Pnrr, altro che transizione ecologica

Le cabine di regia aumentano il disincanto verso la politica.

di Mario Agostinelli

Cambiamento reale e contrasto alla partecipazione. Solo cinque anni fa un grande movimento contribuiva a sospingere l’ambientalismo verso un profilo non ancora praticato a livello di massa: connettere la questione sociale alla sopravvivenza di tutto il vivente e rimettere in discussione la crescita come asse portante di un’economia demolitrice della natura e predatrice dei beni comuni. L’assunzione di responsabilità diretta delle nuove generazioni – studenti in particolare – nei confronti del degrado irreversibile della biosfera e l’invito della Laudato Sì – rivolta non solo ai fedeli – a riconoscere nell’ingiustizia sociale un legame indissolubile con la crisi climatica sembravano aver messo le ali ad una coscienza ambientale più aderente alle emergenze in corso, ma anche più sconvolgente per gli assetti politici in atto.

Il nostro Paese un lustro prima di Greta e Francesco si era già riconosciuto in una fase nuova, con la vittoria schiacciante al referendum popolare su acqua e nucleare. C’è allora da chiedersi quale stacco sia avvenuto tra quegli elettori, i cortei studenteschi del 2019, il messaggio potente di un venerdì piovoso in piazza San Pietro e le comunicazioni criptiche sulle “cabine di regia”, da cui dovrebbe scaturire la “riforma” e la ricostruzione di un Paese smarrito nella sua rappresentanza.

Lo scarto dovrebbe inquietare, dacché è stato preparato da un negazionismo caparbio e sapientemente articolato nelle sue manifestazioni. Si è trattato di un ostinato impegno a depotenziare la democrazia e a far sì che le autonomie territoriali, il mondo del lavoro e le gioventù del pianeta non avessero voce nella partita aperta, consegnata ai miracoli delle tecnocrazie. Il cambiamento evocato sembra tornare in mani che non prendono le distanze da quelle che ci hanno precipitato nell’emergenza attuale. Credo perciò che si debba in tutti i modi impedire una autentica restaurazione della coscienza ambientale diffusa che avviene in odore di mistificazione “verde”, che punta a far confluire prevalentemente sul sistema delle imprese un fiume di risorse pubbliche, frettolosamente vagliate da “cabine di regia” in cui nessuna dialettica dal basso trova spazio.

La delega ad una cerchia fidata e garantita solo dall’autorevolezza di Draghi non può far altro che alimentare il disincanto della popolazione verso la politica e, soprattutto, non risponde affatto alla mobilitazione che si registra in continui appuntamenti in rete e nei territori. Una partecipazione permanente della società civile, che è cresciuta e si è fatta più matura durante l’esperienza della pandemia, non può essere elusa.

Acqua e decarbonizzazione. Sono queste le due lenti che fanno da cartina di tornasole per la durabilità e la discontinuità del cambiamento. Parto da una prima considerazione: l’acqua va conservata nella sua rinnovabilità come parte del ciclo delle nuove energie e della stessa produzione di idrogeno verde, anziché sprecata nelle turbine e nelle caldaie alimentate a metano o in funzione di una mobilità invariata, seppure con motori elettrici. In buona sostanza, c’è da chiedersi quale sia il consumo e il risparmio di acqua e la sua distribuzione e accessibilità in funzione di un sistema energetico che valga per il Nord e per il Sud del mondo, che curi la salute del Pianeta e, insieme, assicuri giustizia sociale.

Per avere un’idea di quanto il bene acqua sia trascurato negli scenari in uso alle tecnocrazie, si consideri lo studio dell’ufficio parlamentare francese per le nuove tecnologie che ritiene necessari 400 reattori nucleari da 1 GW per produrre l’idrogeno previsto dai Paesi OCSE al 2050. Ovvero, sulla base dell’acqua che circolerebbe nelle centrali a fissione nel mondo, un consumo di 12 milioni di litri al secondo! Da dove prelevare un volume simile e come rimetterlo in circolo nella fragilissima pellicola che avvolge la Terra? Certamente è d’obbligo ottenere idrogeno verde dalle rinnovabili, ma, anche in questo caso, i metalli incorporati nelle nuove infrastrutture terranno conto di una escavazione che inquina masse d’acqua sempre maggiori? E non dimentichiamoci che molti metalli si trovano incistati in fossili che dobbiamo tenere sottoterra, se non vogliamo che la loro combustione dissemini di polveri dannose l’atmosfera.

In definitiva, tutti i cicli che prendiamo in considerazione dovrebbero per lo meno assicurare il massimo di riproducibilità e il minimo di entropia per l’ambiente in cui si completano: niente risulta più evidente all’esperienza umana del degrado dell’acqua e dell’effetto dei fumi che inquinano i laghi, i mari, l’atmosfera. Senza una diminuzione dei flussi di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi, il sistema economico non riuscirà mai a rientrare in una traiettoria di compatibilità con l’ambiente, a meno che si cambino i consumi e le pratiche sociali.

C’è sentore di tutto ciò nel Pnrr e nel dibattito in corso, al di fuori delle associazioni e dei territori più avvertiti? Se si lascia decidere cosa, come e quanto produrre alle libere forze economiche di mercato non vi sarà nessuna transizione ecologica, ma solo un inseguimento senza fine della crescita del fabbisogno di nuova energia (fosse anche tutta da “fonti rinnovabili”), dello spreco insostenibile di acqua e di estrazione di materiali sempre più rari e critici.

La vignetta – scelta dalla “bottega” – è di Mauro Biani

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Audizione alla Camera dell’Osservatorio sulla transizione ecologica in merito ai contenuti del PNRR
    lunedì 21 giugno si è tenuta l’audizione in videoconferenza, presso le Commissioni riunite Affari costituzionali e Ambiente della Camera, dell’Osservatorio sulla transizione ecologica, promosso dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e dalle associazioni Laudato Si’ e NOstra!, sulla governance del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).
    I rappresentanti dell’Osservatorio (Alfiero Grandi, Massimo Villone, Mario Agostinelli, Jacopo Ricci) hanno rilevato contraddizioni e ambiguità contenute nel Pnrr, che potrebbero vanificarne l’efficacia, e il permanere di resistenze conservatrici dei maggiori gruppi del settore energetico agli obiettivi che la stessa Commissione europea ha chiesto di attuare per la riduzione dell’emissione di CO2 nei tempi previsti.
    E’ invece necessario dare da subito impulso alla produzione di energia tramite fonti rinnovabili, quali il fotovoltaico e l’eolico offshore. Quindi gli esponenti dell’Osservatorio hanno chiesto che il Pnrr finalizzi i bandi in un’ottica di programmazione, usando le partecipazioni pubbliche nelle aziende interessate per garantire una transizione energetica fondata sull’uso delle fonti rinnovabili. Il contrario di quanto si sta facendo a Civitavecchia ove l’Enel insiste per una centrale a turbo gas, incontrando l’opposizione della popolazione e delle forze sociali. La cabina di regia dovrebbe comprendere figure ministeriali, attualmente non previste, indispensabili per l’attuazione del Piano quali la Ministra per il Mezzogiorno, le Ministre per i giovani e la parità di genere, il Ministro per il lavoro. Una prioritaria e particolare attenzione andrà rivolta verso il Sud. L’attuazione del Piano deve diventare un’occasione storica da non perdere per ridurre sensibilmente, se non colmare, le diseguaglianze in termini economici e sociali fra Nord e Sud del paese. La riduzione delle diseguaglianze è un grande tema internazionale ed europeo. Decisivo è quindi che la governance non venga confinata in una dimensione puramente interministeriale e che venga invece sollecitata la partecipazione delle istituzioni locali, dei sindacati, delle associazioni di cittadini e di studiosi, in un quadro di trasparenza. Come fondamentale sarà il monitoraggio sull’attuazione dei progetti.
    L’Osservatorio sulla transizione ecologica si è quindi impegnato a inviare ai membri delle Commissioni parlamentari ulteriori e dettagliati contributi.
    Qui il link dell’audizione https://webtv.camera.it/evento/18432
    L’osservatorio è aperto a contributi che convergano per la difesa dell’occupazione e per l’ecologia integrale

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