantenere la continua oppressione dei palestinesi all’interno della Palestina storica, la negazione della nostra lingua, della nostra storia e della nostra identità,” hanno scritto in particolare gli attori.

“Pretendere che noi restiamo inerti ed accettiamo questa etichetta (…) non soltanto normalizza l’apartheid, ma continua anche a consentire la negazione e il mascheramento della violenza e dei crimini inflitti ai palestinesi,” aggiungono.

“Siamo uniti e facciamo appello alla comunità artistica ed internazionale perché amplifichino la voce dei palestinesi. Ci opponiamo ad ogni forma di repressione da parte del regime israeliano (che impedisce) al popolo palestinese di vivere, esistere e creare”, concludono gli attori.

Il regista del film, l’israeliano Eran Kolirin, ha condiviso sulla sua pagina Facebook la lettera dei suoi attori con questo messaggio: “Amo queste persone. Rispetto la loro decisione (anche se mi sarebbe piaciuto che fossero presenti per celebrare insieme a me il loro valore artistico) e sostengo la loro lotta. Grazie per le belle parole, bravissimi attori”…

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Soldati israeliani fanno irruzione in un centro per l’infanzia nel campo profughi di Jenin e distruggono libri, giocattoli e l’impianto idraulicoTony Greenstein

Il Brighton Trust, l’ente caritatevole di cui io sono un amministratore, insieme agli attivisti dell’inglese National Education Union, (sindacato personale scolastico) raccoglie fondi da tre anni per il centro per l’infanzia Al-Tafawk nel campo profughi di Jenin, nella Palestina occupata.

Il centro, gestito da volontari del posto e l’unico nel suo genere nel campo, ospita 14.000 profughi palestinesi che hanno perso la casa dopo la fondazione di Israele nel 1948. Offre giochi, istruzione, cibo e un’affettuosa accoglienza a circa 120 minori, fra i 3 e i 16 anni.

È l’unica occasione di divertimento nella cupa atmosfera del campo, che durante la Seconda Intifada nel 2002 ha perso decine di abitanti nel massacro dell’esercito israeliano e oltre 400 abitazioni in seguito a una brutale campagna di demolizioni, uno dei molti atti di punizione collettiva condotti dagli israeliani contro civili palestinesi. Da allora il campo ha subito regolari incursioni militari.

Il centro Al-Tafawk, sorto nel 2010, era riuscito a sfuggire all’attenzione dei militari, almeno fino a poco tempo fa. I primi segnali che l’esercito l’aveva preso di mira sono arrivati a gennaio, quando il manager è stato incarcerato per 24 ore e gravemente traumatizzato.

Sulla scia delle proteste nella Gerusalemme occupata dopo gli attacchi israeliani contro i fedeli della moschea Al-Aqsa e i sanguinari bombardamenti di Gaza, le forze israeliane hanno intensificato il loro regime di terrore su tutta la Palestina storica, estendendolo anche alla Cisgiordania occupata, dove alla fine di maggio sono stati uccisi oltre 25 palestinesi. A Jenin, come in altre città palestinesi, ci sono state dimostrazioni contro la violenza israeliana.

La sera del 15 maggio l’esercito israeliano ha compiuto un raid contro il centro per l’infanzia Al-Tafawk di Jenin distruggendolo completamente. La loro scusa era che stavano cercando delle armi, ma naturalmente non le hanno trovate.

Un testimone ha dichiarato:

“Hanno fatto irruzione nel centro ieri sera. Hanno cominciato a sparare dall’esterno. Poi hanno abbattuto la porta d’ingresso e sono entrati. Hanno messo tutto a soqquadro e danneggiato ogni cosa di valore.”

Oltre ad arredi e attrezzature, i soldati hanno intenzionalmente distrutto le infrastrutture, rendendo l’edificio insicuro e inutilizzabile. Hanno demolito le tubature dell’acqua e i rubinetti, sfasciato il quadro elettrico, tagliando la luce e interrompendo l’erogazione dell’acqua, hanno danneggiato scale e porte, divelto maniglie. Il danno ammonta in totale a migliaia di dollari.

Non hanno neppure risparmiato i libri dei bambini. Secondo un altro testimone, un soldato intento a far proprio questo, ha urlato che i bambini palestinesi non hanno bisogno di leggere libri, dato che sarebbero cresciuti per diventare assassini ed essere uccisi.

Da ebreo, questo atteggiamento di totale disprezzo razzista per i bambini palestinesi, la convinzione che non abbiano bisogno di istruzione dato che comunque moriranno presto, mi ricorda l’atteggiamento dei nazisti verso i bambini ebrei.

Al regime di occupazione israeliano è chiaro che il centro Al-Tafawk, o qualsiasi altra organizzazione della società civile palestinese di questo genere, rappresenta una minaccia. Questo è il motivo per cui il centro, e iniziative simili, cerca di offrire ai palestinesi la possibilità di un minimo di normalità nelle loro vite.

Ma a una popolazione sfollata e traumatizzata, condannata a una totale pulizia etnica, non può essere permesso di mettere radici e vivere la normalità. Deve essere sempre tenuta in una condizione di precarietà, ripetutamente spossessata e oppressa affinché cessi di reclamare la propria terra.

Ecco perché Israele demolisce periodicamente case palestinesi, con bulldozer o bombe, distruggendo infrastrutture, che siano gli impianti di trattamento delle acque a Gaza o pannelli solari nella Cisgiordania occupata, e tormenta e attacca i fedeli palestinesi mussulmani e cristiani a Gerusalemme.

La distruzione del centro Al-Tafawk, come quella di molti altri edifici civili, smentisce l’affermazione che gli israeliani agiscano per legittima difesa. È una bugia che sempre meno persone in Occidente sono disposte a credere, dato che l’intento genocida di Israele è così chiaro.

Abbiamo cominciato a raccogliere fondi per riparare il centro e riaprirlo ai bambini, ma ho deciso di scrivere a Tzipi Hotovely, personalità di estrema destra e ambasciatrice di Israele nel Regno Unito, per chiedere che Israele paghi i danni e risarcisca i bambini che sono stati traumatizzati da ciò che è successo. Non ho ricevuto risposta.

Se voi lettori voleste contribuire lo potete fare qui. Potete anche aiutarci diffondendo la notizia e facendo pressione sui politici del vostro Paese affinché agiscano e smettano di ignorare i crimini israeliani contro i palestinesi. È ora che Israele sia considerato responsabile per la miriade di violazioni del diritto internazionale, inclusi l’uccisione, l’imprigionamento e la persecuzione di minori palestinesi e gli attacchi contro case e infrastrutture civili.

Tony Greenstein, inglese di Brighton, veterano attivista anti-sionista e anti-fascista ebreo. Nel 1982 ha co-fondato in Gran Bretagna la Palestine Solidarity Campaign [Campagna di Solidarietà con la Palestina]. Nel 2016 è stato sospeso dal partito Laburista e nel 2018, in seguito a una caccia alle streghe sull’antisemitismo [all’interno del partito, ndtr.], è stato il primo ebreo a esserne espulso. È l’autore di The Fight Against Fascism in Brighton and the South Coast. [Lotta contro il fascismo a Brighton e nella Costa Meridionale]. Ha scritto molto sulla Palestina e il sionismo per varie pubblicazioni, fra cui il Guardian nella rubrica Comment is Free, Journal of Holy Land andPalestine Studies, Tribune e Weekly Worker. È figlio di un rabbino ortodosso e da giovane è stato membro del movimento religioso sionista Bnei Akiva, ora parte del movimento per il Greater Israel (Grande Israele).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

da qui

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

2 commenti

  • Comunicato di Defense for Children International – Palestine del 30.07.2021

    A Ramallah (Cisgiordania) alle 5 di questa mattina la polizia di frontiera israeliana ha fatto irruzione nel quartier generale palestinese di Defense for Children International.
    Hanno confiscato apparecchiature informatiche e file relativi ai minori palestinesi detenuti nelle carceri militari israeliane.
    Nessun documento indicante il motivo dell’irruzione è stato esibito, né lasciata alcuna ricevuta relativa al materiale sequestrato.
    Quest’ultimo gesto delle autorità israeliane è parte dell’attuale campagna per mettere a tacere e distruggere la società civile palestinese e le sue organizzazioni per i diritti umani come il D.C.I.P. (Defense for Children International – Palestine).
    Le autorità israeliane devono immediatamente porre fine ai loro tentativi di delegittimare e criminalizzare i difensori dei diritti umani palestinesi e le organizzazioni della società civile.
    La comunità internazionale riscontri per intero le responsabilità israeliane.
    Il nostro ufficio era vuoto al momento del raid e il nostro personale è fisicamente al sicuro. Grazie per i tanti auguri di solidarietà e sostegno che abbiamo già ricevuto: siamo grati di averti come parte della nostra comunità.
    Per favore condividi la nostra dichiarazione sul raid su Facebook e Twitter e continua a essere solidale con i bambini palestinesi.

  • Francesco Masala

    Comunicato stampa

    Seconda edizione del Falastin festival

    Roma,15 settembre 2021_ Da Giovedì 16 settembre a Domenica 19 settembre, nel-lo storico circolo Arci “Concetto Marchesi” a Roma (Metro B S.Maria del Soccor-so), si terrà la seconda edizione del Falastin, il festival dedicato alla cultura Palestinese, organizzato e promosso dallaComunità Palestinese di Roma e del Lazio e dai Giovani Palestinesi di Roma.
    Un viaggio sensoriale e culturale nella Palestina, terra ricca di colori, profu-mi e sapori. Un festival di inclusione, approfondimento e intrattenimento con: mu-sica, arte, teatro, reading di poesie, cinema,
    danza, presentazioni di libri, tavole rotonde, truccabimbi, laboratori di cultu-ra e lingua araba e cucina tradizionale.
    All’interno di una grande kermesse, presenti personaggi di prestigio interna-zionale, del mondo del cinema come Mohammed Bakri – attore,
    regista e sceneggiatore palestinese, di Oltre le sbarre [1984] candidato agli Oscar, vicitore dell’Arab Critic Award e vincitore al Festival di Cannes, come miglior attore, per il film Wajib – invito al matrimonio e
    molti altri – e le attrici: Sara El Debuch, Hanin Tarabay e Dalal Suleiman.
    In scena anche la performance teatrale dedicata a Vittorio Arrigoni “Ionon credo nei confini. Restiamo Umani”, regia di Gianfranco Iencinella. Nel corso del-le quattro giornate si alterneranno presentazioni di libri di autrici del cali-bro di: Alae Al Saedi, Beatrice Tauro, Isabella Camera D’Affitto.
    La proposta musicale di questa seconda edizione è ricca di ritmi e sonorità ete-rogenee: dalla musica di Ahmad Kleibo – artista di Gerusalemme, al combat hi-phop delle Psychos, una musica che combatte le ingiustizie, le violenze, l’oppressione e il razzismo, al concerto di Curandero, per finire la domenica, con il gruppo tutto al femminile Pulkra, e musiche della resistenza. Il Sabato, presente anche, una speciale Jam Session per la Palestina con Curandero, Toufic Koleilat e il polistrumentista Jose Ramon Caraballo Armas, uno dei fondatori di Bandabardò che attualmente collabora con Daniele Silvestri e il Sepeto Nabo-rì.
    Durante le quattro giornate sarà presentata un grande mostra dedicata alla Palestina coni: “Libertà tra le mura” del fotoreporter Jaafar Ashtiyeh – vinci-tore dell’Arab Journalism Award, la mostra del fumettista Gianluca Foglia, Fogliazza, Al Khalil, Hebron, Restauro del Centro Storico, a cura di AssoPace Palestina, Jasmine Barri, fotografa palestinese, Dabes, artista del gruppo Gio-vani Palestinesi di Roma, Amirah Suboh, artista e illustratrice palestinese, la mostra fotografica “Storia della Palestina” e una mostra dell’artigianato pa-lestinese.
    Presenti anche laboratori gratuiti di tatreez – ricamo palestinese – con Jasmi-ne Barri e vari laboratori linguistici e artistici gratuiti per i più piccoli tenuti con la scrittrice e docente arabista Alessandra Amorello.
    Inoltre ci sarà il libro-gioco “La piccola lanterna” curato da Arabook.
    Tutti i giorni, dalle 18.00, sarà possibile assaporare la cucina palestinese e mediorientale: tè palestinese shai, accompagnato dai dolci tipici e piatti tradi-zionali della cucina levantina. La domenica, sarà l’unica giornata in cui la cu-cina sarà aperta anche durante l’orario del pranzo con una tipica grigliata Palestinese.

    Ufficio Stampa
    Sara Alawia falastin.festival@gmail.com 39 3293260242

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