POEMS

di Gian Luigi Deiana

quando cominciai ad insegnare mi si diede una classe di seconda elementare in una scuola di un paese agricolo della sardegna meridionale; era un paesone in decadenza con molti bambini e quindi anche molti bocciati, e la mia era una classe di seconda elementare di tutti bocciati; poiché le classi differenziali erano oramai illegali la mia (che, oltre che differenziale di fatto, era ghettizzata fuori dall’edificio dei bambini normati e collocata in solitudine in piazza di chiesa) portava come giustificazione formale della sua strana differenzialità la possibile presenza del tracoma, una patologia oculare in realtà tramontata da tempo; non dico qui il nome del paese ma dico il nome di uno dei bambini, luca, perché devo riportare qua una delle composizioni più scombinate e meravigliose che mi sia mai capitato di leggere e di tenere nella memoria come un faro; purtroppo non ricordo qualche riga, in quanto sono passati quarantadue anni; ma a fianco del tema del mio piccolo luca riporto qui di seguito una strofa del grande bob dylan, che dedico all’ex capo dell’unione europea barroso testé passato al servizio della gang crim-nanziaria goldman sachs, balia girevole di tanta gente bella e brutta (per es. per l’italia mario draghi, gianni letta, romano prodi, mario monti ecc.); perché metto qui di fila il tema del mio piccolo bambino differenziato e la strofa del mio sgarbatissimo premio nobel? per una semplicissima ragione, perché sono io il padrone dei miei poemi ((suggerimento, m.heidegger, perché i poeti))

LUCA: “fuori paese ci vanno tutti, solo io non ci sono andato mai; però un giorno io anderò fuori paese e girerò, e poi un giorno muorirò e anderò alla bara e non tornerò mai più mai più; ma un giorno io mi sono svegliato fuori paese e c’era molta gente e pioveva; ho visto il pupazzo con il zucchero filato e il fuoco in bocca; io sono scemo.”

BOB: “spero che moriate, e che la vostra morte venga presto, seguirò la vostra bara in un pallido pomeriggio, resterò a vedervi calare nel vostro letto di morte, e starò fermo sulla vostra tomba finché non sarò sicuro che siete morti”:

https://www.facebook.com/g.luigi.deiana/posts/10213657075693174

e poi in un commento, più sotto, ancora Gian Luigi, baciato dalla poesia, scrive:

oh dio, maestro-poeta è una cosa che dà le vertigini, ma in realtà la vertigine è una cosa che possono provare tutti e allora si deve fare: ovvero, tutti sono poeti e tutti perdiamo l’unico vero tesoro che possediamo se imbavagliamo la poesia e tanto più se la costringiamo di forza nei canoni di scrittura: i canoni sono il vestito e più che spesso sotto il vestito vi è niente; allora cosa è una poesia? a bruciapelo risponderei come rispose una volta bob dylan, “una poesia è un uomo nudo”; poi risponderei con un testo del grande poeta pete sinfield che era l’autore dei testi del gruppo rock king crimson: un testo in cui l’uomo che era in orario chiese all’uomo che era in ritardo “dove sei stato”, e questi risponde come il mio piccolo luca: “io sono stato qui, e sono stato là, e sono stato in mezzo”; dunque io g.l.d., come tutti, trovo la mia nuda salvezza nell’essere qui, là e in mezzo fra qui e là, fuori posto e fuori orario, laddove io e me siamo già in due; poiché la poiesis è una parola greca è bene sapere cosa significa: significa “fare”, certamente non “fare” nel senso di fare la legna o aggiustare la bicicletta, ma “fare” il proprio stato d’animo, e poi eventualmente trovare le parole che lo possono vestire e che lo possono trasfigurare e farne una visione; ma scrivo queste righe, adesso, perché ho un debito altrettanto inestinguibile di quello che ho col mio piccolo luca: è il debito con la fotografia di un lupo artico; la fotografia è riportata nel libro di un naturalista dell’artico, di nome barry lopez e quel libro era intitolato “lupi”; nella foto, assolutamente imperfetta e scattata nella foschia sul bordo di un ruscello innevato, sono presenti un caribù esausto per la sua vana fuga e il lupo immobile di fronte a lui; il lupo spegne per un lungo istante l’aggressività connaturata alla sua necessità di caccia e ha lo sguardo rivolto a terra; la foto è stata scattata in quel tempo sospeso di immobilità dei due animali; nel testo barry lopez spiega che gli indiani chiamano questa condizione di reciproco rispetto e pudore “la preghiera della morte”; questa è secondo me la poesia più sublime cui un essere umano possa aspirare, quantunque l’autore di questa poesia non sia un uomo; ecco perché i saggi e i bambini vedono dio in quelle sembianze sfumate nella neve, e dovunque, qui, là, o in mezzo; ed ecco perché l’uomo che è prioritariamente “puntuale” non è in grado di vedere dio da nessuna parte, né di vedere l’uomo, né di fare (fare) se stesso.

L’IMMAGINE – scelta dalla “bottega” – è di JACEK YERKA

 

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