Parigi, dopo di loro il diluvio

E se l’esondazione della Senna e la precarizzazione del lavoro fossero legate?

di Massimo Serafini (*)

MassimoSerafini-vignettaBiani

Le immagini drammatiche di Parigi, assediata dalle acque della Senna, trasmettono rabbia e senso di impotenza. Non sono accadimenti eccezionali, con tempi di ritorno centenari, come insegnano gli statistici, ma si ripetono ogni anno con drammatica puntualità. Intensità delle precipitazioni e loro concentrazione (in pochi giorni cade la pioggia di una stagione) ci confermano che è in corso un cambiamento climatico. Il lungo Senna allagato alimenta la sgradevole sensazione che ci siano due velocità diverse: quella del cambio di clima che corre inarrestabile a cui si contrappone il passo da lumaca delle decisioni politiche utili a fronteggiarlo. La atroce contabilità dei morti e i discorsi di circostanza dei decisori politici non possono che suscitano rabbia, purtroppo solo individuale, quindi inefficace a infastidire i colpevoli di tanta sofferenza e di tanti disagi. Solo pochi mesi fa, proprio a Parigi, era sembrato che i decisori politici di tutto il mondo, in particolare quelli potenti di Stati Uniti e Cina, avessero finalmente capito che non si poteva più aspettare, che era tempo di fare scelte, possibilmente vincolanti, come reclamavano i più seri, per contenere l’aumento delle temperature entro i due gradi. Si stabilì che bisognasse farlo nei prossimi trent’anni. L’accordo suscitò apprezzamenti diffusi, strappò le prime pagine dei media di tutto il mondo che ne decantarono il valore. Va detto che non a tutti gli ambientalisti piacque. Una parte criticò l’odore di business che molte delle misure decise emanavano ma le principali associazioni, a cominciare da Greenpeace, giudicarono l’accordo una svolta, dopo vent’anni di parole al vento che avevano lasciato crescere indisturbata la concentrazione di gas clima-alteranti in atmosfera. Passata una settimana non se ne parlò più, se non in qualche cronaca di eventi calamitosi. Soprattutto nessuno ha mai chiesto ai firmatari di quell’accordo cosa stessero facendo per applicarlo. Nemmeno gli eventi di Parigi hanno stimolato una qualche verifica. Negli Stati Uniti, dove si sta decidendo chi succederà ad Obama, i due candidati che sembra si contenderanno la presidenza non parlano quasi per nulla del cambiamento climatico e quando lo fanno, ad esempio Trump, è solo per dire che, se sarà eletto, farà carta straccia dell’accordo di Parigi. Altrettanto assente è nella campagna elettorale spagnola. Scendendo dalle stelle alle stalle, cioè nel nostro Paese, solo un mese fa gli italiani sono stati invitati dal loro presidente del consiglio a non andare a votare in un referendum contro le trivelle, per paura che il loro voto limitasse le attività estrattive. Ma Renzi non era fra i più entusiasti dell’accordo di Parigi? Questo comportamento irresponsabile gli è consentito anche dall’accordo di Parigi perché gli impegni presi non hanno date di inizio lavori, ma solo scadenze lontane decenni, al contrario del cambiamento climatico che presenta il conto ora con l’aumento degli eventi estremi i quali meglio di ogni discorso spiegano che il cambio di clima non è il futuro a cui dobbiamo prepararci, ma un drammatico presente. Che senso ha impegnarsi a ridurre del 30% i gas clima-alteranti entro il 2030, se poi si lasciano passare anni prima di agire, nei quali si continua a tutelare i petrolieri? In realtà il vero limite dell’accordo di Parigi è la credibilità dei suoi firmatari. Non risulta che nessun Parlamento si sia riunito in questi mesi per approvare un provvedimento, un decreto, con cui cominciare a ridurre l’uso dei combustibili fossili e sviluppare le rinnovabili. In realtà non se ne è riunito nessuno nemmeno per discuterlo. Il re è dunque nudo. L’incompatibilità di questa classe dirigente, quella che governa e quella che sta all’opposizione, con una lotta seria al cambiamento climatico è davanti agli occhi di tutti. D’altronde come potrebbero essere credibili se, dopo avere governato un Paese, molti finiscono per sedere nei consigli di amministrazione delle grandi compagnie petrolifere?

Questa inquietante realtà chiama in causa anche i ritardi della cosiddetta società civile. In questi anni non si è riusciti a costruire un movimento di lotta credibile sul clima. Non serve più a niente mobilitarsi sulle loro scadenze, circondando i luoghi in cui si riuniscono, protestando per i ritardi e magari plaudendo alle belle parole: è inefficace. Nella capitale francese bisognava esserci ora, non solo durante il summit dell’Onu. Per aiutare in primo luogo ma soprattutto per spiegare il perché di piogge così ingovernabili, indicare responsabilità, stimolare l’esigenza di una mobilitazione. Non è chiaro, ma augurabile, se la spunterà la giusta ribellione alla legge sul lavoro di Hollande: la mobilitazione collettiva è l’unica strada per far valere i diritti, che tanto tempo fa si sintetizzava con «ribellarsi è giusto». Si dirà che stabilire un nesso fra la lotta per la giustizia sociale e quella ambientale, per rafforzare entrambe, sia frutto di masturbazioni intellettuali. Eppure a Parigi quelle strade invase dalle acque della Senna sono le stesse in cui si manifesta e si fanno i presìdi contro la legge sul lavoro. Causalità o con un piccolo sforzo di approfondimento si scopre che c’è un rapporto fra l’esondazione della Senna e la precarizzazione del lavoro? La questione sociale si lega a quella ambientale per essere entrambe figlie del modello di crescita, che da destra e sinistra si invoca per uscire dalla crisi. Un modello che, per rilanciarsi ha bisogno contemporaneamente di lavoratori mal pagati e senza diritti e di distruggere l’ambiente. Per costringere il governo francese a ritirare l’iniqua legge sul lavoro i sindacati hanno deciso di bloccare i rifornimenti di benzina e un sondaggio dice che quasi il 70% dei parigini/e è disposto a rimanere a piedi, in altre parole è solidale con la protesta di lavoratrici e lavoratori. In questi giorni in cui più che i presìdi sono le inondazioni a lasciare senza macchina parigini/e, perché non provare a spiegare loro come le piogge che hanno provocato la piena della Senna siano figlie dell’insostenibilità del modello di trasporto il quale con le sue emissioni provoca il cambio di clima. Quei presìdi potrebbero arricchirsi di nuovi protagonisti e di nuovi contenuti di lotta, a esempio un nuovo modello di mobilità.

Non c’è un prima e un dopo: prima pieghiamo il governo sul lavoro e poi pensiamo all’ambiente; in altre parole del lavoro si occupano i sindacalisti e dell’ambiente gli ecologisti. Il rischio di perdere su entrambi i fronti è alto, con la conseguenza che si può finire a spalare fango a ogni pioggia, con contratti precari. Questo nesso va cercato ovunque perché la lotta al cambio climatico è globale o non è. A esempio in Italia, nel recente referendum sulle trivelle non è stato raggiunto il quorum e quindi hanno vinto loro, ma riuscire a impedire che milioni di persone che sono andate a votare non ritornino a casa e si diano da fare per le rinnovabili può rendere davvero precaria la loro vittoria.

(*) Ringrazio Massimo Serafini per il suo articolo; l’immagine – di Mauro Biani – come il titolo e il sottotitolo sono stati scelti in “blottega”. (db)

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