Qualche scor-data

care e cari, da quando è nato IL DIRIGIBILE (www.ildirigibile.eu) tengo una rubrica quotidiana di scor-date. Eccone qualcuna … se ve la siete persa. E quelle di sabato e domenica… che il Dirigibile riprende fiato, elio o quel che è. (db)

 13 giugno 1944

La mattina del 13 giugno il villaggio di Niccioleta viene accerchiato dai reparti del 3° Polizei-Freiwillingen-Bataillon “Italien” ovvero Ss italiane comandate da ufficiali tedeschi. Parte un rastrellamento, guidato dai fascisti locali. Tutti gli uomini sono arrestati: 6 minatori, membri del Comitato antifascista, vengono subito fucilati: altri 150 sono trasferiti a Castelnuovo Val di Cecina. Il giorno dopo 77 vengono uccisi e i più giovani deportati in Germania.

Come titola una ricerca di Lucio Nicolai l’eccidio di Niccioleta è «Il “sangue dimenticato” di una strage operaia»: nella pubblicistica e persino nella memoria locale non ne è rimasta quasi traccia nonostante un libro di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola («I minatori della Maremma», Laterza 1956) dedichi un capitolo a questa strage. Nicolai riprende il titolo dal film di Luigi Faccini «Canto per il sangue dimenticato» che purtroppo passò sotto silenzio (censura strisciante, se preferite) come quasi tutti i film di questo bravo regista.

La ricerca di Lucio Nicolai è stata pubblicata sulla bella (e purtroppo poco conosciuta) «Zapruder» ovvero «rivista di storia della conflittualità sociale» che dal 2002 racconta storie scomode con il rigore dei ricercatori ma anche la rabbia dei ribelli mai domi. Edita da Odradek; per info o abbonamenti: zapruder@storieinmovimento.org oppure 347 5022987.

Come sarebbe a dire? Non sapete chi era Zapruder? Ma informatevi subito poffarbacco.

14 giugno 1608

Vi dicono qualcosa cognomi come Degli Esposti, Esposito, De Angelis, Dal Pra, Diotallevi o Dioguardi (ma anche Innocenti e Proietti)? Rimandano a bimbe-i che venivano abbandonati davanti alla ruota della carità pubblica o religiosa; un uso che arriva quasi ai giorni nostri e che anzi si vorrebbe rilanciare.

I figli della ruota. Di ruote «fuori dall’isola se ne trovano ancora, conservate come monumenti alla disgrazia» ma pure a ricordarci quante/i sono «trovatelli, gettatelli, spuri, esposti […] e in mille altri modi ci chiamavano: borts, in catalano; burnus o anche budrus in sardo. Bastardi, in sostanza».

Così sollecita la nostra memoria Anna Castellino in un gran romanzo storico, «Mischinéddus». Non ne avete sentito parlare? Nella triste e banale Italia di oggi tante e tanti leggono i libri a comando. Ma per fortuna esiste – evviva, evviva, evviva – un passaparola; dunque dal 2006 il libro è stato letto, poi anche ristampato.

«Mischinéddus» è parola sarda, difficile da tradurre perché può voler dire bambinetti ma anche poverini. In questo caso i due significati coincidono perchè il romanzo di Anna Castellino – AM&D edizioni, 296 pagine per 12 euri – è, come spiega il sottotitolo, la «Storia minuscola dei chicos della ruota, 1583-1652». Faticherete a trovare il libro perchè i piccoli editori (specie dell’Isola) sono mal distribuiti e dunque, per ogni evenienza, vi dò tel (070 309038) e mail (<info@edizioniamed.com>) della casa editrice.

Buttiamoci nella vicenda “minuscola” di Antonio che ha solo poche ore di vita eppure inizia a narrar di sé… quando ancora non sa chi è. Lo stanno per lasciare all’ospedale di sant’Antonio, a Cagliari, e il battesimo «con ogni probabilità» sarà quello: «il nome mi sarà dato come dote, scudo, viatico» per entrare nel mondo o per lasciarlo da “buon” cristiano. Per ora il bimbo – «mascu» annuncia una voce di vecchia – può dirci solo questo: «Umido, freddo e sudore. Fetore e buio». Cerca la madre che al posto del latte ha la febbre. Croste e cenci. Non può star lì. E con una bestemmia viene affidato a un uomo che «attraverso la grata» lo deposita «sulla ruota» (per il volgo «s’arroda»). Chissà se il cigolio degli ingranaggi richiamerà qualcuno in tempo per salvarlo.

Stanco di funerali, di «sifilitici, pazzi e storpi» arriva un frate a prenderlo. «E che sia l’ultimo strazio della giornata» invoca: Gesù (anzi «Gesugristumìu», alla sarda) «quando farete smetter di far figli a chi li getta via?». Quella di prima era una bestemmia che suonava preghiera, questa l’opposto.

Da subito l’autrice sa intrecciare la “minuscola” storia di questo mischinéddu con il quadro storico. Ma qui mi fermo e lascio a chi leggerà scoprire la maestria di Anna Castellino quando narra ma perfino nelle pause cioè quando lascia spazio al dialogo interiore del protagonista e persino quando dialoga con “il pubblico”, i posteri.

«Potrei ricordare sbagliato» ripete il protagonista. E invece i riferimenti storici sono così minuziosi che Castellino può dedicare le ultime 60 pagine ad altri «mischinéddus» e alle loro «dide» (balie) riportando i dati dell’Archivio comunale fra il 1583 e il 1652. E non è pignoleria o carta gettata: anche in quel sintetico elenco trovate verità e storia. Poi, suggerisce l’autrice, «non limitatevi a contarli, ciascuno prenda un bord (un bastardo) o una bordeta e sul suo nome sogni e fantastichi, gli crei una vita immaginaria, ché sarà come se realmente l’avesse avuta. Ma che sia bella, mi raccomando… ». Io vi suggerisco di scegliere proprio quello segnato in data 13 giugno 1608. Con due piccole raccomandazioni: se scrivete la storia mandatecela; e anche se la tentazione è forte non chiamatelo… referendum.

18 giugno 1815

Casomai la scuola nozionistica non vi abbia abbastanza martellato ve lo dico subito io: la scor-data di oggi è la battaglia di Waterloo (in Belgio). Da una parte le truppe di Napoleone e dall’altra gli eserciti della settima coalizione (inglesi, Impero d’Austria, russi, prussiani, Paesi Bassi, Svezia, Spagna, Portogallo e persino Regno di Sardegna e Regno di Napoli). Fu la definitiva sconfitta di Bonaparte e uno degli scontri campali più cruenti… prima che il ‘900 garantisse ai mercanti d’armi la tecnologia per battere ogni record. Qui il generale Cambronne disse la celebre parola – «Merde» – che ben si adatterebbe ai militari e a chi li sostiene in ogni epoca e luogo.

Ma io ripropongo qui una fanta-Waterloo ovvero quella che emerge da «Dopotutto», un intrigantissimo noir di Elias Mandreu (pseudonimo che cela tre sardi) edito l’anno scorso da Il Maestrale. Nelle pagine del libro Waterloo si collega a un delitto dei giorni nostri, a una multinazionale farmaceutica che definire schifosa è poco, a Elvis Presley, a Juan Peron… e il resto lo saprete leggendo.

19 giugno 1945

Per molti anni i telegrammi finivano nel cestino, i messaggi di posta elettronica venivano cancellati. Niente fiori, torte, visite. Le ambasciate di Myanmar (o Birmania, se preferite il vecchio nome) erano inondate di auguri per San Suu Kyi ogni 19 giugno per il suo compleanno ma era vietato farlo sapere. Dopo 13 anni durissimi – eppure non aveva commesso alcun reato – il premio Nobel per la pace quest’anno non passerà il compleanno in prigionia ma in (una pur parzialissima) libertà.

Mentre i potenti del mondo facevano il solito giochino («è colpa della Cina», «no, è colpa degli Usa» con Piero Fassino a dire che «l’Europa poteva fare di più» mentre nulla faceva) solo le organizzazioni di base e Amnesty International si mobilitavano, anno dopo anno. In teoria le Nazioni Unite hanno chiesto ai militari di Myanmar il rilascio dei prigionieri di coscienza, che si consentisse l’ingresso nelle carceri a osservatori davvero indipendenti e che cessassero le condanne verso chi ha preso parte a manifestazioni pacifiche. In pratica poco si premeva. E la dittatura poteva tener duro.

Non c’è solo Suu Kyi. Nel suo bellissimo libro, «Il pavone e i generali», uscito da Baldini-Castoldi 5 anni fa, Cecilia Brighi racconta «storie da un Paese in gabbia»: centinaia di migliaia ai lavori forzati, 4 milioni i deportati all’interno della Birmania e 2 milioni di rifugiati all’estero (perlopiù in Thailandia).

Noi, in Occidente, potevamo e possiamo fare qualcosa? Se le piazze si riempiono (come accadde per Nelson Mandela) e se il nome di Suu Kyi diventa un mantra da ripetere ovunque, le cose di certo cambieranno in meglio.«La sola vera prigione è la paura» ha scritto Suu Kyi «e la sola vera libertà è liberarsi dalla paura». Buon compleanno, nonostante tutto.

Redazione
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