Patto per l’innovazione e Pubblica Amministrazione

Un documento di Si.Cobas

Il 10 marzo 2021 CGIL CISL UIL, Presidente del Consiglio e Ministro della P.A. hanno firmato

Il Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale.

Per il ministro Brunetta l’innovazione: «avverrà con regole nuove: non più i vecchi concorsi, ma selezioni da realizzare in uno, due, tre mesi prendendo i migliori, quelli che hanno più esperienza.

Due-tre-cinquemila all’anno, per essere immessi in questi progetti che devono cambiare l’Italia per far vivere meglio le famiglie e per far funzionare meglio le imprese»

Le regole nuove sono soluzioni extra concorsuali. La via maestra è quella contrattuale (tra le parti sociali che già nel Patto hanno concordato percorso e obbiettivi), perché strumento agile e flessibile.

Una sorta di just in time di norme da adattare ai servizi pubblici, come il just in time del manifatturiero.

Adattabilità, instabilità, precarietà, insicurezza sono l’orizzonte che il redivivo Brunetta 2.0 vuole riservare ai lavoratori della P.A. e la velocità delle assunzioni (mai si era vista tanta fretta) assegnerà più potere alle Direzioni, maggiore discrezionalità, più potere di nomina.

Con l’arruolamento di manager ad hoc si andranno a soppiantare i concorsi pubblici.

Il nuovo corso nasce all’insegna della ghigliottina perché si annuncia che le nuove assunzioni saranno a tempo determinato ma edulcorate da una durata di cinque anni.

La P.A. da malato dello stato a motore dello sviluppo, si legge nel Patto. Ma come?

Attraverso la semplificazione dei processi e cioè far lavorare meglio e di più i dipendenti e contestualmente ridurre il personale, perché ogni investimento in capitali che prevede immissione di tecnologia o tecniche organizzative innovative è finalizzato ad un incremento della produttività e non miglioramento della qualità dei servizi.

Vengono delineate e anticipate le linee generali della riforma. Nel Patto non sono specificate cifre e impegni economici. Sorprende però che l’impostazione del Patto è sovrapponibile anche nel nome (“Rinnoviamo la P.A.”) alla Piattaforma Unitaria di CGIL, CISL e UIL resa nota il 4 dicembre del 2019, prima che esplodesse la pandemia. Il terremoto epidemico, se da una parte ha cambiato la vita, le aspettative, le prospettive politiche e rivoluzionato sin anche i comportamenti sociali, non ha indotto nessun ripensamento nel sindacalismo confederale.

La bozza non è stata rivista e la rivendicazione di 107€ medi di aumento da più parti viene confermata.

Si sostiene che l’epidemia ha fatto emergere dal corpo sociale forti doti di resilienza e capacità d’adattamento.

Gran parte del Patto poggia su questa valutazione: vista la prova di resilienza e adattamento messa in campo dai lavoratori#ff0000;">, perché non inaugurare un nuovo esperimento?

Perché non sondare ulteriori livelli di resistenza e sopportazione?

Visto che in piena epidemia erano necessarie misure di sanità pubblica, al perdurare della crisi sanitaria e in previsione di un suo superamento si vuol fare di queste una virtù utile alla ricostruzione dei margini di profitto.

Viene promesso il rilancio della P.A. ma è solo un annuncio. Ci si aspetterebbero assunzioni in massa di nuovi dipendenti, lo scorrimento delle graduatorie e la stabilizzazione del precariato. Non è così.

L’investimento è circoscritto a chi “con giusto merito lavora quotidianamente”. Ma beneficiarne saranno le ristrette élite di caporali non più selezionati, come prima, nei concorsi ma cooptati da manager, boss aziendali e confederali. La acquiescenza dei confederali alle linee di politica generali dello Stato fa di essi parte della macchina statale.

Nel patto, di virtuoso c’è solo il giro di parole perché il vero obiettivo è atomizzare il lavoratore, isolarlo dai suoi compagni e minarne le capacità di coalizione.

 

La Bottega del Barbieri

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