Philippe Descola: «Oltre natura e cultura»

recensione di Giuliano Spagnul

È praticamente un fine d’epoca quello che vede la natura cessare «di essere un ordine che unifica le cose più disparate per diventare un dominio di oggetti retti da leggi autonome sulla base del quale l’arbitrio delle attività umane poteva dar prova del suo seducente splendore»: è una cesura che Philippe Descola, autore di Oltre natura e cultura (Seid editori, Firenze 2014) colloca «qualche decennio dopo la morte di Montaigne» e che vede la nascita di una cosmologia nuova, una «prodigiosa invenzione collettiva che offriva un quadro senza precedenti allo sviluppo del pensiero scientifico e di cui noi continuiamo ad essere, all’inizio del XXI secolo, i guardiani un po’ impertinenti».

Ed è già da qui, da questa scandalosa premessa che si capovolge il pensiero comune di una scienza che costruisce un modello cosmologico naturale a cui apportare modifiche man mano che la conoscenza scientifica procede. Pericoloso cambio di prospettiva che mette in discussione quei confini a protezione delle nostre sicurezze identitarie, di ciò che non siamo, che è altro da noi. Altro da noi ovviamente nel senso più radicale del termine, in quell’opposizione fra natura e cultura che contraddistingue l’era moderna come unica detentrice della verità, non più rivelata ma conquistata al prezzo di quella dolorosa «nostalgia così comune per un mondo precedente il disincanto» con cui noi abbiamo imparato così bene a convivere.

«Oltre natura e cultura» è un’opera che disincanta il disincanto, ce ne rivela la sua tracotante pretesa di un qualcosa che si vuole universale e comune a tutti gli umani, e il cui riconoscimento era impedito solo dalla mancanza degli strumenti giusti per renderne manifesta l’evidenza. Insomma la mancanza di quel metodo sperimentale scientifico che noi moderni, per primi, siamo riusciti a forgiare grazie all’accesso a quella Razionalità unica dispensatrice di verità certe, di cui il nostro fare logico è diretta conseguenza.

In realtà quello che dimostra questo libro nella sua minuziosa analisi degli esotismi dei vari popoli non “moderni” è che il nostro è un esotismo pari al loro e che è parimenti senza fondamento alcuno. Non abbiamo svelato nessuna verità né rotto alcun incantesimo. Nessuno stato di cose soggiacente che aspettava solo di essere fatto emergere. Anche il nostro è un esotismo, un incanto le cui conseguenze possono essere tanto emancipatrici quanto distruttive e – come questa fase emergente dell’antropocene ci sta a dimostrare – finanche autodistruttrici.

Questo sgombra il campo ovviamente anche da quell’idea, suggestiva quanto facilona, che ci siano popoli con un rapporto di per sé armonico, vero in quanto più vicino alla natura, con il mondo; insomma il mito del buon selvaggio. Non c’è visione del mondo che non mostri le difficoltà di quel lavorio continuo, incessante di appaesamento da cui ogni essere umano dipende per poter gestire la propria vita. Tutte le visioni del mondo sono strategie adattive e proprio nel loro perdurare dimostrano la propria efficacia e verità. Visioni del mondo che Descola raggruppa in quattro diverse cosmologie: quella dell’animismo, del totemismo, dell’analogismo e quella nostra (la più recente che coincide con la modernità) del naturalismo. Nessuna di queste, per quanto egemone possa essere, può in ogni caso permettersi di considerarsi esclusiva.

Per dar conto di questa giostra percettiva in cui il mondo si troverebbe suddiviso l’autore fa sua la raccomandazione di Marc Bloch di rifiutare la comoda fede storicistica che spiega ciò che è attraverso ciò che è stato, quelle cause antecedenti fino alle onnipresenti origini che racconterebbero come si è arrivati allo stato attuale delle cose: il nostro presente. Per Bloch è dall’ultimo fotogramma, quello che inquadra il presente (l’unico intatto) che bisogna avviare una lettura “a rebours” della storia. Così come per Descola «la genealogia degli elementi costitutivi dei differenti tipi di rapporto con il mondo e con l’altro non saprebbe essere rintracciata prima che le forme stabili, dove questi elementi si combinano, non fossero stati isolati prima».

Un viaggio etnografico che ha come primo risultato quello di «far prendere coscienza che il modo con cui l’Occidente moderno rappresenta la natura è la cosa del mondo meno condivisa» e il corrispettivo dualismo natura/cultura, per come lo conosciamo noi oggi, ha una gestazione lunga e molto singolare. Ed è questa singolarità che ci ha permesso di espanderci egemonizzando, con le buone o le cattive, tutte le altre culture. Ed è parimenti il nostro considerarla universale invece che singolare ad averci dato la convinzione che se la natura era lì, per tutti allo stesso modo, quella cosa estranea e disponibile ad essere conquistata e dominata, noi in effetti non siamo stati altro che i più bravi a farlo.

 

Redazione
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3 commenti

  • …molto bello, fa venire voglia di leggerlo!

  • Sarebbe interessante se Spagnul ci desse lumi sul senso della tesi di Descola che raccontata così dà l’impressione di una elaborazione iper teorica che rischia di essere criptica e di apparire ambigua … per esempio perchè non dire che “il modo con cui l’Occidente moderno rappresenta la natura è la cosa del mondo meno condivisa» … e che questo è propio alla costruzione storica del colonialismo …

    La “singolarità che ci ha permesso di espanderci egemonizzando, con le buone o le cattive, tutte le altre culture” … cos’è se non colonialismo, sterminio ecc. ????

    “la natura era lì, per tutti allo stesso modo, quella cosa estranea e disponibile ad essere conquistata e dominata, noi in effetti non siamo stati altro che i più bravi a farlo” …
    Cioè bravi a diventare i più abili colonialisti … più con le cattive che con le buone …
    Insomma Descola mantiene un linguaggio che evita di nominare il dominio come colonialismo che appunto è stato così bravo da esasperare l’estrattivismo e l’abuso dei minorali e sostanze più nocive che ci sono in natura ? Sta qui la “bravura” … quasi nel cercare con puntiglio il peggio che c’è in natura per usarlo a spezzo di tutto e di tutti?

  • Giuliano Spagnul

    Fare una recensione di un libro così importante e rivoluzionario (rivoluziona il nostro modo di pensare, di pensarci…) mi ha posto in un serio imbarazzo. Ho osato soltanto perché mi premeva segnalarlo, dire che esiste un testo indispensabile se vogliamo avere degli strumenti adeguati al dibattito, oggi così urgente, sul nostro rapporto con la cosiddetta natura. È un libro che non ci pone in testa agli altri, ci racconta di come anche noi siamo esotici, particolari; non abbiamo nessuna universalità da esportare. La “bravura” va intesa non come un merito, ovviamente!

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