Piranesi: carceri d’invenzione, fantascienza reale

di Clelia Farris

Il grande dio Pan non è morto, ha solo cambiato domicilio. E con lui anche il Minotauro, le divinità fluviali, i semidei raffigurati nelle sculture dell’antichità classica, sono tutti andati a vivere nella Casa.

La Casa è un luogo di acqua e grandiose rovine marmoree, come dovevano apparire le campagne romane ai viaggiatori del Grand Tour, all’epoca di Giovanni Battista Piranesi.

Il protagonista del romanzo, però, non si occupa di architettura e incisione. Somiglia nell’aspetto trasandato a un giovane naufrago, vive di pesca e di raccolta dei molluschi dall’acqua del mare che invade i Saloni della Casa; usa le alghe secche per accendere il fuoco; possiede scarne attrezzature moderne, un sacco a pelo e una rete di nylon per pescare.

Due volte alla settimana riceve la visita dell’Altro (“quello che non è me”). Piranesi crede che abiti nei Saloni Meridionali, dove lui non va mai, e insieme lavorano alla messa a punto di un certo rituale.

La Memoria di Piranesi è sfuggente e anche il Tempo è una faccenda complessa. Il protagonista tiene conto degli avvenimenti della Casa descrivendoli nei suoi molti taccuini e identifica gli anni in base ad alcuni fatti (L’Anno in cui arrivò l’Albatro, l’Anno in cui ho dato un nome alle Costellazioni).

La relazione di Piranesi con la Casa è di tipo Animistico, quella dell’Altro è Utilitaristica. Il primo è convinto che la Casa si prenda Cura di lui, come lui si prende Cura della Casa (sono l’Amato Figlio della Casa, si definirà a un certo punto) mentre l’Altro vuole utilizzare la Casa per i propri fini.

Così inizia Piranesi, il romanzo dell’inglese Susanna Clarke, uscito a settembre nelle librerie italiane. Sospeso tra fantasy, fantascienza, allegoria, romanzo psicologico e perfino giallo poliziesco, ci catapulta fin dalle prime righe in un mondo misterioso e affascinante. Un mondo concreto eppure denso di simboli.

Tutto è simbolico nel romanzo e forse tutto è simbolico anche nella vita umana, sembra volerci ricordare l’autrice. L’essere umano vive in un Mondo tangibile, reale, lo fa e ne è fatto, ma gli intelletti umani, primitivi o moderni, condividono la necessità di rendere significante ogni oggetto, ogni animale, ogni evento.

Prendo a esempio la Casa.

Gli scrittori e i pittori del Romanticismo teorizzarono la “bellezza delle rovine”, quella straniante fascinazione per i segni tangibili di un passato ricco e glorioso, aggrediti dagli elementi naturali. La Casa, con i suoi Saloni infiniti, coi tetti in parte crollati, le finestre aperte sul cielo stellato, invasa dall’acqua di mare, arredata di statue gigantesche – la Donna che sorregge l’Alveare, l’Uomo aggredito dal Centauro – come se fosse una Villa Borghese decaduta, è la “rovina perfetta” ma, in una prospettiva ecologica, è anche il simbolo della Terra.

Come la Casa, il pianeta in cui abitiamo è una mescolanza di architettura umana e naturale; per alcuni un luogo meraviglioso, che amiamo e da cui ci sentiamo amati; per altri un luogo inerte, da sfruttare e piegare alle proprie esigenze, come vorrebbe fare l’Altro.

Tuttavia Piranesi e l’Altro non sono la contrapposizione fra un approccio “primitivo” e uno “razionale”. Condividono entrambi un metodo scientifico e uno spirito improntato alla conoscenza e all’esplorazione della Casa. Attraverso lo studio delle Stelle, Piranesi riesce a prevedere le maree che periodicamente allagano i Saloni, ed è attrezzato per affrontarle. Anche l’Altro si muove dopo aver effettuato calcoli e valutazioni, ma ogni suo atto è finalizzato al raggiungimento di una Conoscenza che gli darà Potere sulle menti inferiori.

La Casa-Mondo del romanzo può essere associata anche al ruolo che ha assunto la nostra casa privata durante la Pandemia. Per un anno la casa è diventata il nostro Mondo, un luogo abitato da poche persone, unica difesa contro un Esterno carico di insidie.

Ho voluto fare solo due esempi della Forza Simbolica della storia; ce ne sarebbero molti altri: ogni personaggio, ogni Salone, conduce a riflessioni diverse, a volte intime, a volte più generali.

Piranesi è un romanzo segnato dalle istanze ecologiste emerse in questi ultimi anni, le fa proprie e costruisce la storia su una nuova filosofia cosmologica. Il nostro rapporto col Mondo non può essere new-age, ci racconta Clarke; l’ecologia non è un ritorno alla Natura in forma antiquata – si finisce sempre per diventare reazionari – bensì una nuova scienza, consapevole, rispettosa, dotata di una visione ampia del mondo. Una scienza che progetta il futuro includendo le creature viventi, i vegetali, gli elementi minerali, le interazioni fra questi. In sostanza, tempera l’azione umana sul Mondo attraverso una rete di relazioni, materiali e spirituali.

Il personaggio di Piranesi in certi momenti può apparire ingenuo, semplice, e tuttavia possiede una freschezza di sentimenti, un coraggio e un’onestà intellettuale che conquistano. È l’essere umano sfrondato dalla malizia ma non completamente naїf. In questo senso il romanzo dipinge anche una sorta di Eden. E come in tutti gli Eden, arriverà un Terzo Elemento a mettere zizzania fra i due abitanti.

A ben vedere però l’Elemento davvero perturbatore della pace sarà la Scrittura. L’atto stesso dello scrivere, del lasciare un segno, è forse la consuetudine più umana che ci sia, insieme al culto dei Morti. Piranesi tiene un diario – anche qui la scrittrice si richiama alla ricerca/costruzione di un’interiorità, propria del Romanticismo – e saranno le discordanze fra i Taccuini a dissolvere la pace della Casa. Praticare la Memoria è sempre un esercizio pericoloso. Il fatto che Piranesi custodisca i Taccuini dietro l’Angelo impigliato in un Cespuglio di Rose ci avrebbe dovuto mettere sull’avviso.

Da molto tempo non leggevo una storia così anomala nella stesura e così moderna nei fondamenti. Susanna Clarke rimescola le regole del fantasy e della fantascienza per ottenere un risultato da “giardino dei sentieri che si biforcano”, una storia di cui vi sono tante interpretazioni quanti sono i lettori che la leggeranno.

E se la leggerete anche voi capirete il perché della sovrabbondanza di maiuscole nella mia recensione.

 

Redazione
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4 commenti

  • E’ sempre un’emozione leggere la Clarke, autrice cauta nelle pubblicazioni e molto originale nei contenuti. Un piacere doppio se a raccontarla è Clelia Farris… Grazie del consiglio e complimenti per la recensione.

  • Piranesi è una delle storie più surreali che io abbia mai letto. La scrittrice ti fa entrare in un luogo fantastico dove vorresti sempre tornare. Imperdibile. Non si può non camminare in quel mondo con Piranesi.
    Grazie Clelia ( e Daniele) per il consiglio.

  • Johnny Sheetmetal

    Splendida recensione davvero.
    Qui di seguito lascio le mie brevi impressioni sui due libri della Clarke che ho letto di recente, se qualcuno fosse curioso.

    Allora, “Jonathan Strange e il signor Norrell” è uno splendido affresco di un’Inghilterra metà storica e metà immaginata: quella di inizio diciannovesimo secolo, in cui vicende come le guerre contro Napoleone si mischiano a quelle dei due maghi del titolo, in cui sono frequenti e profondi i rimandi al folklore di quelle terre. Il tono nella prima parte è leggero, episodico e assai ironico; nella seconda si fa più oscuro e aggancia di più il lettore. Lo stile mima quello dei feuilleton poco posteriori all’epoca raccontata, con un ricco apparato di note in cui si leggono piacevoli sottostorie. Nonostante qualche prolissità dovuta alla scelta stilistica, mi è piaciuto molto.

    “Piranesi” per poco non lo abbandonavo. Nelle prime cinquanta pagine, infatti, ho fatto fatica a entrare nel mondo di Piranesi. Tutte quelle maiuscole mi davano fastidio; tutta quella topologia dai nomi intricati e ripetitivi la trovavo eccessiva; i richiami classici del labirinto: le descrizioni delle statue, dei portali, dei saloni, mi parevano fini a se stessi, estetizzanti, anche un po’ anonimi. In poche parole: mi pareva un puro esercizio estetico e, soprattutto, non mi emozionava; anzi: mi dava fastidio. Come prendere un racconto di Borges e espanderlo a romanzo, senza averne l’originalità e lo stile. Ma da un certo punto in poi (diciamo dall’entrata in scena di un certo personaggio misterioso), il romanzo ha svoltato. E’ decollato, e come se è decollato. Tutto ha preso il posto giusto. E l’ho divorato. E mi ha emozionato parecchio. E, signori, per me questo è un piccolo classico già ora. Ne ha la statura, la dimensione, la perfezione. Un piccolo classico del fantastico.

    Naturalmente queste sono solo le mie opinioni.

  • Concordo con Johnny. Un gioiello che diventerà un classico del fantastico migliore, adulto, profondo, cesellato.
    Io invece Jonathan Strange & Mr. Norrell l’ho abbandonato a pagina 19. Meno male che non ho iniziato a leggere Clarke da quello! Come sono diversi i gusti delle persone.

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