Perché il Fiscal Compact fa male all’Italia e all’Europa

Juncker lo esalta, questo appello (*) chiede di bocciarlo

A SEGUIRE L’INTERVENTO DI MARCO BERSANI “FISCAL COMPACT E FONDO MONETARIO EUROPEO: LA DEMOCRAZIA E’ IL NEMICO” (**)

C’è una scadenza imminente a cui la stampa e la politica italiane non dedicano assolutamente alcun risalto, ma che ha invece un rilievo economico e sociale enorme.

Parliamo dell’articolo 16 del Fiscal Compact.

Il Fiscal Compact (o anche Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 paesi europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati europei.

A PIÙ RIPRESE espressioni di insofferenza nei confronti del Patto sono state manifestate da parte di politici italiani di varia estrazione; e giuristi attenti alla legislazione comunitaria hanno denunciato che il Patto sarebbe contrario agli stessi principi sanciti dai Trattati europei, e dunque in nessun modo incorporabile in essi.

Peraltro già nel 2013, su iniziativa italiana, il Financial Times aveva pubblicato il “monito degli economisti”, firmato da alcuni dei più noti economisti viventi, che descriveva l’unificazione monetaria come un esperimento destinato a implodere a meno di una profonda rivisitazione del quadro di regole, tra le quali quelle previste dal Patto.

Il dibattito italiano sull’integrazione del Fiscal Compact nei Trattati Ue è dunque relativamente sporadico rispetto all’urgenza della scadenza ormai prossima, ma al tempo stesso acceso e radicale. Non sembra sia diffusa né tantomeno consolidata un’analisi approfondita del suo effettivo funzionamento e dei risultati prodotti.

IL PRIMO PUNTO è l’esigenza, più volte e da più parti richiamata già nei confronti del Trattato di Maastricht, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita.

Tanto per citare qualche numero, l’incidenza degli investimenti sul Pil si è contratta tra il 2007 e il giugno 2017 di circa 2 punti percentuali nella media dell’Unione, più di 3 nell’Eurozona, quasi 5 punti in Italia, 10 in Spagna, e 17 in Grecia.

Anche al di là del dibattito sull’entità dei moltiplicatori, è ormai chiaro a tutti che in una fase di crisi gli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell’Unione europea, l’attività dell’economia e l’occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche.

Questo tipo di interventi, peraltro, va esteso fino a coprire gli investimenti pubblici in capitale umano: se non l’insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l’industrializzazione della ricerca di base e l’occupazione di ricercatori e tecnologi.

UN SECONDO ASPETTO critico su cui è indispensabile intervenire è quello in realtà più discusso, ovvero l’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici.

Il principio presuppone anzitutto la regolarità e l’equivalenza in durata delle fasi positive e negative o almeno la non prevalenza delle fasi recessive, cosa che allo stato attuale dell’economia globale è tutt’altro che scontata. E richiederebbe poi modalità indiscutibili di calcolo della situazione dell’economia rispetto alla sua condizione “potenziale”.

L’attuale procedura utilizzata dalla Commissione europea non risponde né all’uno né all’altro requisito, tant’è che l’Ocse stessa utilizza per il calcolo del “Pil potenziale” un computo ben differente che ad esempio, nel caso dell’Italia, porta a risultati assai più favorevoli, che il nostro governo ha sinora inutilmente illustrato alla Commissione.

ANCHE L’OBBLIGO per i paesi con un debito sopra il 60% del Pil di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno è discutibile.

Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all’Unione.

Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio è aumentato fino al 90%. In queste condizioni, e a fronte delle incidenze ancora maggiori che si riscontrano in Giappone e negli Stati Uniti, sarebbe ragionevole proporsi obiettivi più realistici.

NELL’ATTUALE FASE di alleggerimento del Quantitative easing, l’auspicabile apertura a livello sia nazionale che europeo di una discussione seria e approfondita sul Fiscal Compact deve proporsi anche una riconsiderazione della missione istituzionale della Bce, tale da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione.

SI PENSI A QUANTO più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato sorretto dal mercato anziché dalla banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il Quantitative easing.

Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Roberto Romano (CGIL Lombardia, Està), Leonello Tronti (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Sapienza Università di Roma), Pier Giorgio Ardeni (Università di Bologna), Rosaria Rita Canale (Università di Napoli Parthenope), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Carlo Clericetti (Blogging in the wind), Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma), Lelio Demichelis (Università dell’Insubria), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Sebastiano Fadda (Università di Roma Tre), Sergio Ferrari (ENEA), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Domenico Gallo (Corte di Cassazione), Claudio Gnesutta (Sapienza Università di Roma), Guido Iodice (Keynes Blog), Riccardo Leoni (Università di Bergamo), Enrico Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Ugo Marani (Università di Napoli Federico II), Daniela Palma (Enea), Francesco Pastore (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Laura Pennacchi (CGIL), Paolo Pirani (UILTEC), Felice Roberto Pizzuti (Sapienza Università di Roma), Vincenzo Scotti (Università Link Campus), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesco Sylos Labini (INFN), Roberto Tamborini (Università di Trento), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Anna Maria Variato (Università di Bergamo), Marco Veronese Passarella (Leeds University), Gianfranco Viesti (Università di Bari Aldo Moro).

(*) ripreso dal quotidiano «il manifesto»

FISCAL COMPACT E FONDO MONETARIO EUROPEO:

LA DEMOCRAZIA E’ IL NEMICO

di Marco Bersani (**)

Entro il 31 dicembre di quest’anno gli Stati che nel 2012 avevano sottoscritto il Fiscal Compact (deficit strutturale annuale delle amministrazioni pubbliche inferiore allo 0,5% del Pil, obbligo di ridurre il rapporto debito/Pil di un ventesimo ogni anno fino a portarlo al di sotto del 60%) dovrebbero decidere se incardinare l’accordo all’interno del diritto europeo, determinandone di fatto la prevalenza sulla legislazione nazionale.

Logica avrebbe voluto che tale decisione fosse presa da ogni Parlamento di ogni Stato che aveva a suo tempo approvato il Fiscal Compact.

Così non sarà: non si prevede infatti nessuna discussione democratica all’interno delle istituzioni elettive, bensì l’inserimento della questione all’interno di una più ampia riforma dell’Eurozona che verrà inserita in una Direttiva del Consiglio Europeo da approvare entro la metà del 2019.

In un documento di 40 pagine, la Commissione Europea ha presentato in questi giorni le proprie proposte. Tre sono le novità previste.

La prima, a più lunga scadenza, prevede l’istituzione di un Ministero delle Finanze dell’Ue e, conseguentemente, di un superministro del Tesoro che aumenti le funzioni di controllo della Commissione Europea sul bilanci degli Stati membri, al fine di garantire il rispetto autoritario dei vincoli finanziari europei. In questo caso, i già ridottissimi margini di scelta degli Stati membri verrebbero praticamente azzerati e i governi trasformati in uffici di contabilità decentrati.

La seconda, a breve, prevede l’inserimento del Fiscal Compact nell’ordinamento europeo, anche se- bontà loro- in una versione meno stringente di quella attuale, prevedendovi la “flessibilità” insita nel Patto di stabilità e crescita. Di che flessibilità si stia parlando, lo argomentano meglio i recentissimi dati dell’Istat, che quantificano in 18.133.636 le persone a rischio povertà o esclusione sociale nel nostro Paese (30% della popolazione totale).

La terza novità è la costituzione del Fondo Monetario Europeo, sul quale si misura fino in fondo l’orgoglio continentale. Stufa di essere sottoposta ai diktat delle grandi istituzioni finanziarie internazionali, l’Unione Europea ha deciso di mettersi in proprio, trasformando il vecchio Mes (Meccanismo europeo di stabilità, cosiddetto Fondo Salva-Stati) nel nuovo Fondo Monetario Europeo, il vero guardiano della stabilità.

Strutturato come il ben più conosciuto (e famigerato) Fondo Monetario Internazionale, sarà inserito nell’ordinamento europeo e interverrà sui paesi in crisi, aprendo linee di credito per “salvarli”, in cambio di aggiustamenti di bilancio e riforme strutturali. E, analogamente al fratello maggiore Fmi, anche il Fme sarà strutturato su un diritto di voto basato sulle quote e un diritto di veto per i paesi più forti (Germania e Francia).

“Coraggio” è l’esortazione della Commissione Europea agli Stati membri affinché intraprendano questa nuova strada verso il sol dell’avvenire. Ma forse, “coraggio” è anche un’ involontaria esortazione consolatoria per i popoli europei che dovranno subire questa ulteriore restrizione di diritti e di democrazia.

Ancora una volta risulta evidente la diretta proporzionalità tra fragilità e ferocia: più il progetto europeo affonda sotto la spinta delle politiche liberiste dettate dai grandi interessi finanziari, più le elites si trincerano a sua salvaguardia, divenendo sempre più feroci per garantirsi sempre maggior rassegnazione.

E’ venuto il tempo di salire sui tetti, perché solo da lì si può vedere l’orizzonte.

FIRMA LA PETIZIONE: http://www.stopfiscalcompact.it/

(**) ripreso da https://www.italia.attac.

TAG

Marco Bersani, /www.italia.attac, rapporto debito/Pil, diritto europeo, legislazione nazionale, riforma Eurozona, Direttive Consiglio Europeo, ministero Finanze dell’Ue, superministro Tesoro, vincoli finanziari europei, Istat, povertà, esclusione sociale, Fondo Monetario Europeo, Meccanismo europeo di stabilità, Fondo Salva-Stati, Fondo Monetario Internazionale, liberismo,

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