«Per molti anni da domani»
di Enrico Semprini
«Per molti anni da domani» è il titolo di un libro curato da Giorgio Brizio ed edito lo scorso anno da Bollati Boringhieri: interrogativi di assoluta attualità, a partire da come i giovani guardano alla Ue.
Un libro con l’ambizioso obiettivo di discutere e magari anche incidere del destino delle elezioni europee del 2024, realizzato attraverso la raccolta di 27 contributi raccolti da 27 attivisti dei Paesi che compongono l’Unione europea.
Giorgio Brizio, cofondatore di Kontiki a Torino, quest’anno di anni ne compie (o ne ha compiuti) 23 e si è rivolto a coetanei o ad attivisti più giovani di lui.
Mi colpisce questa osservazione raccolta nella introduzione:
“Ma l’Europa è la nostra casa e noi la vogliamo migliore.
Siamo giovani incastrati in un percorso che non abbiamo scelto, e che se ne avessimo avuto la possibilità non avremmo mai percorso. La repressione è anche questo, non dare una scelta. La nostra scelta è di non abbassare la testa.”
Con una certa inquietudine mi sono chiesto: quanti di noi, vecchi militanti che portano con orgoglio l’etichetta di internazionalisti, si sono posti il problema di cosa pensano le attiviste e gli attivisti (scrivendo come facevano quelli della nostra generazione) lituani, slovacchi, maltesi, croati, spagnoli, inglesi, ecc.?
Come è possibile dire di essere internazionalisti e non essersi mai posti il problema di capire e conoscere cosa pensano, come lottano e come si pongono attivistu (mi piace l’uso di questo neutro) che potremmo andare a trovare a casa se solo lo volessimo?
Mi colpisce e mi crea un profondo disagio la frase “siamo giovani incastrati in un percorso che non abbiamo scelto”.
Dopo l’ultimo tentativo di costruire un percorso di riflessione mondiale, intergalactico dicevano gli zapatisti, che si sviluppò grazie al movimento zapatista all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso, i percorsi che siamo stati in grado di costruire sono stati percorsi legati ai NO rispetto a ciò che realizzano i potenti della terra. E certamente non sono stati cose senza importanza e tante e tanti hanno dimostrato abnegazione e coraggio e la capacità e volontà di mettere in gioco le proprie vite.
Ma dove sono le nostre proposte? Dove sono le alternative qui ed ora che vogliamo costruire?
La cosa assurda è che non partiamo da zero e che ci sono tentativi importanti, belle teste pensanti che si muovono per il continente; tuttavia sembra che siamo incistati verso le vecchie barriere ormai invisibili dei confini nazionali.
Sembra che parlare di Europa sia una cosa di destra: ma davvero?
Eppure parlare delle responsabilità dell’Europa è il nostro pane quotidiano, ma ne parliamo sempre nel senso delle istituzioni che non ci piacciono, mai dei e con i movimenti che ci piacciono o perlomeno non abbastanza. Che ci piaccia o no anche noi vecchi siamo incastrati in un percorso che non abbiamo scelto, ma è sorprendente che siamo sensibili alla sorte di coloro che vengono da altri paesi, ma sembriamo completamente insensibili alla sorte di coloro che vivono in altri paesi, anche quando ci potremmo parlare.
Dove sono i movimenti internazionalisti in Europa?
La risposta potrebbe essere: da tutte le parti e questo è vero, se parliamo di tensione teorica e astrazione. Ma se facciamo un banale esperimento e proviamo ad inserire in un motore di ricerca la locuzione “movimenti di sinistra europei” o “movimenti rivoluzionari europei”, otteniamo un risultato relativamente alle strutture istituzionali nel primo caso ed una serie di risposte relativamente ai moti rivoluzionari dei secoli scorsi.
In questo articolo non si vuole parlare di architetture politiche di come dovrebbe essere una Europa in grado di rappresentare le istanze che vogliamo: si vuole parlare della capacità attuale dei movimenti, che è quella di saper lottare su contenuti condivisi, come accade per il movimento contro il genocidio in Palestina.
Ci sono temi ricorrenti negli interventi di questi giovani e che vengono riassunti dall’autore in questo modo:
“la lotta alla crisi climatica, che in una logica intersezionale è legata a quella sulle questioni di genere, al tema delle migrazioni (si noti che alcuni paesi europei sono luoghi di emigrazione, n.d.r.) e quindi, in senso più ampio, ai diritti.”
Ancora alcune citazioni dalla prefazione:
“Se riducessimo gli otto miliardi di esseri umani sul pianeta a 100 persone, 60 di queste vivrebbero in Asia, 15 in Africa, 9 in centro e sudamerica, 5 in nordamerica e 10 in Europa, di cui 6 nell’unione europea.”
“Le COP sono una torta in faccia al buon vecchio eurocentrismo, ma anche un regalo prezioso nelle mani dei decisori politici nostrani, dal momento che la gigantesca responsabilità storica nelle emissioni di gas serra hanno reso l’Occidente l’attore che ha più mezzi e capacità di tirare fuori l’umanità dal baratro in cui esso stesso l’ha condotta.”
“Da qualche anno questa casa di anziani che chiamiamo Unione Europea assomiglia sempre più a una fortezza circondata da un ampio fossato, con l’eccezione di un ponte levatoio sempre aperto per il passaggio di risorse, capitali e persone privilegiate. Questa fortezza è in una zona climatica che si riscalda più velocemente della media globale e che subisce ondate di calore che nel solo 2022 hanno causato la morte di circa 70.000 suoi cittadini.
Di fronte alle sue mura, più che un fossato c’è una fossa comune. Il Mediterraneo è la frontiera più letale del pianeta.”
“L’Europa è una casa di anziani di fronte a un giardino d’infanzia. Tra la casa di riposo e il parco giochi si potrebbe realizzare un attraversamento pedonale, un semaforo, un incrocio ben segnalato e regolato; invece abbiamo permesso che sotto quella strada si aprisse una voragine…”
La sfida che ci pone questo libro è quella non tanto e non solo di leggerlo, ma soprattutto quella di metterci in gioco e di saper parlare anche con quei coetanei delle tante case di riposo ribelli sparse per l’Europa per costruire quell’attraversamento pedonale che ci permetta di rientrare in contatto con chi si sente così:
“La mia è una generazione spezzata. Non è la sequenza degli shock: i nostri genitori e nonni hanno vissuto traumi anche più intensi, forse. E’ il ritmo degli shock, la sensazione che il futuro abbia generazionalmente smesso di funzionare come prospettiva migliore del presente.”
Fino a che siamo vivi, abbiamo certamente la responsabilità di far cambiare, con prospettive concrete, questa sensazione.
