Parole e pratiche per un futuro sostenibile

di Saverio Pipitone (*)

Lotta alla povertà e fame, salute, istruzione, uguaglianza, giustizia, acqua, igiene, energia, clima, biodiversità, innovazione infrastrutturale, città inclusive, economia responsabile, partenariato.
Sono i termini, universali e interdipendenti, dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile: una visione integrata che concilia le dimensioni economica, ecologica e sociale, per soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere quelle future, al fine di costruire un mondo sano, prospero e pacifico, dove gli esseri umani possano esprimere il loro potenziale con dignità ed equità.
Per la sostenibilità, nella realizzazione di progetti, prodotti o servizi, è essenziale che le organizzazioni pubbliche e private, sia grandi che piccole, dai governi agli enti territoriali e dall’industria alla distribuzione, effettuino delle preliminari analisi costibenefici e di ciclo di vita, allo scopo di allocare le risorse disponibili nel modo più efficiente per la collettività e di abbattere, fin dalla fase ideativa, gli impatti ambientali dei manufatti per l’intera durata.

Alla base c’è l’etica dell’astronauta, con un approccio di limitate risorse naturali, e contrapposta a quella del cowboy dello sfruttamento sterminato. Annessa è l’etica degli affari, per la valutazione della giustificazione morale delle attività economico-finanziarie nei livelli macro (mercato), meso (imprese) e micro (imprenditori e professionisti).

Nelle strutture organizzative, la trasposizione dei valori in decisioni e azioni è compito del manager etico che, coadiuvato da un comitato o ufficio etico, attua, divulga e condivide principi e norme, tra diritti e doveri, contenuti nel codice etico, per stabilire relazioni di fiducia nei confronti degli stakeholder, vale a dire portatori di interesse, che sono interni, dagli azionisti o proprietari al management e lavoratori, con relative rappresentanze sindacali o di categoria, sino alle banche; ed esterni come clienti, fornitori, autorità pubbliche, terzo settore, comunità locale e generazioni future.

È una conduzione a responsabilità sociale d’impresa con la governance allargata che coinvolge e armonizza le parti interessate nelle operazioni produttive e commerciali o di mercato, per una finalità, generale e duratura, di reputazione e valore, relativamente alle 5P dello sviluppo sostenibile: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace e Partnership.

Un rendiconto periodico, sugli impegni e effetti nei confronti degli stakeholder, viene dopo esposto nel bilancio sociale, ambientale o di sostenibilità, che misura e valuta i risultati conseguiti, sia quantitativi che qualitativi.

Attenzione però, alla comunicazione dell’ecologismo e socialità di facciata, quando iniziative, prodotti e servizi sono esibiti come sostenibili o responsabili, ma di fatto si tratta di azioni poco significative e apparenti o del tutto false, con messaggi di marketing e pubblicitari ingannevoli, per ottenere unicamente un ingiusto profitto.

Delle apposite agenzie verificano inoltre le attività socio-ambientali delle imprese, classificandole con un rating etico, per orientare opzioni di investimento socialmente responsabile. Ad esempio, con i green e social bond, è possibile impiegare il denaro nelle iniziative di sostenibilità, tra cui ottimizzazione energetica o contenimento delle emissioni, riduzione dell’inquinamento e bioedilizia, fino al miglioramento di istruzione, sanità e lavoro, creando vantaggi per la comunità e nel contempo è garantita un’adeguata remunerazione: nel decennio 2008-2018, gli investimenti etici in Europa hanno registrato una redditività media annua del 3,5%, il doppio rispetto a quelli tradizionali. È stimato che, per centrare gli obiettivi dell’Agenda 2030, serviranno 250 miliardi di Euro all’anno a partire dal 2021, con la mobilitazione di risorse pubblico-privato, ed essenziale sarà la finanza etica.

Meno globale, più locale e alternativa, è invece la finanza delle Mutue Autogestione, in sigla MAG, che senza scopo di lucro, in forma cooperativa, nella reciproca conoscenza e improntate alla trasparenza, raccolgono il denaro dai soci risparmiatori o “obiettori monetari” e lo concedono all’utilizzatore del prestito per un progetto aziendale o comunitario, che solitamente è di piccola entità e radicato nel territorio. La garanzia richiesta è in genere incentrata sulla tipologia dell’iniziativa che è sottoposta ad una scrupolosa analisi per valutare la qualità dell’intervento, l’utilità sociale ed ambientale e la capacità di guadagno, cercando un incontro ed equilibrio delle diverse dimensioni. La prima MAG italiana è del 1978 a Verona, seguita da quelle di Milano, Torino, Reggio Emilia, Venezia, Firenze e delle Calabrie. In pratica le MAG usano lo strumento del microcredito sostenendo quei soggetti che difficilmente accedono al canale bancario e aiutandoli a realizzare delle autonome attività d’impresa.

Molti di quei soggetti divengono imprenditori solidali, che Giacomo Panizza (prete sociale e antimafia), nel libro “Il dono e lo scambio”, definisce come «individui consapevoli di formare un soggetto privato situato in un contesto dato – un territorio locale o globale – e non su un mondo a parte; è un agente che ha a che fare col pubblico; un soggetto che si assume precise responsabilità di fronte a un mercato che crollerà se lo sfrutta, a un territorio che si inquinerà se lo ammorba, a un’attività che coinvolge persone dotate di dignità non come le macchine, a uno Stato che impoverisce se l’imprenditore non sta alle regole della solidarietà tributaria».

Poi c’è il consumatore. Se vuole, ha il potere di cambiare l’offerta di produttori e distributori con scelte di consumo critico, specialmente per alimenti, ma anche abbigliamento, cosmetici, detergenti, elettronica, mobilità, turismo e tanto altro, optando per prodotti scollegati dallo sfruttamento lavorativo, disuguaglianze sociali e danni ambientali. Può farlo da solo tra km0, biologico, filiera corta, mercato del contadino, botteghe del commercio equo, negozi naturali o dello sfuso ed e-shop sostenibili, oppure unirsi ai gruppi di acquisto solidali.

In questi luoghi, con un’attenta selezione, la spesa costa meno del supermarket convenzionale.

L’importante è fare decrescere la mentalità dell’eccesso consumistico, invertendo la rotta dai modelli di mercificazione, fra crescita economica illimitata e insostenibilità ecologica, ed avviarsi verso una scelta di vita frugale, o di semplicità volontaria, che riduce consumi e sprechi, libera il tempo, nell’individuazione dei veri bisogni, per riappropriarsi della felicità.

Nello sviluppo sostenibile, protagonista è la città, da ripensare alla maniera di Ernest Callenbach, ecologista, che spiegava: «La regola base di un riassetto urbano ecologico dovrebbe essere l’uso plurimo e integrato delle risorse secondo un approccio di “economia di prossimità”. Dovremo gradualmente ricostruire l’intero tessuto urbano a misura d’uomo e non di automobile, in modo da dar vita ad attività produttive diffuse, nuove, remunerative, in grado di offrire posti di lavoro in sostituzione dell’attuale complesso militare-industriale».

Vivere senza auto è già realtà. Ecco alcune delle decine di testimonianze riportate nel libro “Vivo senza auto” di Linda Maggiori, con persone comuni di varie parti d’Italia che sono riuscite a sbarazzarsi dell’auto con benefici per l’ambiente: «Ho capito che l’auto era una falsa necessità». «Sono giunta alla conclusione che a 60 anni bisogna liberarsi delle cose inutili». «Mi hanno sempre detto che non avrei potuto fare questo lavoro senza macchina, ed invece ce la faccio». «Non avendo l’auto si è come attivata la mente, e abbiamo trovato nuove possibili soluzioni a cui prima non avevamo pensato».

È pure fattibile vivere senza plastica tra vetro, ceramica, cotone biologico, canapa, bambù, fibre vegetali ed altre alternative, indicate dalla coppia canadese Chantal Plamondon e Jay Sinha nel loro libro “Vivere felici senza plastica”, per sottrarsi in particolare all’usa e getta. Dal 1950 la produzione di plastica ammonta in 7,8 miliardi di tonnellate, di cui quasi il 60% prodotta nell’ultimo ventennio e annualmente i fiumi ne trasportano negli oceani 1-2 milioni di tonnellate. «Conta l’impegno nell’evitarla – scrivono –, ed è uno sforzo che dobbiamo fare tutti insieme: ecco di cosa il mondo ha un disperato bisogno».

Sul Pianeta l’anidride carbonica, generata sopratutto dall’energia fossile, ha ormai raggiunto livelli record di concentrazione nell’atmosfera di oltre 400 parti per milione (ppm), con un +150% rispetto all’era preindustriale, ed un conseguente innalzamento della temperatura terrestre. L’ultimo decennio è stato il più caldo da almeno due secoli, con sconvolgimenti climatici devastanti: dallo scioglimento dei ghiacciai alla desertificazione e dalle frequenti ed estreme calamità naturali ad una maggiore trasmissione di malattie infettive e mortalità. Per superare il sistema inquinante di produzione, consumo e rifiuto, basato su un modello lineare, è necessaria un’economia pulita, circolare e responsabile, con interventi di minimizzazione degli scarti, decarbonizzazione industriale, differenziazione agroecologica e tecnologie verdi, per zero emissioni nel 2050.

L’intellettuale e pensatore ecologico Serge Moscovici diceva: «il progresso va scelto e non subìto».

(*) ripreso da saveriopipitone.blogspot.com

 

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