Paolo Buffoni – La roba del batterista

Fotografia by Xavier Cuadrada

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Prima di ogni gig, il campo è suo. Joe occupa metà palco con gli arnesi che via via libera dalle custodie, dagli astucci, dalle fodere. Gli altri musicisti attendono intorno con pazienza e rispetto. Di solito, si limitano a controllare d’avere le scarpe ben lucide. Solo se c’è molta confidenza, danno una mano. Ma senza invadenza. Attenendosi scrupolosamente alle sue istruzioni.
Lui è molto concentrato, sembra preso nell’allestimento della postazione di una mitragliatrice.
Quella roba lì lui la spolvera, la lucida, la olia, la regola, chiude morsetti, misura tensioni, allenta viti e rondelle. Poi torna a stringerle, ficca due stracci nella grancassa per smorzarne la potenza, prova distanze e accomodamenti, alza e abbassa aste, controlla pelli e corde, ammorbidisce pedali e prova piatti, fa il solletico al charleston piegandosi per avvicinare l’orecchio e sentire le risatine che fa, ausculta tutte le possibili vibrazioni e borbotta: “mhm… la mia vecchia merda è sempre rooba ok… la roba nuova è sempre veera meerda.”. Dopo di che, fa un po’ il giocoliere con le bacchette: uno sfizio che si toglie solo durante le prove e i preparativi, maai in concerto: li considera esibizionismi da cafone che non si confanno al suo stile.
Non ci crederai ma, caspita, il tipo parla davvero così: il drummer è proprio sboccato, ma dietro l’apparente limitatezza del suo succinto turpiloquio si nasconde una sensibilità sconfinata e una precisione millimetrica, che qualche collega invidioso, o pigro, ha scambiato per pedanteria, affibbiandogli il nomignolo di “Cacaspilli”.
Tutti gli altri, invece, lo chiamano semplicemente Big Joe. Niente d’originale o particolarmente fantasioso: Joe è il batterista più grasso e grosso che si sia mai visto in giro. Caratteristiche piuttosto rare in quella categoria di musicisti. Le si nota soprattutto durante questi riti preparatori, dedicati al montaggio dell’ingombrante strumento. Sì, perché Joe li esegue prima d’indossare l’abito di scena: porta solo una maglietta striminzita e le braghe di una tuta da jogging. Così, mentre si affanna a montare i vari pezzi “di merda” della sua batteria, esibisce buona parte del suo corpaccione. È imponente ma non suscita timore. Al contrario: è invitante come una montagna di cioccolato. La ciccia è imperlata di sudore, la pelle lucida e brillante, liscia e morbida. Fossi una donna bionda ossigenata pallida e golosa mi verrebbe da morderlo tutto, facendo dei gridolini come squittii tra un morso e l’altro. Ma questo è un altro discorso. Meglio che queste fantasie me le tenga per me. Parliamo di musica, apparentemente casta e innocente.
Quando Stan, il leader del gruppo, un sassofonista alto e dinoccolato, tutto ossa, nervi e polmoni, presenta ai compagni le nuove idee su cui ha gettato il sangue per l’intera notte precedente, sbuffando nello strumento tutte le sinuose curve melodiche che gli son passate per la testa, che s’ammorbidiscono e si stendono fino a diventare fili di suono dritti e piani, ma presto s’imbizzarriscono e s’attorcigliano in riccioli di note, cavati a viva forza dalla massa compatta del concetto sonoro, il drummer non si discosta molto dal solito registro comunicativo: “Ehi, Stan! Come t’è venuta in mente ‘sta robaa? Erano secoli che non tiravi fuori della merda così!”.
Stan ha l’orecchio fino: non solo per la musica, anche per cogliere tutte le sfumature, le tonalità e le cadenze e le inflessioni con cui il suo batterista è capace di pronunciare la parola “merda”: non ha dubbi che, in questo caso esprima, dal più profondo del cuore, apprezzamento entusiastico, convinta ammirazione.
Poi, tra quella gente, non è che le parole abbiano troppa importanza. La partecipazione, la condivisione o il rifiuto si esprimono attraverso tutt’altri codici, ben più sofisticati e articolati. Roba che neanche tra gli innamorati… I movimenti degli occhi, per dire la cosa più banale. Ma non quelle occhiate che tutti si potrebbero immaginare, tipo i cenni d’intesa o gli sguardi
 di rimprovero. È una cosa molto più sottile.
Per esempio, quando Stan esegue col sax le linee centrali di un nuovo pezzo che propone fresco fresco al quartetto, insomma, quando per la prima volta fa ascoltare ai suoi colleghi della “merda” nuova, intravede gli impercettibili movimenti degli occhi di Big Joe “Cacaspilli”, mentre quello se ne sta perfettamente immobile seduto sullo sgabello dietro la batteria. Stan sa perfettamente cosa sta combinando il compare: sta guardando in successione i punti esatti dei tamburi, dei piatti e del rullante dove andrà a poggiare i suoi colpi, immaginandone l’intensità e l’accento. Uno per uno li vede quei colpi (e, nella sua testa già li sente) accompagnare e corroborare la musica appena accennata dal sax.
Stan riesce a misurare la mole di invenzioni ritmiche, distingue, seguendo i minimi movimenti degli occhi di Big Joe, le linee ritmiche che il ciccione sta immaginando. Lui, Stan, non sarebbe mai stato capace neanche di immaginarne un decimo. Stan sa che la fantasia di Big Joe è la salvezza del quartetto e della loro musica. Senza quella folle creatività ritmica verrebbe fuori una roba elegante e armonicamente ineccepibile sì, ma rigida e prevedibile come uno di quei fottuti standard che fan venire il latte alle ginocchia.
 Le palle degli occhi di Big Joe, in un certo senso, stanno tracciando dei segni sulla partitura mentale che il batterista sta componendo a partire dalle sollecitazioni offerte dal sax di Stan. È incredibile! Perché quei movimenti oculari non sono molto più ampi dei rapid eye movement che accompagnano il sonno paradossale e i sogni che lo popolano.
Stan è contento che l’omone della batteria, il “suo” gigante buono, sappia ragionare con la sua testa, con grande libertà.
Il fatto che Stan sia in grado di percepire quei movimenti degli occhi è la prova del legame che lo lega al suo corpulento batterista: un permanente dialogo creativo fatto di ascolto, di scambio, di intuizioni, di complicità e di fiducia. Visto da fuori, come lo vedo io, che sono un semplice agente procacciatore d’ingaggi e contratti, quella roba sembra telepatia allo stato puro. Ma, in fondo, so che non è così: quella roba è jazz, mescolato con massicce dosi d’amore.
Se Big Joe dovesse mai leggere queste righe, mentre m’abbraccia quasi stritolandomi con quei braccioni che sembrano prosciutti, mi direbbe: “Cazzo, nanetto, ma come ti viene in mente di sputtanarci scrivendo ‘sta merda?”

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per informazioni e invio testi:
clelia pierangela pieri – xdonnaselva@yahoo.it
luigi di costanzo       – onig1@libero.it

 

Clelia

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