Povertà: l’inganno del Covid

di Gianluca Cicinelli

Certo l’idea di campare meno a lungo dei nostri nonni e genitori, nonostante tutte le cure di cui noi abbiamo usufruito durante la nostra vita e loro no, rende ancora più cupa la nostra società ma il dramma vero è lo sbando a cui sono affidate le nostre esistenze nei giorni in cui siamo vivi, nessuno escluso. Il decimo Rapporto Bes dell’Istat sul benessere equo e sostenibile ci rivela che la povertà economica ed educativa è ormai la sola inclusione sociale possibile. Sopravvivere giorno per giorno senza aspettarsi niente con l’aspirazione esistenziale massima di unire il pranzo con la cena e dormire al coperto. Questo tipo di qualità della vita, intesa come “assenza di”, fino a poco tempo fa patrimonio – sempre inteso come “mancanza di” – di una percentuale minima di italiani se da una parte è diventata in maniera diretta la condizione economica standard per il dieci per cento circa della popolazione dall’altra pone il restante 90% in un quadro generale di azzeramento della dignità sociale. Il processo però è iniziato da molto prima del covid e vediamo perchè.

Che i poveri assoluti siano raddoppiati, 9.4% della popolazione, ce lo raccontano le organizzazioni laiche e religiose di assistenza da molto prima del timbro ufficiale dell’Istat. Così come ci spiegano da mesi che il numero crescerà in maniera esponenziale nei prossimi mesi, perchè ai 788 mila lavoratori che hanno perso il posto – parliamo solo di quelli tra i 20 e i 64 anni censiti tramite un contratto, non del totale vero – se ne aggiungono un milione e ottocentomila che in caso di perdita del lavoro non hanno alternative valide. Fin qua nell’anno del covid. Ma dati come l’8% di bambini e ragazzi rimasti esclusi da qualsiasi forma di didattica a distanza, cifra che sale al 23% se parliamo di alunni disabili, provengono da una cultura e gestione della società che precede di molti anni l’era della pandemia.

Povertà significa non essere in grado di sostenere spese essenziali per condurre una vita accettabile. Povertà significa non avere prospettive di migliorare quella condizione, perchè sei escluso dall’ acquisizione degli strumenti culturali che ti permetterebbero di svolgere altri lavori oltre quelli di bassa qualifica e finanche d’inventarti un’attività tua.

Adesso che abbiamo centomila morti e un calo del Pil del 9% non è più possibile per nessun governo o padrone evitare di guardare alla povertà ma se torniamo a febbraio del 2020, prima della pandemia, troviamo dichiarazioni contro i 780 euro mensili massimi del reddito di cittadinanza, ritenuti un ostacolo per proporre stipendi più bassi ai lavoratori da parte di Confindustria. Oppure va ricordata la presa di posizione dell’Ocse contro il RdC giudicato troppo alto. E’ un anno fa non un secolo.

Avete presente 780 euro? A parte che pochi usufruiscono di questa cifra – la media infatti è molto più bassa – facciamo due conti. Con quella cifra in città come Roma o Milano ci paghi a malapena l’affitto per due stanze. E poi? Certo, oggi vai a mangiare alla Caritas e domani alla mensa di Sant’Egidio; risolto il pranzo, solo per oggi però perchè domani non sai se avrai la forza per fare tre o quattro ore di fila in attesa di un piatto di pasta. Chiamiamo le cose con il loro nome: una vita di merda. Ma questa vita di merda – mi scuso con chi legge – sappiamo benissimo che era la proposta politica più avanzata di politici e governi italiani quando non sapevamo nemmeno cosa significasse la parola Covid. Vogliamo fare finta che quando politici e imprenditori ritengono troppi quei 780 euro come stipendio per stare 16 ore in piedi a correre da un tavolo all’altro in un albergo in Romagna quei politici e quegli imprenditori non fossero gran pezzi di merda da molto prima del Covid?

Non raccontiamoci bugie dunque, anzi più esattamente evitiamo che altri raccontino bugie. Per qualcuno – riprendendo appunto l’ultima statistica presentata ieri nel decimo Rapporto Bes dell’Istat sul benessere equo e sostenibile – morire prima potrebbe essere un vantaggio. Campi di meno e soffri di meno se l’offerta di qualità della vita per un cittadino su dieci è ormai ridotta al pacco di pasta della parrocchia, il dormitorio d’inverno, l’impossibilità di stare con i propri figli, il mancato accesso alla formazione professionale. Chi se ne frega quindi se come ci racconta la statistica nel 2019 l’aspettativa di vita media era di 83,2 anni e nel 2020 è scesa a 82,3 anni. Il problema è come vivi quando sei vivo in opposizione a una cultura dilagante di morte sociale mentre respiri ancora.

E se a commento di questi numeri (omertà e schifezze incluse) la “bottega” potesse aggiungere un’altra delle vignette/sintesi di Mauro Biani… sarebbe questa.

 

ciuoti

Un commento

  • …. si’, il cammino è ancora lungo per uscire dalla barbarie :

    il problema è anche che molti non hanno coscienza che questa è BARBARIE !

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