Pubblicità e costume in Marocco (e Italia)

di Antonella Selva

Quando la pubblicità si impadronisce di temi sociali e culturali è un chiaro sintomo della centralità che essi hanno assunto per la gente, al punto che lo schierarsi da una parte o dall’altra, per una azienda o un prodotto, assume anche una valenza commerciale.

Se questo è vero, l’accoglienza di alcune campagne pubblicitarie, più o meno volontariamente schierate, può dire molto di come cambiano gli umori in un Paese.

E’ quanto non hanno capito i pubblicitari della Nestlè-Maroc quando hanno lanciato, lo scorso aprile, una mini web serie basata sui più stantii cliché misogini in cui, in una sorta di finto reality, 5 ragazze-ochette riunite in una grande cucina rivaleggiano senza esclusione di colpi a suon di manicaretti (a base di prodotti Nestlè, ovviamente) per conquistare un giovanotto o meglio: sua madre, perché è lei naturalmente che orienterà la scelta del figlio (cfr.: http://fr.le360.ma/societe/video-nestle-maroc-lance-une-pub-jugee-terriblement-sexiste-163997). La società marocchina è tradizionalista, giusto? E allora ecco servito il più trito humour contro le donne. Peccato che già dalla prima puntata la serie sia stata affossata dal pubblico, tanto maschile quanto femminile, con una valanga di critiche e commenti insofferenti dell’immagine passatista e grossolana che veicolava del Paese.

Sempre nel mese di aprile è letteralmente esplosa in Marocco una campagna di boicottaggio di 3 marche (Centrale Danone – latte e deirvati; Sidi Ali – acqua minerale; Afriquia – carburanti) per i prezzi ritenuti eccessivi. Campagna che dai social media è dilagata nella vita reale causando sensibili perdite, ammesse pubblicamente a esempio dal CEO di Danone.

Dunque il Marocco è un Paese “moderno”, popolato di internauti che rispondono in massa agli appelli preceduti da un hashtag? Bene, utilizziamo questa propensione per i social media per rinforzare la morale tradizionale in quei luoghi di perdizione che sono le spiagge del Paese! (Più o meno ogni estate, in un modo o nell’altro, vengono diffuse campagne contro il bikini – che ultimamente si scontrano curiosamente con l’interdizione del “burkini” che alcuni hotel e resort promulgano, forse per compiacere il pubblico francese – di nuovo l’incrocio fra costume e commercio!) Quest’anno i tradizionalisti hanno fatto sfoggio di aver studiato MacLuhan lanciando l’hashtag “Sii un uomo: non lasciare che le tue donne e le tue figlie escano in abiti succinti” corredato da varie foto di donne interamente coperte in spiaggia e altrove (cfr: https://telquel.ma/2018/07/16/soisunhomme-la-campagne-misogyne-qui-appelle-les-marocains-a-couvrir-leurs-femmes_1603461 ). Il post ha fatto un bel raccolto di visualizzazioni e like, non c’è che dire, ma ha suscitato altrettanto numerose e fantasiose risposte da parte di un’ampia fetta di pubblico apertamente indignata (qui l’ultima risposta in ordine di tempo: una petizione su Avaaz: http://femmesdumaroc.com/actualite/une-petition-pour-le-retrait-du-hashtag-kounrajel-44027 ).

C’è chi, annusando l’aria che tira, ha pensato che forse oggi in Marocco è più vantaggioso cavalcare l’opinione progressista che non quella tradizionalista per vendere i propri prodotti. Ha cominciato una marca marocchina di detersivo (è casuale che sia un’azienda locale a interpretare meglio gli umori dei consumatori rispetto alla multinazionale svizzera?) con un simpatico spot che inscena 4 personaggi maschili e sorridenti alle prese con lavori domestici e detersivo “Mio” sotto lo slogan “Sii un uomo: dài una mano in casa!” (cfr.: http://fr.le360.ma/lifestyle/sois-un-homme-quand-une-marque-marocaine-repond-a-la-polemique-170745 ).

Se una conclusione si può trarre è sicuramente che la trasformazione dei ruoli di genere e dei rapporti fra uomini e donne è oggi al centro del dibattito in Marocco. E forse che chi scommette sul prevalere della mentalità tradizionalista – perché gli “islamisti moderati” vincono le elezioni politiche – in realtà potrebbe anche sbagliarsi.

E in Italia? Volere o non volere, qui da noi la società è chiamata a schierarsi sul tema del razzismo. Ma, a guardare gli esiti di alcune uscite pubblicitarie, non sembra davvero che l’opinione del Paese sia così schiacciata sulla retorica fascisteggiante del governo! O quanto meno, se si è un commerciante, non è consigliabile schierarsi troppo apertamente da quel lato, come ha sperimentato l’incauto albergatore di Ischia dell’hotel Solemar che aveva promesso sconti agli amici di Salvini e ora lamenta di aver perso gli altri clienti (a lui il premio dabbenaggine 2018! – cfr.: http://www.ansa.it/campania/notizie/2018/07/30/ischia-ingiurie-dopo-tweet-pro-salvini_e0515e69-6091-4e7f-b9cf-3897124403b0.html )

Diametralmente opposta la scommessa – ci auguriamo di successo – di un imprenditore veneto, Paolo Polegato (padre adottivo di due giovani afrocubani) che ha comprato un paginone su alcuni quotidiani nazionali e locali per lanciare un messaggio antirazzista e collocare la propria azienda Astoria wines in modo inquivocabile sul lato antigovernativo all’interno del dibattito (cfr.: https://www.nextquotidiano.it/astoria-wines-corriere-della-sera/ ).

 

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