«Predestination»

di Gian Filippo Pizzo   

Un film di Michael Spierig e Peter Spierig. Con Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor, Christopher Kirby, Madeleine West. 97 minuti – Australia 2014

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Il racconto da cui è tratto questo film si intitola «Tutti voi zombi» ma il termine non è da considerare come proprio bensì in senso traslato: si riferisce al fatto che il protagonista e narratore ha la possibilità di viaggiare nel tempo e quindi giudica tutti gli altri – le persone normali – come esseri senza qualità, senza prospettive, chiuse nella loro banale esistenza. Non è tra i migliori racconti di Robert Heinlein, che in altre occasioni aveva trattato molto meglio il tema dei paradossi temporali, per esempio in «Un gran bel futuro» del 1941 (anche questo sarebbe adatto a un film). Qui la storia ha un che di irrisolto, sembra essere stata scritta in maniera frettolosa e poco ponderata, manca di linearità perché l’autore vuole innanzi tutto colpire il lettore con l’audacia dell’idea di partenza. Il film dunque ne rispecchia le caratteristiche, anzi aumenta il tasso di confusione inserendo una sottotrama che nel racconto non è presente, quella del terrorista autore di numerosi attentati dinamitardi che viene cercato dal narratore. L’aggiunta in realtà ha una sua motivazione – la si comprende solo verso la fine e ovviamente non possiamo rivelarla – ma forse poteva essere limitata a una sola scena, a esempio in una sorta di prologo. La trama infatti prevede numerosi salti attraverso diverse epoche nel tempo, dagli anni Sessanta agli Ottanta, che nel testo scritto si seguono abbastanza facilmente ma nella versione per immagini rendono la vicenda talmente complicata che se si perde una scena si rischia di non capire niente. Per il resto la sceneggiatura segue il racconto abbastanza fedelmente, al punto che molti dialoghi sono identici al testo scritto (non si capisce però perché la valigetta ventiquattrore che nasconde il meccanismo per viaggiare nel tempo sia stata trasformata in una custodia di violino: che non è certo più scenografica).

Dispiace non poter dare nemmeno un minimo accenno di trama, ma qualunque cosa anche minima svelerebbe troppo oppure sarebbe fuorviante e falsa. Perché «Predestination» è stato concepito come un rompicapo, un vero puzzle filmico dove ogni tessera – cioè scena – si incastra con la precedente e conduce lo spettatore un passo in avanti verso la comprensione, fino all’ultimo e sorprendente finale. Quindi puro divertimento, assenza totale di qualunque valutazione sociale (che però qualunque viaggiatore temporale dovrebbe fare, comparando la vita nelle varie epoche) e invece una specie di gioco che i registi conducono con lo spettatore. Riuscito, per carità, perché la sceneggiatura è solida, la regia ben condotta, l’interpretazione valida e tutto si dimostra coerente… dunque il film si segue volentieri dall’inizio alla fine. Però in altre mani, capaci magari di trattare il tema in modo più minimalista e di sciogliere l’ambiguità che in fondo resta, avrebbe potuto essere un vero capolavoro.

 

Redazione
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2 commenti

  • Sottoscrivo in gran parte la recensione.
    Avevo visto il film prima che uscisse nelle sale, convinta che da noi in Appalachia non l’avrebbero mai portato. Uno spettatore attento e scafato individua subito il meccanismo che regge la storia, dunque tutto il resto diventa abbastanza prevedibile.
    Vogliamo parlare del maschilismo vergognoso delle “astronaute” selezionate per intrattenere sessualmente gli astronauti?
    Non ho letto il racconto, non so se ci fosse anche lì (cosa probabile, visto che il pensiero di Heinlein gravita intorno al maschilismo e di tanto in tanto esce da quell’orbita per sfiorare una sorta di egualitarismo dei sessi), ma era necessario introdurre le “astronaute” in un film del 2015?
    Davvero gli sceneggiatori non riuscivano a pensare a niente di diverso?

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