Pio La Torre… come intendo parlarne io

Lella Di Marco: ricordi personali, documenti, riflessioni e quel che succede all’intreccio tra mafia e memoria

foto tratta da Blog Sicilia

LA SICILIA TRA PASSATO E MODERNITA’ SEMPRE UGUALE A SE STESSA

MAFIA E ANTIMAFIA CONVIVENZA POSSIBILE ANCHE RIPRENDENDONE IL LINGUAGGIO

«AMMAZZAMENTI» PER MAFIA SENZA SCOPRIRE MAI I COLPEVOLI

«PRESENZA E’ POTENZA»

 

PIO LA TORRE COME INTENDO PARLARNE IO

In “bottega” di lui si è parlato, con ricchezza di dati e con passione. Io lo ricordo per quello che ho visto e conosciuto direttamente perché frequentò la mia casa quando ero ancora all’Università a Palermo: era amico fraterno e compagno di lotte di mio padre. Quando mi innamorai dell’uomo che poi divenne mio marito, mio padre  – come da usanza nella Sicilia di allora – chiese a lui informazioni che non furono proprio benevole, in quanto il mio “moroso” era appena uscito dal partito comunista siciliano, perché dissidente; il partito, in piena logica sovietica “espelleva” come sovversivi gli indesiderati. Anche per questo, è rimasto dentro di me. Perché riguarda la mia storia personale e io – come tutti/e – sono la mia storia.

Mio padre era impiegato in quello che allora si chiamava ESA poi ERAS (Ente Riforma Agraria in Sicilia): si occupava di sostegno ai contadini per fornire gratuitamente, le macchine agricole a quelli di loro che avevano avuto le terre “strappate” ai latifondisti perché le bonificassero e rendendole coltivabili. In quella situazione venne a contatto con il sindacalista Pio La Torre. Mio padre – di chiarissima appartenenza al socialismo nenniano – capì subito la trappola in cui erano scivolati i contadini e la edulcorata comunicazione ufficiale degli eventi. Su tale argomento sono state scritte pagine significative di storia. Belle analisi; documentate da foto su campo per cui ritengo più utile una lettura diretta senza mediazioni e rimando al sito indicato (in coda).

Pio La Torre rimane una persona notevole, vicina al popolo e non al “popolino”. Era democratico senza essere demagogo, sapeva parlare con tutti, SAPEVA ASCOLTARE e farsi sentire vicino.

I contadini lo capiscono, lo stimano e lo seguono. E’ uno dei migliori uomini della Cgil con il suo spirito anche politico e nel partito porta i valori del comunismo vero, della lotta alle ingiustizie sociali, della condizione degli esclusi e dei più deboli. Ha notevoli riconoscimenti e applausi anche dai dirigenti nazionali, nella grande mamma protettrice che era il Partito Comunista sia locale che nazionale … Riconoscimenti che continuano ad arrivare anche dopo il suo assassinio con iniziative infinite e notevoli: convegni, apertura del centro studi e documentazione che porta il suo nome, strade, scuole, progetti scolastici di informazione e formazione… ma nessuna indagine significativa è stata mai fatta sui mandanti del suo assassinio.

Nessuno ha mai creduto a quanto hanno dichiarato i suoi esecutori materiali, ragazzi dei quartieri popolari, arrabbiati che esprimevano disagio sociale. Rivendicarono l’assassinio con una sigla scimmiottata allora dai gruppi armati proletari che si ritenevano di sinistra, e che però agirono soprattutto al Nord della penisola

Tutti i delitti sospetti in Italia rimangono orfani dei nomi dei mandanti … e ovviamente gli ammazzamenti continuano. Chi disturba viene eliminato: si chiami Pio La Torre o Mauro Rostagno la dinamica è la stessa. E probabilmente non sono finiti.

La mafia? Chi è la mafia? sicuramente non dorme … e non uccide solo d’estate come ironicamente ci ha detto PIF.

Una volta a Palermo un ragazzo che stavo esaminando agli esami di maturità – il giorno prima in via Notarbartolo avevano ucciso il giudice Chinnici – mi disse: «In Sicilia la mafia non esiste. Io camminando per la strada non l’ho mai vista. Ne parlano “in continente” (così chiamano il nord della Sicilia) per screditarci perché noi siciliani siamo i più forti. I migliori». Sui muri della città mani ignote avevano scritto: «la mafia è bella. La mafia ci dà lavoro. Noi non siamo polentoni».

Da qualche anno a Palermo, al quartiere ex contrada Bonagia, è stato inaugurata – nella logica ufficiale dell’antimafia – la VIA DEI DIRITTI che comprende i nomi dei 38 sindacalisti uccisi dalla mafia. Dopo poche strade l’operazione ha avuto un arresto; bloccato anche il libro che su questo la CGIL locale avrebbe dovuto pubblicare e diffondere (causa pandemia: è la motivazione ufficiale). Intanto Palermo è un cimitero esteso di lapidi «per non dimenticare». Ma su nessuna è scritto «perché non si ripeta».

La Sicilia è così: chiara ma anche ambigua; vera ma anche non vera…. Insomma “così è se vi pare” … ovvero fumo negli occhi, cambiare tutto per non cambiare nulla o come ebbe a dichiarare il principe Tomasi di Lampedusa «i siciliani non cambieranno mai perché convinti di essere perfetti».

Probabilmente è vero.

A me piace molto «La via dei diritti» appena inaugurata e anche se sarà di facciata… sono immagini e oggi dicono più della parola. Che parlino, probabilmente molt* ascolteranno.

Progetto memoria della Fondazione Falcone, murales e installazioni per non dimenticare

23 MAGGIO: DAI LUOGHI SIMBOLO DELLA LOTTA ALLA MAFIA NASCE “SPAZI CAPACI”

di Ignazio Marchese | 24/04/2021

L’arte che interpreta gli spazi urbani simbolici di Palermo, l’arte capace di rinnovare il rapporto tra le città e le persone, che l’emergenza sanitaria ha negato per tanto tempo. Si chiama Spazi Capaci/Comunità Capaci il progetto di design sociale curato da Alessandro de Lisi, che la Fondazione Falcone e il Ministero dell’Istruzione hanno prodotto per il 29esimo anniversario della strage di Capaci costata la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.


Si vuol riconquistare gli spazi, tornare a viverli attraverso le opere in un progetto sperimentale di “memoria 4.0”, che, partendo inizialmente da luoghi di Palermo simbolo della vitalità della lotta civile contro la mafia, compia un viaggio attraverso tutto il Paese. Un cammino lungo tre anni verso la riappropriazione di spazi significativi, emblematici di memoria, col traguardo nel 2023, anno in cui ricorre il 30ennale delle stragi di Firenze, Roma e Milano e del culmine della strategia stragista di Cosa nostra con l’omicidio di Don Pino Puglisi.

Il progetto, a cui hanno già aderito la Soprintendenza per i Beni Culturali di Palermo, il Teatro Massimo di Palermo, il Museo Archeologico Regionale Salinas, Il Colosseo a Roma e che ha ricevuto  il plauso del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, verrà inaugurato il 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, alla presenza del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e delle massime autorità dello Stato, ma i “cantieri” delle prime opere, tutte all’aperto nel rispetto delle norme anti-Covid, partiranno il 25 aprile, data storica per il Paese che segna anch’essa una riconquista, quella della libertà.

A dare il via al progetto, al quale negli anni si aggiungeranno molti altri contributi, saranno quattro opere: “La porta dei Giganti” di Andrea Buglisi, due enormi ritratti su parete, uno di Giovanni Falcone, realizzato sulla facciata di un palazzo di 11 piani in via Duca Della Verdura, l’altro di Paolo Borsellino, che sarà realizzato in estate su un altro edificio in via Sanpolo, entrambi a pochi metri dall’Aula Bunker del carcere Ucciardone, teatro di una delle più grandi vittorie dello Stato contro Cosa nostra: il maxiprocesso.

Sotto l’Albero Falcone, emblema di una comunità che è stata capace di risvegliarsi dal sonno della sottomissione a Cosa nostra dando inizio a una nuova stagione di responsabilità civile, verrà collocata una statua “L’attesa”, realizzata dall’artista trentino Peter Demetz: una giovane donna che rappresenta l’attesa di una città per la giustizia e, oniricamente, il ritorno a casa di Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo.

Nel cortile dell’Aula Bunker dell’Ucciardone, sarà allestita una colossale installazione di Velasco Vitali: “Branco”, 54 cani a grandezza naturale, sculture ispirate al realismo magico di Picasso, in ferro, lamiere e cemento. Il branco rappresenta la fame di potere criminale e l’abuso della mafia sulla società ma anche la reazione, la lotta civile, la trasformazione in sentinelle a guardia della verità. Infatti, un cane tutto d’oro veglierà il caveau dove è custodita l’istruttoria del primo storico maxiprocesso contro Cosa Nostra.
A Brancaccio, periferia per anni feudo dei clan, l’arte si riprende piazza Anita Garibaldi: là dove sorge la casa museo dedicata a don Pino Puglisi, Igor Scalisi Palminteri realizzerà un monumentale polittico urbano dal titolo “Roveto Ardente”, ritraendo il sacerdote ucciso dalla mafia, il fiammifero che spegnendosi ha appiccato il fuoco eterno della vampa del coraggio, quel roveto ardente appunto che è profondamente presente nella cultura delle religioni del Mediterraneo. Cultura e bello dove don Pino, da poco proclamato Beato, combatté la sua battaglia perché i ragazzi riconquistassero la loro libertà dalla mafia.

Consapevoli che la cultura è determinante per il rinnovamento dello spirito dei popoli abbiamo chiesto ad alcuni tra i maggiori artisti italiani di contribuire alla realizzazione di un programma speciale di interventi urbani, nei luoghi simbolo del riscatto civile contro le mafie. – spiega Maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni Falcone e sorella del giudice ucciso a Capaci – Le opere che realizzeremo sono anche un omaggio a una città che ancora porta evidenti le cicatrici e le brutture della speculazione edilizia e del ‘sacco’”.

Trovo importante sottolineare, inoltre – aggiunge – che i cittadini che abbiamo coinvolto nel progetto (alcune creazioni sono realizzate su facciate di edifici abitati) hanno accolto con entusiasmo l’iniziativa che ha una caratterizzazione ben precisa, segno che a Palermo negli anni tanto è cambiato davvero”.

ReportageSicilia

ReportageSicilia è uno spazio aperto di pensieri sulla Sicilia, ma è soprattutto una raccolta di immagini fotografiche del suo passato e del suo presente. Da millenni, l’Isola viene raccontata da viaggiatori, scrittori, saggisti e cronisti, all’inesauribile ricerca delle sue contrastanti anime. All’impossibile fine di questo racconto, come ha scritto Guido Piovene, “si vorrebbe essere venuti quaggiù per vedere solo una delle più belle terre del mondo”

domenica 24 settembre 2017

LA LOTTERIA PERDENTE DELLA RIFORMA AGRARIA IN SICILIA

Un lotto di terreno agricolo appena assegnato ad un contadino nell’Isola d’inizi anni Cinquanta.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte dall’archivio dell’Ente Riforma Agraria Sicilia

Il governo regionale, consapevole delle gravi difficoltà in cui si dibatteva l’agricoltura, nel 1950 predispose una riforma agraria, dove tutte le più lodevoli intenzioni trovarono posto, e quindi, se applicata con la dovuta oculatezza, avrebbe certo dato migliore risultato.
Infatti, noi crediamo che gli scopi demagogici e politici, in molti casi, sono prevalsi sui criteri tecnici, snaturando le finalità che la legge si proponeva.
Ma il suo parziale insuccesso non può essere attribuito solo a questo.
Secondo noi la riforma mancava di alcuni presupposti necessari ad assicurare il buon esito sperato.
Non basta dare un pezzo di terra e alcune migliaia di lire per risolvere il problema; con questo metodo, non si fa che aggravare la crisi.
Noi pensiamo che il procedimento doveva essere un altro.


Il terreno scorporato andava lasciato in gestione provvisoria al proprietario, fino a quando venivano compiute le opere strutturali indispensabili a renderlo adeguatamente produttivo.
Occorreva analizzarlo, studiarne le caratteristiche in rapporto alla coltivazione, e poi cederlo ad autentici contadini che, opportunamente sovvenzionati, fossero stati in grado di coltivarlo a regola d’arte secondo un rigoroso disciplinare in cui dovevano essere specificate almeno per un congruo periodo le colture e i lavori da eseguire sotto la continua sorveglianza fiscale degli Ispettorati agrari del lavoro…”

Il sostanziale fallimento della riforma agraria in Sicilia – stabilita per legge il 27 dicembre del 1950 – venne così riassunto nel luglio del 1960 da un numero speciale «La Sicilia, quindici anni di autonomia regionale» della rivista “Parlamento e Produttività“, edita a Roma e diretta da Ernesto Vino Borghese.

 

L’assegnazione per sorteggio dei lotti di terreno
in una piazza della provincia siciliana 

La riforma era stata alimentata, dieci anni prima, dalle forti aspettative generate dalle lotte contadine nei difficili anni del secondo dopoguerra.
Alle rivendicazioni di natura sociale – appoggiate dal PCI – si erano affiancate le aspettative di natura imprenditoriale della DC, interessata a promuovere la costruzione di infrastrutture ( opere idriche, di viabilità e di edilizia rurale ).
La riforma agraria godeva insomma di un esteso consenso politico ed avrebbe dovuto avere ricadute fondamentali per il futuro dell’Isola, considerato che nel 1951 – un anno dopo il suo varo – in Sicilia le attività agricole impegnavano 760.000 persone ( il 51,3 per cento della forza lavoro ).
All’epoca, secondo quanto ricordato da Matteo G.Tocco ( “Libro nero di Sicilia“, Sugar Editore, 1972): «i terreni incolti produttivi si estendevano per 45.000 ettari; i pascoli permanenti per 285.000 ettari ed i terreni tipici del latifondo, in parte destinati alla produzione di cereali, per 880.000 ettari; su 2.400.000 ettari, oltre la metà delle terre era direttamente o indirettamente caratterizzata da strutture latifondistiche».

 

Applausi, ilarità ed amarezza dei contadini
durante la lotteria delle assegnazioni 

Lo spirito della riforma intendeva promuovere le bonifiche, espropriare i terreni ed affidarli a coltivatori diretti o a cooperative.
Le fotografie riproposte da ReportageSicilia sono tratte dall’archivio dell’ERAS, l’Ente Riforma Agraria Siciliana
costituito nel 1950 sulle ceneri dell’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, nato a sua volta dieci anni prima con la denominazione Istituto Vittorio Emanuele III per il bonificamento della Sicilia e riorganizzato nel 1946.
L’Ente – cui era affidato il compito di attuare la riforma – ottenne dallo Stato un contributo iniziale pari a 120 miliardi di lire ( un milione per ettaro )  in rapporto alla superfice dell’Isola destinata allo scorporo: ma fece poco e male, a partire dall’abnorme incremento delle assunzioni.
I 200 dipendenti dei primi giorni diventarono quasi tremila, dando vita ad uno dei tanti “carrozzoni” regionali.
Da un punto di vista tecnico, si attuarono iniziative di irrigazione, ricerche idriche, meccanizzazione agricola e la costruzione di strade poderali, case coloniche e borghi agricoli.


Gli sforzi – giustificati anche dall’entità dei finanziamenti – insomma non mancarono; tuttavia, fu l’azione complessiva della riforma a comprometterne il successo.
Le immagini testimoniano ad esempio le assai poco tecniche fasi di assegnazione dei terreni ai contadini, secondo un criterio affidato al caso ed alla mano di bambini bendati: un sorteggio sulle pubbliche piazze, alla stregua di una fiera paesana.
La logica di affidamento dei lotti non fu l’unica anomalia di questa riforma zoppa.
Mancò infatti un ripensamento complessivo sul modo di promuovere l’agricoltura.
L’impiego dei mezzi meccanici e dei concimi rimase limitato, né si adottò una promozione dei più moderni criteri di piantagione.
Gran parte degli assegnatari decise di dedicarsi alla coltivazione degli agrumi, anche laddove le caratteristiche dei terreno avrebbero dovuto consigliare altre colture.

 

Contadini intorno a un abbeveratoio costruito dall’ERAS

A ridurre i benefici della riforma agraria contribuì pure il peso dell’imposizione tributaria, che per la Sicilia fu la più alta rispetto alle altre Regioni a statuto speciale.
Infine un ruolo negativo venne anche all’epoca rivestito dalla lentezza della burocrazia regionale:

“Con la legge 28 ottobre 1959 numero 28 – ricordava ancora la rivista «Parlamento e Produttività» – in considerazione delle pessime condizioni in cui versavano gli agricoltori, si provvide alla rateizzazione del credito agrario concedendo un contributo del 4 per cento sui relativi interessi.
La prima rata è scaduta da otto mesi, gli agricoltori l’hanno pagata compresi gli interessi, ma attendono ancora il contributo”

Nella sola provincia di Caltanissetta la riforma agraria assegnò a circa 3.000 contadini quattro ettari di terra, senza alcun tentativo di organizzarne il lavoro o fornire loro assistenza tecnica: oltre mille lotti vennero abbandonati pochi anni dopo l’affidamento.
Un capitolo a parte nella fallimentare gestione della riforma merita la storia della costruzione dei borghi rurali da parte dell’ERAS.
Provvisti malamente di luce ed acqua, progettati a distanze eccessive dalle terre assegnate ai contadini, Borgo Manganaro, Francavilla, Schirò, Fazio, Garistoppa e molti altri furono abbandonati e destinati al degrado strutturale: la storia di questi borghi fu allora oggetto di inchieste giornalistiche che li definirono “i villaggi fantasma della Sicilia”.
Oggi l’insuccesso della riforma agraria del 1950 pesa ancora su certi criteri di conduzione dell’agricoltura nell’Isola; e così ne ha riassunto i limiti Francesco Renda:

«In realtà – si legge in “Storia della Sicilia” ( Sellerio, 2003 ) – la gestione cooperativa di tutta quella terra rappresentò un’impresa economica e sociale di gran momento, che però le forze politiche e il governo non mostrarono di percepire.

Per reggere quell’impresa sarebbero stati necessari grandi mezzi finanziari, macchine, trattori, strumenti di lavoro adeguati; e più ancora tecnici ed economisti agrari, ragionieri, personale specializzato, che aiutassero i presidenti e i consigli di amministrazione delle cooperative a gestire meglio le loro imprese.

Il governo e le forze politiche, lasciarono, invece, che le cooperative agissero da sole.

 

Un corso di pollicoltura a Castellana Sicula

E, in effetti, assistite dalle loro associazioni, alcune decine di cooperative elaborarono piani di trasformazione agraria e ne ottennero anche l’approvazione dagli ispettorati agrari provinciali.

Ma, benché pregevoli, furono episodi isolati, che non rientrarono in un progetto generale, e che furono osteggiati dai proprietari con una guerra implacabile di carta bollata davanti ai tribunali.

La concessione delle terre incolte rimase, pertanto, provvedimento transitorio di emergenza, in attesa che la riforma agraria facesse il seguito…”

ALTRI RIFERIMENTI

Lotte agrarie in Sicilia dal 1944 al 1955, A. 1, n. 2 (giugno 1973)

archiviopiolatorre.camera.it › 1973_06.a.pdf

Centro di Studi e Iniziative Culturali Pio La Torre

www.piolatorre.it › quaderni › 50-anni-dalle-lotte-per-l…

La repressione del movimento contadino in Sicilia (1944-1950)

journals.openedition.org › diacronie

di G Montalbano

La lotta al feudo nella Sicilia dominata dalla mafia del …

www.eccellente.org › Attualità

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

 

 

La Bottega del Barbieri

3 commenti

  • Credo che questo articolo ha un grande valore storico e di testimonianza diretta che pone degli interrogativi. Comunque, ci tengo a sottolineare che questo tipo di scrittura ha la forza di stimolare e guardare alla storia dell’Italia senza revisionismo e capire come e perché’ siamo arrivato a questo punto ……senza ” la conoscenza reale dei fatti accaduti in passato”.

  • Domenico Stimolo

    Un articolo pregiato, ricco di informazioni e riferimenti per gli approfondimenti che si vogliono fare.
    Proprio ieri è stato presentato a Palermo , dalla Cgil, il libro ” La strega più lunga”, sulle decine di sindacalisti uccisi in Sicilia dalla fine dell’ Ottocento agli anni sessanta del secolo scorso. Di Dino Paternostro ( ex segretario della Camera del Lavoro- Cgil di Corleone( Palermo)

  • domenico stimolo

    Ovviamente il titolo del libro è: La STRAGE DI STATO”.

    ……..sarà stata la “strega”, mafiosa omicida, che non solo ancora si aggira nei tanti luoghi siciliani dei sindacalisti assassinati, ma che “vola” anche, subdola, negli ambiti di battitura senza tastiera ( telefonini portatili ), che La rguardano …….deviando il dito che sta scrivendo.

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